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Discussione: Quinta colonna

  1. #1
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    Predefinito Quinta colonna

    da Il Foglio

    La maledizione di Cassandra era che aveva ragione, prediceva catastrofi che puntualmente si verificavano, ma nessuno le dava retta o le credeva.
    La maledizione di tanti catastrofisti è invece che sbagliano le previsioni e rischiano di combinare guai perché a volte i rimedi che propongono sono peggiori dei mali.
    “Il nuovo secolo si è presentato, comincia l’era delle catastrofi”: così la Repubblica titolava ieri un’intervista a Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute.
    Nello tsunami lo studioso vede “il biglietto da visita del ventunesimo secolo”. “La catena di disastri prodotti dal maremoto offre una drammatica prospettiva di quello che ci attende se non arrestiamo la crescita dei gas serra”, dice.
    Cosa c’entri l’inquinamento industriale con processi geologici iniziati 85 milioni di anni fa può parere oscuro.
    Com’è, allora, che sono morte cento volte più persone dove erano più poveri e dove meno erano “globalizzati” e molti di più ne periranno non per cause naturali ma semplicemente perché non c’è tessuto di sviluppo economico e democratico capace di distribuire gli aiuti, anche se fossero sufficienti?
    Niente paura, Lester Brown è lo stesso che all’inizio degli anni 80 prevedeva scarsità alimentari di incalcolabili proporzioni, come prima ancora, a fine anni 60, un altro eccellente catastrofista ed esimio studioso, l’entomologo Paul Erlich, aveva fatto fortuna profetizzando “4 miliardi di morti per fame” negli anni 80.
    C’è ora anche chi teorizza che bisognerebbe far di più per attrezzarsi contro le catastrofi “improbabili”, almeno quanto ci si preoccupa di quelle “più probabili”.
    Lo fa, in un libro fresco di stampa, dal titolo “Catastrophe, Risk and Response”, un giudice del Settimo circuito della Corte di appello Usa, Richard A. Poster (di cui il New York Times osserva che sforna più libri nel suo tempo libero di quanto gli scrittori di professione facciano nella loro attività full time).
    Con perizia matematica degna di uno che mastica quotidianamente cause per danni, calcola i “costi” non solo del “surriscaldamento globale” e di quel che succederebbe se si sciogliessero i poli, ma anche di “incidenti” tipo quello che si potrebbe produrre se una delle particelle usate dai fisici negli acceleratori ad alta energia sfuggisse al controllo creando
    “materia superdensa, e magari finendo per comprimere l’intero pianeta in una sfera di 100 metri di diametro, o delle conseguenze di una collisione cosmica con un asteroide vagante. Ma per fortuna non arriva a suggerire rimedi, tipo quello qualche anno fa proposto dagli astrofisici Don Korycansky e Greg Laughlin, per gioco, ma su una serissima pubblicazione scientifica: usare come “fionda” un asteroide per spostare l’orbita della Terra, e così sottrarla al surriscaldamento del Sole.
    Di buone intenzioni, rimedi peggiori del male, si sa, è lastricato l’inferno.
    Un piccolissimo esempio è la storia letta sull’edizione del 1° gennaio del Washington Post, sulla catastrofe ambientale prodotta in America dalle turbine a vento, la forma più “pulita” e innocua di energia alternativa che si possa immaginare.
    Pare esercitino un’attrazione irresistibile per i pipistrelli, che ne sono stati quasi sterminati. Con conseguente esplosione della popolazione di insetti, che stanno divorando la produzione agricola.
    Viene in mente la campagna contro i passeri nella Cina di Mao. Per giorni e giorni i contadini facevano un gran baccano con cimbali e tamburi, finché gli uccellini, accusati di mangiare i semi, troppo stanchi per continuare a volare cadevano a terra stecchiti. Senza più passeri, a mangiare le messi ci pensarono gli insetti, la carestia produsse decine di milioni di vittime.

