La società allo specchio
di Federico Della Sala
Quale opera d’arte se non “Allo specchio” di Otto Dix rappresenta maggiormente il disgusto verso la società moderna? In un primo momento la donna di spalle appare come una giovane dal fisico curato e bello, coperta da un vestito erotico che risalta le forme del corpo. L’illusione però dura poco; nello specchio infatti si riflette un’immagine completamente diversa, quella di una vecchia prostituta con le rughe e un volto appassito. Quest’opera di Otto Dix ci permette di fissare subito alcuni punti essenziali della sua critica: l’apparenza che nasconde una verità disgustosa e svilente, la prostituta come uno dei simboli raccapriccianti della società moderna e il forte richiamo al gusto macabro; alla morte. Personaggi come Dix non sono poi così rari nella storia del pensiero moderno, è infatti opportuno ricordare intellettuali come Baudelaire, Leopardi, Marx, Nietzsche, Lowith, piuttosto che Evola, Russel, Junger e tanti altri. Ciò che accomuna tutti questi intellettuali così diversi tra loro e con impianti filosofici assai distanti, è la pesante critica che muovono ad alcuni aspetti della società moderna.
Otto Dix e Baudelaire per iniziare
“Allo specchio” di Otto Dix non solo è utile per introdurre l’argomento ma ci dà anche un’importante chiave di lettura proprio considerando il titolo dell’opera. Per muovere determinate critiche alla società è necessario guardarci allo specchio, superando l’apparenza di cui facciamo parte per analizzare il problema nella sua integrità e nella suna orrenda interezza; non ci sono alibi. La critica “dall’esterno” permette infatti di criticare la realtà fenomenica, ma non considera affatto le dinamiche più nascoste, quelle che, in ultima analisi, sono i motori stessi della nostra società. La critica diventa quindi uno strumento di lotta, di denuncia su tutti i piani (politico, filosofico, artistico, letterario… ) e risulta determinante solo nel momento in cui i critici decidono di far parte della realtà stessa che vogliono criticare. La critica “dall’esterno” è, in fin dei conti, impossibile dal momento che chi la professa non potrà mai trascendere completamente dalla realtà stessa; tanto che tale critica diventa , non solo contro producente, ma anche errata e inconsistente. Errata poichè si enfatizzano solo alcuni aspetti della realtà che si vorrebbe criticare, non considerandone però altri, inconsistente perchè l’esagerazione e la non – considerazione non possono che dar vita ad una critica romantica, ma poco realista. Dix, nelle sue opere, mette in evidenza ciò che abbiamo appena detto, dimostrando la cruda verità moderna. Dix non fu infatti un “critico trascendentale”, ma visse in prima persona il disgusto e gli orrori della società del suo tempo. Nei suoi dipinti rappresenta la vita stessa che frequentava regolarmente, dipingendo lo stazio della sua vita in trincea, tra corpi senza vita, coommilitoni mutilati, fango e pioggia; esattamente come descrive il suo rientro dal fronte in una Germania devastata e povera. Colora le strade di Berlino percorse da gente senza gambe e senza soldi, dipinge i salotti borghesi tra concerti e prostitute, da vita alla realtà contraddittoria e ingiusta della Germania del 1920. Se Otto Dix è un polemico protaginista della sua società che rigetta il suo disprezzo e il suo sdegno sulle tele dei quadri, cercando di distaccarsi interiormente da quei mali, Baudelaire decide di indagare quella stessa realtà diventando, non solo protagonista polemico e sedgnato, ma anche personaggio attivo che vuole vivere tutte le situazioni estreme e disagiate. Il legame che si instaura tra Dix e Baudelaire non è casuale, tanto che lo stesso Emilio Tadini, in un articolo del Corriere della sera del ‘97, scriveva:
” Di fronte alle prostitute stravolte e implacabili che appaiono in tante opere di Dix viene in mente quella limpida intuizione di Baudelaire, quando dice che proprio la prostituta rappresenta la sopravvivenza del selvaggio nel cuore stesso della civilizzazione ”
La critica di Baudelaire vuol’essere talmente realista, sviscerando le problematiche della società, che la sua vita estrema e spericolata può essere spiegata proprio in virtù di tale obbiettivo. Nell’opera “I fiori del male” , Baudelaire mette su carta le sue esperienze personali fatte di droghe, alcolismo, prostituzione, vita di strada e problematiche sociali della grande e fuligginosa periferia parigina. Il male di questo sistema attrae Baudelaire che proprio ne “I fiori del male” esprimerà un nuovo concetto di bellezza; quella moderna ed anticlassica, la bellezza del brutto, del maligno, l’attrazione e il fascino per tutto ciò che non è bellezza tradizionale; il carbone e il puzzo delle Banlieue contro il marmo bianco del Panthéon de Paris. Non è un caso se Victor Hugo, importante drammaturgo francese, diceva di Baudelaire:
“Quando si pensa a cos’era la poesia francese prima della sua comparsa, e quale ringiovanimento essa abbia avuto dopo di lui, quando si ponga mente un poco a quello che sarebbe stata senza la sua venuta; quanti sentimenti misteriosi e profondi che sono stati espressi sarebbero rimasti muti… Nessun artista è più adatto a mettersi in contatto con le forze della vita universale, più disposto a prendere incessantemente un bagno di natura.”
