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Discussione: I corpi morali

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    Predefinito I corpi morali

    Posto qui di seguito alcune riflessioni del filosofo e studioso Luigi Taparelli d'Azeglio intorno alla nozione di Stato e società organica, corporazione, ecc. quali "corpi morali" e al loro rapporto con la libertà economica. Al di là dell'ovvio riferimento al Cattolicesimo (Taparelli d'Azeglio era un gesuita) e di riferimenti a fatti storici dell'epoca, si può trattare di analisi interessanti anche per chi si pone in un'ottica non necessariamente confessionale, soprattutto in un periodo in cui i temi della sovranità nazionale e statale, del peso che deve avere il mercato nella società e nella politica, dell'applicazione corretta del principio di sussidiarietà, del decentramento, del federalismo a base locale e del ruolo della pubblica autorità nell'erogazione della moneta sono sempre più al centro del dibattito politico.

    I CORPI MORALI

    Di p. L. Taparelli d'Azeglio S.J. - 1. La Società è composta di parti organiche: famiglia, - 2. Comune, Provincia, Stato, - 3. Confederazione. - 4. Le parti non debbono perdere il loro essere specifico. - 5. Rispetto del Governo Pontificio verso la libertà municipale. - 6. Caratteri della Provincia. - 7. Diritto delle società inferiori al fine e ai mezzi. - 8. Questo diritto è vantaggioso allo Stato 1° perché gli fornisce mezzi di buon governo. - 9. Osservazioni intorno al Dupont White. - 10. 2° Perché ne conserva le parti integranti. -11. Lo stesso può dirsi a proporzione rispetto alle Società volontarie. - 12. Specialmente poi rispetto alle religiose.


    I CORPI MORALI SOTTO L'INFLUENZA DEL TEOREMA DELLA LIBERTA' ECONOMICA
    «La Civiltà Cattolica», 1860, a. 11, Serie IV, vol. VIII, pp. 699-711


    §. I. Dei corpi morali.


    SOMMARIO

    1. La Società è composta di parti organiche: famiglia, - 2. Comune, Provincia, Stato, - 3. Confederazione. - 4. Le parti non debbono perdere il loro essere specifico. - 5. Rispetto del Governo Pontificio verso la libertà municipale. - 6. Caratteri della Provincia. - 7. Diritto delle società inferiori al fine e ai mezzi. - 8. Questo diritto è vantaggioso allo Stato 1° perché gli fornisce mezzi di buon governo. - 9. Osservazioni intorno al Dupont White. - 10. 2° Perché ne conserva le parti integranti. -11. Lo stesso può dirsi a proporzione rispetto alle Società volontarie. - 12. Specialmente poi rispetto alle religiose.


    1. Le ultime parole dell'articolo precedente potrebbero sembrare un'asserzione gratuita, se con alcuni schiarimenti non mostrassimo in qual maniera l'argomento da noi recato in favore della libertà personale concluda con tutta la sua forza anche per la libertà delle corporazioni ossia corpi morali. La legittimità di questa conclusione riuscirà evidente a chiunque consideri il naturale organismo della società, mal conosciuto da molti pubblicisti perché pur troppo alterato e guasto dal principio d'indipendenza eterodossa come dimostrammo lungamente altra volta (1).
    La società non è un aggregato di atomi sconnessi e sgranellati: la Provvidenza creatrice ordinò la parte animalesca dell'uomo e l'universo materiale in cui egli vive, con tali proporzioni, che non potesse formarsi una gran moltitudine di popolo se non per via d'incrementi successivi ed ordinati organicamente (2). Per dare la vita a nuove persone umane è richiesto il coniugio; nel quale l'uomo, più robusto, più procacciante, più naturalmente valoroso, ottiene naturalmente il primato: e la donna che gli si accoppia e i figliuoletti che nascono e i servi che al desco domestico si alimentano formano naturalmente con lui una unità morale di pensiero, di affetto, di interesse.

    2. Cresce smisuratamente la famiglia? Questa stimolata dalle angustie della casa, dall'insufficienza dei frutti di piccolo campo, dalla difficoltà di conciliare molti interessi e molte teste in convivenza continua, dovrà suddividersi in molte, capi delle quali saranno i figli del primo patriarca. Queste collegate fra di loro dagli affetti del sangue e dell'amicizia, dalle relazioni d'interesse, dalla vicinanza delle abitazioni, dal bisogno di aiuto e difesa scambievole, costituiranno fra di loro un'altra specie di unità, meno intima certamente della domestica, ma, per la gagliardia degli aiuti che somministra e per l'ampiezza dei bisogni a cui soddisfa, non meno importante.
    Come si moltiplica la famiglia nei comuni, così si moltiplicano naturalmente i Comuni medesimi per costituire ciò che noi appelliamo una provincia, ma che nella civiltà esordiente costituiva uno Stato, il quale formavasi coi materiali e morali aumenti una esistenza autonoma e si arricchiva a poco a poco di tradizioni, d'intendimenti, . di mezzi, di soddisfacimenti suoi proprii, onde acquistava un carattere e quasi una fisonomia personale e diveniva centro di tutto quell'organismo onde erasi formata. In tal guisa ogni gran città col suo territorio e i casali circonvicini formavano uno Stato. (Cinque Re governavano le cinque città in un angolo della Giudea ove oggi è l'Asfaltite: la Grecia che oggi è un piccolissimo regno formava circa una dozzina di Stati indipendenti). Cotesti Stati autonomi duravano nella loro indipendenza finché l'accorgimento di un qualche politico, o la violenza di un conquistatore, o le attrattive di un principe più potente o benefico non inducevano molte di quelle genti autonome a formare unico Stato, sotto il quale prendevano esse nome di provincie.

    3. Ecco come si formano generalmente con mille accidentali varietà quelle grandi aggregazioni politiche, le cui leggi economiche studiansi dall'economia sociale. Ognuno vede che esse sono veramente organiche, giacché il fine della pacifica convivenza domestica a cui provvede l'autorità paterna è tutt'altro che il fine di sussidio reciproco e di comoda comunicazione fra le famiglie al quale provvede immediatamente l'autorità municipale: e questo provvedimento immediato pei bisogni che ogni famiglia deve quotidianamente soddisfare colle arti più triviali, colle grascie, colle proporzioni edilizie ecc. ha tutt'altro aspetto che il fine proposto ad una amministrazione provinciale la quale ben aiuta anche il Comune al suo fine speciale, ma lo innalza insieme ad una potenza di braccio, ad un'ampiezza di vedute, ad uno svolgimento di istituzioni che mal si otterrebbero nel Comune. Queste poi se vogliono estendere vieppiù il braccio di loro potenza, l'utilità dei commercii, la propagazione delle loro idee, o se a tali incrementi vengano promosse dalla varietà degli eventi e dalle relazioni geografiche, costituiscono grandi confederazioni, o leghe, o alleanze ecc. nelle quali la personalità dei singoli Stati si incentra nell'autorità federale, ma non si perde.
    Tal è il naturale organismo della famiglia umana: naturale, diciamo, in quanto la natura contribuisce a produrlo mediante la propagazione materiale dell'uomo, le sue inclinazioni morali, le condizioni del globo che abitiamo: dai quali elementi combinati pel libero arbitrio delle umane volontà sgorgano i cinque gradi di aggregazione sociale, la famiglia, il Comune, la Provincia, lo Stato, la Confederazione o società delle genti.

    4. Non è chi non veda, in ciascuno dei gradi superiori contenersi molte associazioni del grado inferiore che ne sono come le parti organiche, e conservano l'essere loro proprio, benché vincolato in qualche modo per formare una unità superiore. La famiglia che si unisce al Comune non cessa di occuparsi di assicurare la sussistenza quotidiana, l'educazione ed istruzione degli adolescenti, la concordia fra i domestici, la cooperazione di tutti nei comuni interessi. Il Comune facendo parte di una Provincia non rompe quelle speciali attinenze tra le famiglie più strettamente unite in tal società, e bisognose per conseguenza di commercio più frequente e per relazioni di sangue e d'amicizia e per provvedere più agevolmente a tutti i materiali e morali bisogni domestici. Far sì che non manchi nel Comune il sufficiente alimento e le arti più necessarie: aiutarsi scambievolmente per provvedimenti igienici, per le opportune comunicazioni di strade e ponti, per la sicurezza delle case e dei frutti dei terreni ecc. queste ed altre simili urgenze mantengono fra le famiglie di un comune medesimo un legame che non potrebbe estendersi ugualmente urgente e sentito ad associazioni più vaste, sotto gl'indirizzi d'una autorità meno immediata.

    5. A questa naturale esistenza del Comune, germe di doveri e diritti tutti suoi proprii, vuole attribuirsi prima l'universalità dell'istituzione ovunque le famiglie si dilatarono, poi la gelosia con cui i governi ordinati e giusti rispettarono cotesti diritti (come oggi dicono) storici. Al qual proposito è notabile il detto del Tournon (3) intorno al Governo Romano nel quale egli ammirò il vigore di questa istituzione municipale, che farà certo meraviglia, dice egli, a coloro pei quali è un domma che tutto negli Stati della Chiesa cammina ad arbitrio del potente; mentre all'opposto la legge è qui favorevolissima alla libertà (4). Solo noteremo di qualche censura quella frase che attribuisce ad imitazione della Francia il fiorire che fanno negli Stati Pontificii lo istituzioni municipali. Dopo quanto abbiamo detto sulla naturalezza di tali istituzioni non è chi non comprenda la vera cagione di loro perennità sotto un Governo sacro. Ci volle il randello dei livellatori repubblicani perché Bologna richiamasse da Roma l'ultimo suo ambasciatore: ma fino a quel giorno ella trattò col Governo pontificio quasi come una repubblica svizzera col suo Vorort o come uno Stato americano col congresso di Washington. La Francia dunque insegnò a Roma l'abolizione, ma non l'istituzione dei Comuni che fu e sarà sempre carissima ad ogni savio Governo, specialmente quando cessata la vertigine di ribellione, sarà possibile lasciare liberi nelle loro faccende i municipii senza che trovisi tosto un Cola da Rienzo, un tribuno, un commissario pronto ad assassinare gli onesti, a zimbellare gli stolidi e soprattutto a ghermire i denari. Senza tali pericoli il Comune sarà sempre nello Stato pontificio dotato di una libertà cui potranno invidiare ma non uguagliare gli Stati laici essenzialmente appoggiati per la massima parte all'incentramento delle forze.

    6. La personalità delle Province presenta caratteri diversi in forza di loro origini. L'esistenza compiuta e indipendente in cui durarono anni e secoli nei loro primordii, diede loro, come testè ricordammo, un carattere proprio, risultante dal complesso dell'indole nazionale, dei diritti che si riserbarono nell'unirsi, delle tradizioni storiche, della posizione geografica ecc. ecc.: caratteri che incar*nati in ciascun individuo di quel popolo speciale, non possono se non per violenza cancellarsi. Questa violenza fu tentata dovunque penetrò lo scompiglio eterodosso; ma con qual risultato! La Francia sperò cancellare la divisione geografica di tutte le sue province (5) sfracellandole in ispartimenti: ma è ella riuscita a togliere le differenze e le gelosie fra il Guascone, il Normanno, il Bretone, il Provenzale, il Limosino, il Lorenese ecc.? I trattati del 1815, rimestarono la mappa geografica dell'Europa congiungendo protestanti e cattolici, Savoini e Svizzeri, repubblicani e monarchici ed urtando in tal modo mille affezioni ed interessi. Un tale intreccio è egli stato molto giovevole per la pace europea, per la felicità dei popoli, per la solidità degli imperii? L'Austria volle cancellare prematuramente le troppe differenze nazionali fra le tante genti onde l'impero è composto: ed eccola alle prese colle nazionalità stesse che non vogliono confondersi, e travagliata ugualmente sia che voglia tornare all'antica distinzione dei popoli, o compierne l'unificazione. Ciò che sia per accadere all'Italia lo dirà il secolo venturo. Vedranno i nostri figli se Milano, Venezia, Firenze, Bologna, Napoli, Palermo ecc. sapranno dimenticare le antiche loro tradizioni ed affezioni per la consolazione un po' problematica di essere unico popolo. Noi per ora riguardando anche solo il Piemonte che tanto fece, ancor piccolo, per introdurre l'unità di lingua, di codice, di usanze, di amministrazione ecc., fra le antiche province della monarchia, le veggiamo coteste province plaudire allo smembramento che in altri tempi sarebbe stato uno strazio. Vero è che tutti gli applausi non saranno forse sinceri. Ma chi conosce i richiami di Nizza, di Genova, di Savoia, di Valsesia quando videro tocchi i diritti delle loro antiche capitolazioni, non sarà restio ad applicare anche qui il detto dell'Arcivescovo di Ciamberì (nella circolare del 10 Ottobre 1860) «che questi abusi di autorità... hanno molto influito sulla votazione della nostra separazione dall'itala». E altrettanto possiamo dire della Svizzera carrucolata suo malgrado dalla società federativa all'unitaria. Per ogni dove la forza trionfa delle affezioni tradizionali, ma la piaga dei cuori è profonda e le antiche memorie acerbamente si rimpiangono, le antiche glorie si esaltano.

    7. Che vuol dire tutto questo lamento? Vuol dire che quelle persone morali sentono la brama naturale di conservarsi e il dolore di perdere quei vantaggi che dall'originaria unità ridondavano fino all'ultimo individuo. Or posto un tal fatto, vedrà per sé stesso il lettore come la legge di finalità assunta da noi come teorema fondamentale per regola della libertà economica ha pei corpi morali quel medesimo valeggio che per le singole persone private. Chi ha il debito di ottenere un fine, abbiamo noi detto, ha il diritto di regolarne i mezzi con quella ragione che è incaricata dell'ordine sociale. Se dunque la famiglia, benché aggregata con altre in un Comune, continua ad avere l'obbligazione di procacciare il sostentamento, la concordia, l'educazione ecc. ecc.; il padre di famiglia, in cui prende una realtà concreta l'autorità ordinatrice della famiglia medesima, ha il diritto di coordinare verso questo fine tutti quei mezzi che a tal uopo si somministrano dalla natura. Se il Comune continua ad abbisognare di comunicazione tra le famiglie, i mezzi necessarii a coltivarla e renderla vieppiù profittevole debbono regolarsi dall'autorità comunale. Se la Provincia sente il vantaggio e possiede il diritto di voler salvi gli antichi patti, imprudentemente e contro il debito di giustizia opererebbe lo Stato, impedendole di serbarne quei vantaggi, e di usare quei diritti. Insomma o bisogna disconoscere l'esistenza di quelle persone morali e del fine, dei mezzi, della utilità di loro esistenza; o riconosciuto il diritto ad esistere, concedere loro il libero uso di quei mezzi senza cui l'esistenza non potrebbe conservarsi.

    8. Né dalla conservazione di cotesti membri inferiori può temersi mai alcun danno all'intero corpo sociale: il quale anzi perderebbe il vero e regolare essere suo se distruggesse quell'organismo secondario; come il corpo animale si troverebbe distrutto, se, macellate le sue membra organiche, venisse ridotto ad un mucchio di carne senza forze e figure diverse nelle varie membra. Il che diciamo non per modo di figura rettorica (come potrebbero sospettare i centralisti burocratici avvezzi a considerare tutti i cittadini come una massa di molecole omogenee unicamente e immediatamente soggette al potere centrale in ogni loro movimento); ma a tutto rigore filosofico come apparisce dal fin qui detto. Conciossiaché da un canto è egli possibile che il Governo centrale distenda l'immediata sua provvidenza a tutti i bisogni speciali e svariatissimi della provincia, del comune, della famiglia senza incepparla con mille ritardi, senza lasciarvi mille lacune, senza confondersi ed equivocare mille volle con tortura continua degli amministrati? Per altra parte anche quando vuol muovere i consorzii inferiori rispetto al bene universale dello Stato, non ha egli mestieri di un organo intermedio per operare sopra di essi? E questo impulso non deve egli adattarsi all'indole particolare di quelle corporazioni? E per ottenere questo può egli trovare stromento più adatto che quella speciale autorità da cui dipende immediatamente la società inferiore? L'inviolabililà dunque di questa torna a vantaggio ed agevolazione dell'intera società e del governo centrale. Il quale infatti dove ha voluto tutto assorbire è stato costretto a trasformare il capo naturale del Comune in uno strumento fattizio dello Stato (6).

