



Perdonami Florian ma questo mi sembra voler dare la colpa a fattori esterni di qualcosa che rimane libera responsabilità individuale. Penso si possa concordare che ciò che importa è, diciamo, l'interiorità e non i fattori ad essa esterni, quali appunto la proprietà. Il Certo, i fattori esterni incidono sull'interiorità ma non esageriamo a parlare di costrizioni. Anche perché parlassimo di costrizioni, per definizione, non potremmo più parlare di liberalismo.
La tua critica alla, chiamiamola pasolinianamente, civiltà consumistica è tutto fuorché infondata. Ma come la proponi, e come a mio modesto parere la poneva Pasolini, semplicemente la esageri, a causa di un'astrattezza intellettuale di fondo. Io sono altrettanto astratto ma cerco però di rendermene conto e di trarne le conseguenze logiche. Il discorso che tu e Pasolini fate -ormai vi ho accomunati, spero non ti offenda- è quello, fondamentalmente di destra, della perdita della cultura e delle tradizioni specificatamente, forse di questo non te ne accorgi, popolari. Perché è chiaro che le élites, intendendo col termine una parte della popolazione certo minoritaria, ma non irrisoria, in quanto tali siano capaci di "difendersi". Allora, vi preoccupate del popolo. Ma davvero pensate che la vita delle persone comuni, al di là delle idealizzazioni, fosse, per parlarci schiettamente, tanto meglio in un certo passato? Tendo a diffidare di queste idee, da sempre si idealizza il passato, già gli antichi romani furono protagonisti dell'abitudine e già loro se ne resero conto.
Comunque, what's the matter now? Adesso dobbiamo occuparci -dobbiamo in senso politico, poi ognuno nella vita fa ciò che preferisce- del limitare i contro e aumentare i pro della civiltà contemporanea. Anche su questo, con un po' di buon senso, penso si possa infine concordare.
Quello che mi parrebbe giusto è potersi sentire qualcosa indipendentemente dai possessi materiali. Guarda che non nego che siano necessari. Dico che non sono sufficienti. E comunque porla così mi sembra proprio ultramaterialista...:sofico:Un tempo conservatrici erano le èlites, oggi, al contrario sono le masse. Purtroppo per esse non esistono partiti in grado di raccogliere questo desiderio di conservazione e di veicolarlo attraverso un programma politico. Si inseguono rivoluzioni, si impongono continui allentamenti di vincoli e cessioni di sovranità. Tutto il contrario di quanto tanti cittadini chiedono: ovvero tornare ad una situazione in cui essi possedevano qualcosa, grazie alla quale era permesso loro di sentirsi qualcosa.
Questo mi sembra veramente troppo. Accidenti, come nessuna identità è possibile? Io penso che le identità personali siano liberamente costruite e formate. Se poi intendi l'impossibilità di identità in senso pirandelliano posso capire, ma altrimenti il tuo discorso mi sembra folle. Forse nel tempo della chiusura delle classi sociali nessuna identità era possibile (ma io direi era più difficile). Io ho la mia identità, e francamente penso anche tu la tua.Quando ancora esistevano le classi, che si era borghesi o proletari, vigeva l'orgoglio di appartenenza, la consapevolezza di incarnare un'identità sociale, una storia, una tradizione. Nel cosiddetto "ceto medio", frutto dell'americanizzazione dei costumi e del capitalismo democratico, punto d'arrivo della destra e della sinistra "riformiste", nessuna identità è più possibile e al tempo stesso nessuna conservazione è necessaria. Ma l'ideologia del Progresso ancora una volta si è scontrata con la natura umana che esige conservazione in quanto è conservatrice essa stessa.
Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)


Credo non ci siamo intesi riguardo questi due punti.
Riguardo il primo, quando parlo di "possedere qualcosa" non mi riferisco, e l'ho specificato prima, a qualcosa di necessariamente materiale. Ad esempio, per dirne una, gli inglesi posseggono l'Istituzione monarchica di cui vanno legittimamente fieri. Per cui, anche in un'epoca altamente globalizzata come l'attuale, possono vantarsi di avere la Regina.
Circa infine l'identità, non parlavo dell'identità in senso meramente letterale, ovvero di ciò che siamo in persona, ma di un'identità sociale, nazionale, religiosa, che si va via via perdendo a vantaggio di un'uniformità della specie. Alla fine anche questa è una perdita perchè se è vero che l'uomo, come diceva Aristotele, è un "animale sociale" deve sentirsi parte di un'identità sociale. Non basta dire "io" sono cattolico, bisogna che tale persona condivida coi propri vicini questa "cattolicità", idem per l'appartenenza ad una patria o ad una classe (quando non esisteva ancora il ceto medio, dirsi "borghesi" o "proletari" era una vera e propria dichiarazione d'identità).
Io penso, come ho avuto modo di dire, che l'identità sociale, così come il possesso di qualcosa di immateriale, sia qualcosa che arricchisca e gratifichi profondamente, molto più di un mero benessere economico. Questo ho inteso dire.
SADNESS IS REBELLION


Però vedi, il problema dell'uniformità mi pare si ponesse molto di più in un tempo passato. L'unità della specie in sé conta il giusto, se la specie non la conosciamo. Mi sembra pacifico che in un tempo antico si sentisse più di oggi, certo non meno, la necessità dell'uniformità. E la violenza verso il diverso, si pensi alla secolare questione ebraica, non era certo meno pervasiva.
Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)




Infatti il rischio sempre presente in chi difende con forza l'identità e l'appartenenza è il rifiuto a volte brutale e disgustoso del "diverso", a tutti i livelli. Sicuramente una presa di distanza da questi rischi è stata necessaria e positiva. Col tempo, però, grazie anche al progresso della tecnica, mi sembra si sia andati oltre nel senso opposto. Ovvero che per escludere un potenziale crimine si costringa l'uomo a perdere dei suoi caratteri di umanità, come quello, naturale, di sentirsi legato ai suoi vicini, al suo territorio, parte di una comunità culturale prima ancora che politica.
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Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