Ed effettivamente non sono stati poi molti gli intellettuali che come Baudelaire si sono gettati con così grande entusiasmo e coraggio nella giungla della società moderna per capirne i sentimenti, le mentalità e i problemi. Tanto che la figura del poeta maledetto, senza l’aureola, che vende la sua arte come una normale merce di consumo in una società di mercanti, è forse una delle creazioni più importanti e drammatiche di Baudelaire. Importante per aver messo in luce le nuove dinamiche egoiste, avare e mercantili su cui si fonda la struttura sociale moderna, drammatica perchè tali dinamiche colpiscono anche il mondo dell’arte, della creatività, della necessaria e libera fantasia umana.
Leopardi, Marx, Lowith e Russell tra moda, denaro, abbassamento culturale e conformismo
Se Otto Dix e Baudelaire incarnano la critica più sentimentale e senza mezzi termini, Leopardi, Lowith e Russell appartengono piuttosto alla critica più ragionata e filosofica.I primi ritrovano nelle esperienze personali uno strumento di denuncia, tanto che la loro critica parte dall’io e si estende alla società, i secondi rintracciano direttamente nella società gli aspetti negativi che sono costretti a subire di persona, partono quindi da un’analisi generale per capire come determinate dinamiche si impongano anche sull’io del singolo individuo.
Procedendo in ordine cronologico Leopardi è il primo a sollevare temi scomodi per la società del suo tempo. E’ bene ricordare che Giacomo Leopardi visse in un’Italia molto diversa da quella odierna; non ancora unificata, non ancora industrializzata, nonchè agricola e rurale, basata su una struttura sociale aristocratica ed eclesiastica. Eppure la sua critica ci appare ancora oggi molto attuale, nonostante la mostruosa industrializzazione, la globalizzazione e i mutamenti politici e storici che sono avvenuti. All’interno del suo sistema filosofico, quello materialista del pessimismo storico prima e di quello cosmico dopo, Leopardi tratta il tema importante della moda. La sua concezione riguardo la moda viene espressa nel “dialogo della mode e della morte” pubblicato per la prima volta dall’editore Stella nel 1827 nell’opera “operette morali” su cui è necessario soffermarsi un pò. Bisogna quindi premettere che le “operette morali” sono il punto d’approdo della svolta avvenuta nel 1819, la conclusione della “conversione filosofica” che portò Leopardi “dal bello al vero”. Il vero altro non è che la consapevolezza del dolore inevitabile e costitutivo dell’essenza umana. Si tratta di una sofferenza che non è più caratteristica tipica dei personaggi-eroi (come fu per Bruto e Saffo protagonisti di alcuni canti precedentemente scritti da Leopardi), ma diventa un’attributo comune e quotidiano, il bagaglio che ogni uomo qualunque si porta costantemente appresso durante tutta la sua esistenza. Le Operette morali sono precedute dalle “Prosette satiriche” – che Leopardi non darà mai alle stampe - delle prose, appunto, che vogliono essere uno strumento di satira punitiva e vendicativa contro la realtà di Leopardi, una società contemporanea