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Discussione: INPS la grande truffa

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    Predefinito INPS la grande truffa

    La grande truffa
    Luciano Garofoli 27 Novembre 2012

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    Quando nel 1933 fu creato Istituto Nazionale della
    Previdenza Sociale il suo scopo era quello di fornire delle prestazioni
    previdenziali differite, al lavoratore che avesse versato contributi per un
    certo numero di anni fissato dalla legge ed avesse raggiunto un’età anch’essa
    stabilita dalla legge; raggiunti questi due traguardi il lavoratore veniva
    collocato a riposo e poteva affrontare gli anni di vita che gli restavano
    godendo di un vitalizio che lo Stato gli garantiva.

    In sostanza chi lavorava versava dei contributi che
    erano suoi e che andavano a formare una somma, la quale gestita dall’ente,
    poteva permettere l’erogazione delle somme necessarie. Qui va chiarito
    subito un concetto importante: ogni lavoratore aveva, ed ancora ha, una sua
    specifica posizione personale, versava delle somme che sono sue e delegava l’ente
    a gestirgliele al meglio per garantirgli il suo vitalizio futuro. Nel 1933
    era stato posto in essere un tacito patto generazionale per cui ognuno
    versava delle somme che servivano alla erogazione di prestazioni
    pensionistiche, i vecchi come i nuovi lavoratori: i patti erano chiari, si
    lavorava un certo numero di anni, si arrivava ad un massimo di età ed al
    raggiungimento di quel traguardo, l’ente erogava la pensione. Questo senza
    intaccare il capitale, ma solo con gli interessi che esso produceva: in
    sostanza quello che ogni istituto di assicurazioni fa con chi sottoscrive
    qualsiasi tipo di polizza vita. Niente di trascendentale o di complicato: la
    mutualità creava la forza per fare tale tipo di cose.

    Per sgombrare il campo da altre leggende
    metropolitane, è bene aggiungere che nel 1939, vennero create anche le
    gestioni assicurative separate contro la disoccupazione, la tubercolosi e
    creati gli assegni familiari.

    Nel 1968 viene riconosciuto ai cittadini bisognosi
    che hanno compiuto 65 anni di età, una pensione che soddisfi i primi bisogni
    vitali. Nasce anche la Cassa Integrazione guadagni straordinaria.

    Tutto ciò sempre e comunque con versamenti ritirati
    dalla busta paga dei lavoratori dipendenti.

    In pratica si garantivano delle prestazioni ai
    lavoratori che prendevano corpo dai versamenti obbligatori dei medesimi,
    certo non venivano riconosciuti degli interessi montanti sulle somme
    versate, né si poteva scegliere, come nelle polizze assicurative, tra
    vitalizio o capitale: quest’ultimo restava sempre di pertinenza dell’ente
    previdenziale, anche per garantire, con una sana e prudente amministrazione,
    l’erogazione delle prestazioni. Insomma si rinunciava a qualcosa di
    proprio, per favorire anche coloro che in futuro dovevano andare in
    pensione: tutto sommato una cosa equa.

    Con il passare degli anni tutta questa linearità è
    svanita: è vero che l’allungamento della vita ha creato un prolungamento
    delle prestazioni, ma dobbiamo anche dire che i salari sono aumentati e,
    cosa non trascurabile, il livello dei contributi alzato di molto; il sistema
    dovrebbe essere equilibrato.

    Oggi sembra che tutto ciò si sia vanificato!

    Pare che i contributi non siano più delle somme di
    proprietà di chi li versa, ma siano una tassa che lo Stato richiede ai suoi
    cittadini e che questi, quasi quasi, pretendano prestazioni superiori a
    quanto sia possibile erogare e che le generazioni future non si sa se
    potranno usufruire di tali prestazioni. In corso d’opera, intere generazioni
    che avevano firmato un contratto di lavoro si sono viste, attraverso degli
    interventi legislativi discutibili, cambiare questi diritti acquisiti, per
    cui dovranno lavorare quaranta anni o più, andare in pensione più tardi ed
    avere delle prestazioni più basse. E tutto ciò in base a quali principi?