    9. Al qual proposito non vogliamo tralasciare una osservazione. Il Journal des Économistes (7) loda l'idea fondamentale del Dupont-White che dà l'opinione pubblica per contrappeso al potere, biasimandola peraltro che questa opinione egli voglia collocarla esclusivamente nella Capitale (8).
    I nostri lettori vedranno qui quel curioso intreccio di che sempre s'impastano le teorie liberali spinte dal cuore a libertà, dalla logica al dispotismo, e da cotesta contraddizione ridotta all'impotenza.
    Perché vuole l'opinione pubblica freno al potere, il quale è costituito appunto per formare quell'unità che l'opinione di una moltitudine non può avere? Il vero freno del Governo non è se non o la giustizia per un Governo savio o la ribellione per un tirannico. L'opinione pubblica altro non è che una pitonessa ad uso o dei Filippi o dei Demosteni che le fanno dire ciò che vogliono. Ma i liberali perduta l'idea di giustizia vera ed eterna, vi s'acconciano alla meglio o piuttosto alla peggio.
    Il Dupont sostenitore del Centralismo, perché senza unità vede la società impossibile, centralizza nella Capitale l'opinione perché sia meno impossibile l'indovinarla. Ragionevolmente gli si oppone il giornale, rimostrando contro l'ingiustizia di concentrare in quello tutti quanti i Comuni.
    E l'autore e il giornalista si dibattono in queste angustie per la falsità delle loro teorie e l'impossibilità di effettuarle. Se invece di introdurre l'opinione del popolo ad insegnar politica nel gabinetto e scaraventare il gabinetto a governare le famiglie e i Comuni, si lasciasse ai politici gl'interessi che riguardano l'unità dello Stato e ai Comuni la minuta amministrazione degli affari che riguardano gli interessi tra famiglia e famiglia, non apparirebbe per sé medesima ridicola l'influenza che qui si vuol dare alla capitale? E che potrebbe l'opinione di Parigi, per regolare gl'interessi di Tarbes, di Vals e di S. Etienne? Vero è che, come saviamente riflette il Remusat nella Revue, la distinzione tra affari politici e comunali è più facile il bramarsi che ad eseguirsi. Questa difficoltà peraltro in parte è necessità e conviene superarla; nel che sta appunto la gran scienza del Governo: in parte è apprensione, la quale dipende l'avere i Comuni perduto l'abito di fare da sé: in parte finalmente è vizio dell'epoca in cui tanto si è indebolita l'antica probità per irreligione, il vero amor patrio per l'utopie di nazionalità.
    Spieghiamo questa ultima parola, giacché quando si nomina amor patria ai dì nostri, la confusione delle idee e il cozzo degli affetti fanno annottare in un attimo: eripiunt subito nubes coelumque diemque (9).
    Che vuol dire amare? Vuol dire volere il bene. Quando trattasi di beni limitati possiamo noi volerli ugualmente a tutti gli uomini? È, chiaro che no, giacché l'infinitesimo di bene che toccherebbe ai singoli tornerebbe a un nulla. Dovendo Questi beni limitati volerli a qualcuno in particolare, chi dovrà da noi preferirsi? È chiaro che la preferenza tocca a chi ne ha maggior capacità e maggior diritto.
    E chi ha maggior capacità, il prossimo o il remoto? È più facile a me fare il bene di un Italiano, di un Romano, o il bene di un Ottentoto, di un Patagone? Quanto un uomo mi è più prossimo, tanto mi è più facile conoscerne i bisogni e sovvenirli.
    Il diritto poi chi lo ha maggiore, colui che fa bene a me o colui che neppure mi conosce? Se l'avere io ricevuto un qualche bene importa l'obbligo di restituirlo; i domestici dai quali tanto bene ricevo nella convivenza quotidiana, e i conterranei ai quali quasi quotidianamente ricorro pei bisogni più triviali, hanno sopra di me molto maggiori diritti che tutto il resto della famiglia indopelasgica o della giapelica da cui gli eruditi o la sacra Bibbia mi fanno discendere. Specialmente poi quando si tratta di certi beni particolari contemplati in una determinata specie di unione e che ne costituiscono la forma specifica, giustizia vuole che io dia la preferenza a quelli coi quali mi sono espressamente legato per conseguire viribus unitis quella determinata specie di beni. Così in una società di negozio, prima che a niun'altra persona, dovrò volere quel lucro ai socii con cui mi sono collegato; in una battaglia prima dovrò difendere un commilitone con cui mi sono impegnato a mutua difesa, poi un viandante ignoto con cui non ho impegni; nel promuovere a studio d'anima e di coscienza, più cari mi dovranno essere gl'interessi spirituali di chi meco vive nella comunione cattolica o in qualche sodalizio religioso. Alla stessa maniera dunque nei beni domestici dovrò preferire agli stranieri i famigliari, nei beni civili agli altri connazionali i conterranei; eccettuati quei casi in cui il sacrifizio di qualche bene dei privati è richiesto per bene dei privati medesimi il costituire la pubblica e più vasta associazione.
    Questo dovere di carità civica è quello che dicemmo poc'anzi essersi molto indebolito oggidì, grazie alle utopie di nazionalità fatte comodo pretesto ed aiuto all'egoismo. A forza di gridare contro il municipalismo, i ricchi, i maggiorenti del Comune più non pensano a beneficarlo, preferendo una fama cosmopolitica all'amore dei loro conterranei primi ed immediati loro prossimi. Perduta così l'influenza delle teste patriarcali, il Comune è impotente a provvedere a sé stesso, ed esposto alle meschine gelosie dei rozzi intriganti.
    Tolti o corretti cotesti inconvenienti, la vitalità del Comune sarebbe meno dipendente: e facendo nelle relazioni ipotattiche delle due società gli studii che si sono fatti per impastoiare e incatenare i municipii, si scioglierebbe forse più agevolmente il gran problema di libertà: problema che i nostri liberali hanno ridotto ad equazione di quantità immaginaria (tutti governino tutto), ma che nella natura dell'uomo si riduce a questa formola «Ciascuno sia libero a governare i mezzi in quelle materie ove ha diritto al fine». Il quale principio concilierebbe gli amici del centralismo con quei della divisione.

    10. Una tale dottrina è dunque vantaggiosa al Governo centrale (come pocanzi stavamo dicendo) perché gli fornisce mezzo efficace di condurre organicamente le moltitudini. Ma è di più necessaria affinché durino le società inferiori, elementi di cui si compone la società superiore: e che, distrutti, sarebbero la distruzione anche della superiore società. Il che vi si parrà evidente se rifletterete che ogni corpo morale riceve la sua forma dal fine a cui tende e dall'autorità che ordina le forze per tendervi. Togliete a quelle società particolari l'ordinamento a soddisfare certi bisogni più speciali e l'autorità che coordina i mezzi, la società stessa verrà distrutta. Rimarrà quel mucchio di persone, quello scompartimento di territorio; ma quell'unità con cui tendevano a vantaggi speciali verrà disciolta e mancheranno quelle membra organiche. Or noi abbiamo veduto che di coteste membra è naturalmente composta ogni gran famiglia umana. Dunque lo stato che le avrà distrutte, avrà con ciò snaturato sé stesso e procacciato per conseguenza il proprio danno.

    11. Tutto ciò che abbiamo detto finora rispetto alle corporazioni che nascono per naturale incremento dal germe della famiglia, può applicarsi sotto molti rispetti all'organismo meno rigorosamente naturale dei corpi collegiali di varia maniera, che in ogni società naturalmente si vanno formando per impulso di bisogni e per deliberazione di volontà. Accademie scientifiche e letterarie, corpi d'arti e d'industria, società di traffico e di commercio, associazioni assicuratrici di cose e di persone e perfino le unioni geniali di divertimento; tutte nascono dal diritto che ha l'uomo di soddisfare ai proprii bisogni, dall'efficacia dell'associazione nel contribuirvi, dal debito di carità nel vicendevole adiutorio. Certamente di tutti cotesti mezzi l'umana perversità può abusare trasformandoli in orpello di cospirazione: e pur troppo la miseranda condizione dei tempi nostri tanto li ha resi più pericolosi quanto più si è sfiatata a vantarne il diritto. Di che per naturale conseguenza è venuta la diminuzione del diritto medesimo, colliso in gran parte dal tanto più urgente diritto della pubblica sicurezza.
    Ma prescindendo da questa eccezione, non può negarsi essere proprio della umana natura la tendenza ad associarsi anche nel soddisfare a quei bisogni secondarii; e le associazioni a tali fini istituite divenire organi sociali proporzionati alle varie funzioni, bisognosi, di forze e di forme particolari, e specialmente di una ragione ordinatrice che regoli i mezzi a proporzione del fine. Se l'associarsi a tal uopo è, in società ben ordinata, un diritto, diritto sarà parimenti disporre dei mezzi ; ed ecco per conseguenza applicabile il teorema fondamentale a queste come alle altre corporazioni: un'accademia avrà diritto ad usare i mezzi necessarii per l'incremento del sapere: ed un governo che gratuitamente (10) le voglia imporre dei legami commetterà allo dispotico: dispotico sarà il divietare senza ragione a molti negozianti de formare una società per agevolare il guadagno nel commercio, a molti artefici per ottenere perfezione nei lavori, a molti filarmonici per crescere il diletto di loro serate e il bello artistico di loro composizioni. Quanto più poi dovrà esser lecito a molti cristiani, vivamente penetrati dei sentimenti religiosi, associarsi per compierne con maggior perfezione i doveri!

    12. Eppure nelle associazioni appunto, ossia nei sodalizii religiosi, più rigida ordinariamente si mostra la legge ad imporre l'obbligo del chiedere licenza, più restio il governo liberalesco a consentirla. Per le associazioni di teatro, di piacere, di letteratura, di commercio, appena potreste accorgervi che la licenza si esiga, tanto ella è pronta e larghissima nel condiscendere. Tutta l'importanza, tutto il rigore, si pone negli assembramenti ordinati immediatamente al servizio di Dio, alla spirituale perfezione delle anime. Qui è dove l'unirsi senza espressa licenza del governo si vuol qualificare di reato poco meno che sovversivo della sovrana autorità e della legittima giurisdizione del potere. Ma che vuol dire ciò? Vuol dire che ivi appunto si vuol vincolare la naturale e necessaria indipendenza dell'uomo dove il diritto è più forte, e il pericolo di abuso meno probabile, certo più raro. Il diritto alla indipendenza è il più forte, perché direttamente e per sé riguarda l'ultimo fine dell'uomo; l'abuso il meno temibile, perché, oltre l'assicurarcene che fa l'essenza propria di tali istituzioni che è riposta negli interessi non della vita temporale, ma dell'eterna, la esperienza e la storia ci mostran bensì le cospirazioni e le congiure uscite non di rado dalle associazioni estranee alla religione cattolica: ma dalle comunità religiose, se ne eccettuate la problematica cospirazione dei Tempieri (seppur costoro poteano dirsi religiosi), la memoria in questo momento non ce ne somministra altro esempio. Onde senza esagerazione si può ben asserire che il vincolare in questa parte l'umana libertà, è l'eccesso del dispotismo, è un ferire la natura ragionevole nella più inviolabile delle proprietà.
    Raccogliamo in breve il fin qui detto intorno alla libera azione dei corpi morali. Essi non sono (e parliamo tanto dei naturali quanto dei volontarii) un'arbitraria istituzione dei governi: sono istituzioni germinanti dalla natura sociale dell'uomo operante sotto influenze più o meno immediate della natura mondiale e delle sue vicende. E formano un organismo con cui la natura ha dato alla società umana un complicatissimo strumento di sue operazioni. Cotesto grande organismo è formato di varii organi aventi ciascuno per un fine suo proprio operazione propria guidata da una ragione ordinatrice, fornita di forze proporzionate alla speciale sua funzione.
    Se cotesta ragione dee giungere al fine ha per natura il diritto simile a quello dell'individuo umano di disporre liberamente i mezzi proporzionati a quel fine speciale: essendo assurdo che natura imponga l'obbligo di giungere ad un fine ed attribuisca a colpa il non procacciarlo, quando non lasciasse libero l'uso dei mezzi.
    Un Governo centrale adunque che tolga agli organi sociati questa libertà rispetto al loro fine speciale, opera dispoticamente. E se la privazione di operazione organica giunga all'estremo, distrugge in sostanza l'istituzione, distrugge gli organi e per conseguenza distrugge il proprio organismo, distrugge sé stessa, trasnaturando la società maggiore in tutt'altra da ciò che natura la formò.
    Tale è l'opera o diciam meglio il vizio di quel centralismo dispotico, tanto accarezzato oggidì dai libertini, e del quale, a Dio piacendo, parleremo nel secondo paragrafo.




    NOTE

    1 Serie 1. Vol. I, pag. 399. e Vol. VIII, pag. 258.

    2 Diciamo ordinato organicamente un corpo vuoi fisico vuoi morale, quando non è composto di una massa omogenea, ma è suddiviso in parti aventi ciascuna il proprio fine speciale e per conseguenza le proporzioni, le forze, le speciali unità direttrici atte a conseguire quel fine speciale.

    3 Sapranno forse i lettori ch'egli fu prefetto nel dipartimento del Tevere durante l'usurpazione di Napoleone I e scrisse con sentimenti di molta sapienza civile degli studii statistici intorno a Roma.

    4 Ce mode d'administration municipale, évidemment emprunté au système français, étonnera ceux qui croient que dans les Etats du Pape tout est sou*mis à l'arbitraire et au bon plaisir. Sans doute il donne lieu à quelques abus de pouvoir; mais la loi écrite y est plus favorable à la liberté qu'on ne le croit communément (Tom. II, pag. 44)

    5 Annuaire des deux Mondes 1851 e 1852. L'Autriche pag. 642.

    6 Vedi la Revue des deux mondes nel citato articolo del 15 Ottobre.

    7 Ottobre 1860. La centralisation pag. 63.

    8 Il y a du bon dans l'idée fondamentale qui fait de l'opinion publique le contre-poids du pouvoir... On peut faire de la capitale l'organe principal de l'opinion... Mais pourquoi lui en donner le monopole exclusif? (ivi).

    9 Raccomandiamo a chi vuol formarsi una giusta idea di amor patrio l'ultima delle dieci bellissime lezioni sacre recitate in Venezia dal dotto Canonico Zinelli e testè pubblicate; di cui diamo una rivista.

    10 Gratuitamente diciamo, vale a dire senza giusti riguardi al bene universale: il quale, come pocanzi abbiamo detto, esige a tempi nostri il sacrifizio di molte fra le ordinarie libertà sociali per la scelleraggine con cui ne abusano i cospiratori. Ciò che in tempo di calma sarebbe una violenza manifesta contro il diritto di proprietà, come il gettare a cagion d'esempio le merci in grave tempesta, è un dovere pietoso non che necessario di umanità.

    I corpi morali sotto l'influenza del teorema della libertà economica. - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    I corpi morali sotto l'influenza del teorema della libertà economica.



    Di p. L. Taparelli d'Azeglio S.J. - 13. Doppio centralismo: il violento. - 14. L'unità naturale - 15. Il vizioso mira al bene proprio e sacrifica gli amministrati. - 16. Se ne trae una regola di giusta libertà. - 17. Il centralismo belgico nella abolizione degli Octrois. - 18. Modello di unità sincera il governo della Chiesa. - 19. Influsso di questo governo in favore della libertà Comunale. - 20. Facilità di fallire a questa regola. - 21. Danni che ne consieguono in favore della rivoluzione. - 22. Centralismo politico, larghezza amministrativa. - 23. Riserve in favore del diritto censorio. - 24. Conclusione. - 25. Spiriti diversi dell'unità cattolica e del centralismo eterodosso.


    I CORPI MORALI SOTTO L'INFLUENZA DEL TEOREMA DELLA LIBERTÀ ECONOMICA
    «La Civiltà Cattolica», 1860, a. 12, Serie IV, vol. IX, pp. 257-273


    §. II. Il Centralismo.
    SOMMARIO

    13. Doppio centralismo: il violento. - 14. L'unità naturale - 15. Il vizioso mira al bene proprio e sacrifica gli amministrati. - 16. Se ne trae una regola di giusta libertà. - 17. Il centralismo belgico nella abolizione degli Octrois. - 18. Modello di unità sincera il governo della Chiesa. - 19. Influsso di questo governo in favore della libertà Comunale. - 20. Facilità di fallire a questa regola. - 21. Danni che ne consieguono in favore della rivoluzione. - 22. Centralismo politico, larghezza amministrativa. - 23. Riserve in favore del diritto censorio. - 2i. Conclusione. - 25. Spiriti diversi dell'unità cattolica e del centralismo eterodosso.


    13. Formato colle precedenti considerazioni un giusto concetto della ragionevole indipendenza dei corpi, ossia persone morali che costituiscono l'organismo di una società, ne sgorga per legittima conseguenza la vera idea di due specie di Centralismo che formano nella Società ora l'unità necessaria e naturale, ora l'unità perniciosa e violenta.
    Accade in tale materia, come per tutt'altrove, che la bontà di una merce sveglia la brama di falsificarla. Si falsificano le monete, le carte, le medaglie, le edizioni... tutto insomma che possa aver pregio: il perché? Perché le vere sono stimate un tesoro. Ora il massimo dei tesori per una moltitudine qualunque è il potersi ridurre ad unità; il massimo dei vanti per chi ama la patria è il procacciargliela, giacché cotesta unità moltiplica le forze, moltiplica i beni che con esse si consieguono, moltiplica la sicurezza di possederli. Qual meraviglia che si ami l'unità sociale? Qual meraviglia, che l'ambizione e il dispotismo tentino di contraffarla? E se l'intera società ne gode, quanto più dee goderne un governante, ambizioso che, raccolte in sua mano tutte le redini, senta concentrate nel suo pugno tutte le forze di milioni di cittadini! Dall'immenso bene adunque dell'unità sociale è nato il desiderio d'un incentramento violento, specialmente quando si è mirato il bene sociale coll'occhio dell'utilista; il quale, non conoscendo altro bene che il materiale, che si ottiene principalmente coll'indefinito aumento delle forze fisiche, quante più braccia può congiungere in uno sforzo, tanto maggior bene crede aver conseguito per la patria, qualunque poi sia lo sconcerto morale con cui lo ha conseguito. (Vedete, dicono certi politici, immensa forza che acquistò la Francia dopochè Napoleone I, sottrattala, materia informe ed inorganica, al macello dei Giacobini, organò quel meccanismo sterminato di ufficii e di ufficiali, che prende il nome infrancesito di burocrazia!» (1). Così dissero fra gl'Italianissimi quegli unitarii che, vanno fabbricando l'unità italiana colla abolizione, dicono, delle grettezze municipali. «Se a noi riesce di congiungere in uno 26 milioni d'uomini, che sì che anche l'Italia saprà far rispettare i suoi confini e la sua bandiera. A dir vero sarà mestieri per questo sacrificare a migliaia le vittime, violare sfrontatamente ogni diritto calpestare scelleratamente la religione e il suo Gerarca. Ma che importa? L'Italia sarà fatta, sarà grande, sarà forte, perché sarà una». Ecco, come vedete, una unità che calpesta il diritto ed offende per conseguenza la natura umana: ecco un'idea mostruosa e gigantesca di quello, che suol dirsi nel mal senso, il centralismo. Esso peraltro non arriva sempre a coteste enormità: la condizione sua ordinaria e l'essenza che la costituisce dimora nel formare una unità violenta, calpestando il diritto delle parti senza colliderlo.

    14. Spieghiamoci. Abbiamo detto più volte non essere possibile unità sociale, senza qualche sacrifizio di libertà: giacché dall'un canto la congiunzione non può farsi senza vincolo che congiunga: dall'altro chi si congiunge con altri a formare unità dee rassegnarsi ad esser parte, e per conseguenza a perdere l'indipendenza totale di azione. Quando dunque il governante chiede alle corporazioni secondarie quel sacrifizio di libertà necessario a congiungerle in una sola operazione politica, il suo diritto, o piuttosto il diritto che esse hanno a costituire cotesta unità politica collide quel che avrebbero, isolate, ad usare tutta la pienezza della libertà (2). E poiché il primo diritto prevale al secondo, e per la grandezza del bene che si ottiene e perché questo si estende a tutti gl'individui associati, nella collisione il primo diritto fa tacere il secondo. In tal caso dunque l'unità sociale chiede un sacrifizio che non offende la natura umana, ossia la ragione, il diritto.