ipocrita e corrotta; evidenziando ancora una volta la profonda spaccatura tra il semplice e glorioso passato di contro al complesso e misero presente (concetto inaugurato nel canto “Ad Angelo Mai”). Quando la rabbia bruciante di Leopardi si attenua e con essa tramonta la speranza, le ragioni strutturali del suo pessimismo storico vengono approfondite, approdando così ad un pessimismo onnicomprensivo, cosmico. Il progetto delle ”prosette satiriche” viene così abbandonato a favore appunto delle Operette Morali, prose ironiche e rassegnate, che non conservano più la rabbia e l’aggressività, ma diventano comprensive di un dolore che è ed è stato di tutti. Quest’opera è una risposta provocatoria di Leopardi al genere moderno e socialmente impegnato del romanzo storico. Leopardi, come sempre andando controcorrente, non si schiera dalla parte degli innovatori, dei moderni, ma risponde riproponendo utilizzando un genere antico quale l’apologo morale. Si tratta quindi di un’opera pressochè antitetica ai “Promessi Sposi” di Manzoni, ed anzi, assai polemico nei confronti del nuovo romanzo ottocentesco a cui Giacomo Leopardi contrappone una prosa umoristico – ironica, un gusto antiromanzesco e la contemplazione “della follia e della pena del nostro stare al mondo”. Il fatto realmente importante è quindi che nelle operette, l’elaborazione di una filosofia pessimista e negativa, comporta lo smontaggio dei falsi miti quali l’ottimismo spiritualista, la superbia teologica,ponendosi contro ogni pretesa di perfettibilità dell’essere umano, contro la fiducia nel progesso morale, negando ogni forma di antropocentrismo e qualsiasi finalismo provvidenzialistico. Il colloquio tra la Moda e la Morte poggia su questo nuovo sistema filosofico inaugurato da Leopardi con la pubblicazione delle “Operette morali”. La Moda, “vezzosissima dea”, non viene raffigurata con il sorriso e nemmeno come la dea moralista che davanti a tutti i mali dispone di un rimedio, ma viene descritta con l’aparezza diagnostica di un Leopardi disperatamente disilluso e disinacantato. La Moda si presenta alla Morte come sua sorella e durante il dialogo mette a nudo i suoi truci obbiettivi. La Moda si presenta quindi, più della Morte, come la vera dominatrice di un secolo vacuo, economicistico e mercantile. Come la sorella entrambe sono infatti figlie della Caducità che consuma con ferocia tutte “le cose di quaggiù”, ella diventa simbolo predominante di una società e di una collettività priva di qualsivoglia valore o ideale, senza una coscienza e senza alcuna memoria storica. Questa collettività dispersa e confusa, senza sogni nè ricordi è quindi manipolabile e mutevole, pronta a correre lì dove tira il vento. Il susseguirsi delle mode, l’abbracciare di volta in volta ciò che la dea Moda propone diventa realmente un’abbraccio con la morte; tanto che non stupisce che in un altro dialogo dell’operette, Elandro, discutendo con Timandro, affermi: “il mio cervello è fuori moda”. Ecco cosa pronunzia la Moda nel dialogo con la sorella:
“Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno.”
