Non siamo soliti innestare polemiche ma ci sono volte che non possiamo far finta di nulla. È il caso dello scritto di Filippo Giannini, Nazifascismo o… Nazionalsocialismo e Fascismo. Il titolo lascerebbe intravedere una qualche attenta analisi, mentre nella lettura (alla quale vi lasciamo con le nostre risposte in rosso) capirete in realtà che trattasi di ben altro… Marco Linguardo

Non era ancora finita la guerra 1939-1945, che l’antifascismo coniò il termine “nazifascismo”. Il motivo è palese: si vogliono accorpare le responsabilità sulle infamie – reali, presunte o costruite che siano – del nazionalsocialismo con il fascismo.

Iniziamo con lo studio della costruzione della frase, che è chiaramente impostata in modo tale che la parola “infamia” venga associata al Nazionalsocialismo separata da un inciso che è da leggersi come un “non-importa-se sia vero o falso”… Fermo restando che l’unica cosa che ci trova in accordo è il rifiuto del neologismo post bellico.



Una cosa va chiarita prima di entrare nell’argomento: Mussolini sin dalla nascita del movimento hitleriano e fino agli ultimi giorni della sua vita, anche quando l’aiuto tedesco per la conduzione della guerra ormai compromessa, sino ad allora, ripeto, differenziò sempre l’ideologia della sua creatura, il Fascismo, da quella del Nazionalsocialismo.

Va altresì chiarito che non c’è mai stata una volontà – né allora né oggi – di forzatura nell’assimilare le due ideologie. Quante volte è stato ripetuto dal Führer stesso che il Nazionalsocialismo non era un’ideologia da esportazione?


Agli osservatori superficiali o interessati, parrebbe evidente che l’uno (il Nazionalsocialismo) e l’altro (il Fascismo) avessero molte analogie, una fra tutte: avere gli stessi avversari e cioè il comunismo e il capitalismo. Tuttavia, sin dai primordi dei due Movimenti – certamente “totalitario” il primo, “autoritario” il secondo – erano evidenti precise differenze, così profonde che il confronto fra le due “dittature” può essere trasportato solo a livello di generica astrazione.

Secondo l’estensore dell’articolo, bisogna essere “osservatori superficiali o interessati” – e non oggettivi, forse in un barlume di autoconsapevolezza – per affermare che avessero i medesimi avversari. Peccato che l’avversario, anzi gli avversari, sono indicati dall’una e dall’altra parte con assoluta chiarezza. Basti leggere “Per che cosa combattiamo” (1) per avere contezza di ciò in campo nazionalsocialista:


«Da queste basi fondanti e dai suoi più alti valori, quelli dell’onore e del dovere, si forma e si modella in tutti i campi la Weltanschauung nazionalsocialista in lotta contro i vecchi poteri. E poiché non riconoscono né l’alta finanza, né la speculazione in borsa, né il brutale capitalismo di Stato comunista, ecco che avviene di nuovo un dispiegamento di forze contro il Reich».

Oppure il “Programma dello NSDAP” (2):

«Essendo altresì un determinato oppositore del grande capitalismo, il Nazionalsocialismo chiede la protezione dello Stato contro l’assalto del grande interesse capitalista».

Così come per il Fascismo basti leggere il primo discorso alla Camera di Mussolini: «Finché i comunisti parleranno di dittatura proletaria, di repubbliche, di più o meno oziose assurdità, fra noi e loro non ci potrà essere che il combattimento». Nonché il discorso pronunciato dinanzi al Consiglio Nazionale delle Corporazioni, il 14 novembre 1933!

Non era forse lo stesso nemico? Quello per cui italiani e italiane perirono sul suolo natio per mano del capitalismo anglosassone e sul suolo russo contro il comunismo?



Una delle massime mussoliniane era: “O lo Stato Fascista è uno Stato Corporativo, o non è uno Stato Fascista”. Il Corporativismo economico di tipo italiano fu ricusato da Hitler in quanto contemplava una certa autonomia per ben precise componenti istituzionali. Il Führer impose il controllo completo del Partito su ogni organo sociale ed economico dello Stato.

Vorremmo sapere qual è la fonte secondo cui Hitler (facciamo presente che in quest’articolo appare Hitler come unico rappresentante del Nazionalsocialismo, con buona pace di Ley, Frick, Scholtz-Klink, Darré, eccetera eccetera) avrebbe ricusato il corporativismo. E saremmo altresì curiosi di conoscere che cosa rappresenterebbe il DAF – ossia il Fronte tedesco del lavoro – per l’estensore.



Una delle più profonde divergenze fra le due ideologie è quella del “razzismo”, concezione sconosciuta ai fascisti italiani ed estranea agli italiani in generale. La qual cosa darà adito, proprio a partire dal 1938 (data della divulgazione in Italia delle “leggi razziali”) a contrasti sempre più stridenti fra i due Paesi “alleati”.

