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EURIDICE
Qualcuno ci fa le scarpe», si legge nei volantini distribuiti ai passanti in un grigio lunedì mattina. Di solito, a quell’ora, sono già al lavoro nei rispettivi laboratori a fabbricare tomaie, a lavorare pelli e solette per un mercato che regge – e bene – alla crisi: quasi 20 milioni di scarpe prodotte ogni anno, un fatturato di 1,65 miliardi di euro e lavoro garantito per oltre diecimila addetti. Ma agli artigiani che lavorano per i calzaturifici della Riviera del Brenta i conti non tornano: perché se la produzione tiene, i posti di lavoro sono calati in dieci anni del 26%, i calzaturifici del 17% e i tomaifici del 19%.
A far tornare i conti, spiega Matteo Ribon, segretario regionale della Cna Federmoda, sono quei laboratori che, senza rispettare le regole, forniscono prodotti a prezzi stracciati e a tempi record. Laboratori cinesi, che in dieci anni sono passati da 30 a 200, con un aumento del 566%. Una concorrenza che rischia di mettere fuori mercato le aziende del luogo, che ieri mattina hanno dato vita a una manifestazione in centro a Stra. Con i vertici regionali della Cna e dell’Associazione tomaifici terzisti, sindaci e amministratori di sette Comuni (Campolongo, Fiesso, Fossò, Mira, Mirano, Stra e Vigonovo), i parlamentari Corrado Callegari, Delia Murer e Marco Stradiotto e i consiglieri Bruno Pigozzo, Lucio Tiozzo e Piero Ruzzante. Una protesta animata in nome della legalità: «Non ce l’abbiamo con i cinesi – mette le mani avanti Federico Barison, presidente dei tomaifici terzisti – quello che chiediamo sono controlli e regole certe». Perché se qualcuno è in grado di fornire ai committenti gli stessi prodotti in metà tempo e a prezzo dimezzato, i conti non tornano. «L’esperienza di Prato dimostra che si rischia di perdere il controllo del territorio», aggiunge Luca Rinfreschi, presidente di Cna Federmoda venuto appositamente dalla Toscana.
Fra i manifestanti che, a piedi, si spostano verso il centro di San Pietro spicca l’assenza dei rappresentanti dell’Acrib, l’associazione dei calzaturieri cui è rivolta la protesta dei terzisti. A parlare è l’accordo siglato la scorsa settimana dall’Acrib con gli industriali di Venezia e Padova che ribadisce «come il tema della legalità sia sempre stato oggetto di massima attenzione». Ma il rischio, per gli artigiani che chiedono «un marchio di tracciabilità etica» dei prodotti, è che la politica dei prezzi al ribasso finisce per fagocitare anche le grandi aziende che danno lavoro ai terzisti: «I cinesi – spiega un piccolo imprenditore – non si limitano più a fare tomaie. Ora controllano trancifici e solettifici, si stanno prendendo l’intera filiera».