e poco dopo Leopardi rincara la dose:
“Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, e più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co’ loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di più, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell’umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische“
La moda diventa quindi una componente importante della filosofia pessimista di Leopardi; diviene la figura che aiuta la morte nel processo di sofferenza dell’individuo. Se però non ci limitiamo a considerare la moda all’interno della filosofia leopardiana, ma la consideriamo come “distaccata ed esterna” dal sistema pessimista, ci accorgiamo della modernità e dell’attualità di certe analisi. La critica di Leopardi solleva infatti il problema che la moda non è un’elemento costitutivo dell’uomo, ma anzi, è proprio l’uomo che subisce, come per la morte, la violenza della moda. Noi oggi potremmo dire che la moda sembra essere un meccanismo messo in modo dall’uomo che, non riuscendolo più a controllare, ne è rimasto schiavo. L’altro aspetto molto attuale della critica leopardiana è il fatto che la moda, parimenti alla morte, contribuisce allo svilimento dell’individuo. Quanto sia attuale e moderna questa critica è evidente; basti pensare al legame che esiste tra sistema capitalista e mentalità consumista. Risulta infatti chiaro come il sistema capitalista necessita di una mentalità consumista e di una comunità che basa il proprio essere sul divenire della moda e delle apparenze, parimenti, però, proprio questa mentalità “da consumo” e da mercante necessita di un sistema in grado di colmare queste necessità; ovvero necessita proprio della società capitalista. Questi due aspetti sono fondamentali per analizzare la nostra società poichè possiamo dire che la moda non solo è prodotto del sistema capitalista, ma la sua esistenza basata sul consumismo simisurato implica il capitalismo stesso. Se per Leopardi la moda diventava quindi sorella della morte all’interno del suo pessimismo cosmico, per noi posteri la moda appare come l’ennesima forma di alienazione dell’individuo moderno che rimane incastrato dei meccanismi che ha messo in moto. In tal senso possiamo affermare che il problema della moda sollevato da Leopardi, va di pari passo con un’ altra problematica su cui si concentra il letterato di Recanati: la monetizzazione della vita. Tra il 1826 e il 1828 Leopardi è impegnato nell’esperienza giornalistica con “Lo spettatore fiorentino” con cui porta avanti un’accanita protesta contro la mentalità consumista del suo tempo.Alcuni versi tratti dal canto “Il pensiero dominante” , sempre di questo periodo, sono chiari e non lasciano spazio a incomprensioni: “questa età superba, [...] stolta, che l’util chiede, e inutile la vita, quindi più sempre divenir non vede”. Per Leopardi, in un mondo inetto e mercificato, l’unica via di salveza, l’unico processo di emancipazione, è possibile solamente dando “pregio” all’inutilità perchè: “quando tutto è utile, resta che uno prometta l’inutile per ispeculare” . In tal modo ci si libera così da una prigione quotidiana dove domina l’economia e la statistica, in cui la parola d’ordine dei “nuovi credenti” è “consumare!”, “usare!”. Nei “Pensieri” la critica contro la monetizzazione della vita si fa ancor più tagliente e polemica, tanto che Leopardi stesso afferma di essere fermamente contrario “a negozianti ed altri uomini dediti a far danari”, “eroi vili del mercantilismo contemporaneo”. Per il poeta la divinizzazione dell’utile, il rendere sacro il consumo, porta anche a divinizzare la moneta, il medium che permette lo scambio. Tale processo, a lungo andare, porta l’uomo ad identificarsi con i soldi che possiede come spiega in questo passo:
“Quasi che gli uomini, discordando in tutte l’altre opinioni, non convengano che nella stima della moneta: o quasi che i danari in sostanza sieno l’uomo; e non altro che i danari: cosa che veramente pare per mille indizi che sia tenuta dal genere umano per assioma costante, massime ai tempi nostri. Al qual proposito diceva un filosofo francese del secolo passato: i politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano d’altro che di commercio e di moneta. Ed è gran ragione, soggiunge qualche studente di economia politica, o allievo delle gazzette in filosofia: perché le virtù e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento dell’industria; la quale provvedendo alle necessità giornaliere e rendendo agiato e sicuro il vivere a tutti gli ordini di persone renderà stabili le virtù, e proprie dell’universale. Molto bene. Intanto, in compagnia dell’industria, la bassezza dell’animo, la freddezza, l’egoismo, l’avarizia, la falsità e la perfidia mercantile, tutte le qualità e le passioni più depravatrici e più indegne dell’uomo incivilito, sono in vigore, e moltiplicano senza fine; ma le virtù si aspettano.”