    15. Nel centralismo all'opposto che cosa accade? Accade che il potere centrale ordina il sacrifizio delle parti, non già al bene delle parti medesime considerate nel tutto, ma al bene dell'Io STATO (l'état c'est moi) che vuole ottenere a qualunque costo una insuperabile onnipotenza all'arbitrario suo volere. Ed ecco il vizio finale, il primo gran vizio del centralismo: Siccome poi a questa onnipotenza ogni diritto può riuscire ostacolo, ostacolo possono riuscire anche quei diritti che costituiscono l'essenza medesima delle società inferiori (il diritto p. e. della famiglia ad educare la prole, del Comune a provvedere colle proprie ricchezze ai proprii interessi) (3).
    In questi casi l'intolleranza di qualsivoglia resistenza ai suoi capricci conduce il despotismo centrale a calpestare ogni diritto, e per conseguenza a distruggere, come pocanzi abbiamo notato, le corporazioni appunto (famiglia, comune, associazioni religiose ecc.) che egli dovrebbe congiungere in unica società; val quanto dire, gli elementi stessi o le parti integranti della propria esistenza (4)

    16. Dimenticanza del fine legittimo, distruzione delle membra costitutive, ecco i due difetti gravissimi, pei quali il centralismo si distingue dalla legittima unità sociale; e che possono somministrare qualche regola per segnare i limiti fra la giusta libertà e l'indebita indipendenza in economia come in tutto l'ordine politico. L'intromissione del Governo nelle cose economiche mira ella a formare quella unità politica, senza cui la società verrebbe meno? Impone p. e. le tasse necessarie pel mantenimento degli ufficiali, dell'esercito, della magistratura, dell'amministrazione pubblica? Queste sono funzioni tutte proprie del potere centrale: il fine è di assoluta necessità pel bene dell'unità sociale; dunque egli opera legittimamente, purché sieno salve nelle essenziali loro funzioni le parti integranti della società. Vuole egli all'opposto assumere o rendere impossibili quelle funzioni, da cui dipende resistenza e l'essere delle parti integranti della famiglia, del Municipio ecc. ? Egli offende il diritto che hanno queste ad esistere ed operare. Il principio è così evidente, che eziandio gl'Italianissimi, in quel loro mostruoso dispotismo unitario, di che abbiamo testé favellato, credettero necessaria la commedia dei suffragii universali, delle annessioni volontarie, per serbare almeno in apparenza un qualche rispetto ai diritti delle società preesistenti.

    17. Coteste peraltro le sono lustre ed ipocrisie: il partito liberalesco è, come pocanzi abbiamo notato col Bechard, essenzialmente centralizzatore, essenzialmente dispotico. Egli non sarebbe disposto a concedere larghezze di libertà, se non in quanto fosse certo che non potranno usarsi per esautorarlo. Or qual è quel partito che possa sperare di perpetuarsi al governo, concedendo a tutti gli altri partiti una libertà verace? Il centralismo dunque dee promuoversi ovunque i libertini trionfano: e senza cercarne altri esempii nella politica della Spagna o del Piemonte, ne abbiamo ad uso degli economisti un memorando spettacolo nella legge testé stanziata dal Parlamento belgico per sopprimere tutti i dazii comunali. Quale spettacolo, sclamava in quelle camere il Thibaut, quale spettacolo vedere i Comuni che si rallegrano d'essere ridotti alla servile condizione di stipendiati! Dei consigli comunali che gioiscono al vedersi posti sotto tutela! Aveano meritato cotesto smacco i Comuni del Belgio? interrogava nel 1856 un altro Deputato: questi Comuni che colle libere istituzioni del medio evo amministrandosi da sé medesimi, tanti monumenti ai posteri tramandarono e materiali e morali nell'ordine civile e religioso che formano l'ammirazione della generazione presente! Il diritto di far da sé medesimi i proprii interessi è pel Comune come per la nazione la più vitale delle libertà, base delle altre tutte: e il ridurre i consigli municipali alla meschina funzione di ricevere dalle mani del Governo più o men copiosa la pietanza da distribuire è, diceva Orazio Say, un passo di più nel sistema del Comunismo, a cui ci sospinge pur troppo l'incentramento amministrativo (5).
    Sì purtroppo, i Governi si sono ormai accollata tutta l'attività che era in altri tempi distribuita o per incitamento di natura, o per umane istituzioni sulle spalle di tutta la popolazione: essi combattono pel popolo nell'esercito, moraleggiano per lui nella polizia, per lui pensano nel giornalismo, per lui amministrano nel debito pubblico, per lui educano nel pubblico insegnamento, per lui fabbricano religione al Ministero dei culti, per lui fanno carità nella pubblica beneficenza: insomma siamo giunti al punto che tutta l'attività sociale risale al centro, per ricaderne in rugiada benefica sulle membra privilegiate. Togliete ai Comuni ogni imposta e ogni esazione per concedere anche questo al Governo, e vedete quale avanzo d'esistenza indipendente potrà rimanere al popolo. Certamente, dice il lodato Passy, la libertà locale non dee nuocere al bene comune: ma neppure la difesa del bene comune dee giungere alla soppressione d'ogni iniziativa locale. La commune ne peut, en vue de pourvoir à sa vie intérieure, prendre des mesures qui aient un caractère général. L'État ne peut pas davantage, sous le couvert du bien général, prendre des mesures d'un caractère communal (pag. 443).
    L'abolizione dei così detti Octrois era certamente, conclude il Passy col Puynode, un gran bene, non essendovi peggior dazio di cotesto; ma il bene dell'abolirlo non compensa a pezza la perdita delle libertà comunali. Si potea lasciare ai Comuni stessi la cura di sostituire altra gravezza agli Octrois; si poteva introdurre un sistema di tasse locali specificate per modo, che ad ogni tassa si vedesse contrapposto l'impiego utile a cui è destinata: si potea rilasciare ad ogni Comune il proprio testatico. Ogni altro modo insomma poteva adoperarsi, anziché l'incentramento: e sia detto a lode degli oppositori, essi mostrarono una condiscendenza edificante nell'offerirsi pronti ad ogni equa composizione. Solo il Ministro, gli rimprovera il Dumortier, nel corso della lunga discussione ricusò costantemente ogni concessione, quasi volesse che la sua legge passasse qual monumento cui niuno fuor di lui avea posto la mano. L'intento è ottenuto; ed egli ha fatto prova di perseveranza, d'ingegno, di potenza. Ma ha egli provato del pari amor patrio, moderazione e prudenza?

    18. Così conclude il Passy quella bella scrittura intorno al trionfo del centralismo nel libero Belgio, la quale noi raccomandiamo agli studiosi di economia sociale che bramano vedere nella pratica l'importanza delle dottrine che qui andiamo spiegando. A chi poi bramasse, non un esempio dei vizii, in cui può degenerare il centralismo, ma un bel modello di quell'unità sociale che tutte collega strettamente le parti, lasciando frattanto a ciascuna quella libertà pienissima che nelle faccende proprie naturalmente le compete; qual modello più perfetto potremmo noi additare che l'organismo di quella società universale, cui la Sapienza infinita istituì sulla terra, e lo spirito di verità e di giustizia avviva, conserva e governa? In essa le autorità della famiglia, del Comune, della Provincia, dello Stato hanno il loro riscontro perfettissimo nel parroco (6), nel Vescovo, nel Metropolitano, nel Primate o Patriarca; sottoposti tutti quanti a quell'autorità suprema del Pontefice Romano, in cui tutti riconoscono un diritto che non ha pari sulla terra, il diritto di regolare infallibilmente le opinioni, oltre quell'autorità sì riverita di condurre praticamente e senza appello la disciplina della cristiana società. Potreste voi, non dico trovare sulla terra, ma solo ideare maggiore potenza? Eppure . sotto il Governo di una tale autorità, tutte le società minori sono sì libere a muoversi nell'orbita lor propria, che i nemici del Papato hanno adoperata come arma cotesta libertà per negare nei primi secoli l'autorità stessa del Pontefice: ed anche dopo le erudite dimostrazioni degli apologisti cattolici, degli Orsi, dei Bianchi, dei Zaccaria, dei Bolgeni ecc. sorgono a dì nostri erudituzzi da trivio a novellarci che l'autorità papale incominciava in Ildebrando, in Innocenzo o simili. Avvezzi a non conoscere autorità, se non dove è un esercito di ufficiali burocratici e una tutela che inceppa ogni movimento dei sudditi, costoro prendono la libertà di questi nella Chiesa per una anarchica indipendenza. Ma il vero è che, quando il superiore rispetta tutti i diritti dei subordinati, egli viene esonerato da questi di mille pesi inutili che opprimono il centralismo, serbando peraltro tutta la forza della unità sociale, ottenendo colla autorità la cooperazione di tutti all'ordine universale.

    19. Ed è questo appunto il bel tipo che ci viene somministrato dal reggimento della Chiesa cattolica: il cui spirito ridondando, come è naturale, anche nel governo temporale produsse la gran riverenza alle istituzioni municipali che dal Tournon, giudice sicuramente imparziale, vennero tanto ammirate negli Stati pontificii cui quegli governò sotto l'usurpazione napoleonica. Egli dopo averci detto che il Buon Governo in Roma non seulement independant du pouvoir ministeriel, mais souvent en opposition avec lui, forme une institution fort remarquable sous un gouvernement absolu; parlando poi delle altre città e comuni soggiunge: les autres villes et villages jouissent d'un veritable regime municipal; puisque etc... Ce mode d'administration municipale, evidemment emprunté au système français (oh! davvero?), étonnera ceux qui croient que dans là Etats du Pape tout est soumis à l'arbitraire et au bon plaisir. Compatite quell'emprunté che tutti i Francesi certamente non ammetteranno: nel rimanente voi vedete come la libertà cristiana trasudasse naturalmente nella libertà civile per confessione anche di chi conobbe gli Stati pontificii quarant'anni prima del regno di Pio IX (7) E la ragione intima la possiamo avere dal Béchard di anzi citato, il quale nel capo sesto (pag. 78 e seg.) ragiona saviamente dell'analogia che passa fra parrocchia e Comune: analogia che splende anche nel fatto storico che ci dimostra i paesi governati a Comune molto più remoti, dic'egli, dalle eresie del secolo XVI, che gli Stati governati più strettamente a ragione feudale. L'Angleterre et l'Allemagne en furent surtout infestees. La France en fui atteinte à demi; l'Italie et l'Espagne en furent complétement préservees, tant il est vrai qu'il y a entre l'esprit de cité et l'esprit religieux, entre la paroisse et le municipe, une étroite liaison!... (pag. 80 e 81). Se tanta è l'analogia fra lo spirito religioso della parrocchia e quel del Comune, qual bisogno avea Roma di cercare un modello in Francia? E se ve l'avesse cercato, che cosa avrebbe ella trovato? Continua a dirvelo il Béchard medesimo (pag. 86). En France... la paroisse n'est pas plus libre que la commune. Les intérets de la religion y sont comme ceux de la cité, sous la dépendance presque exclusive des agents du pouvoir central. Tutto è centralismo in Francia. Non dunque dalla Francia, ma dalla naturale propensione della Chiesa a rispettare ogni diritto, nacque negli Stati Pontificii la conservata libertà dei Comuni: e sarà questo sempre il genio della Chiesa; sarà questo per lei un vanto di perpetua preminenza per una ragione evidente ed intima: la Chiesa comanda alle coscienze, e però ha molto minor bisogno d'incatenare con legami amministrativi.

    20. La mancanza della debita riverenza ai diritti delle inferiori comunanze è uno di quei difetti che più caldamente vorremmo raccomandati alla meditazione dei politici e dei pubblicisti, se agli occhi loro giungessero queste nostre considerazioni; non solo per la grande facilità di fallire a tal debito, ma eziandio per le gravissime conseguenze che da questi falli risultano.
    Facilissimo è in primo luogo trasandare questi doveri per quella naturale inclinazione che ha ogni uomo a pretendere influenza, ogni influenza a dilatare la sua sfera. Questa naturale inclinazione all'ingrandirsi, che degenera sì facilmente in ambizione, ha nei governanti: una grande apparenza di bene, di zelo, di necessità; cotalchè lungi dal recarselo a coscienza è facilissimo che si rechino a coscienza il non eccedere: essendo evidente che ad ogni colpa che si commette nella comunanza, un governante bramoso del pubblico bene dice tosto a sé medesimo: «Io non avrei permesso un tal fallo. Dunque debbo intromettermi nelle società inferiori, affine d'impedirne la ripetizione»: quasi chi disapprova i difetti altrui fosse perciò subito sicuro di ripararvi, senza cadere in altri peggiori. Così le intrusioni non hanno termine essendo nel gran numero delle società inferiori necessariamente frequenti le mancanze; e coteste continue intramettenze producono l'inceppamento universale; sempre pel desiderio, e spesse volte sincero, di ottenere il maggior bene.
    E così crediamo (senza esserne grandi ammiratori) procedessero forse i due Lorenesi Re Sacrestani; né oseremmo assolutamente negare che Giuseppe II e Leopoldo I sperassero di fare il bene, quando contavano le candele che faceano accendere in chiesa e i tocchi della campana che lasciavano dondolare sul campanile. I dabben uomini non contano, anzi non veggono i molti sconci che si accoppiano a quel menomo vantaggio: e specialmente non comprendono essere assai minor male tollerare qualche abuso di un diritto, che violarne l'esistenza; giacché i falli di chi abusa il proprio diritto; salvando il principio del diritto medesimo, danno campo alla correzione; laddove chi rapisce il suo diritto al proprietario perché non ne abusi, distrugge il principio stesso della proprietà ed insegna a calpestare il diritto: insegna a facere mala ut eveniat bona.

    21. Di che ognuno vede, la colpa di cui ragioniamo, benché facilissima a palliarsi, essere però gravissima e nocevolissima, né crederemmo renderci colpevoli di esagerazione, se asseverassimo l'intramettenza indebita dei superiori negl'interessi degli inferiori essere una forse delle cause più efficaci a trarre anche i dabbene a parteggiare per l'odierno scompiglio sociale. E ciò in primo luogo perché, secondo il detto poc'anzi, quell'intramettenza è disordine, scompiglio, rivoluzione in sé stessa, essendo quasi un'abolizione del principio di ordine ipotattico: «se tu mi togli il mio, dice al governante la società inferiore, perché non posso io togliere il tuo?»
    E questa ritorsione d'argomento, che il popolo non farebbe forse per via di raziocinio, viene a lui ispirata dal sentimento, ogni qualvolta si accorge che con proprio danno i suoi interessi domestici, municipali, religiosi ecc., vengono liberamente maneggiati dal potere politico. «Se tutto ciò che mi tocca più da vicino (dice in cuor suo il rozzo, il campagnuolo) tutto viene disposto dal governante supremo, hanno dunque ragione quei barbassori politici che, nella farmacia del mio villaggio o sulle panche del nostro caffè, insegnano toccare al popolo. regolare i governanti supremi. Se io non mi prendo questa briga, come potranno costoro dalla Capitale regolare i miei interessi, a cento o ducento miglia di distanza, meglio di me che li veggo e tocco sul luogo stesso?» Ed ecco nascere nel popolo la smania di poteri politici per le soverchie intromissioni del potere politico nelle faccende comunali.
    E di vero, che cosa è l'amministrazione sotto le influenze del centralismo? Ne abbiamo una descrizione, rispetto alla Francia, nel Béchard, di cui compendieremo qui alcuni tratti. Dopo averci detto come il Ministro corrisponde con tutti i Prefetti: qual sarà, domanda, l'amministrazione incentrata nella prefettura? Il suo ufficio Bureau è un picciolo ministero, anzi un compendio di tutti i ministeri, giacché con tutti i Ministri corrisponde il Prefetto. Né solo per le faccende civili, essendo egli inoltre e principalissimamente un uomo politico, un uomo di parte, un procuratore di elezioni. Straniero al dipartimento a cui appena si mostra, tracciando fortuna migliore, egli si fa stromento d'intrighi ministeriali e macchina da firme. Con tanto ingombro di faccende, è mai possibile che egli entri nelle minutezze innumerevoli, in cui si diramano le generali sue attribuzioni? Sarebbe stoltezza il pensarlo. No, non è il Prefetto quel che amministra, sono i commessi, scelti, pagati, licenziati ad libitum. Gli stessi capi d'officio secondarii non reggono alla mole degli scartafacci loro commessi; cotalché cadendo d'una mano in altra, gli affari arrivano finalmente a regolarsi dall'infimo di quegli stipendiati, i quali tutto riducono ad una materiale regolarità, ma senza alcuna premura pei diritti, per gl'interessi dei loro amministrati. Cotesti eserciti di salariati consumano i loro giorni a registrare domande e pareri, corrispondenze e controlli. Privi d'autorità, d'iniziativa, d'indipendenza ed affrancati d'ogni responsabilità, pure di tutto decidono, mentre i Ministri soli responsabili spendono tre o quattr'ore a firmare documenti che non hanno letto, o ad ascoltare sollecitatori, di cui neppure conoscono il nome, Così, non ostante la geometrica regolarità delle scritture, tutto va in rovina nei Comuni, strade, ponti, canali, istruzione, beneficenza ecc. senz'altro vantaggio, che di empire l'erario coi sudori del popolo spandendoli poscia in pioggia benefica sopra 500 mila ufficiali, mentre milioni di lavoranti gemono nell'inerzia (8). Qual meraviglia che il popolo in Francia se la prenda col Governo e voglia da sé regolare gli affari politici colla speranza di rimediare alle disdette economiche. L'argomento del diritto sarebbe per sé calzante: aggiungeteci l'affetto, la passione, l'interesse; e vedrete qual forza deve acquistare nel cuore del rozzo, del campagnuolo. Se a costoro non si fosse parlato mai d'altro che delle vaporose idee di unione federativa, di nazionalità, di sedere al banchetto delle nazioni, vorremmo vedere se i popoli si sarebbero commossi. Ma quando si tocca il sale e il macinato, i dazi comunali, la tassa del pane, il linguaggio è intelligibile a chicchessia e l'intelligenza partorisce la commozione.
    Sicché se volete chiudere l'era delle rivoluzioni, chiudete quella delle indebite ingerenze, e lasciate (ve ne dà oggi (9) un bell'esempio il Governo austriaco) lasciate che ogni legittimo consorzio secondario, guidato dalla propria ragione ordinatrice, ottenga liberamente coll'uso dei mezzi suoi proprii il fine legittimo, al quale aspira. E ne avrete l'altro emolumento preziosissimo, che dall'imo al sommo della scala sociale si formeranno a poco a poco abili governanti. I quali come potrebbero formarsi, se non hanno l'esercizio del governo?
    O come avere quest'esercizio, se non ne hanno il diritto? De méme, dice il Passy nel citato Corréspondant (pag. 440) qu'on abandonne aisément le droit de faire ce qu' on ne se sent pas le courage ou le talent de bien faire, de méme on désapprend promptement l'art de bien faire ce qu'on n'a pas entièrement le droit de faire.
    Questi minori governanti poi, ciascuno nel grado suo proprio, avendo un appagamento legittimo della naturale ambizione, saranno affezionati all'ordine presente, né brameranno perderne il bene certo per un incerto avvenire. Laonde saviamente il Bechard (Cap. 8, pag. 107): «l'affrancamento dei Comuni (i quali in Francia sono poco meno che incatenati dal Governo centrale) può procurare alle classi laboriose quei vantaggi che si domanderebbero indarno allo Stato e al suo bilancio; e divenire rispetto all'ordine politico una specie di sfogo per le passioni sovvertitrici.» Un capo di confraternita che padroneggi liberamente dal suo banco in chiesa, un consiglio comunale che provveda realmente ai bisogni del Comune, governano ciò che da vicino li tocca e si credono per conseguenza uomini di prima importanza. Né forse hanno torto: ché in fine dei conti, che importa all'uomo governare ciò di che non sente alcuna influenza e non raccoglie alcun frutto?