    saluti

  2. #2
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    Fu di moda il Fumo di Londra non dovrebbe diventare di moda questo Freedom of Informaction Act?
    La legge britannica che obbliga tutti gli uffici pubblici a rendere noto tutto ciò che un cittadino pretende di conoscere diventerà una moda obbligata anche in Italia e se Tony Blair ha fatto sapere di essere stato a cena con Geri Halliwell, quando Silvio Berlusconi riceverà nuovamente Paolo Bonolis schierando i Lancieri di Montebello nel cortile di palazzo Chigi l’evento verrà reso noto attraverso comunicato ufficiale e non per le vie oblique del retroscena.
    E sarà una magnifica abitudine questa della trasparenza, questo fioccare di notizie su “chi cena con chi” in apertura di tg, sarà la grande novità, perché la lista italiana degli invitati a tavola sarà un carosello d’allegria.
    Grandi saranno i cambiamenti.
    Inevitabile fare di casa Angiolillo la seconda residenza della Repubblica, inevitabile fare di Loredana Lecciso il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ineluttabile l’elenco dell’andirivieni nel sotterraneo subacqueo del Cav.
    Un comma a parte stabilirà la pubblicazione degli spartiti di Mario Apicella, stampati in un tripudio di chiavi di violino sulla Gazzetta Ufficiale, anzi, il settimanale Chi sostituirà, a seguito decreto, la Gazzetta stessa.
    Da rendere necessariamente pubblica, poi, la prossima cenetta a lume di candela tra Berlusconi e il suo treppiedatore, con relativo menu. Dietetico.
    Non è da escludere che Gigi Marzullo, dirigente culturale Rai, si distacchi dal suo incarico per occupare un importante dicastero, uno di quelli altamente rappresentativi.
    Cose così, cose all’italiana perché se della moda inglese si è fatta da sempre caricatura – con Alberto Sordi in testa per arrivare alla romantica zitella dentuta di Enrico Montesano - questa lezione di trasparenza e di democrazia arrivata dal Tamigi finalmente porterà la politica nel largo lago dell’informazione popolarissima.
    Nel fare conoscere tutto, tutti faranno a gara.
    Parte avvantaggiato Ignazio La Russa che con la tavolata di una sola sera ci potrà fare un calendario.
    Avvantaggiata anche Daniela Santanchè che, con tutte le sue girl della compagnia di giro, nel resoconto degli incontri pubblici – da Flavio Briatore a Paola Ferrari - riuscirà a rendere smagliante e ghiotto il mesto notiziario delle cronache parlamentari.

    A sinistra niente nani e ballerine
    La legge varrebbe per tutti. Con quelli di centrosinistra però, sarebbe tutto un declamare elenchi d’invitati tipo alati poeti e augusti ospiti: magari vecchiarelli, probi e mondi di vizio.
    Altro che nani e ballerine.
    Con Nanni Moretti nei paraggi, alla mensa di Montecitorio non ci sarebbe altro da registrare che un colloquio sul “Trillo triste del passerotto bagnato”.
    Con la solita delicatezza dell’arte impegnata il centrosinistra ammorberebbe l’ansia di ridarella degli italiani organizzando cene per Dario Fo, così che l’Ambra Jovinelli potrebbe ambire a dignità istituzionale, ma appunto senza tacchi a spillo, solo con il tetro umorismo ideologico. L’applicazione della Freedom of Informaction Act, com’é ovvio, non è solo un formale recepire dottrine giuridiche altrui, l’Italia è infatti l’originalissima Italia, l’Italia di Berlusconi, poi, è doppiamente Italia: determinerebbe il conflitto dei conflitti nel conflitto d’interessi.
    Berlusconi che ha campato a pane e casting nuoterebbe nella sua acqua scegliendo accuratamente ospiti degni della migliore puntata del Silvio Berlusconi Show.
    Fosse per questo che ha chiuso il Costanzo?