    I fondamenti che avevano creato la previdenza non
    esistono più: dalla certezza di un futuro sereno alla fine del periodo di
    lavoro si è passati ad una totale ed assoluta mancanza di una benché minima
    base di sicurezza.

    Le somme versate non sono sempre di proprietà di chi
    le versa? Sembrerebbe di no e che lo Stato sia diventato il proprietario
    indebitamente di esse e che, a causa del perenne stato di crisi, sia in
    grado di negare per legge qualsiasi tipo di diritto acquisito: ma ciò per
    tutti? Assolutamente no! Certe categorie sono privilegiate ed intoccabili: i
    magistrati, ad esempio, stabiliscono che certe leggi per loro non valgono. E
    cosa poi dire dei parlamentari o dei ministri? Loro sono «la casta degli
    Intoccabili», i sacrifici li facciano i fessi: certe somme che le portino i
    paria che lavorano. Loro no di certo!

    Che dire poi del famoso TFR (trattamento fine
    rapporto) anche questo pagato con esborso oneroso detratto dalla busta paga:
    da una mensilità (di solito l’ultima percepita dal lavoratore) per ogni anno
    lavorativo corrispondente grosso modo all’ottanta per cento del versato, si
    è passati ad erogare all’avente diritto solo l’ottanta per cento di questo
    ottanta per cento: altra colossale truffa!

    Ma andate a vedere se i manager di Stato
    percepiscono tali somme o se addirittura il TFR non venga concordato e lo
    Stato eroghi somme milionarie a questi figuri che spesso portano al quasi
    fallimento delle società loro affidate. Ed i politici? Meglio calarci sopra
    un pietoso velo!

    A rendere tutto più incerto e fumoso ci si è messa
    anche l’Europa che spinge i governi a saccheggiare la previdenza ed a
    rendere le prestazioni pensionistiche sempre più scarne e magre.

    Ma non basta ed il sacco continua.

    In questo ultimo periodo si parla sempre di più di
    un intervento operato sul settore pensionistico che riguarda tutta una serie
    di lavoratori, sia del settore pubblico che di quello privato, che hanno
    versato i loro contributi previdenziali ad enti differenti (1).

    La logica ed il buon senso vorrebbe che i vari
    contributi pagati e trattenuti dalle buste paga di questi lavoratori
    venissero cumulati in quanto il soggetto contributivo ha comunque svolto una
    mansione lavorativa ed ha accumulato un monte anni di contributi
    previdenziali.

    A questo va aggiunto che in passato la normativa
    prevedeva la ricongiunzione dei medesimi contributi presso l’ultimo ente
    assicurativo con cui il lavoratore stava versando le sue spettanze
    contributive. Tale operazione in linea di massima non era onerosa: quindi un
    lavoratore dipendente che fosse stato soggetto a contributi INPS
    regolarmente versati sia da lui che dal datore di lavoro, si vedeva
    riconosciuti per intero gli anni e mesi di contribuzione versata, presso l’ultimo
    ente.

    Se si fosse verificata una carenza o mancanza di
    contribuzione, solo in questo caso per non avere periodi scoperti e quindi
    non validi ai fini del calcolo di anni validi ai fini pensionistici, il
    dipendente poteva chiedere il riscatto dei periodi privi di effettiva
    contribuzione.

    Nel 2010 il ministro Sacconi, nel quadro di una
    serie di misure urgenti richieste dall’Europa per la stabilizzazione
    finanziaria e la competitività economica, presentava al Parlamento, che l’approvava
    in data 30 luglio 2010, la legge numero 122 che convertiva in legge il
    decreto numero 78 del 31 maggio 2010.