    22. Ecco perché oggigiorno in Francia, dopo lunghe e miserande esperienze di centralismo e di anarchia, si esclama da molti savii pubblicisti: «centralismo in politica, larghezza nell'amministrazione!» (10) Questo grido dell'esperienza può dirsi una formoletta che compendia queste nostre dottrine, colle quali all'ordinatore supremo sono raccomandati gl'interessi che riguardano l'intera comunanza, a condizione che lasci gl'interessi particolari ai particolari provveditori.

    23. Ben inteso che tra i provvedimenti della prima specie vuolsi annoverare eziandio quel potere moderatore o censorio, con cui l'autorità suprema dee contenere nell'ordine, come poc'anzi udimmo dal Passy, le secondarie. Il che è uno dei grandi vantaggi che queste ottengono quando si congiungono per formarne una più vasta. La famiglia può trovare nel Comune un rimedio ai disordini di un padre snaturato o prodigo: il Comune nello Stato un correttivo al fallo del suo sindaco o dei suoi oligarchi: uno Stato nella Confederazione un freno ad eccessi di potere nel Principe o nei Ministri ecc. Ma tutte coteste ingerenze sono accessorie, o eccettuative, come il castigo dei privati: i quali non cessano di essere liberi nella persona e padroni della borsa, benché per qualche delitto sia lecito al governante. incarcerarli e multarli (11)

    24. Conchiudiamo dunque che quella ragione stessa, per cui ogni persona umana è indipendente in quelle operazioni che riguardano la conservazione e i bisogni della propria natura, può colle debite proporzioni applicarsi all'operazione di ogni persona morale. Colle debite proporzioni diciamo, per riguardo alla gran differenza che passa in ragione di origine ossia di causa efficiente fra coteste due specie di persone. Fra le quali la persona fisica, ricevendo immediatamente dalla mano creatrice la propria esistenza, non può riceverne altro che bene (12): né si può per conseguenza pretendere di correggere ciò che per natura a lei si appartiene. Le persone morali all'opposto, avendo bensì nella natura la causa mediata, ma dipendendo immediatamente dalla volontà umana, possono sortire e nel nascere, e nel decorso della loro esistenza gravi magagne che ricerchino dei, correttivi alla libertà delle loro operazioni. I diritti dunque che nascono immediatamente dalla natura dell'individuo non possono mutarsi per l'abuso che se ne faccia, benché quest'abuso possa essere punito anche col sospenderne l'uso al reo. All'opposto i diritti che nascono mediatamente dalla natura, ma immediatamente dal fatto umano possono all'uopo mutarsi ed obbligare l'uomo a mutare il suo fatto, senza che perciò debba condannarsi l'autorità di centralismo soverchio. Così per cagione d'esempio se un padre abusa del diritto di educare, potrà punirsi col confidare la prole a educatore onesto; ma gli altri parenti non perderanno per questo il diritto di educare i figli secondo il dovere imposto loro dalla natura. Se all'opposto una istituzione sociale (la feudalità, per esempio, il servaggio) in certe determinate società divenisse causa, per sé o per le condizioni dei tempi di gravi delitti e frequenti, apparirebbe improvvida l'istituzione, e mutata questa per vie legittime, cesserebbero i diritti che ne risultavano, senza che l'autorità suprema possa accusarsi di usurpazione.

    25. Dal fin qui detto intorno al centralismo rileverà facilmente il lettore, essere questo una delle tante forme di tirannia che dai principii eterodossi istillati nella società dallo spirito protestante naturalmente germogliano, e scorgerà con evidenza i due diversissimi spiriti da cui viene formata or l'unità cattolica, ora il centralismo eterodosso.
    Il punto fondamentale della libertà economica sta, può dirsi, quasi interamente in questa quistione: L'individuo è egli per la società o la società per l'individuo?
    Questa viene risoluta in senso contrario dal paganesimo degli utilitarii e dalla ragione cattolica. Il pagano, non avendo un Dio giusto. ed onnipotente né in lui la viva fiducia del cattolico, vede l'individuo perduto quando non ottenga l'assistenza della forza sociale: la società è per lui un dio protettore; ed in fatti il Romano adorava la divinità di Roma, la patria. Non ha dunque altro aiuto che nella unione compatta della maggiore pluralità possibile; e però qualunque esistenza individuale debb'essere disposta a sacrificarsi con tutti i suoi opinamenti, interessi, diritti ed affetti, purché la patria sia grande e gagliarda. Divinizzare la patria, assorbire nella patria l'individuo, tiranneggiare con questa forza tutte le genti vicine, ecco in sostanza tutto il loro gius civile, politico e internazionale.
    La ragione cattolica, riconoscendo un Dio giusto ed onnipotente, in cui chi si affida non può andare deluso, vede bensì nella società un sussidio per congiungere gli sforzi al bene e per reprimere gli indomiti nel male: ma, anche indipendentemente da questo, vede in ogni individuo il diritto, ingagliardito dalla divina assistenza, mediante il quale ciascuno forma una esistenza compiuta, che nelle condizioni regolari della società ha tutta la forza morale per ottenere ciò che le è dovuto; come ha l'inclinazione morale a compiere ciò che è dovuto agli altri.
    Con questo movimento intestino di ciascuna molecola ad amare e beneficare le altre, il corpo sociale nel Cattolicismo nasce e dura spontaneamente e le istituzioni sociali servono solo di rincalzo e di tutela. Nel paganesimo all'opposto le molecole tenderebbero a disgregarsi con continue usurpazioni scambievoli, se la forza prevalente del Comune non le costringesse al sacrifizio dell'individuo. Qui dunque in faccia alla legge l'individuo è per la società e serve alla società, laddove nel Cattolicismo la società è per l'individuo e serve all'individuo.
    Quindi due correnti opposte nelle due legislazioni. La legislazione cattolica riverisce l'individuo, ne rispetta tutti i diritti antecedenti e solo incomincia a mettervi qualche restrizione, quando li trova collisi da altri diritti. La società non dice all'individuo: «cedi a me che comando», ma «il tuo diritto è minore di quello dei tuoi concittadini». Finché questi non si contrappongono, la società non vede che un uomo libero di fare qualsivoglia bene.
    All'opposto nel paganesimo la società non vede che sé stessa, cui i cittadini vanno debitori di quanto sono, di quanto hanno; e però, invece di misurare le leggi ai diritti anteriori del cittadino, misura i diritti del cittadino dalle leggi colle quali ella crede averli creati e conceduti.
    Siccome il protestantesimo altro non fu che un ritorno al pagane*simo, ritorno iniziato già dal Cesarismo alemanno; così dall'epoca del Cesarismo e del protestantesimo la giurisprudenza laicale inclinò sempre ad assorbire l'individuo con ogni sua appartenenza civile, religiosa ed in parte ancora domestica.
    Tale è lo spirito del centralismo, naturale antagonista, nella società eterodossa, di quella demagogia che taluni prendono per libertà, come gli avversarii loro nel centralismo credono ravvisare l'unità. Libertà ed unità false ugualmente entrambe, ma necessariamente germinanti dal falso principio dell'assoluta indipendenza umana che, ribellatasi dalla Chiesa e ridottasi così alla impossibilità di conoscere con certezza la rivelazione divina, resta abbandonata in balìa *della forza. Se questa forza prevale nel dispotismo di un solo, l'oppressione eccita le moltitudini a ribellione, e gridasi libertà. Sfrenatesi poi colla libertà tutte le passioni, gli orrori dell'anarchia chiedono per rimedio un principio d'unità, e tornasi a sospirare il centralismo. Tale è la perpetua alternativa delle società che hanno perduto l'idea della dipendenza da un Dio creatore e della forza morale che quindi nasce di doveri e di diritti; forza dominatrice ugualmente dei forti e dei deboli, degli imperanti e dei sudditi, dei pochi e dei molti. Fuori di questo diritto divino, centralismo e anarchia sono inesorabilmente l'alternativa di tutte le società umane, senza che esse mai trovino riposo o nell'uno o nell'altro.
    Detto così del come si applichi il teorema fondamentale alla persona o fisica o morale del suddito, passeremo, nei seguenti articoli, ad applicarlo a quella del governante.


    NOTE

    1) Osserva il signor Carlo Remusat che in Francia, ove continuamente si parla per mania di libertà contro il centralismo, tali però se ne sentono i vantaggi nel fatto materiale, che niuno saprebbe consentire a sperperarlo (Revue de deux mondes 15 Ottobre 1860).

    2) Spiega con molta chiarezza questa dottrina il Passy, nel bello articolo che citeremo più volte intorno alla abolition Des octrois en Belgique (pag. 441) La libertà, dice, delle società secondarie, come quella degli individui, non può permettere per niun conto che esse abbiano il diritto di danneggiare gli altri. E poi soggiunge: Le maintien meme de la liberté de chacun exige que chacun respecte la liberté des autres; et le role, du gouvernement est, précisément, at uniquement, de veiller à ce maintien de la liberté de chacun. La liberté genérale qui lui est confiée se compose de l'ensemble des libertés particulières, assurées par leur respect réciproque.. (Correspondant 25 Novembre 1860).

    3) Il Saint- Marc Girardin reca di questo despotismo un esempio che, ha del comico (Revue des deux Mondes 15 Novembre 1860, p. 403). Dopo aver dimostrato ciò che da noi venne spiegato in altro articolo (La libertà tirannia Vol. VIII, pag. 617), carattere dominante della politica novella e in pratica e in teorica essere la tirannia contro i deboli, «potrei, soggiunge, citarne esempii in grande, ma preferisco prenderne uno in miniatura che ha del comico benché tirannico, che sembra inavvertito benché recentissimo. Lessi pocanzi un decreto, per cui i proprietarii del cerchio (rondpoint) negli Elisi saranno obbligati ad avere innanzi alle loro case giardinetti tutti distribuiti e decorati uniformemente, mantenendovi fiori d'ogni stagione: al che se falliscono potranno essere spogliati del fondo per pubblica utilità. Dando altra volta il voto per la legge che dovea regolare tali espropriazioni, mai non mi passò pel cervello che una tale applicazione fosse possibile. Non la biasimo, badate: essa seconda il genio del nostro tempo, piace ai Parigini; piace anche più ai provinciali che vengono a Parigi come s'andrebbe al teatro. Dico solo che a certe vecchie teste parea bastare l'uniformità nei pesi e misure, senza che s'introducesse nelle case e nei giardini, e molto meno nelle idee». E il Girardin ha ragione: se s'incomincia ad introdurre che ogni abbellimento voluto dal corpo municipale sia tale utilità pubblica, cui debba cedere il diritto fondamentale della società umana, la base dell'esistenza di ogni famiglia, il sacro diritto di proprietà, se ne avrà per termine lo spogliamento.

    4) Où n'arriverait-on pas d'ailleurs en suivant ce raisonnement? La centralisation s'étendrait de proche en proche, et ne s'arréterait sans doute que lorsque la nation entière ne formerait plus qu'une seule commune. Les démagogues sont des centralisateurs effrénés. BECHARD pag. 92, cap. VII.

    5) Le Correspondant 25 Nov. 1860, pag. 447 e segg..

    6) Parve al Béchard che citeremo fra poco, la parrocchia doversi riscontrare non già colla famiglia, ma col Comune: e se riguardisi la quantità numerica il paragone è ragionevole. Ma se si miri al carattere essenziale vale a dire qual sia quella società spirituale che provvede ai bisogni quotidiani della vita spirituale, come la famiglia ai quotidiani della corporea; si vedrà essere questa la parrocchia, in cui ogni cristiano trova il pane quotidiano dell'Eucaristia, la veste della grazia nel battesimo, la medicina nella penitenza, l'assistenza all'infermità nell'estrema unzione ecc. Nella Diocesi poi gli si offre dal Vescovo l'arruolamento militare nella confermazione che lo fa soldato di Cristo, e il maneggio delle pubbliche magistrature nel Sacramento dell'ordine con cui diviene membro della gerarchia.

    7) TOURNON Etudes statistiques sur Rome Tom. 2° pag. 39 e 44 seconda edizione.

    8) BÉCHARD Du pauperisme pag. 140 e 143.

    9) I giornali odierni a dir vero rimettono in dubbio questo ritorno al diritto storico: Dio benedica le rette intenzioni di chi governa!

    10) La liberté à la base et l'unité au sommet, c'est-à-dire la commune affranchie et l'État centralisé, voilà le double principe de la réforrne administrative qu'il s'agit de mettre en action dans le double intérét du pouvoir et du peuple etc., BÉCHARD Du paupérisme cap. V, pag. 77.

    11) Terminato appunto quest'articolo venne a nostra notizia l'opera del signor Dupont-White La Centralisation, suite à l'Individu et l'État, e i due articoli ch'ella ha suggeriti alla Revue des deux mondes 15 Ottobre e* al Journal des Economistes Ottobre 1860: nei quali potrà attingere chi bramasse o vedere chiaramente i due partiti opposti che combattono in tal materia, o le applicazioni pratiche a cui questi sistemi potrebbero condurre; e che noi secondo il programma nostro appena potremo toccare quando l'opportunità si presenti.

    12) Vidit Deus cuncta quae fecerat et erant valde bona. Gen. I, 31.

    I corpi morali sotto l'influenza del teorema della libertà economica. - Pagine cattoliche
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    Limiti della libertà economica (I)

    Di p. L. Taparelli d'Azeglio S.J. 1. Necessità di stabilirne per principio l'autorità - 2. Quanto male essa sia compresa - 3. Suo fine è l'esternare l'ordine morale - 4. coordinando l'opere dei cittadini - 5. Se risponde del fine, dee regolare i mezzi - 6. Mezzi propri, mezzi comuni - 7. Assurdi di chi negasse il dritto di regolarli - 8. Norme di tal direzione, la giustizia - 9. e la benevolenza o convenevolezza - 10. La seconda cede alla prima - 11. Il governante dunque non comanda arbitrariamente ma coordina l'adempimento dei doveri - 12. Ordina le persone non usa le cose - 13. Ordina persone e società reali e presenti, non ideali e futuribili. - 14. Giusto riguardo ai nascituri - 15. Son necessari anche mezzi pecuniari - 16. Li regola il mallevadore del fine - 17. Il popolo quando è sovrano, i ministri quando sono responsabili - 18. Varie maniere di coordinare la cooperazione economica - Importanza delle dottrine spiegate - 20. Loro epilogo - 21. I. Fine: II. mezzi propri e comuni: III. libertà dell'opera regolata: IV. secondo giustizia: V. dritto coercitivo: VI. insinuazioni persuasive - 22. Questi termini possono violarsi, ma non confondersi o negarsi.

    LIMITI DELLA LIBERTÀ ECONOMICA
    «La Civiltà Cattolica», 1860, a. 12, Serie IV, vol. X, pp. 556-566, pp. 695-704; vol. XI, pp. 144-161, pp. 270-283

    §. I. Diritti dell'ordinatore sociale.

    SOMMARIO

    1. Necessità di stabilirne per principio l'autorità - 2. Quanto male essa sia compresa - 3. Suo fine è l'esternare l'ordine morale - 4. coordinando l'opere dei cittadini - 5. Se risponde del fine, dee regolare i mezzi - 6. Mezzi propri, mezzi comuni - 7. Assurdi di chi negasse il dritto di regolarli - 8. Norme di tal direzione, la giustizia - 9. e la benevolenza o convenevolezza - 10. La seconda cede alla prima -*11. Il governante dunque non comanda arbitrariamente ma coordina l'adempimento dei doveri - 12. Ordina le persone non usa le cose *13. Ordina persone e società reali e presenti, non ideali e futuribili.


    1. Rivendicata ai privati una giusta libertà cogli articoli precedenti, studiamone ora i limiti: e per ben comprenderne razionalmente il valore, rifacciamoci a considerare la natura, l'essenza della suprema autorità ordinatrice. Parrà forse al lettore un po' soverchio questo risalire perpetuamente ai principii. Ma che volete? Qui sta propriamente il gran difetto della scienza ai tempi nostri. Ricca di osservazione e di sperimenti, attuosissima nel moltiplicarli e confrontarli, generosa nello spendere ove la scienza spera incremento, paziente nel ridurli a formole statistiche e a calcoli aritmetici, concorde nell'aiutarsi con associazioni e congressi, essa fabbrica macchinosi edifizi, ai quali manca un solo elemento, ma importantissimo, la solidità della base.