Ogni rivoluzione prevede la nascita dell’”uomo nuovo”: quello nazionalsocialista sarebbe stato un prodotto biologico, quello fascista era orientato sulla tenacia, sulla tradizione ed i valori della “romanità” e sulla formazione culturale.

Santi Numi! A prescindere dal fatto che non si era nell’R.S.I., dove si potrebbero trovare scusanti di ingerenze del Terzo Reich nelle scelte politiche (cosa anche lecita, se vogliamo), ma nel 1938 – quando venne emesso il Manifesto della Razza – e a quel tempo l’Italia è assolutamente sovrana! Ma leggere poi che l’Uomo nuovo nazionalsocialista sarebbe stato “un prodotto biologico” equivale a sfogliare uno dei tanti prodotti della migliore propaganda dei vincitori, denotando mancanza di conoscenza di tutto quel che di spirituale avvolgeva l’idea nazionalsocialista di Uomo nuovo. E nonostante ciò ci sottragga del tempo prezioso – di cui qualcuno farebbe meglio a far uso per acculturarsi – proponiamo qualche stralcio del “razzista tra i razzisti” – come lo dipinse quella stessa propaganda dei vincitori – Alfred Rosenberg, tratto da “Il Mito del XX secolo” (3), dove la parola “spirituale” si conteggia per ben 185 volte (e noi non diamo i numeri…)

«L’individualismo forsennato e l’universalismo assoluto si condizionano reciprocamente. Solo le nozioni di popolo e razza, espressioni o, se si preferisce, fenomeni paralleli di un definito stato d’animo, possono dare un limite organico-fisico all’uno o all’altro dei principi. Ma una chiara forza d’animo e la consapevolezza di un’essenza spirituale e volontaria sempre attiva sono esattamente i segni di una personalità. E questa abita nella più profonda esperienza dell’Europa. Nessuna falsa vergogna deve impedire di trattare codesta questione, senza che la si possa in ultima analisi esaminare a fondo».

«Un giorno, un secondo Mastro Eckhart libererà le forze e così questa comunità spirituale germanica esisterà, vivrà e formerà altri esseri umani».



Oppure da “Ordine SS” (4)

«Conoscere la storia dell’evoluzione movimentata seguita dall’universo tradizionale spirituale e materiale dei nostri avi può aguzzare i nostri sensi al fine di permetterci di distinguere ciò che ci è proprio da quanto è allogeno. Così noi capiamo meglio le interazioni e gli effetti delle forze spirituali del nostro popolo che hanno attraversato la notte dei tempi e che si esprimono oggi in maniera pura nelle feste delle organizzazioni combattenti del Movimento e nelle grandi feste della nazione. Queste ultime esprimono la nuova unità ritrovata del nostro popolo».

«L’onore implica una fierezza e un dinamismo interiore e un valore personale e comunitario. Il senso dell’onore è proporzionale alla considerazione che l’uomo ha di se stesso. Ma l’onore significa anche posizione e riconoscimento sociale. Attraverso il suo carattere bilaterale, legato alla fierezza così come al giudizio di chi sta intorno, l’onore si rivela essere la legge generalmente riconosciuta alla quale si sottomette la vita umana germanica e che fa da punto di riferimento a livello giuridico.

Ma questo non significa altro se non che l’uomo germanico si subordina completamente a un’idea, a un valore sovramateriale, spirituale, che lo spirito germanico ha stabilito. L’onore è il bene più grande dell’uomo. È ciò che gli conferisce innanzitutto l’autorità, ciò che ne fa per così dire un uomo».

«Corpo, anima e spirito costituiscono di nuovo un’unità. Il ritmo eterno della vita batte in noi, oggi come ieri, e la vita appare essere la manifestazione divina presente in tutte le cose».




Come sappiamo, il fascismo salì al potere come Movimento di minoranza che venne scelto dalla Monarchia come “male minore”, vista la situazione pre-rivoluzionaria esistente in Italia in quegli anni. Ecco, quindi, un’altra delle differenze fra il fascismo e il nazionalsocialismo. Quest’ultimo giunse al potere nel 1933 forte del consenso – democratico – del 40% dei tedeschi.

Bene. Non crediamo sia un’onta essere scelti dal Popolo! Ebbene sì, una grande differenza che si è palesata soprattutto nel momento in cui gli esiti della guerra non erano più così scontati da pensare di sedersi al tavolo dei vincitori… (leggasi campagna di Grecia, grazie).



Altra differenza sostanziale fra i due regimi è che quello italiano si sviluppa all’interno di uno Stato fortemente radicato nella Chiesa cattolica, intralcio che in quello tedesco era inesistente.