    L’articolo 12 septies della suddetta legge prevede
    che la ricongiunzione dei contributi assicurativi sia onerosa, cioè a dire,
    che pur in presenza di contributi regolarmente versati, il dipendente per
    ottenerne il ricongiungimento deve sottostare ad un calcolo effettuato con
    le stesse tecniche del riscatto: quindi, per esempio, un lavoratore che
    volesse ricongiungere quattro anni di contributi versati presso l’INPS, con
    domanda presentata all’INPDAP, vedrà presentarsi, da parte di quest’ultimo
    ente, un salato conteggio, perché dovrà versare di nuovo tutti i contributi,
    come se nulla fosse stato effettuato, nel periodo in questione. Ciò è giusto
    in presenza di richiesta di riscatto (per esempio gli anni universitari)
    dove nessun contributo è stato versato e quindi è necessario effettuare i
    versamenti tenendo conto dell’età in cui viene presentata la domanda, degli
    anni mancanti al pensionamento, dello stipendio percepito al momento della
    presentazione della domanda e quant’altro. Il tutto richiede la definizione
    di parametri di riferimento ottenuti con complicati calcoli attuariali. Ma
    nel caso specifico di ricongiunzione i contributi già versati che fine hanno
    fatto?

    Né è giustificabile la preoccupazione che i soggetti
    potessero scegliere di ricongiungere all’INPS i contributi e quindi poter
    usufruire di una età più bassa per il collocamento a riposo, in quanto di
    fatto la regola del riscatto oneroso vale per il ricongiungimento verso
    qualsiasi ente. Tutto ciò a partire dal primo luglio 2010, quando, invece,
    la legge è stata approvata in data 30 luglio quindi con effetti retroattivi,
    previsti soltanto per questo argomento specifico.

    Come vedete, ci troviamo di fronte ad un’aberrazione
    giuridica: la legge in generale produce sempre i suoi effetti ex nunc mai ex
    tunc, questo per il concetto della certezza del diritto, un soggetto non può
    essere dotato di capacità divinatorie e nel momento in cui pone in essere
    dei comportamenti legalmente concludenti (2), non può assolutamente essere
    considerato in mala fede se non esiste nessun tipo di normativa che vieti un
    tale tipo di comportamento. Quindi qui siamo in presenza di un approccio al
    problema del tutto truffaldino da parte del legislatore: né è possibile
    addurre come giustificazione che ci troviamo in presenza di un tipo di
    normativa di carattere finanziario o fiscale. In pratica il buon ministro
    Sacconi ha imposto ai soggetti di ripagare per intero di nuovo la propria
    quota e quella del datore di lavoro per poter usufruire della validità di
    anni di lavoro ai fini pensionistici.

    Un altro dubbio sorge in merito: ma i precedenti
    contributi che fine hanno fatto? Forse che sono spariti oppure sono stati
    utilizzati da lorsignori per altri scopi?

    Secondo un articolo apparso su Libero di domenica 25
    novembre a firma di Sandro Giacometti apprendiamo che secondo la Ragioneria
    dello Stato per risolvere questo problema dei ricongiungimenti onerosi
    occorrerebbero 2,4 miliardi di euro, mentre secondo l’INPS sarebbero
    sufficienti solo 1,4 miliardi di euro, per la Commissione Lavoro alla Camera
    la cifra sarebbe di 900 milioni di euro spalmati su dieci anni.

    Strana cosa: ma i contributi non erano stati
    regolarmente versati? Quindi queste somme erano già in possesso dei vari
    enti previdenziali: in base a quale alchimia ora diventano dei debiti da
    colmare con degli esborsi da parte dei soggetti interessati, oppure con un
    intervento da parte del governo, quindi con nuove tasse? Non occorrono
    ulteriori versamenti per coprire un minor introito.

    Tali somme da esborsare da chi sono state inventate?