    2. Ne abbiamo avuto un esempio curioso in un congresso scientifico, tenuto l'anno scorso in Losanna, dai 25 ai 28 di Luglio (1), nel quale illustri economisti e politici, volendo fissare una teorica delle pubbliche gravezze, e per conseguenza le obbligazioni dello Stato a cui si pagano, si son trovati impacciatissimi nel definire che cosa sia l'imposta e quale la funzione del governante. Voleano, gli uni che il governante fosse un moralista, cui le gravezze pubbliche servissero per insegnar morale: altri che fosse un presidente di società assicuratrice, cui colle gravezze si retribuisse l'opera. Di che il signor Emilio de Girardin inferiva che ogni cittadino, fatto il calcolo dei pericoli che corre e della sicurezza che ottiene, ha il diritto di consentire o ricusare le gravezze. «Dans la pensée de M. de Girardin, l'Etat n'a pas à s'occuper des moyens de civilisation ou de moralisation; sa rnission est d'étre assuré dans taute l'acceptation du mot, et pour tous les risques que l'Etat a à courir. Ces risques une fois déterminés, c'est au contribuàble à voir s'il a intérét à payer la prime d'assurance qu'on lui demande. De là, la libertè du contribuable et l'impot volontaire» (2).
    Come vedete la quistione intorno alla funzione di pubblico ordinatore, non solo non è rancida, non solo è viva ed attuale, ma è per gli economisti la base per la soluzione di mille altri problemi; e base sommamente problematica, e nel tempo stesso d'importanza. suprema per determinare i limiti della libertà economica.
    Non vi dispiaccia dunque che ancor noi ricorriamo a questi principii per risolvere i problemi di libertà; e che poco usi come siamo alle dottrine scettiche, continuiamo col nostro tono, che le esitazioni dei dottrinarii troveranno troppo dommatico, ma che ci sembra inevitabile in materie di tanta evidenza.

    3. Il pubblico bene, dicemmo nei precedenti articoli, è l'esterna attuazione dell'ordine morale tra i cittadini. Obbligati questi ad osservare ciascuno per coscienza cotesto ordine, e dotati perciò del diritto di usarne i mezzi, potrebbero molte volte esserne impediti e dalle cause materiali e molto più dalla malvagità degli uomini. Ad evitare questo male fu data dal Creatore la società (adiutorium simile sibi), nella quale cooperando tutti gli onesti allo scambievole aiuto, possono colle forze di tutti domare l'opposizione di pochi malvagi, e superare la resistenza dei materiali elementi. Ma come si formerà questa unità di azione? Vedemmo più volte che nella tanta varietà dei giudizii e libertà degli arbitrii umani, l'unità riuscirebbe impossibile, se un'intelligenza centrale non avesse il diritto di raccogliere intorno a sé, e spingere in unica direzione le forze degli onesti. Questa intelligenza centrale è quella che appellasi il governante: e il diritto di dare unità all'atto sociale è quello che dicesi autorità.

    4. Bastano queste poche parole a far comprendere qual sia il fine e remoto e prossimo dell'autorità; da cui germoglia, come abbiamo detto, il diritto di adoperare e guidare i mezzi per conseguirlo.
    Il fine remoto è il riposo della società nell'ordine: il fine prossimo è dare unità all'atto sociale, quanto è necessario per ottenere quel fine. E poiché l'opere umane debbono prodursi dalla volontà personale, il comando dell'imperante ha il diritto di piegare all'opera esterna le volontà dei sudditi.

    5. Di che voi vedete come per quello stesso motivo, per cui la ragione personale, incaricata di giungere al fine della persona, ha il diritto di adoperarne e guidarne i mezzi; anche il governante, incaricato del fine sociale e di produrlo mediante l'unità delle opere, debbe avere il diritto d'adoperarne i mezzi e indirizzarli a quel fine. La quale osservazione vi mostra uno essere il principio e della libertà negli interessi privati e di obbedienza nei pubblici: essere per conseguenza interesse del suddito il conservare l'autorità del superiore, interesse del superiore il conservare la libertà al suddito: giacché violato o nell'uno o nell'altro il principio, perde la forza necessaria a conservare in entrambi il rispettivo diritto legittimo. Avrà egli dunque il diritto di essere obbedito dagli associati ogni qual volta, per giungere alla pubblica attuazione del bene morale, è necessario il concorso delle forze di tutti. E chi sarà giudice della necessità di tal concorso, e della direzione che conviene dargli per ottenere lo scopo? Ognuno lo vede: se il governante è veramente supremo, a lui solo tocca nell'ordine suo determinare la necessità e l'uso dei mezzi.

    6. Avvertite peraltro esservi due specie di azioni che possono servire di mezzo. Le une, che sono per loro natura talmente proporzionate a quel fine, che né il fine può ottenersi senz'esse, né esse avrebbero ragione di esistere senza quel fine. Tali sarebbero p. e. per l'autorità pubblica l'arruolamento dell'esercito, e la formazione delle varie sue armi ed istituzioni. Le altre, che possono bensì giovare a quel fine, ma che giovano anche ad altri fini e talora anzi sono per sé ad altri fini ordinate. Così p. e. giova allo Stato che ciascuno del sudditi sia sano e robusto, che i privati non isprechino il danaro, che i parenti educhino bene la figliuolanza; benché la sanità delle persone, le spese private e l'educazione dei figli non sieno per sé ordinate al bene pubblico, e sussistano anche fuori della pubblica società in qualsivoglia famiglia isolata.
    In queste due specie di mezzi l'autorità può avere qualche diritto: ma nella prima specie questo diritto è immediato, per sé, in forza della propria funzione; nella seconda specie il diritto dell'autorità è secondario, indiretto e soggetto a molti ostacoli ed incagli, che la giustizia rispetta, e solo il dispotismo infrange sfacciatamente, tostochè il suo interesse (il quale è tutt'altro che il bene pubblico) chiede il sacrifizio del diritto altrui.
    I mezzi economici possono appartenere e alla prima e alla seconda specie, vale a dire esser mezzi diretti e proprii, o indiretti e comuni. A proporzione del bisogno pel vero bene pubblico., l'autorità ha il diritto di volgersi al cittadini chiedendone la cooperazione, ed imponendo quei sacrifizii o di danaro alla borsa (e col danaro intendete qualunque avere equivalente), o di libertà nell'uso delle forze produttive che può riuscire necessario e proporzionato al bisogno.

    7. Chi volesse negarle un tal diritto, dovrebbe asserire uno di questi errori: o dire 1° «nelle società umane non sono necessarii gli averi materiali»; 2° «questi averi pel fine sociale non abbisognano di alcun regolamento;» o 3° «questo regolamento non ricerca una mente ordinatrice:» errori tutti che un po' di buon senso obbliga a rigettare.

    8. Questa prima conseguenza è un principio universalissimo, che può trovare la sua applicazione in tutte le funzioni, colle quali il governante tende a quel fine, che gli è prescritto di attuare esternamente nelle relazioni civili dei cittadini, l'ordine morale. Questo esige in 1° luogo che si escluda il disordine morale; 2° che regni l'ordine di giustizia; 3° che vi si aggiunga la positiva e pratica benevolenza. Ogniqualvolta dunque le azioni pubbliche dei cittadini in materia economica o sono per sé positivamente disordinate, o abbisognano assolutamente di direzione per compiere concordemente le leggi di giustizia e di benevolenza; coteste azioni soggiacciono socialmente ad una qualche direzione della suprema autorità ordinatrice (3). Ben inteso che questa non è arbitraria nel comandare, nel prendere, nel donare; ma,dee seguire, nell'escludere i disordine, le leggi di giustizia penale; nell'esigere l'ordine di relazione fra i privati, quelle di giustizia commutativa; nel riscuoterne il concorso in atti di benevolenza, quelle di giustizia distributiva. Sicché dovendo, per cagion d'esempio, punire un pubblico peculato, mirerà colla pena a ristorare quegli ordini di pubblica probità ed interesse, che furono malmenati col delitto. Nel provvedere al diritto successorio, farà che tanto ottengasi da ciascuno degli eredi, quanto loro per giustizia è dovuto. Nell'esigere il concorso dei sudditi ad un istituto necessario di pubblica beneficenza, seguirà le proporzioni complesse dell'utilità che ciascuno può trarne, del debito che ha di concorrervi, dei mezzi di agiatezza di cui sovrabbonda eccetera (4). La quale proporzione di giustizia distributiva dovrà guidarlo ugualmente nel ripartire le gravezze, che saranno necessarie per sostentare e fornire d'istromenti tutto l'organismo dei pubblici ufficiali.

    9. Il lettore comprenderà per sé medesimo altro essere il diritto del governante nel promuovere quelle funzioni di bene pubblico, che sono all'esistenza sociale assolutamente necessarie, altro il diritto di fomentare certe imprese, giovevoli bensì al bene pubblico, ma non assolutamente necessarie all'esistenza sociale. Se egli altro non fa che coordinare l'opera dei cittadini a norma del loro dovere; secondochè questo dovere stringerebbe i cittadini privatamente, dovrà il governante spingerli legalmente. Ora privatamente ogni cittadino è bensì certamente obbligato a volere nella società rispettata la giustizia, sicure le persone, provveduti i necessarii alimenti; ma non è obbligato a volere comode le strade, magnifici i palazzi, deliziosi i giardini. Anzi un povero operaio, cui manchi quasi il pane per la famiglia, fallirebbe al proprio dovere se la lasciasse digiuna per contribuire al pubblico lusso. Or questo disordine appunto viene cagionato da quei governanti che sparnazzano in simili pompe, gravandone enormemente le tasse (e suole avvenire per lo più, come notavasi dal Passy nella dissertazione degli Octrois citata altra volta, nei municipii), specialmente degli oggetti più necessarii, come pane, sale, macinato ecc. Codesti governanti dicono in sostanza al poverello: «Tu stenti il nutrire e vestire tuoi pargoli col sudore di tua fronte. Eppure tant'è: tu hai da togliere di bocca a quei poverelli la metà di quel tozzo con che appena si sfamano, affinché io paghi col loro digiuno l'agiatezza dei ricchi, le delizie dei giardini, la comodità dei viaggiatori». V'è egli giustizia in tal domanda ? Se quel padre volontariamente sacrificasse il necessario della famiglia pel lusso dei concittadini, noi direste colpevole di prodigalità nell'economia domestica? E potrà poi meritare nome di ordinatore pubblico, un governante che imponga a migliaia di povere famiglie un tal disordine?

    10. N'è vale il rispondere che anche il povero partecipa alle delizie di quei giardini, al comodo di quelle strade. Non istà qui la quistione, sta nel vedere se il parteciparvi sia suo dovere suppongasi pur vero che ne partecipi, è egli giusto per questo il suo dispendio? Direte voi giusto lo sprecare che fa un operaio in procacciarsi piaceri anche leciti, coi salarii o le mercedi che dovrebbero sostentare la famiglia, perché quelle delizie se l'è godute egli stesso?
    Quando dunque parliamo di bene pubblico, rispetto al quale il governante dee congiungere le opere dei governati ed ha diritto per conseguenza di regolare l'uso dei mezzi, intendiamo che questa regola sia stabilita, secondo le leggi di giustizia facendo sì che ciascuno dei cittadini adempia quelle parti che, secondo tal norma, a lui rispettivamente si addicono: cotalchè chi ha dovere, adempia necessariamente il dovere; cui si procura un comodo, paghi ragionevolmente il comodo; chi bramasse il superfluo, somministri egli stesso i mezzi senza gravarne l'intera comunità (5). Così potrà dirsi che l'ordinatore ordina.

    11. In questo modo di procedere il volgo non vede se non il diritto del governante a prendere la roba dei sudditi; e l'Elvezio, il quale come materialista non poteva in faccende di governo vedere meglio del volgo, scrivea facetamente al Montesquieu che tutta l'arte del governo sta nel trovare le vie, per far passare i quattrini dalla borsa dei governati in quella dei governanti (6). Ma il pubblicista filosofo che studia davvero nella natura dell'uomo i diritti del governante, vede benissimo ch'egli altro non fa in sostanza che ciò che farebbe un moralista, se dai singoli cittadini venisse consultato sui rispettivi loro debiti. «Voi, direbbe al ricco, avete maggiore interesse al buon governo, e mezzi maggiori da potervi contribuire senza incomodo della famiglia, senza fallire ad altri doveri ecc. Dunque dovete dar più.» Questo che direbbe il moralista consigliando la coscienza, vien detto (per quanto si possono approssimativamente stabilire le proporzioni) dal governante tassando per autorità.

    12. Dalle quali considerazioni voi potete ricavare la conferma di ciò che in altre occasioni abbiamo detto, il governante in quanto tale (7) operare sulle persone e non sulla roba, imprimendo a ciascuno dei cittadini un impulso che lo solleciti a contenersi, in quanto alle sue azioni pubbliche, nelle vie dell'ordine morale. Nell'imprimere questo moto morale alle persone, sta propriamente quello che si appella governo d'uomini: il quale tanto è più retto, quanto più procura di muovere l'uomo secondo uomo, conducendolo ad operare pel convincimento della ragione, pel movimento conseguente della volontà, dalla quale dee nascere l'operazione. Per lo che ben dicea colui «non essere abile governante chi vuole che altri faccia, ma sibbene chi fa che altri voglia.» Il che vuolsi intendere di animi retti e capaci d'ascoltare la ragione; perocchè verso i barbari, i rozzi, i malcostumati ecc. non si può molte volte procedere se non come verso i fanciulli, più per via d'immaginazione o d'affetto o di timore, che di persuasione e di dovere.
    Ma qualunque mezzo si adoperi, sempre sta che il governante in quanto tale non è un pubblico negoziante, un pubblico capitalista, un pubblico impresario che debba concorrere contro i privati nel mestiere di far quattrini pel fisco. Questo potrà farlo talvolta come amministratore dell'erario pubblico e senza ledere i diritti privati: ma come governante egli è ordinatore delle persone, e la sua funzione mira ad ottenere il pubblico bene mediante la congiunzione delle volontà dei sudditi; e questa congiunzione egli deve ottenerla, non già imponendo obbligazioni arbitrarie, ma esigendo e determinando concretamente l'adempimento dei doveri reali, imposti dalla natura e dall'ordine dei fatti.

    13. Al qual proposito badate di grazia a non cadere in un abbaglio, consueto fra molti economisti e sì filosoficamente, sì praticamente perniciosissimo; il quale consiste nel raccomandare ai governanti un cotal uomo o popolo ideale, in cui vantaggio vengono tribolati l'uomo e il popolo reale. Fu notato questo da altri economisti più savii in certi casi particolari, come sarebbe a cagion d'esempio nel sistema di gravezze; il quale viene in certi Stati a sì generosi salassi sui popoli, da dissanguarli fino al deliquio; consolandoli col luccichio di quel gran bene che ne godranno poscia i nostri pronipoti.
    Ma di grazia, Signori, un po' di carità pei viventi prima di occuparvi dei nascituri! E lo stesso potrebbe dirsi riguardo a certe filantropie umanitarie, che pensano al sollievo dei remotissimi Cafri o Groenlandi, dimenticando gli operai concittadini o i famigli: chè per affrancare da ogni vincolo il commercio adducono l'universalità di affetto fra gli uomini, ed esortano i concittadini a tollerare il male transitorio di loro persone in vista del futuro bene universale.
    A cotesta filantropia malintesa è necessarissima l'avvertenza da noi testé suggerita: la cui ragione fondamentale sta nell'essenza medesima di società, la quale è propriamente aggregazione d'uomini vivi e cooperanti, ciascuno dei quali ha il diritto di trovare in essa un aiuto e non un ostacolo al procacciamento dei mezzi necessarii all'onesto e quieto vivere. Questo aiutante (adiutorium) non è un provveditore: dee svincolare le braccia ai lavoranti, non lavorare egli stesso per gli oziosi. Ma se invece d'aiutare al lavoro ne inceppa l'opera e ne smugne il lucro (pognam pure che il faccia per amore dei nascituri), egli non si conforma agli intenti di chi istituì la convivenza sociale. Anche presso i sostenitori di quel romanzo ginevrino del Patto, la società intanto si forma, in quanto ogni cittadino, per bene proprio e non già dei nascituri, patteggia e si spoglia. Molto più poi nell'intento della Provvidenza creatrice, presso la quale ciò che ha vero pregio è l'anima ragionevole individuale, e non già la grandezza nazionale o altro bene politico, cose tutte che al morale bene delle persone debbono essere subordinate.


    LIMITI DELLA LIBERTA' ECONOMICA

    14. Giusto riguardo ai nascituri - 15. Son necessari anche mezzi pecuniari - 16. Li regola il mallevadore del fine -17. Il popolo quando è sovrano, i ministri quando sono responsabili - 18. Varie maniere di coordinare la cooperazione economica - Importanza delle dottrine spiegate - 20. Loro epilogo - 21. I. Fine: II. mezzi propri e comuni: III. libertà dell'opera regolata: IV. secondo giustizia: V. dritto coercitivo: VI. insinuazioni persuasive - 22. Questi termini possono violarsi, ma non confondersi o negarsi.


    14. Quando nel quaderno precedente ci fu tronca a mezzo la parola, stavamo dicendo esser dovere del governante provvedere al bene dei viventi e non sacrificarlo alle speranze dei nascituri. Al che sembrano propensi quei pubblicisti che torturano con immense gravezze i loro sudditi, confortandoli colle promesse di un felice avvenire pei loro figli e nepoti. Quando dunque si dice che il governante dee coordinare i cittadini fra di loro, questo assioma deve intendersi di quell'ordine che, secondo le leggi di eterna giustizia, lega fra loro i conviventi in relazioni reali. E siccome sarebbe, non che ingiusto, ridicolo chi stirpasse dal campo del vicino gli erbaggi e le messi per fare che la terra giunga più riposata e fruttifera in mano degli eredi; così ingiusto sarebbe il governante che col danno della generazione vivente pretendesse felicitare le generazioni venture.
    Ciò non esclude certi riguardi anche al bene di queste; né sono lodevoli quei governi improvvidi che colle anticipazioni del debito pubblico mettono le generazioni venture nell'alternativa fra l'iniquità del fallimento e gli stenti di un Tesoro esausto. Ma il debito in ciò del governante non è direttamente e immediatamente verso i futuri, sibbene verso i presenti, in quanto essi stessi hanno qualche obbligazione verso i futuri per la gran legge di giustizia del cuique suum. Ai futuri si serbi intatto il diritto di usare in proprio vantaggio l'opera loro, perché i viventi non hanno diritto di usufruttuarla anticipatamente: si assicuri contro la prodigalità la perenne durevolezza della famiglia, a cui il padre sarebbe obbligato di provvedere: nel qual provvedimento viene a perennarsi anche il bene della Stato, del quale il governante supremo ha cura speciale ed immediata. Così, senza affidare a questo né il governo della famiglia che tocca al padre, né l'immediata cura del bene dei nascituri; si conceda peraltro al governante supremo quella mediata e indiretta influenza che si confà alle leggi della giustizia ed assicura ordinatamente il pubblico bene mediante la ragionevole cooperazione di tutte le corporazioni inferiori e di tutti i concittadini, la cui operazione è proprio ed immediato obbietto della funzione governatrice.