Di certo la situazione con uno Stato nello Stato esistente in Italia era ben diversa dalla condizione in Germania, ma non occorre neppure dimenticare dove sorse il Nazionalsocialismo: nella cattolicissima Baviera!



Stessa situazione esisteva per l’istituto monarchico con il quale il fascismo dovette fare i conti. Ostacolo insussistente in Germania.

Bene, prendiamo atto che si è scoperto che in Italia c’era il Re.



Certamente le differenze più sostanziali fra i due regimi sono forse quelle che riguardano il rapporto fra Partito e Stato e l’assetto futuro del mondo. Nel fascismo si esaltavano le funzioni di popolo e comunità, ma l’uno e l’altro debbono operare nell’interno dello Stato. Nello Stato fascista il Partito stesso è subordinato allo Stato: “Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”.

E’ fuor di dubbio che nel programma fascista c’è la volontà di creare uno “Stato totalitario”, ma “totalitario” nel senso fascista: “totalitario in quanto la totalità è nello Stato”.

La parola tedesca per Stato è “Staat”, una delle parole che – per chi conosca il Nazionalsocialismo e i suoi idiomi – è rarissima nei documenti originali. Al posto di “Staat” abbiamo “Volk” (ovvero Popolo e, in seconda battuta, Nazione). Se “nel fascismo si esaltavano le funzioni di popolo e comunità”, allora che cosa dobbiamo dire del Nazionalsocialismo, se non che era esso stesso popolo e comunità? La parola “Volksgemeinschaft” (comunità di popolo) dice forse qualcosa? La Volksgemeinschaft è centrale nel pensiero nazionalsocialista, tanto che l’interesse della comunità organica del popolo prevale su quello individuale e che ogni singolo membro del popolo è tenuto a un comportamento di “responsabilità” e “senso del dovere” nei confronti della comunità popolare di cui fa parte. Il fondamento del Nazionalsocialismo è il “bene comune” della comunità di popolo.



Così, se in Italia trovano forma i “Codici Rocco”, certamente autoritari e che ancor oggi, a livello giurisdizionale, sono validi, se vi era un Senato di nomina regia, se vi era un Parlamento che si svilupperà poi nella “Camera dei Fasci e delle Corporazioni”, per cui il lavoro parlamentare svolgeva le sue funzioni e il legislatore poteva manifestare la propria opera in modo organica, tutto questo nella teoria giuridica nazionalsocialista non esiste. Nella Germania nazionalsocialista il Partito controlla lo Stato, anzi e più propriamente, lo Stato è il Partito.

Niente da fare, non ci siamo. Si continua a parlare di Stato e non di Popolo…



Con maggior precisione il professor F. Muni, nella conferenza tenuta all’Istituto Storico di Terranova Bracciolini il 16 settembre 1998, ha precisato. .

Nell’Italia fascista teorie del genere erano impensabili.

Per concludere questo certamente incompleto esame delle diversità dottrinarie e di sostanza fra i due regimi, va evidenziato l’aspetto decisamente di base che differenziava le due “dittature”: la personalità e il senso del comune vivere civile dei due “dittatori”, così diversi che condizionerà la storia quando questa sarà libera di essere scritta senza gli agganci che le sono stati imposti.

Chiudiamo ricordando il pensiero di Renzo De Felice, come riportato nell’”Intervista sul Fascismo”, pag.51: “Nei rapporti con le Grandi Potenze il fascismo si presenta come un regime pacifico, un regime che, quando Hitler va al potere, non sente le sirene del Führer, anzi gli si oppone (…). Leggendo i libri scritti da fascisti, guardando la pubblicistica fascista, i giornali fascisti, ciò che colpisce è l’ottimismo vitalistico che c’è dentro, un ottimismo vitalistico che è la gioia, la giovinezza, la vita. Una prospettiva che – sia pure nei termini che poteva avere un fascista – è progresso. Nel nazismo questo non c’è. Intanto non c’è l’idea di progresso: semmai c’è l’idea di tradizione, l’idea di razza (…). Un ottimismo esiste anche nel nazismo, ma non è vitalista come quello fascista, piuttosto un ottimismo tragico”.

Insomma: tra fascismo italiano e nazionalsocialismo tedesco ci sono semmai più punti di divergenza che di somiglianza. Come ha osservato Michael Ledeen.

Se si volessero trovare similitudini fra le tre grandi rivoluzioni del XX Secolo (Comunismo, Fascismo e Nazionalsocialismo), queste sono più evidenti fra il Comunismo e il Nazionalsocialismo che fra quest’ultimo e il Fascismo.

Amen.

Note

1) edito da Thule Italia Editrice

2) ibidem

3) ibidem

4) ibidem

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