    Il governo deve solo riportare la situazione quo
    ante alla promulgazione di questa insensata legge: qui i soggetti non devono
    riscattare nulla, la loro posizione contributiva deve soltanto essere
    spostata da un ente ad un altro con una semplicissima operazione contabile:
    fine dei discorsi. Tutto ciò se ci si trova in presenza di posizioni
    contributive identiche: quindi con contributi sufficienti a coprire il
    dovuto come se il dipendente avesse sempre lavorato con l’ultimo ente
    previdenziale.

    Se il lavoratore non volesse ricongiungere presso un
    solo ente tutti i suoi contributi, può tranquillamente, rebus sic stanti
    bus, ricorrere alla «totalizzazione dei periodi assicurativi» come da
    decreto legislativo numero 42 del 2 febbraio 2006; in questo caso la domanda
    di pensionamento va presentata all’ente presso il quale presta servizio e la
    pensione viene calcolata con il sistema «pro rata», ovvero ognuna delle
    casse previdenziali corrisponde la sua quota di pensione. La pensione viene
    erogata dall’ultimo ente assicurativo, il quale poi si fa rimborsare la
    quota spettante dall’altro, in base al sistema contributivo vigente.

    I diritti acquisiti sfumano, i patti sociali vengono
    vanificati o calpestati. Sempre di più si fa strada, nella mente della
    gente, una domanda: ma tutte queste enormi masse di denaro che fine fanno?
    Come vengono investite, quanto rendono? (3). Chi strategicamente decide come
    impiegarle?

    Segreti latomici, misteri, alchimie finanziarie che
    nessuno ha il diritto di conoscere. Nessuno ha il diritto di sapere o di
    chiedere un rendiconto agli amministratori sulla gestione di questi miliardi
    di euro: e ci mancherebbe che per caso sono soldi nostri?

    Azzardatevi a sospendere il pagamento dei contributi
    e vedete che «ragionevoli interessi», quali more, previste dalla legge, vi
    verranno applicate da questi sciacalli. Se poi loro indebitamente escutono
    delle somme non dovute si apre «una voragine nei conti dell’INPS» ed i
    pennivendoli di regime ci somministreranno ancora nuove e massicce dosi di
    ansia e di inesatte notizie.

    Luciano Garofoli



    --------------------------------------------------------

    1) Devo tutte queste informazioni e dati alla
    consulenza di mia moglie Maria che presso un Liceo Classico lavora proprio
    in questo settore ed alle sue fonti preziose di informazioni presso l’Inpdap.
    Il livello di professionalità esiste anche negli apparati dello Stato,
    ancora, per fortuna non composti solo da parassiti e fancazzisti: forse per
    questo mia moglie è così super arrabbiata e tesa per cercare di dare una
    mano a chi è turlupinato e svilito da questo Stato rapace ed ottuso.
    2) Viene a mancare l’elemento materiale del reato:
    il dolo. Mentre è la buona fede e la certezza del diritto che spingono il
    soggetto a porre in essere atteggiamenti conformi ai principi del diritto.
    In campo fiscale in Italia sempre di più si sta affermando la legge del
    sopruso e dell’anti Jus.
    3) Immaginate che una somma crescente depositata, a
    rate, in un fondo fruttifero che permetta la ricomposizione di interesse,
    (per esempio un fondo assicurativo), al saggio del 5% in un periodo di
    quaranta anni, farebbe almeno quadruplicare la somma versata e darebbe la
    possibilità al soggetto versante di rientrare a scadenza in possesso di quel
    capitale dal quale potrebbe trarre una rendita consistente, cosa che è
    inibita nell’attuale sistema italiano.
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


    VUOI SAPERE COS'E' L'ANTIFASCISMO? E' non avere cura del Creato, disboscando, inquinando, cementificando tutto nel nome dello Sviluppo.

  2. #2
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    Predefinito Re: INPS la grande truffa

    i soldi sono tutti spesi. bambole, non c'è una lira !

 

 

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