    15. Ad ottenere un tal fine non è chi non veda essere richiesti, fra gli altri, anche i mezzi pecuniarii. E come farebbe a reprimere il disordine senza tutto il corredo personale e reale dei tribunali crimin*ali e della pubblica forza; istituzioni tutte che richiedono spese vistose? Come congiungerebbe nel rispetto alla proprietà i giudizii e le volontà per sé discordi di tutti i cittadini, se colle leggi e coi giudizii civili non mettesse in chiaro qual sia l'ordine che emerge dalla complicatissima collisione dei diritti? E l'esercizio della benevolenza scambievole quale aiuto potrebbe avere dal congiungimento degli sforzi sociali, se il governante, ponderati i doveri che corrono in vario grado a tutti i cittadini, non avesse il diritto d'imporre alle loro borse il rispettivo concorso? Non vi è funzione morale sulla terra che non abbisogni di un materiale appoggio, come non vi è sì sublime operazione dell'intelletto che non domandi il fulcro dell'uomo senziente. Se dunque è dovere di tutti gli associati di concorrere a cotesti effetti, a cotesta formazione dell'ordine pubblico, dovere loro sarà di contribuirvi in quanto è necessario, anche mediante le facoltà economiche, e le forze produttive.

    16. Ma con qual direzione? A chi tocca il regolare le spese in tal materia? La risposta ve la dà il teorema fondamentale. Chi è nella società costituito dalla natura come ordinatore delle opere sociali al pubblico bene? Non è egli il governante? A lui ne chiede conto la società, la quale ad ogni male che minaccia chiede rimedio dal regnante, ed al regnante imputa la colpa d'ogni male che la flagella. Ora se a lui tocca stare pagatore del fine, qual giustizia permette che gli si sottragga l'ordinamento dei mezzi?

    17. Dacché il popolo si è voluto far sovrano, si è preteso che a lui tocchi regolare e sancire le pubbliche spese, sperando in tal guisa un governo a buon mercato. Quale risparmio siasi con ciò ottenuto e qual sicurezza di vedere bene impiegato il danaro, i nostri lettori, e più ancora i popoli che pagano, se lo sanno. Ma prodigo od economico che sia il governo del popolo, s'egli governa è ragionevolissimo che regoli le spese. Egli dee giungere al fine dell'ordine pubblico; a lui tocca regolarne i mezzi. Supponete all'opposto che quest'ordine sia raccomandato ad un Monarca: sarebbe egli giusto torgli la libertà nell'uso del pubblico danaro e nella direzione del concorso privato, e poi pretendere che egli risponda del pubblico bene? No certamente.
    Ed appunto da questa legge indeclinabile della finalità mostrava l'acuta mente del Donoso Cortes ragionevolissimo quel dispotismo con cui negli Stati parlamentarii del continente ogni nuovo ministero che afferri i portafogli grida tosto a cose nuove uomini nuovi, e dà il congedo allo sterminato esercito dei minori officiali burocratici. «Non dite voi (così la discorreva il gran pubblicista spagnuolo) che i ministri sono responsabili? Or quale ingiustizia, quale assurdità non sarebbe volerli mallevadori del fine e costringerli ad usare stromenti inetti, anzi talora renitenti?»
    Quando dunque la pubblica amministrazione, ponderati a rigore di giustizia i doveri dei sudditi, e misurati cogl'insegnamenti delle scienze economiche, agronomiche, amministrative ecc .. i bisogni di pecunia o i limiti necessarii alla libertà dei sudditi pel conseguimento di alcuno di cotesti beni a lei raccomandati dalla natura della sua funzione, ordina secondo sua prudenza quella parte di pecunia che a tal fine è destinata, essa non travalica il proprio dovere, né offende la libertà dei privati. Solo si fa guida dell'opera loro esigendo per autorità ciò che essi per coscienza spontaneamente, dovrebbero fare, obbligati come sono a concorrere pel bene, pubblico. Ma se essi lo procacciassero ciascuno da sé alla spicciolata, disperderebbero le forze e nulla otterrebbero; ridotti ad unità dal pubblico ordinatore ottengono col minimo sforzo di ciascuno il massimo bene di tutti.

    18. E in qual modo vengono ridotte all'unità coteste contribuzioni o di pecunia o di opera? Capirà, il lettore essere moltiplice il modo con cui, secondo la varia indole dei popoli, dei tempi, delle materie, dee procedere il governante. In certi popoli più atti a vita pubblica (8) col solo proporre un vantaggio comune da conseguirsi, si trova la rispondenza nella prontezza dei socii: e qui basterà che il governo prenda coi suggerimenti, come dicono, l'iniziativa: altri vogliono essere guidati di passo in passo, pronti sempre a far sosta ove cessi l'impulso: e qui non basta la proposta, ma ci vuole per parte del governo l'insistenza alla esecuzione. Certe funzioni utilissime a tutti (la pubblica sicurezza p. e.) esigono gravii dispendii o pericoli che niuno in particolare vorrebbe addossarsi; e qui converrà raccogliere per via di gravezze comuni il fondo necessario. In certi casi, il castigo minacciato, in altri sarà più efficace il premio promesso. Insomma la maniera di ottenere il concorso di tutti al bene di giustizia e di benevolenza, dipende dalla prudenza di chi governa. Ma le varie maniere sono sempre una esecuzione di quel medesimo dovere fondamentale di produrre unità di volontaria operazione sociale diretta a bene pubblico. Anche quando mediante le gravezze un governante raccoglie grandi somme, a stipendio p. e. dell'esercito, quel danaro non è propriamente un danaro del governante: ogni obolo è la contribuzione di uno dei cittadini cooperante a difendere la patria. Questa cooperazione viene prodotta dalla opera unizzante dell'autorità, senza la quale, l'unità e la società sarebbe impossibile. E ben sei veggono eziandio gli encomiatori di libertà: i quali dopo averci detto non doversi intromettere il governo ove bastano i privati, invitano poi i privati ad associarsi, ad organarsi, a formare comitati ecc.; insomma a creare un'autorità fittizia dopo essersi sottratti alla naturale. Non intendiamo biasimare un tal procedere ove trattasi di fini speciali e non proprii della naturale società. Ma credemmo opportuno il notarlo, affinché si vegga l'impossibilità di sottrarsi a quella legge di natura, secondo la quale il fine sociale è raccomandato all'autorità e dalla autorità debbono regolarsene i mezzi.

    19. Ci permetta il lettore di raccomandare assai alla sua attenzione le varie condizioni nelle quali, secondo il fin qui detto, regolarmente si esercita la centrale autorità ordinatrice: giacché tutta la retta soluzione del problema dipende dall'adequata intelligenza di queste condizioni; senza la quale facilmente si travalica or negli eccessi di libertà sfrenata, or in quelli dell'incentramento dispotico, or nelle titubazioni di un indeterminato e irragionevole dommatismo. Così suole accadere agli economisti eterodossi: gli uni abborrenti dalla tirannia non trovano altro rimedio che declamazioni perpetue contro l'autorità: altri atterriti dall'anarchia riguardano una qualche dose di despotismo come necessità della natura sociale che dee tollerarsi: altri finalmente, volendo pure evitare e Scilla e Cariddi, ma senza la bussola dei principii, si aiutano cogli esempii particolari, risolvendo i casi speciali con un po' di senso comune ridotto in forma elastica, da allargarsi o restringersi secondo le varie occorrenze. E tutto ciò perché? Perché la confusa e generica idea, o piuttosto sentimento che hanno dell'anarchia e della tirannia ne ispira loro l'abbominio senza che ben possano definirne il concetto.

    20. I nostri lettori hanno già veduto con quante distinzioni e schiarimenti abbiamo applicato ai sudditi e alle società inferiori il teorema fondamentale di libertà economica negli articoli precedenti. Riflettano adesso ugualmente alle condizioni già spiegate per applicare il teorema stesso all'ordinatore supremo. Sì, abbiam detto, anche l'ordinatore supremo, se è mallevadore del fine da conseguirsi, debbe essere regolatore dei mezzi; degli economici come di tutti gli altri. Ecco il principio onde sgorga e si rassoda l'unità sociale. Ma come evitare che questa degeneri in centralismo vizioso? quali sono i limiti razionali di questa centrale unità?

    21. Eccoli, secondo il testé spiegato:
    I. l'autorità suprema ordina al ben commune del tutto. Dunque per sé a lei non tocca ordinare direttamente né i cibi nell'individuo né il sarta tecta nella casa, né i provvedimenti e di vizi nel Comune ecc., cose tutte ordinate per loro natura a beni particolari di persona, di casa, di Comune.
    II. Al suo fine l'autorità ordina per sé e direttamente i mezzi proprii; quelli cioè senza cui il ben comune non potrebbe ottenersi, e che non avrebbero ragione di essere senza l'intento del bene comune (p. e. l'esercito, la diplomazia ecc., e i mezzi economici necessari a tali istituzioni).
    III. Per ottener quel fine e questi mezzi il governante (in quanto tale) non intraprende da sé le funzioni molteplici (p. e. il commercio, l'insegnamento, l'agricoltura, ecc.); ma coordina l'operare dei cittadini nelle varie loro classi e professioni, lasciando a ciascuna di esse la libertà d'azione nella sfera sua propria. Laonde se scorge bisogno di costumatezza, di fabbriche, di cereali ecc., non si dà a fare il moralista, l'architetto, l'agricoltore ecc.: ma solo eccita e mette in ordinate relazioni gli esercenti codeste professioni.
    IV. Metterle in ordinate relazioni, non significa costringere ciascuno a sacrificare l'opera sua quasi schiavo dei suoi concittadini; ma sì obbligare ciascuno a compierle a proporzione dei doveri dai quali per natura, o per patto, o per giusta legge si trova obbligato.
    V. Chi a tali obbligazioni fallisce, non solo debb'essere indotto o costretto ad adempirla, ma rende lecito talvolta al governante l'intromettersi nei diritti degl'inferiori, quando gli altri agenti secondari non sottentrino secondo giustizia all'adempimento dei doveri medesimi.
    VI. Tutto questo riguarda le opere obbligatorie, le quali dal governante supremo debbono regolarsi a rigor di giustizia. Vi sono però molti beni che all'intera società possono recare giovamento notabile, benché non ne costituiscano una assoluta necessità. Anche a questi dovrà provvedere l'autorità suprema, giacché sono in bene del tutto; e però altri fuor di lei non può averne o la comprensione o i mezzi. Ma nel provvedervi dovrà la sua efficacia proporzionarsi al motivo impellente. Il motivo non essendo obbligatorio, i mezzi non dovranno essere necessitanti. Ma forse mancano all'autorità or attrattive di premi per indurre, or uomini procaccianti e vogliosi di associarsi, or capitali dei quali ella può disporre, or credito con cui tanto si opera e sì spontaneamente dai cittadini? Usar questi mezzi ed ottenere così cooperazione ordinata anche per beni non istrettamente obbligatorii, ecco un'ultima forma di funzione governativa, il cui buon uso può mettere il compimento alla perfezione sociale, senza che l'unità ordinatrice degeneri nei viziosi eccessi del centralismo, e senza che per l'opposto la libertà lasciata ai cittadini li abbandoni o all'impotenza dell'inerzia o allo sterile e confuso operare della moltitudine anarchica.

    22. Rifletta il lettore a tutte codeste condizioni nella cui cerchia trovasi dalla ragione ordinata l'autorità centrale; e vedrà che essa può essere per sé e suprema e monarchica, senza aver nulla di essenzialmente arbitrario, Certamente che quando un uomo ha il genio e la libertà del dispotismo, fatelo Dittatore come Garibaldi, o Ministro responsabile come il Cavour, o Camera deliberante come la costituente romana, o senato come i Dieci in Venezia, l'arbitrio potrà sempre usurparlo. Ma nelle teorie ordinarie degli economisti esso è necessità inevitabile; perché non si assegnano i confini razionali e chiari dei due termini da conciliarsi. All'opposto nella teoria da noi spiegata sembraci averne determinati i confini, fondandoli sopra principii razionali, che ben potranno violarsi, ma non ragionevolmente negarsi.
    Tutto ciò che di mano in mano andremo dicendo presenterà continue applicazioni a spiegare e confermare queste leggi della suprema funzione ordinatrice. Ma il lettore non vorrà forse aspettare sì tardi il comodo di meglio comprenderci. Offeriamogli dunque, un esempio ipotetico che gli mostri la portata dei principii stabiliti.
    Supponete che percorra con voi le campagne di Sardegna o di Calabria uno di quei viaggiatori italiani, i quali ebri di fanatismo alla moderna hanno percorso tutte le regioni protestanti dalla Prussia e Inghilterra fino agli Stati Uniti in busca di quella azzimata civiltà che la grossezza dei popoli cattolici ancor non sa indursi ad invidiare. Fate che in una delle borgate più mediterranee si av*venga in crocchi di villanzoni grossolani o vegga sulla piazza un branco di monelli passar lunghe ore giocando alla trottola o al carachè fra le sguaiataggini e le inurbanità consuete di simile marmaglia: qual sarà il primo natural movimento del compagno touriste? Già si sa: vi scapperà fuori benedicendo quei paesi ovo la polizia assunti gli uffici paterni, obbliga tutti i ragazzi dalla prima fanciullezza a frequentare l'insegnamento obbligatorio, vituperando senza pietà la goffa trascuranza dei governi italiani.
    Direm noi che non sieno meritati i rimproveri? Se veramente così va il fatto, se nulla opera il governo per provvederci, diciamolo pur francamente, i rimproveri secondo la nostra dottrina sono giustissimi, giacché un popolo così allevato non conoscerà né i doveri morali, né i diritti civili; né le arti onde campare. Or un tal popolo può egli dirsi bene ordinato nelle pubbliche relazioni? Può dirsi che il governo si adoperi seriamente per ottenere da ciascuno dei cittadini l'adempimento dei suoi doveri, mentre ne permette la trasgressione alle famiglie e ai municipi: in materia così rilevante come è l'educazione?
    Non per questo darem ragione al fanatico ammiratore del despotismo prussiano o della polizia educatrice. Prima di lodare codesta oppressione dei diritti paterni domanderemo all'italo-prussiano se quel governo lasci ai parenti la libertà necessaria per compiere l'ufficio educativo: e se i padri anche diligenti ed amorevoli nell'allievo dei figli vengano incatenati a foggiare in essi non l'immagine paterna ma lo stampo di Polizia, dubiteremo assai se sia da preferirsi la schiavitù di tutti per rimedio alla trascuranza di pochi, a quella non curanza dei governi più badiali, i quali lasciando ai buoni la libertà di educare, lasciano la trascuranza dei pochi senza il conveniente rimedio.
    Ma dunque come dovrebbe rimediarsi per evitare i due estremi? Il primo diritto di educare è dei parenti. Lo trascurano questi? dove lo spirito di famiglia ancor non è perduto, e però sono vive ed energiche le affezioni domestiche e ne sono solidari gl'interessi e la riputazione, la trascuranza dei padri dovrebbe richiamare le cure della famiglia. Anneghittisce anche questa? la trascuranza dei doveri di coscienza è posta fra cattolici sotto la vigilanza di un pastore ecclesiastico, alla cui sollecitudine aggiunge sprone di tempo in tempo la visita pastorale del Vescovo. Se il disordine dell'educazione trascurata è pubblico, non è più conforme alla libertà dei cittadini e all'indole dell'abuso da correggersi, il sollecitare le coscienze per mezzo del parroco, anzi che strappare il figlio ai parenti per mano del poliziotto o dell'ispettore?
    Prima peraltro di condannare assolutamente e sottoporre ad esterne coazioni il padre, ancor domanderemmo se il disordine dei figli sia pubblico (giacché ciò che non è pubblico non è sottoposto al pubblico ordinatore) domanderemmo se ciò che pretendesi dal padre sia per lui veramente obbligatorio, cioè ineluttabilmente congiunto coll'ultimo fine, col bene supremo dei figli suoi, quale appunto sarebbe l'onestà del vivere. Corrompere nei figli quest'onestà, e corromperla ad occhi veggenti, sarebbe per fermo una spaventevole scelleratezza. Ma se un legislatore si brigasse di imporre o certe materie di non necessaria istruzione, o certi metodi o certi maestri ecc., egli eccederebbe quei diritti, che all'autorità competono, di coordinare nell'adempimento dei doveri, non già d'imporre funzioni arbitrarie.
    Come vedete, prima di gridar tirannia perché la libertà non è piena, o anarchia perché al governante s'impongono dei limiti, bisogna pensarci seriamente; e persuadersi che, in una macchina così complicata come è la società pubblica, i principii sono assoluti, ma le loro applicazioni debbono acconciarsi a mille rispetti che ne rendono variabile l'andamento, difficile la condotta e temerario il giudicarne alla leggera.
    Da queste generali idee dei diritti che appartengono al pubblico ordinatore, dipenderanno come corollarii molti teoremi delle trattazioni seguenti. Alcuni corollarii peraltro sarà conveniente dedurli esplicitamente fin d'ora, sì per la stretta loro connessione colla materia presente, sì per l'universalità della loro applicazione alle trattazioni future: essi dunque formeranno il soggetto del seguente paragrafo.