Moda e denaro diventano quindi forme di alienazione, processi distorti che schiavizzano l’uomo. Questo, paradossalmente, gioisce sia davanti all’utile, sia davanti alla moda, non rendendosi conto che entrambe sono processi dannosi per la sua stessa esistenza, nel senso che rendono l’uomo schiavo delle sue creazioni. Leopardi sembra quindi anticipare di qualche anno un altro critico radicale della società moderna: Karl Marx. Ci troviamo ovviamente su due piani completamenti diversi: il primo è un poeta che sviluppa la sua critica in modo filosofico e classico, il secondo svolge una critica economico – filosofica volta a creare un sistema “scientifico”. Nonostante l’enorme diversità d’intenti e di critica, entrambe intravedono nel denaro il medium dei rapporti sociali che, da rapporti umani, diventano rapporti disumanizzati tra oggetti. Il passo che quindi compie Marx è davvero fondamentale in questa nostra analisi. Egli intende infatti mutare la sostanza della critica della società che non risulta essere più basato solamente su riflessioni filosofiche, giuridiche, politiche, storiche, ma di strutturarla su quella nuova “scienza economica” che era stata inaugurata da Adam Smith e David Ricardo. Se quindi Leopardi si limita a criticare la società mercantile e modaiola, Marx non si limita ad una critica moralista della proprietà privata e del denaro, non si limita neppure a proporre il loro superamento in una società comunista, ma si impegna nello studio per comprendere le dinamiche, i funzionamenti e la genesi di tali processi. Senza considerare il Marx del “Il Capitale”, ormai incastrato nella sua stessa logica materialistico – storica, è curioso analizzare le teorie sul denaro sviluppate dal Marx degli “Estratti dal libro di James Mill: Elèments d’èconomie politique”. Per Marx, Mill coglie l’aspetto fondamentale della società moderna, ovvero che il denaro diventa il “mediatore dello scambio”. Anche per Marx il problema cruciale stà nel fatto che, nella società moderna, nei rapporti tra uomini si è inserito questo strumento di mediazione. Per capire la critica di Marx bisogna partire dal presupposto che l’uomo viente inteso come animale sociale; un animale che, per natura, nella sua vita crea inevitabilmente dei rapporti di interdipendenza con altri animali dello stesso genere; tanto che il lavoro degli altri esseri umani soddisfa i bisogni del singolo, esattamente come il lavoro del singolo soddisfa i bisogni e le necessità di tutti gli altri simili. Il fatto che l’uomo si distacchi dalla vita naturale vera e propria tramite il lavoro, che implica che non possa esserci autosufficienza, implica che la vita del singolo è possibile solo nell’interazione e nello scambio con altri appartenenti alla stessa specie. Questo tipo di interdipendenza avviene però unicamente secondo due modalità: quella in cui vi è un’organizzazione intenzionale apriori e l’altra attraverso la mediazione non intenzionale del denaro. Il primo metodo si basa su una cooperazione tra individui i quali si organizzano riguardo al contributo che ogni individuo darà alla vita degli altri. Il secondo caso, detto dei produttori indipendenti, ogni individuo produce e vende singolarmente in modo da beneficiare di un guadagno necessario per colmare i propri bisogni e le proprie necessità. La forma più sviluppata e complessa di cooperazione sociale mediata dal denaro è la forma capitalistica in cui anche il lavoro umano diventa una merce, dal momento che esistono persone che non vivono producendo e vendendo i loro prodotti, ma vivono vendendo il proprio lavoro. Il denaro presuppone quindi il concetti di proprietà privata e diventa un tutt’uno con questa. Risulta infatti evidente che per vendere qualche cosa devo inevitabilmente esserne anche il proprietario. L’aspetto però più importante è che nella mediazione del denaro, il singolo individuo subisce “un processo di svuotamento che Marx chiama “alienazione”. Nel rapporto sociale mediato dal denaro l’uomo viene a mancare l’aspetto carine della sua socialità, tanto che egli non interagisce più consapevolmente con i simili, ma basa i suori rapporti sulla vendita di ciò che possiede e sull’acquisizione di ciò che non ha e gli è necessario. L’uomo rimane quindi schiavo del denaro nel senso che il singolo delega al denaro la sua relazione con gli altri simili, generando così dei rapporti sociali disumanizzati:
“attraverso questo intermediario estraneo – mentre è l’uomo stesso che dovrebbe essere l’intermediario per l’uomo – l’uomo vede la sua volontà, la sua attività e il suo rapporto con gli altri come una potenza indipendente da lui e dagli altri”
Risulta chiaro che l’unico linguaggio possibile nella società moderna è il linguaggio degli oggetti; l’unico linguaggio comprensibile è quello dei nostri oggetti in relazione tra loro. Andando più a fondo nel problema il denaro non solo disumanizza i rapporti sociali ma nasconde la necessità dell’interdipendenza tra uomini dietro l’apparenza dell’indipendenza, dal momento che, in linea teorica, un proprietario indipendente potrebbe anche scegliere di non aver alcun rapporto con gli altri. Non a caso Marx afferma riguardo all’individuo moderno che il “il vincolo essenziale che lo lega all’altro uomo“ gli appare come inutile, “anzi la separazione dall’altro uomo gli appare come la sua vera esistenza“; la critica al sistema del liberalismo individualistico è evidente e tenace. La conclusione del ragionamento marxiano è scontata: l’individuo si trova estraniato sia nel rapporto con gli altri individui, quanto nella sua attività lavorativa. Per l’uomo moderno l’altro individuo diventa a tutti gli effetti, all’interno dei processi egoistici di scambio, un quid da sfruttare al massimo mentre il lavoro non è più da intendersi come rappresentazione della vitalità umana, ma come peso del quale si farebbe a meno se non fosse unicamente necessario per la sopravvivenza stessa.
Marx ha quindi provato a capire i reali meccanismi della società moderna, interrogandosi sul denaro e sul suo peso nei rapporti sociali. La sua visione escatologica però gli impedisce un’analisi critica altrettanto feconda su un altro problema attuale di capitale importanza: quello del mito del progresso e dell’abbassamento della cultura media. Quest’altra problematica va di pari passo con quella della moda sollevata da Leopardi e quella del denaro sviluppata da Marx. Se il denaro disumanizza i rapporti sociali e se la moda e il consumismo portano l’uomo verso la mercificazione della vita delle idee e dei valori, è inevitabile che la conseguenza successiva sia un drastico abbassamento delle potenzialità culturali e sociali di una comunità che, per sopravvivere, non solo deve sempre più basare la propria esistenza sulla moda, sul denaro e sulla cadua di quello che gli antichi romani chiamarono mos maiorum, ma deve necessariamente volgersi al progresso intendendolo come Deus ex machina. Il progresso diventa quindi una via di fuga dai problemi moderni, ciò che interviene in modo risolutivo su questioni intricate e complesse.Il presupposto fondamentale di Lowith è che l’uomo moderno confonde il concetto di “sviluppo” con quello di “progresso”. Entrambe sono effettivamente sintomi del “divenire”, ma lo sviluppo non comporta necessariamente un progresso, mentre un progresso necessita inevitabilmente di uno sviluppo. A tal proposito Lowith apporta alcuni esempi chiarificatori:
“In un tempo in cui la dimensione futura sia eliminata, nella circolarità di un eterno presente, sviluppo e progresso sarebbero superati. [....] Le acque di un fiume si muovono verso qualcosa, ma la corrente non rappresenta un progresso. Tutti gli esseri viventi organici si muovono sviluppandosi, ma non progrediscono. Il seme che si sviluppa cresce e diviene albero, un uovo fecondato diventa animale adulto, l’embrione umano diviene uomo adulto. [....] (l’uomo) non può inoltre semplicemente svilupparsi, bensì, se vuole vivere da uomo, deve fin dagli inizi progredire da sè. [...] L’uomo biologicamente adulto non è eo ipso un uomo interamente sviluppato, maturo. La maggior parte degli uomini restano per tutta la vita bambini cresciuti, immaturi, infantili. E’ chiaro quindi che non basta per diventare uomini svilupparsi naturalmente, sono necessari ancora avanzamenti e progressi.”
