E veniamo al primo grado: l’avvocato di Libero era piuttosto noto perché
non presenziava quasi mai alle udienze, preferendo mandarci sempre un sostituto sottopagato, peraltro bravino. E qui, il giorno della sentenza, accadde un fatto decisamente singolare. Il giudice, una donna, lesse il dispositivo che condannava Sallusti a pagare circa 5mila euro e Andrea Monticone a pagarne 4000 (più 30mila di risarcimento, che nel caso dei magistrati è sempre altissimo) ma
nelle motivazioni della sentenza, depositate tempo dopo, lo stesso giudice si dolse di essersi dimenticato di prevedere una pena detentiva.
Un’esagerazione? Si può pensarlo.
Tant’è, ormai era andata: sia il querelante sia la Procura
sia gli avvocati proposero tuttavia appello (
perché in Italia si propone sempre appello, anche quando pare illogico o esagerato) e la sentenza della prima sezione giunse il 17 giugno 2011. E qui accadeva un altro fatto singolare:
l’avvocato di Libero tipicamente non si presentò in aula e però neppure il suo sostituto: il quale, nel frattempo, aveva abbandonato lo studio nell’ottobre precedente come del resto la segretaria, entrambi stufi di lavorare praticamente gratis.
Fatto sta che all’Appello dovette presenziare un legale d’ufficio –
uno che passava di lì, letteralmente – sicché la sentenza cambiò volto: come richiesto dall’accusa, Monticone si beccò un anno con la condizionale e Sallusti si beccò un anno e due mesi senza un accidente di condizionale, e perché?
Perché
aveva dei precedenti per l’omesso controllo legato alla diffamazione.
Il giudice d’Appello, in pratica,
recuperò la detenzione che il giudice di primo grado aveva dimenticato di scrivere nel dispositivo.
Una lettura della sentenza peraltro permette di apprendere che
la condizionale viene negata «ai sensi dell’articolo 133 del codice penale», e cioè – oltre che per gli altri procedimenti penali subìti da Sallusti come giornalista –
a causa della sua «pericolosità» e dunque nel timore, se lasciato a piede libero, che possa commettere altri temibili reati. Da qui la condanna non sospesa, nonostante Sallusti non abbia cumuli di condanne con carcerazione e abbia solo delle condanne indultate o trasformate in pena pecuniaria, nessuna delle quali – attenzione – per articoli da lui scritti:
sono tutte per cosiddetto «omesso controllo» e dunque per un reato colposo per definizione, ciò che vede molti suoi colleghi in condizioni ben peggiori delle sue.
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