    NOTE

    1) Fu questo uno dei tanti congressi, con cui gli economisti vanno spargendo con pubblicità le loro dottrine, e s'ingegnano di cattivarsi l'attenzione e il favore del pubblico. D'alcuni di questi (p. e. di quello intorno alla proprietà letteraria tenuta nel Belgio, di quello intorno alla beneficenza tenuto nelle provincie renane) abbiam dato conto altra volta ai nostri lettori, (V. III Serie VoI. IX pag.168 s. Vol. XI, pag. 531 s. 690 s. Vol. XII, pag. 147 seg. ) Poche parole diremo di quel di Losanna, solo perché si vegga dai vituperatori delle astrattezze essere inevitabile anche agli uomini più positivi il ricorrere ai principii supremi; ed essere gravissimo il danno, quando codesti principii a cui si ricorre mancano o di verità o di certezza o di esattezza.
    Occasione di l'adunare questo Congresso fu il concorso proposto dal cantone di Vaud agli scrittori che volessero trattare e teoricamente e praticamente intorno alle gravezze pubbliche, per usufruttuarne i lumi a migliorarne il sistema in quel cantone. Chiuso ai 15 Settembre 1859 quel concorso, l'economista sig. Pasquale Duprat propose e promosse un Congresso nazionale intorno alla stessa materia: il quale favorito da parecchi uomini di Stato e pubblicisti dei cantoni di Vaud, Vallese, Neufchatel e Friburgo, si raccolse in fatti nella gran sala del governo cantonale di Losanna dai 25 ai 28 Luglio 1860, trattando parecchie quistioni intorno al tema proposto.
    Or fra i tanti che parlarono in tal materia, il sig. Emilio De Girardin vi stabilì per definizione dell'Imposta quella del Montesquieu «Parte di proprietà ceduta dal cittadino per ottenere la sicurezza del rimanente». L'impot etant défini, par Montesquieu, une portion que chaque citoyen donne de son bien, pour avoir la sureté de l'autre. (Journal des Economistes Ottobre 1860, pag. 72). E il Congresso ne dedusse molte conseguenze che non istaremo ad enumerare, essendo appena accennate nel Journal des Economistes. Solo osserveremo che fra le altre se ne inferisce la convenevolezza della quasi unica imposta, e la disconvenienza di francare da ogni gravezza l'intelligenza produttiva appoggiando le tasse sulla rendita.
    E sapete voi d'onde muove la smania dell'unica imposta, e il volerla gravare anche sulle doti di sapienza d'ingegno ecc.? Dipende dal considerarla qual contratto di salario con cui si compra l'opera dei governanti.
    Chi considera la funzione di governo, come atto di carità patria, sente che la società qualora s'imbattesse in un governante degno di tal nome, troverebbe nei sentimenti di lui quasi un diritto per sé medesima di dirgli «governaci, poiché sei ricco delle doti necessarie.» Né occorrerebbe pensare a rimunerarne l'opera in pecunia: la ricompensa a tal governante sarebbe, umanamente parlando, l'appagamento di quella naturale ambizione di fare il bene dei concittadini, che tanto può sugli animi non infangati nei più vili interessi. Questi sentimenti, che hanno pure naturalmente un non so che di magnanimo, ponno eglino negarsi dagli economisti? E se non si negano, chi non vede che il contratto asserito dal Montesquieu è falso ed ingiusto, quanto è vile? Falso, perché chi con tali sentimenti assume il governo, benché acquisti molte ricchezze, mira però a tutt'altro; mira, a soddisfare la bramosia di grandeggiare, di comandare: ingiusto perché la società dice ad un uomo «ti renderò possessore di quell'apice di grandezza, che tu sei disposto a pagare non che cogli averi, perfino col pericolo della vita, e perché tu accetti il mio regalo ti darò la giunta della lista civile». Gli economisti che sanno sì bene equilibrare la domanda coll'offerta, come non veggono l'iniquità di questo contratto notissima agli stessi selvaggi? Presso i quali, ce lo narra il De Smeth parlando dei Testepiatte, il Cacicco è per lo più ridotto a povertà, perché dà del proprio ai suoi amministrati, sentendo che il potere è un dono della società, e verso di questa impone obbligazioni a chi l'acquistò. Gli economisti all'opposto vogliono che si paghi colla giunta del denaro chi gode i beni dell'onore e del comando.
    Ma donde una tale generosità? Dall'aver trasformato la sovranità in un mestiere, l'imposta in un salario, la società in un contratto di compravendita. Vedete se importano le buone definizioni!

    2) Jounal des Economistes Ottobre 1860 pag. 79

    3) Diciamo assolutamente, perché ad elidere il diritto certo dei sudditi non basterebbe una congruenza qualunque: diciamo leggi perché il suddito è obbligato ad adempirle, e per conseguenza ad accettare la direzione necessaria: laddove se si trattasse solo di consiglio, non essendo il suddito obbligato ad accettarlo, neanche sarebbe obbligato ad accettare la direzione, senza la quale non potrebbe conseguire quel maggior bene.

    4) Quod superest, dice il Vangelo: e il governante, che chiede al suddito il quod superest, riduce in atto esterno l'obbligazione imposta alla coscienza.

    5) Avendo noi dimostrato che l'obbligazione di pagare le tasse dipende nei sudditi dall'obbligazione o dal desiderio di conseguire certi beni determinati; e che per conseguenza il governante che impone le tasse, dee gravarle su coloro che debbono o vogliono procacciare rispettivamente quel bene; ragionevolissima è l'usanza di quei governi ove ad ogni oggetto, per cui si spende, viene addetto un fondo o un ceto di persone donde si ripete il danaro. All'opposto quell'arraffare onde che sia la pecunia, gittarla nel pozzo dell'erario alla rinfusa, per trarne poscia secondo il bisogno, senza riguardo alla provenienza, molto sa del comunismo e molto impedisce quella giustizia distributiva della quale abbiamo parlato.

    6) Lettre a Montesquieu.

    7) Il governante può essere considerato non solo come reggitore delle persone, ma anche come amministratore della ricchezza pubblica, ossia dell'erario e di altri fondi destinati ad uso del governo. In questa amministrazione egli opera sulla roba come qualunque altro privato amministratore: amministratore, diciamo, e non padrone.

    8) Notate lettore che questa attitudine può derivare o dall'aumento, di capacità nelle persone o dalla tenuità degli affari maneggiati. In Inghilterra, in Francia, negli Stati Uniti la lunga abitudine ha fatto che l'ultimo dei calzolai o dei pasticceri si briga di alleanze politiche e dei trattati di commercio. Qui dunque un governante potrà proporre alla azione dei privati, delle imprese, dei pubblici lavori, delle istituzioni di credito ecc., che in Italia passerebbero inosservate o spregiate. Diremo noi per questo che gl'Italiani sieno inetti a tali imprese? Tutt'altro. Proponete loro grandi imprese municipali; e dediti come sempre furono alla vita del Comune, li vedrete comprendere cotesti interessi più ristretti, ma ordinariamente più veri e personali; ed infervorarvisi e concorrere coi mezzi e spendervi la persona e l'opera assai più utilmente che gli altri popoli non la spendono nelle loro perpetue agitazioni politiche. E la ragione è chiara, essendo il più degli uomini assai più atto a ben conoscere e leggere ed amministrare i minori, ma concreti e palpabili interessi, che le più astratte regioni politiche e gl'interessi internazionali. L'agitare questi ultimi al cospetto del volgo è utilissimo pei mestatori che vogliono abbindolarlo e scompigliarlo: ma chi vuole che il popolo faccia davvero il proprio bene s'ingegna di ottenerne la cooperazione in quell'ordine più ristretto ove esso è tanto miglior giudice quanto più da vicino sente le impressioni.

    Limiti della libertà economica (I) - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    Limiti della libertà economica (II)

    Di p. L. Taparelli d'Azeglio S.J. Corollarii spettanti alla materia ordinabile - 1. Due classi di Corollarii: l'ordine vero è sempre unito colla libertà vera. - 2. Coroll. I Non si chieda che il necessario. - 3. Coroll. II La ricchezza pubblica non è della persona governante. - 4. Coroll. III La legge si verifica in ogni specie di società. - 5. Coroll. IV Il suddito non ha per sé diritto a sindacare l'amministrazione. - Corollarii spettanti alle norme ordinative - 6. Coroll. I Il Governo è debitore principalmente ai più deboli, - 7. alla cui libertà non basta la pura indipendenza. - 8. Deboli sono anche le minoranze. - 9. Schiarimenti su questa proposizione. - 10. Coroll. II Necessità di concordia fra i due poteri, - 11. senza la quale la civiltà degenera in tirannia - 12. la quale sotto nome di separazione o di laicismo è vagheggiata dai liberali. - 13. Servigi gratuiti del cristianesimo alla società. - 14. Epilogo dei due primi corollarii. - 15. Coroll. III Riverenza alle relazioni ipotattiche. -16. Quali sudditi sono imponibili. - 17. Esenzione dei poveri esagerata dai rivoluzionari. - 18. Base dell'obbligo di contribuzione, il dovere di procacciare il bene comune - 19. rispettivamente voluto in ciascuna specie di società. - 20. Coordinazione di questi beni e dei doveri che ne risultano. - 21. Dovere politico. * 22. Dovere civile. - 23. Complicazione dei doveri di chi governa. *- 24. Coroll. IV Rimedio al Centralismo; il pieno riconoscimento dei diritti. - 25. Epilogo.


    LIMITI DELLA LIBERTÀ ECONOMICA (Parte II)
    «La Civiltà Cattolica», 1860, a. 12, Serie IV, vol. X, pp. 556-566, pp. 695-704; vol. XI, pp. 144-161, pp. 270-283



    ARTICOLO V.
    §. II. Corollarii dedotti dal paragrafo precedente.


    SOMMARIO
    Corollarii spettanti alla materia ordinabile.
    1. Due classi di Corollarii: l'ordine vero è sempre unito colla libertà vera. - 2. Coroll. I Non si chieda che il necessario. - 3. Coroll. II La ricchezza pubblica non è della persona governante. - 4. Coroll. III La legge si verifica in ogni specie di società. - 5. Coroll. IV Il suddito non ha per sé diritto a sindacare l'amministrazione.


    Corollarii spettanti alle norme ordinative.
    6. Coroll. I Il Governo è debitore principalmente ai più deboli, -7. alla cui libertà non basta la pura indipendenza. - 8. Deboli sono anche le minoranze. - 9. Schiarimenti su questa proposizione. -10. Coroll. II Necessità di concordia fra i due poteri, - 11. senza la quale la civiltà degenera in tirannia - 12. la quale sotto nome di separazione o di laicismo è vagheggiata dai liberali. - 13. Servigi gratuiti del cristianesimo alla società.


    1. Promettemmo sul terminare del paragrafo precedente (14) alcuni principali corollarii che dalle materie spiegate naturalmente rampollano, a schiarimento del retto operare dell'autorità sovrana, remoto ugualmente e dall'anarchia e dal vizioso centralismo. Questi corollarii riguardano principalmente or la materia intorno alla quale l'autorità comanda, or le norme colle quali ella ordina questa materia. Uno peraltro vogliamo premetterne, universalissimo e spettante a tutte le libertà sociali, il quale spontaneamente si offre alla mente d'ogni lettore, ed è la soluzione di quella che vien presentata da molti pubblicisti come un problema poco meno che insolubile, la conciliazione dell'ordine colla libertà. Finché per libertà si ostineranno ad intendere lo sfrenamento di tutte le passioni, chiara cosa è che i due termini saranno sempre inconciliabili, altro non essendo qui libertà, se non la licenza del disordine conceduta alle passioni. Il problema ridotto a tali termini è precisamente quello dell'albero di Bertoldo, cui il principe dannava al capestro, concedendogli però la scelta dell'albero a cui appiccarsi. O se volete esempii più serii potete paragonare la conciliazione di cotesta libertà coll'ordine, alla reintegrazione dei Principi italiani contro una fazione che non cede se non alla forza, e cui viene guarentito il non intervento della forza: ovvero alla così detta quistione romana, ove si vuole assicurare il dominio temporale al Capo del Cattolicismo, senza negare le riforme a quella fazione che non conosce altra riforma, tranne l'abolizione dei principii cattolici nel governo dello Stato. Tutti cotesti problemi sono ugualmente contraddittorii, e però insolubili. Si dice popolo la fazione ribelle, e si vuole che il Principe governi per suffragio dei faziosi: si appella riforma l'abolizione del cattolicismo, e si vuol salvo al Papa lo Stato purché riformi il cattolicismo: appunto come Bertoldo voleva essere appiccato, ma ad una ginestra o ad un malvagone.
    Or tale è il problema di chi vuol salvo l'ordine, ma libere le passioni. All'opposto chi ha compreso, Libertà altro non essere che la facoltà di usare il proprio diritto non colliso da diritti altrui, vede impossibile ordine senza libertà o libertà senz'ordine: la conciliazione di cotesti due termini, lungi dall'essere un problema diventa un assioma. Ed ogni violazione dell'ordine trovasi congiunta essenzialmente con qualche grado di dispotismo, vale a dire di forza usata contro il diritto: e ciò tanto in economia, quanto in qualunque altra parte del mondo sociale.
    Abbiate caro lettore gentile, questo primo e universale corollario della teoria nostra intorno alla libertà, affine di non fraintendere cotesto sacro vocabolo, cangiando uno dei maggiori beni che abbia l'uomo sulla terra col massimo dei mali che tormenti i dannati sotterra in quelle spelonche ubi nullus ordo. E noi frattanto passeremo a spiegare la prima classe di corollarii poc'anzi proposta.

    Corollarii spettanti alla materia ordinabile.

    2. Questa materia, già lo sapete, è la ricchezza ossia gli averi del cittadino: dal quale l'autorità può chiederne quel tanto che ciascuno è obbligato a contribuire per bene comune. Or rispetto a questo, per primo corollario ne scende, non doversi chiedere ai sudditi se, non la contribuzione veramente necessaria al bene comune. Il che veniva espressamente dichiarato nell'assemblea del Corpo legislativo di Francia dal Ministro Magne: ma non sappiamo quanto fedelmente si osservi nei governi condotti secondo le teoria degli economisti moderni. In quelli veggiamo crescere ogni anno, smodatamamente le gravezze; e tanto più chiedersi, quanto più si è già ottenuto. Alle quali imposte se altri pretenda far argine, si sente rispondere non esser tocco finora, l'ultimo limite dell'imponibile: quasi il governo avesse il diritto a pigliarsi tutto ciò che al suddito non è strettamente necessario per mantenersi in istato. No, dicea quel Ministro nella tornata dei 18 Marzo 1861: il governo non dee domandare al paese se non i sacrifizii assolutamente necessari (15). Se la roba dei sudditi, come abbiam detto, non è roba dei governanti; se questi non hanno altro titolo per riscuoterne gravezze, se non l'obbligo che hanno i sudditi di cooperare al bene pubblico, e, l'impotenza di provvedervi senza tali riscossioni; procedere così coraggiosamente sino all'ultimo limite dell'imponibile, egli è un aver dimenticato la legge fondamentale in questa materia, ed è un deplorabile iniziamento di socialismo in tutta l'amministrazione.

    3. Di che vedete spuntare un secondo corollario degnissimo di tenersi presente, specialmente pei tempi che corrono. E il corollario è che, se al governante supremo non può negarsi il diritto di regolare l'uso degli averi pel bene comune, non ne acquista però personalmente la proprietà. Ed è questa verità importantissima e pel suddito, e pel superiore. Pel suddito affinché non si lagni che il superiore lo spoglia allorché per bene comune, a cui tutti debbono concorrere, obbliga i privati a cedere parte dei loro averi: pel superiore, affinché non si creda padrone; come Luigi XIV, di tutti gli averi dei sudditi.
    Il che saviamente viene ponderato e gravemente inculcato dal ch. Marescotti nei suoi Discorsi sulla economia sociale (Vol. I, Disc. 2° cap. I, parte 2.a § 1°); dove biasima gli economisti perché, usando la parola distribuzione della ricchezza, vennero in certa guisa a supporre esservi nella società un potere che si reputa padrone delle fortune dei cittadini e avvisa a distribuirle (pag. 128): di che nasce un cotale spirito di dispotismo nei loro sistemi, i quali a questa sovranità artificiale hanno volto il loro culto, e colle braccia di lei hanno fabbricato l'edifizio scientifico. (pag.129). Non per questo vorremmo consentire interamente che non si dia giustizia distributiva nella società anche rispetto alla ricchezza. Conciossiaché, dovendo la società maneggiare qualche parte di ricchezza, non solo per istipendiare colle mercedi (nel che si considererebbe giustizia commutativa), ma eziandio per rimunerare con premii o compensare ai magistrati ed ufficiali di ogni maniera opere e zelo che non si pagano; ella deve in simili retribuzioni calcolare i meriti e non permutare i prodotti (16). Evvi dunque luogo nella società alla giustizia distributiva. Ma cotesta giustizia non ha luogo nella produzione e ripartizione delle ricchezze, la quale, secondo ciò che abbiamo spiegato (art. III, §. 2°, n° 14), è primitivamente funzione dell'individuo, e per sé da lui solo dipendente, fatte quelle eccezioni che il pubblico bene può esigere.

    4. III. Se il diritto di ordinare gli averi a bene pubblico dipende dall'obbligo di conseguire il fine sociale; anche nelle società particolari (come Municipii, collegii ecc.) chi ha diritto di guidare al fine ha diritto eziandio di prescrivere i mezzi necessarii (17). Il che quanto più dovrà dirsi della suprema fra le società umane la Chiesa cattolica! Se alla Chiesa sono necessarii i beni temporali per sosten*tare i suoi ministri ed operare esternamente sui fedeli, i mezzi a lei necessarii devono da lei stessa amministrarsi e commisurarsi al fine.

