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Discussione: Homo ciellinus

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    Predefinito Homo ciellinus

    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 75/12 del 18 settembre 2012, San Giuseppe da Copertino

    Homo ciellinus

    L’amicizia tra don Giussani e il buddista Shobo Habukawa, in perfetta comunione (senza liberazione) col relativismo ecumenista di Joseph Ratzinger.

    Il monaco buddhista Shingon, Shobo Habukawa, racconta il suo incontro con il fondatore di CL e la loro comune ricerca dell'Infinito.

    RIMINI, martedì, 21 agosto 2012 – Al suo ingresso nella sala B7 di Riminifiera, è stato accolto da un caloroso applauso (è una non notizia: al meeting i ciellini applaudono tutti, ndr). Il volto e la voce di Shobo Habukawa sono ormai familiari al pubblico del Meeting al quale il monaco buddhista Shingon, Abate del Muryoko-in Temple, ha partecipato per la prima volta nel 1988.
    Il convegno Homo religiosus è stata l’occasione per celebrare i venticinque anni del primo incontro tra Habukawa e don Luigi Giussani. L’amicizia tra l’esponente del buddhismo Shingon e il fondatore di Comunione e Liberazione non fu soltanto un fulgido esempio di dialogo interreligioso ma soprattutto un intenso percorso comune di due uomini di culture tra loro lontane ed assai diverse, eppure felicemente convergenti nella ricerca dell’infinito.
    La tavola rotonda è stata l’occasione per invitare il pubblico del Meeting a visitare la mostra Il Koyasan. La montagna sacra del Buddhismo Singon Mikkyo che don Giussani ha tanto amato.
    Come ha sottolineato la presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, quello dell’homo religiosus è da sempre “un tema forte del Meeting”. Homines religiosi per eccellenza sono stati sia don Giussani che il reverendo Habukawa, non tanto perché rappresentanti dei rispettivi cleri, quanto per la loro profonda attenzione alla natura dell’uomo e alla sua incapacità di limitarsi alle realtà “orizzontali”.
    Come rammentato dalla presidente del Meeting, Habukawa considera il suo incontro con don Giussani, avvenuto presso il monastero del Monte Koya, il 28 giugno 1987, come un momento spartiacque della propria vita. “Don Giussani mi ha sempre parlato del mistero e lui stesso è segno del mistero presente”, dichiarò anni fa il monaco giapponese.
    Assente giustificato all’incontro è stato il cardinale belga Julien Ries. Ricevuta all’età di 92 anni, la porpora cardinalizia da Benedetto XVI, lo scorso febbraio, durante l’ultimo concistoro, Ries, professore emerito all’Università di Lovanio, è considerato il maggiore studioso vivente di antropologia della religione.
    Ospite di ben 17 edizioni del Meeting negli ultimi 30 anni, il porporato belga è ancora chiamato affettuosamente il “professor Ries” dagli habitués della kermesse riminese.
    In un filmato proiettato al convegno di ieri pomeriggio, il cardinale Ries ha spiegato in termini sintetici la natura dell’homo religiosus, ovvero di colui che “qualunque sia il contesto storico in cui è immerso, crede all’esistenza di una realtà assoluta, il Sacro, che trascende questo mondo ma si manifesta e, così facendo, lo santifica e lo rende reale”.
    L’homo religiosus, ha spiegato l’antropologo, diventa tale quando entra in contatto “con un evento che gli mostra la trascendenza”. Un tipo umano, dunque, agli antipodi con l’uomo a-religioso - specifico di quest’epoca – incapace di prestare attenzione alle realtà fondamentali sull’esistenza umana e sul creato.
    Ries ha anche reso omaggio alla figura di don Giussani, individuando nel Meeting di Rimini, “una delle più grandi risposte al ‘68”, anche per le virtù carismatiche dello stesso Giussani, “per la sua fede, per come comunicava la fede e per la sua attenzione ai giovani”.
    Il reverendo Habukawa ha ringraziato il pubblico della calorosa accoglienza con un inchino e con un breve saluto in italiano: “Buonasera, vi ringrazio”. Ha poi rievocato l’esperienza del Meeting di Tokyo dello scorso ottobre e, soprattutto, “i 25 anni dell’amicizia tra Italia e Giappone”, con riferimento al suo primo incontro con don Giussani.
    L’amicizia con il fondatore di Comunione e Liberazione, dura da un quarto di secolo, ha spiegato Habukawa, perché “sovrasta la morte”. Un tratto comune tra questi due uomini di paesi e culture lontanissimi è proprio la convergenza con il pensiero del fondatore del buddhismo Shingon, Kobo-Daishi, che invitava a “osservare tutte le cose con la massima e più profonda attenzione”.
    Di Giussani, il monaco buddhista giapponese apprezzava a sua volta, l’inclinazione alla “apertura del cuore a tutte le cose”, che sta a significare che “io esisto con tutto l’universo”. È in questi termini che l’uomo diventa religioso: quando sviluppa, “una tenerezza, un amore per tutto ciò che esiste”, ha spiegato Habukawa.
    Il rapporto dell’uomo con l’infinito, tema dell’attuale edizione del Meeting, è riscontrabile nel Mistero che si annida in ogni singolo fenomeno dell’universo, a partire, ad esempio, dal susseguirsi delle stagioni, ha aggiunto il monaco Shingon.
    Habukawa ha poi raccontato dell’interesse che don Giussani mostrò per la statua di Kannon, la divinità che, con le sue mille braccia, realizza la salvezza di tutti gli esseri umani. Secondo il sacerdote di Desio, quel simulacro faceva comprendere ai cristiani cosa fosse la misericordia di Dio.
    Ha chiuso il ciclo di interventi don Stefano Alberto, professore di introduzione alla teologia all’Università Cattolica di Milano. Al pubblico del Meeting, don Alberto ha raccontato altri episodi dell’amicizia tra il fondatore di CL e il monaco del Monte Koya.
    Quando Habukawa andò a Milano a far visita all’amico sacerdote, al momento del congedo, a mani giunte, si sporse dal finestrino dell’auto che lo riaccompagnava in aeroporto, senza mai distogliere lo sguardo da don Giussani. Quest’ultimo, poi, disse commosso: “Se quest’uomo fosse nato duemila anni fa, al tempo di Gesù, sarebbe stato uno degli apostoli”.
    Don Alberto ha poi riflettuto sulle sfide dell’homo religiosus di oggi: l’alternativa, in tal senso, è tra “la chiusura della ragione nei confronti della realtà in un mondo auto-costruito” e “l’apertura alla totalità del reale fino al riconoscimento del Tu-che-mi-fai”.
    Per usare le parole di Benedetto XVI, durante la sua visita al parlamento tedesco dello scorso settembre, la vera urgenza è quella di “tornare a spalancare la finestra del bunker della ragione positivista che impedisce la consapevolezza della dipendenza dall’infinito”.
    “A noi il senso religioso serve per accorgersi che, nel Mistero che si fa uomo, tutto diventa interessante”, ha poi concluso il teologo.

    ZENIT - "La mia amicizia con don Giussani va oltre la morte"


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