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Meno male che c'è Sanremo

    E’come la riduzione delle tasse. Come i saldi. Come il traffico durante le partenze intelligenti. Come i concorsi, da miss Italia o per un posto fisso che siano.
    Sanremo è come tutta l’italianità: ogni volta uguale eppure degno di titoli a tutta pagina, un “cane morde uomo” fatto scoop, e ogni volta foriero di lamentazioni sempre uguali e sempre autoassolutorie.
    Piangono gli esclusi, gridano al complotto i perdenti, cianciano di discriminazione e di altrui raccomandazione tutti coloro che non si rassegnano al fatto che, ove ci sia una selezione, per forza debbano esserci degli esclusi.
    Perché Sanremo è italiano, quindi un numero chiuso cui non sia pensabile non fare un’eccezione, una rigorosa selezione che si fa meno rigorosa se sei cugino del cognato del portiere dell’assessore, un paese dove non esistono cittadini stonati, solo cittadini che rispetto agli altri cittadini hanno più amici nel coro.
    Sanremo è Sanremo, che insieme a “comunque vada sarà un successo” è lo slogan più fulminante ed esaustivo che Sanremo abbia partorito su se stesso (“Perché Sanremo è Sanremo” era il jingle che ne annunciava le interruzioni pubblicitarie qualche anno fa, “Comunque vada sarà un successo” fu il tormentone di Chiambretti nel condurlo).
    I titoli sono fatti. Le lamentazioni sono agli atti. Il cast già dà da mangiare ai critici. Mancano due mesi.
    Due mesi di sugose polemiche. Meno male.
    Meno male che c’è Sanremo, a dar lavoro alle pagine degli spettacoli italiane, costrette tutto l’anno a copiare dai giornali americani interviste a divi americani inavvicinabili, e salvate per un paio di mesi dalla riviera, dalle polemicuzze di una macchina da alcune decine di milioni di spettatori di cui ogni anno possono allegramente dichiarare la sopravvenuta morte per anzianità, l’insensatezza della messa in onda, il naturale esaurimento della spinta propulsiva, ogni anno possono darlo per finito, Sanremo, tanto quando poi va in onda ed è come sempre il programma
    più visto della televisione italiana non c’è nessuno lì a ricordarsi delle loro preconizzazioni, a rinfacciargliele (ma questo certo non significa che non ci fosse nessuno, prima, a leggerle, nessuno a prenderle sul serio per carità).
    Meno male che c’è Sanremo, il suo cast di cantanti di cui ogni anno si può scrivere che sono troppo antiquati, o troppo innovativi, o troppo una via di mezzo; troppo radiofonici o troppo melodici; troppo già visti o troppo mai sentiti.
    Meno male che c’è Sanremo, la sua conduzione su cui inventarsi aggettivi sempre diversamente uguali, e nessuno che si arrenda all’evidenza: ogni conduttore che va lì fa il suo programma, anche perché in genere è abile e arruolato altrove, e ha fatto il suo ordinario programma fino al giorno prima e lo rifarà il giorno dopo, quindi tempo e spazio per reinventarsi non ne ha – per non parlare della voglia. Sanremo sarà pure Sanremo, ma Fazio ci fece “Anima mia”, la Ventura lo scorso anno trasportò sul palco dell’Ariston “Quelli che… il calcio” e Bonolis, si accettano scommesse, con la scusa della scaramanzia si farà toccare il culo dai cantanti esattamente come se lo fa toccare ogni sera dai concorrenti di “Affari tuoi”. Sanremo è Sanremo, e si fa da solo, mica c’è bisogno di apposito format.

    Le recriminazioni di Al Bano
    Paolo Bonolis sopravviverà a tutto. Alle prime recriminazioni degli esclusi – ha cominciato ieri Al Bano, che non poteva sopportare l’idea di rischiare, col nuovo meccanismo, di andare a casa dopo una sola serata, e di dover magari la sera dopo guardare da dietro le quinte o dalla platea l’immancabile ospitata della sempre emergente moglie Loredana. Ai critici musicali da terrazza, quelli che l’anno scorso magnificavano Pacifico, quelli che Mietta&Minghi per carità, quelli che ieri lamentavano la presenza nel cast di due soli debuttanti, manco fosse una gara di voci nuove e non di vestiti di vallette.
    Sopravviverà persino ad Antonella Clerici, si spera meno smarrita al suo fianco di quanto lo sia nel condurre il “Ristorante”.
    E Bonolis sopravviverà a Sanremo stesso, così come è sopravvissuta Simona Ventura, che un anno iniziato con un Sanremo quantomeno controverso l’ha poi trascorso consolidandosi come l’unica che tutto può, nella tivvù italiana. Deve solo fare un piccolo sforzo, ma gli verrà facile perché, come diranno le recensioni della settimana sanremese, è certamente un grande professionista: deve fingere di credere che il punto centrale della questione siano le canzoni.
    E poi, comunque vada, sarà Sanremo.

