In molta stampa, descrivendo la spaccatura in due del Partito Democratico, per definire l’ala centrista e ultramontiana del partito viene utilizzato l’aggettivo inglese “liberal”. Questo uso invalso mi sembra sia un grandissimo fraintendimento. Non solo il significato reale del termine non coincide con quello in questi frangenti utilizzato, ma per molti versi è addirittura opposto.
Per farla breve, pare quasi che il tipico liberal sia Matteo Renzi. Per quello che dice, è un’idea totalmente falsa. Renzi è forse un democristiano clintoniano, a voler esser generosi, ma non un liberal.
Il termine liberal ha un solo e chiaro punto di riferimento, parte della sua stessa reale definizione, ed è il New Deal del presidente Roosevelt.
Liberal non è infatti chi si adegua all’ortodossia economica liberista o neoliberale che tanti danni ha finora procurato al mondo intero, finendo per portare per davvero in molti casi miseria, terrore e morte.
Liberal non è chi ritiene che l’ineluttabile destino dell’Italia sia quello di cancellare tutte le conquiste storiche del movimento sindacale, a cominciare dall’art. 18 e dal contratto collettivo nazionale. Per di più, esplicitandolo chi più o chi meno, costoro ritengono necessaria una tale direzione per via della globalizzazione. Così, volendo dimostrarsi realisti e “moderni”, mostrano in realtà di avere una ben triste visione della globalizzazione, ritenuta evidentemente un male da subire. Inevitabilmente, non possono più condividere l’idea di progresso, e quindi non hanno alcun diritto di definirsi di sinistra.
Un liberal vuole sentir parlare senza vergogna di intervento statale nell’economia, di sostegno pubblico alla domanda aggregata. Una parola d’ordine di Ugo La Malfa, che come si dice non era esattamente un noto bolscevico, era programmazione. Programmazione economica, programmazione salariale.
Il problema è che la classe dirigente di origine comunista, avendo scoperto l’inefficacia e l’incompatibilità con la libertà del socialismo reale, è passata direttamente da Marx ad Adam Smith, cercando di adattare quanto più possibile alle più timide esigenze della sinistra il sistema economico liberista.
Un liberal ritiene prioritario il concetto di separazione di Chiesa e Stato. E’ assolutamente, in ogni cosa, laico.
E’ interessato soprattutto a condurre una battaglia per il miglioramento della società. Vuole creare per davvero una società di liberi e di uguali, laddove il liberalismo classico e il marxismo hanno fallito.
Per questo, è per lui prioritaria la lotta contro ogni “discriminazione” (come viene chiamata impropriamente), contro ogni razzismo, contro l’omofobia. E’ davvero lotta dura, non negoziabile.
E’ pronto ad agire con decisione e forza attraverso lo strumento legislativo per vincere questa lotta.
Non teme quindi, non ha voce flebile, quando per esempio richiede il diritto della persona a scegliere per la sua vita, e anche per la sua morte.
Un liberal sostiene lo stato di Israele, e ritiene prioritario il suo diritto ad un’esistenza sicura. E’ nemico dichiarato del terrorismo e di ogni fondamentalismo religioso. Vuole sgombrare il campo da ogni equivoco che veda la sinistra fiancheggiatrice del fondamentalismo islamista e di gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas. Il fatto che questi movimenti abbiano un radicamento popolare non li giustifica, ma li rende pericolosi.
Un liberal vuole che la politica estera del suo paese non sia mai servile. Non fa qualcosa che non ritiene del tutto giusto solo perché vuole mostrare all’amministrazione americana di turno di essere un alleato “affidabile”. Non si mette a fare due guerre del Golfo e a bombardare Belgrado aspettandosi in cambio riconoscimento.
Un liberal vede con una certa preoccupazione la prospettiva di "un'Europa dominata dalla Germania" e in particolare le politiche economiche imposte.
Un liberal pensa che spesso, quando si vuole essere “realisti” (termine contraddittorio, nella sua valenza politica bismarckiana, con liberal) si è solo pavidi.
Un liberal non si attacca alla formuletta politica della necessarietà dell’alleanza con l’UdC. Una formuletta che è divenuta postulato, priva di reali basi razionali. Un liberal non può considerare suo alleato nazionale il partito di Casini, quando non c’è la necessità. E siccome questa necessità ora non c’è, il risultato che si ottiene è quello di deludere, forse irrimediabilmente, la vasta opinione pubblica progressista, che vede con incredula gioia la reale possibilità di un governo e di una maggioranza politica sua piena espressione, e che non perdonerebbe mai a Bersani il
non aver voluto sfruttare questa opportunità.
Un liberal chiede quindi l’ascesa di una classe dirigente nuova, semplicemente democratica. Che non si compiaccia delle sue inflessioni dialettali, ma ambisca anche ad un linguaggio capace di generare speranze e sogni in chi lo ascolta.
Un liberal si ispira alla lezione di John Maynard Keynes. A Beveridge; a Ted Kennedy e ad Abraham Ribicoff; a Galbraith e a Schlesinger; al programma di Clement Attlee.
Un liberal potrebbe, forse, vedere in Civati una speranza alle primarie del centrosinistra.




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