Questo divenire è sintomo di uno sviluppo ma non di un progresso appunto.Ne deriva che il concetto di progresso è accostabile unicamente all’esistenza di homo sapiens. Dio risulta infatti essere perfetto in quanto summa delle migliori qualità umane elevate al massimo grado. Se noi ipotizzassimo di cambiare alcune caratteristiche di Dio, questo implicherebbe una sua precedente imperfezione. Anche gli animali a loro modo sono perfetti in quanto un seme di faggio è destinato fin dalla sua comparsa a diventare un faggio. L’embrione umano è ugualmente destinato a diventare un uomo adulto ma, come abbiamo letto, nell’uomo, oltre agli aspetti puramente fisici, vi sono da prendere in considerazione anche gli aspetti mentali. Questa caratteristica tutta umana di non raggiungere mai un culmine delle proprie conoscienze mentali ci permette di affermare che il progresso sia solo ed unicamente prerogativa umana. Un faggio non potrà mai sentirsi troppo stolto e immaturo per poter ricercare la maturità. Questo scaturisce anche dal fatto che l’uomo, sviluppando le sue capacità mentali, è l’unico animale in grado di sviluppare una coscienza su di sè e sulle proprie azioni, capendo che alla sua base vi è la volontà di vivere. L’uomo vuole e desidera la vita. Possiamo dire che è l’unico in grado di capire in maniera attiva e non passiva la propria esistenza. Ciò che abbiamo appena detto è facilmente deducibile dal momento che, quanto per il ragno è naturale costruire la sua tela, così per l’uomo è altrettanto naturale “denaturalizzare” la natura. Per noi è naturale produrre utensili, cultura, poesie, ragionamento, politica. Non vi è alcuna differenza concettuale tra l’uomo moderno che necessità di studiare i sistemi stellari e l’uomo che sentì la necessità di studiare come accendere il fuoco. La differenza tra noi e gli animali “inferiori” sta che nell’uomo tale atteggiamento naturale può appunto progredire . La tela del ragno infatti è costruita in modo meticoloso ed eguale da millenni, mentre c’è una differenza abissale tra i ponti in legno costruiti tremila anni fa ed i ponti antisismici costruiti al giorno d’oggi. A seguito di questa sua definizione di progresso, Lowith inizia a considerare cosa fosse il progresso nelle varie epoche storiche. I Greci, ad esempio, temevano il progresso, come testimonia il mito di Prometeo. Stesso discorso vale per la tradizione latina, come ricordano alcune frasi di Lucrezio. Con l’avvento del cristianesimo prende piede la convinzione di una vita ultra terrena e quella del giudizio universale; nè risulta che l’uomo inizia ad avere una timida fiducia nel progresso. Il positivismo, che cadde solo dopo le due guerre mondiali, osannava invece le scienze e la fiducia nelle tecnologie, esattamente quando i fedeli credono fermamente in un unico Dio. Ma oggi – si chiede Lowith – cos’è il progresso? Il nostro mondo altamente tecnologico e scientifico ci ha imposto che il progresso debba essere indispensabile. A differenza del positivismo però, l’uomo moderno non si interroga minimamente su questa stessa fiducia progressista, ma lo accetta dogmaticamente ed acriticamente. L’uomo moderno pare non sia in grado di vivere senza progresso alcuno, ma questo nuovo concetto radicalizza il progresso fino a creare una visione filosofica secondo cui noi viviamo solo in rapporto al futuro. Il progresso sta quindi subendo un processo di secolarizzazione. Proprio questo moderno e radicale concetto di progresso sta alla base della caduta delle idee “non omologate”, o semplicemente diverse; sta determinando l’abbassamento della cultura media e la decadenza delle peculiarità culturali delle diverse nazioni e dei rispettivi popoli. La rappresentazione politica di questo nuovo processo è il sistema globale. In realtà Lowith non stà assolutamente muovendo una critica al progresso, anzi no è un convinto sostenitore, ma in un senso nettamente più profondo, toccando temi delicati con una visione cosciente e naturalista che si pone in netta antitesi al progresso a cui oggi aderiamo. Ciò che è fondamentale è che un progresso così gestito non può che distruggere quegli stessi equilibri “tradizionali” su cui il progresso stesso deve la sua esistenza. Il progresso moderno descritto abilmente da Lowith non può quindi che abbracciare la causa del consumismo, della moda, del denaro, nonchè considerare solo la scienza e la cultura che più si addice al desiderio comune di progresso:
( continua )
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