    Su Il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Lui si che sa perdonare

    Lettere del Cav. ai treppiedisti illustri.
    Dopo aver salvato il muratore di Mantova da sicura denuncia, seguono a ruota i più importanti odiatori perdonati dall’odiato medesimo.
    Notifica di perdono consegnata a Mario Luzi, poeta e senatore.
    Il Cav. – dopo aver chiesto “perché mi odia?” – perdonandolo, ha così rimeggiato col venerando alato:
    “Mi consenta, la mia fiamma, non s’è spenta/ se Ella ha però pronta ’na canzuncella, gliela canta il mio Apicella”.

    Notifica di perdono consegnata a Dario Fo: “Illustre Nobel, perché mi odia? Per venire incontro a Ella, sapendo di fare cosa gradita, ho giustappunto attivato il ministero della Difesa per farle avere – a integrazione della sua meritata pensione – il riconoscimento di unità combattente ai reparti di paracadutisti della Repubblica sociale italiana segnatamente nel periodo che vedeva Ella volontario presso la medesima”.

    Lui sì che sa perdonare. Lettera di perdono anche a Enzo Biagi: “Perché mi odia? Ella piace tanto a mia mamma, la signora Rosa, che m’incarica di salutarLa e che ha sempre seguito le sue trasmissioni, segnatamente quelle dedicate alla dottoressa Eleanor Roosevelt. Sono disposto a farle avere immediatamente il suo spazio in tivù senza per questo costringerLa alla restituzione del cospicuo assegno di Tfr a suo tempo da Ella incassato”.

    Lui sì che sa perdonare. Perdonato Antonio Di Pietro: “Carissimo Tonino, dovremmo cominciare a darci del tu. Un uomo schietto quale tu sei non può certo provare odio. Noi due siamo nati per amare, ti so malandrino e mandrillo con le donne e questo vuol dire amare. Quando passi dalle mie parti, segnatamente a Palazzo Chigi, vienimi a trovare così ci facciamo delle vasche in via del Corso, segnatamente al sabato pomeriggio quando calano le burinotte dello shopping. Vieni pure col gippone, ho il permesso di circolazione. Come direbbe il comune amico Luzi: Col macchinone, è sicuro il rimorchione”.

    Come perdona lui, nessuno. Lettera di perdono a Furio Colombo: “Dottor Colombo, i miei ossequi. Perché mi odia? Apprezzo sinceramente la ricrescita dei capelli che vedo per Ella fluente anche se – mi dicono – argentati.
    Come le capisco io queste cose, nessuno. Ho preoccupazione per Ella e per la direzione del suo giornale che, mi dicono, versa in difficoltà per certe incomprensioni con la proprietà.
    Io mi riprometto di sostenerLa, segnatamente con il dottor Fassino, affinché nessuno ostacoli il suo lavoro”.

    Altre lettere del Cav. per i suoi treppiedisti.
    Come perdona lui, nessuno. Notifica di perdono accordato a Ilda Boccassini: “Gentile Dottoressa, perché mi odia? Sono tanti gli argomenti che possiamo condividere. Ho particolarmente apprezzato l’extension biondo marcio che Ella ha scelto per la sua acconciatura: un look più audace, segnatamente al ruolo di donna protagonista. I miei complimenti”.

    Lettera di perdono di Berlusconi ai suoi pubblici fustigatori. Come perdona lui Curzio Maltese, nessuno, neppure Ezio Mauro:
    “Perché mi odia? Un uomo d’altezza culturale qual è Ella non può abbassarsi a un sentimento così meschino. Me ne dicono di tutti i colori, mi chiamano ‘nano maledetto’, ma io so perdonare, sappia anche Ella perdonare e mi scusi con tutti i suoi familiari, segnatamente per i mal di pancia che ha dovuto soffrire a causa mia anche la notte di San Silvestro”.

    Lettera di perdono di Berlusconi anche a Marco Travaglio:
    “Spiritosissimo Dottor Travaglio, sa che Ella pensando solo e sempre alla mia modesta persona mi mette poi in imbarazzo con Emilio Fede? La pur simpatica allusione al cavalier Banana mi procura un certo prurito ai lombi ragion per cui se passa da queste parti, segnatamente a Palazzo Grazioli, nell’intimità di casa mia, facciamo organizzare dal cuoco Michele una cenetta afrodisiaca tutta per noi. Procuri Ella le candele, segnatamente di sego”.

    saluti

 

 

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