    5. IV. Altro è contribuire colle ricchezze all'opera sociale (che è proprio di tutti gli associati) , altro regolare l'uso delle ricchezze contribuite. Le teorie eterodosse della assoluta indipendenza umana hanno condotto molti pubblicisti ad affermare assolutamente, il suddito che paga le imposte aver diritto sempre a regolarne l'uso. Ché questo diritto possa esservi in certi casi, ognuno lo vede per la legge che abbiamo stabilita (18). Ma che sia diritto assoluto di chiunque paga le gravezze, questo non può asserirsi, se non in quanto si presuppone niun uomo essere mai obbligato ad obbedire socialmente, se non ha scelto da sé medesimo il proprio superiore ed approvata la legge da cui è governato. Or questa condizione non può ammettersi da nessuna scuola di economisti; perché gli economisti che si fondano sul suffragio universale o sulla sovranità del popolo vogliono che le minorità ubbidiscano senz'altro esame alle maggiorità: e gli economisti che si fondano sul diritto divino non riconoscono in nessun individuo privato questo diritto di elezione o di approvazione. Epperò se questa condizione non si premette; se si presuppone anzi, come la Chiesa insegna e il fatto dimostra, che l'uomo può molte volle essere obbligato a vivere in società e sotto autorità da lui non elette; allora, siccome il fine dell'opera pubblica è raccomandato al superiore, costituito appunto nella società per guidarla, assurdo sarebbe il dirgli: «voi dovete guidarci al fine, ma a noi tocca regolare i mezzi.»
    Una tale pretensione, contraria come ognun vede al teorema fondamentale di vera libertà economica (regola i mezzi chi intende al fine), nasce da quel generale sospetto, in cui sempre è tenuta a dì nostri la sociale autorità. Si è talmente perduta ormai ogni fede nella efficacia della coscienza, che senza un sindacato coattivo si crede impossibile ogni buona amministrazione. Non diremo che le autorità non abbiano talvolta e anche molte volte somministrata materia ragionevole a tale accusa. Ma ci contenteremo di contrapporvi due osservazioni.
    La prima è che quando trattasi di diritti fondati nella natura stessa delle cose, l'abolirli, sia pure per abusi reali, è il pessimo dei rimedii, giacché distrugge la cosa stessa che si vuole medicare. Si pensò mai ad abolire l'autorità paterna, perché alcuni genitori ne abusano a danno dei figli? Sarebbe danno di tutti i figli quel che si farebbe per vantaggio di pochi. Ora alla stessa guisa togliere il libero uso dei mezzi a tutti i governanti, che pur sono quelli che debbono conseguire il fine dell'amministrazione, sarebbe un togliere la possibilità di bene amministrare per correggere l'abuso di pochi.
    Ma suppongasi pure consentito il fatto, che avrem noi guadaguato? Avremo rialzato di un grado la difficoltà e peggiorate le condizioni sociali, moltiplicando le occasioni di abuso, come pur troppo ci dimostra il fatto. Il Regno sardo era governato da un solo, il quale in pochi anni, accumulati 60 milioni di franchi nell'erario, avea cominciato a scemare le gravezze. Gli si volle dare un Ispettore; e il Ministero responsabile fu posto sotto la censura della Camera. Ma la Camera sotto qual censura si trova? O non ha censore e potremo temere ch'ella stessa sacrifichi le borse dei cittadini (e dicono che ella non iscrupoleggi così per le sottili): ovvero le date un censore, e torneremo a domandare chi ne assicurerà l'onestà, la capacità, l'assiduità, l'efficacia? Si è detto che le Camere dipendono dal suffragio del paese. Bella dipendenza davvero! Dopo i recentissimi suffragii universali, potete voi parlare di suffragii senza ridere? Se qualcuno potesse, vada ad esaminare l'erario piemontese e fiuti ciò che è sottentrato ai 60 milioni di sopravvanzo: ci troverà più di due miliardi di debiti. In verità per ottenere un tal risultamento non valea la spesa di togliere a Carlo Alberto
    l'amministrazione dell'erario piemontese.
    Ed avvertite che a Carlo Alberto e al Piemonte potete sostituire qual altro più vi piaccia dei paesi e dei governi responsabili, e tutti vi daranno, poco più poco meno, la risposta medesima. Sicché per tutela delle cose non occorre alterare la natura delle cose: chi mira al fine regoli i mezzi: se il popolo è Sovrano, amministri in buon'ora le sue finanze e vada, se così gli piace, in precipizio. Ma questo precipizio c'insegni a tollerare qualche scialacquamento dei Principi quando ad essi tocca regolare l'erario, senza pretendere di alterare per questo le leggi di natura.
    Dato poi un Principe o amministratore coscienziato, con quali norme dovrà questi condursi nel regolare la contribuzione dei sudditi pel bene comune? Queste norme costituiscono la seconda categoria di corollarii pocanzi promessa e che ora verremo svolgendo.


    Corollarii spettanti alle norme ordinative.

    6. I. E in primo luogo, debito essendo del governante supremo ottenere la piena soddisfazione di ogni diritto, la giustizia, esige ch'egli miri principalmente a sostenere e difendere, i più deboli: conseguenza, che a prima giunta potrà sembrare triviale; cotalchè il lettore ci rinfaccierà di perdere il tempo a dimostrare l'evidente. Ma dovrà poscia scusarci da ogni colpa e forse anche stupire se rifletterà, che un teorema a prima vista così evidente, non solo sembra ignorato, ma viene positivamente e di proposito riprovato e violato in quella che da certuni volgarmente appellasi civiltà moderna! Ed il teorema e corollario è che sebbene il governante debba essere imparzialmente giusto verso di tutti, pure la salutare sua influenza dovrà farsi sentire più efficacemente in favore della debolezza (sia debolezza d'ingegno o dj energia o di muscoli o di borsa o di aderenze ecc.): e ciò per questa ragione semplicissima, che il disordine nasce naturalmente dalla forza abusata e gravita sulla debolezza. I forti hanno in sé onde resistere, l'astuto non si lascia accalappiare dallo stolido, non l'audace soverchiare dal melenso, non il ricco proprietario dettare i prezzi dal povero giornaliero; tutti cotesti gagliardi sono sicuri di non essere sopraffatti, ancorché la pubblica forza non concorra ad adularli (19): l'oppressione è la parte dei deboli; ed ai deboli per conseguenza è più necessario l'aiuto della società. Di che, grande elogio si deve a quel Governo pontificio che fece dire di sé: «A Roma il governo è fatto pei poveri». Di Londra davvero che non potrà dirsi altrettanto.

    7. Questa prima legge, come vede il lettore, è strettamente connessa colla vera libertà fin qui da noi rivendicata al cittadino: ma è diametralmente opposta a quel grido di libertà universale, in cui si sfogano i desiderii di certe scuole economistiche; le quali suppongono che basti al cittadino l'avere un diritto e l'essere dalla legge autorizzato a difenderlo; perché questo suo diritto trovisi senza più assicurato da ogni assalto, come se fosse nell'acropoli d'Atene o nella fortezza di Malta. Ma in tal caso qual bisogno vi sarebbe della forza assicuratrice della società? Si tornerebbe allora quasi ad uno stato estrasociale: simile a quello, a cui si va accostando la civil convivenza negli Stati Uniti, ove un buon revolver alla mano guarentisce talora il cittadino meglio assai che la polizia o i tribunali. Non intendiamo biasimare assolutamente la tendenza a questa reviviscenza dei diritti individuali, i quali altrove sono forse stati talvolta o più del dovere abbandonati dai sudditi o più del giusto compressi dall'autorità. In questo, come in tutto il rimanente dell'ordine morale, l'applicazione dei principii, dipendendo da svariatissime condizioni dei fatti, può ricevere il più e il meno senza violazione del principio. Ma il principio stesso rimane saldo e indistruttibile, anzi nel caso nostro matematicamente evidente, vera libertà non potersi dare se non in quelle società, ove le forze disuguali nell'uguaglianza dei diritti vengono pareggiate mediante il. sussidio dell'opera sociale.
    Diciamo questa verità matematicamente evidente, perché se i due diritti D d, sono uguali, e la forza per esercitarli è disuguale cioè F > f, ne consegue che la coefficenza della forza F pel diritto D renderà F D > f d. Dunque perché gli effetti di quei due diritti si uguaglino, bisognerà che la forza f riceva un aumento x che faccia divenire F =( f + x). Questo sussidio x potrebbe ottenersi mediante la libera associazione, che a tal fine appunto è sì vantata nelle società moderne. Siccome peraltro anche nella accortezza e nell'audacia di chi forma queste associazioni può e deve incontrarsi gran differenza, le associazioni stesse invece di stabilire uguaglianza potrebbero aggiungere nuovo squilibrio. L'affidare dunque alla pubblica autorità quest'ufficio di sostenere il più debole, sarà sempre in una società d'uomini coscienziati un mezzo più ordinato e probabilmente più sicuro. Giacché finalmente a che ci condurrebbe per ultimo, qualora venisse interamente attuato, il sistema che appoggia la sicurezza alla libera associazione? Ci condurrebbe alla convivenza del medio evo, in cui ogni città, ogni casale era diviso in parti perpetuamente armate e scambievolmente in sospetto, alle quali e l'abitazione domestica e i pubblici monumenti servivano di castello ove fortificarsi; e i coloni, gli artigiani, i domestici fornivano il presidio delle fortezze. Alla qual condizione già si accostava qualche regione degli Stati pocanzi annessi al Piemonte ove, al dire dei pubblici fogli, i privati incominciavano a formarsi picciole pattuglie a difesa, con licenza del governo medesimo, che si sentiva impotente a compiere un tale ufficio.

    8. Quel che abbiamo detto intorno al dovere del governante rispetto alla difesa dei deboli, si applica, come ognun vede, alla difesa delle minoranze, deboli anch'esse rispetto alle pluralità. Nel che voi vedete un nuovo contrapposto fra le teorie di libertà vera e quelle della civiltà alla moderna. Costei, come sapete, non s'infinge, non dissimula: ella sostiene francamente il diritto dei molti ad opprimere i pochi. E diciamo opprimere, perché dar vigore di legge ad un volere dei molti, quantunque non necessario, non utile, non onesto, ma solo perché è volere dei molti, è rogare una legge ingiusta, è vera oppressione, come violare il diritto (20) di un solo, sia pure a nome di mille, giacché può la giustizia perorare per uno contro i molti, come per molti contro uno solo. Se per quest'uno sta la giu*stizia, centuplicate, moltiplicate a vostro piacere il numero dei violatori, avrete resa colossale la violazione, avrete resa più vituperosa ai molti l'oppressione del debole impotente a resistere, ma non can*gierete mai, checché ne dica il Rousseau, l'ingiustizia in diritto.
    Quando dunque i pubblicisti moderni, presupposta la libertà delle coscienze, ci dicono assolutamente la legge doversi stabilire a pluralità di suffragi e da tal legge originarsi il diritto dei cittadini, essi stabiliscono in sostanza un vero sistema di tirannia, la tirannia dei molti contro i pochi; e in ciò si oppongono direttamente alla natura della società, la quale, come abbiamo dimostrato, è precisamente il contrario, sussidio in favore dei pochi, contro la tirannia dei molti.

    9. - E che? dirà il lettore, vorreste voi dunque togliere alla pluralità dei suffragi il fare la legge, e alla legge il difendere il diritto dei cittadini?
    No lettore, noi non contendiamo né alla pluralità i suoi diritti, quando storicamente li possiede, né alla legge, quando è giusta, il suo valore obbligatorio. Quello che impugniamo, è che il valore della legge dipenda originariamente dalla pluralità dei suffragii, e che questa pluralità sia assolutamente richiesta perché abbia valore la legge. Quello che dà valore alla legge è, 1° la sua giustizia, 2° la competenza della autorità che la impone. La pluralità dunque dei suffragii è richiesta quando tale è per diritti anteriori la forma del governo, che la legge dipenda dal consenso di molti. In questi governi è naturale che i più prevalgano ai meno, non essendo ragionevole che i meno prevalgano ai più. Ma una tal prevalenza non è già privilegio del numero in quanto numero; ma sì in quanto, presupponendo che tutti vogliano coscienziatamente la giustizia, può giudicarsi ragionevolmente probabile che i molti l'abbiano conosciuta meglio dei pochi, secondo il proverbio plus vident oculi quam oculus.
    La qual risposta abbiamo dato solo per non lasciare ombra di dubbio a chi avesse in tal guisa equivocato nella quistione. Chi poi ha ben compreso il nostro pensiero vedrà benissimo che l'obbiezione è fuori del tema, giacché non si tratta adesso di chi debba fare la legge, ma in cui pro debba adoperarsene il sussidio. Siano uno o molti o tutti i cittadini incaricati di fare la legge, colui che deve o farla o applicarla nell'esecuzione, se vuol compiere l'intento del bene sociale, più dovrà assistere il debole che il forte, più i pochi che i molti, perché i pochi e il debole hanno maggiore il bisogno. Questo era il nostro tema, il corollario che nasce dalla natura stessa della sociale autorità. E però bene ordinato sarà quel governo, in cui il debole e i pochi non solo avranno libera la voce ad implorare sussidio, ma avranno inoltre facile l'accesso al Magistrato da cui dipende, e impavido, incorruttibile, gagliardo l'animo del Magistrato nel difendere per essi anche contro i prepotenti la giustizia. Tal è il primo corollario delle dottrine già stabilite: corollario, come abbiamo detto a principio, talmente evidente, che la scuola liberale non fina mai di ricantarlo e vantarlo. Disgraziatamente le succede qui come in tante altre occasioni, che vivendo di principii contraddittorii, ella si trova contraddittoria ancor nella pratica: e mentre tutto dice doversi operare in difesa della giustizia debole e derelitta, tutto opera pel trionfo dei forti e delle pluralità, il cui diritto non ha bisogno d'aiuto, e di cui deve anzi temersi la prepotenza. E perché ciò? Perché l'indipendenza della ragione privata rende impossibile nella società l'unità di giudizio intorno al giusto e all'onesto; e mancando quest'unità di giudizio intorno al merito intrinseco della causa, altro principio non rimane per formare quest'unità, che il materiale ed estrinseco della pluralità nel numero. Così si forma quello spirito di vile adulazione per le moltitudini e quella mania di popolarità che è sottentrata oggi dì alla adulazione dei potenti e all'ambizione cortigianesca.

    10. II. Un secondo corollario di grande importanza derivasi dal detto dianzi intorno alle potenze motrici, di cui dee valersi il governante: ed è la necessità di concordia fra i due poteri, se non si voglia introdurre nel governo il despotismo.
    Abbiamo notato che allora è savio e giusto un governo, quando conducendo gli uomini secondo uomini, non ricorre a mezzi materiali e violenti, finché può ottenere la perfezione dell'ordine con mezzi morali e spontanei. L'applicazione di questo principio ricorre in mille occasioni ed è di uso tanto più continuo nella società quanto è maggiore la perfezione di civiltà a cui ella s'innalza. Conciossiaché nelle società più rozze, riducendosi la funzione del governante ad operare sopra animi ancor grossi e materiali per ottenerne un primo grado di civiltà colla esclusione dei più gravi disordini, è per lo più necessario l'uso di mezzi più grossolani per ottenere atti di rigorosa obbligazione. Ma quanto più una società progredisce nella perfezione civile, tanto le azioni della social convivenza domandano perfezione maggiore, e gli animi dei cittadini sono più disposti a sentire la forza di motivi più nobili. Con animi sì ben disposti l'usare violenze materiali non necessarie, per conseguire punti di perfezione supererogatoria è, come ognun vede, offesa della libertà, a cui tanto si toglie quanto si detrae senza necessità all'azione spontanea dei cittadini. Spieghiamoci con un esempio. Un missionario che nelle regioni dell'Australia o nelle montagne rocciose dee trasformare in uomini i selvaggi, che cosa chiederà sulle prime? Che non si mangino i nemici, che non si viva di ladroneccio, che si accetti la legge del lavoro, che si rivendichi il diritto colle ragioni e non colla forza, che si riconosca un Dio, una religione ecc. Ma a misura che quella prima società si è dirozzata e il primo grado d'umanità è entrato nelle abitudini del popolo, la società incomincia a forbirsi, il lavoro si ripartisce nelle arti, la pubblica polizia esige riguardi di maggiore decenza, la vita domestica si riduce a maggiore castigatezza, e i riguardi dovuti alla pubblica igiene, alla retta amministrazione, alla santificazione delle feste e perfino alle agiatezze e ai divertimenti pubblici, impongono a quel popolo medesimo mille soggezioni e piccioli legami, i quali sarebbero riusciti intollerabili al selvaggio appena dirozzato.
    La stessa graduazione potete osservare nei mezzi di governo: un governante rozzo di rozza società non ha quasi altro mezzo alla mano che la scure, la multa, la catena. Fate men rozza la società o più colto almeno il governante; ed esso prima di ricorrere a cotesti estremi studierà mille espedienti per piegare gli animi ad umanità e giustizia. Un Cialdini, un Pinelli insegnano ordine e morale a sudditi fedeli con fucilazioni e macelli: Pio IX l'insegna ai ribelli con sei giorni di esercizii spirituali.
    Ed osservate che sebbene abbiamo parlato di due società distinte, una rozza l'altra incivilita, questa distinzione è nelle idee, ma non nel fatto , giacché realmente in ogni società e in ogni ceto si trovano le graduazioni diverse, alle quali un reggitore sapiente procura di applicare, secondo le occasioni, metodo di governo proporzionato. Ma nell'atto dell'applicazione non è chi non veda qual difficoltà a prima giunta si presenti. Il governante che vuole ottenere certi incrementi di perfezione più delicata, può egli valersi di quei mezzi che assicurano contro gravi delitti? Sarebbe egli lecito p. e. minacciare la carcere a chi non fa l'elemosina o a chi fallisce ai riguardi dovuti per cortesia? Il mezzo sarebbe sproporzionato all'intento: tutti cotesti tratti di perfezione civile si ottengono in una società perfezionando il sentimento morale. Ma dovrà egli dunque assumere le parti di moralista e farsi maestro di costumatezza, di religione, di domma, o ministro di quel culto, da cui la società riceve quasi senza avvedersene le più nobili ispirazioni del sentimento religioso? Volesse egli pure assumere coteste funzioni e intimare il digiuno e l'umiliazione, come il presidente Bucanano o la Regina Vittoria, non otterrebbe altro probabilmente che il disprezzo dei discoli e il compatimento degli onesti. E perché? Perché il naturale discorso detta a chicchessia non darsi morale obbligatoria senza principii indubitati, né trovarsi in governante puramente umano quell'infallibilità che sola può rendere indubitati i principii da lui promulgati (21).

    11. Ecco dunque l'alternativa, in cui si trova nelle società più incivilite il Magistrato supremo; o rinunziare a tutti quei gradi di perfezione civile che non possono equamente promuoversi colla severità delle leggi e della giustizia, o assumere le parti di moralista e di sacerdote col peso della inutilità e delle beffe, o finalmente trovare nei custodi della parola infallibile e maestri pubblicamente riconosciuti dell'onestà un sussidio all'autorità puramente civile e all'ordine materiale. Questo sussidio è appunto quello che nelle società cattoliche si ottiene mediante la scambievole cooperazione del sacerdozio e dell'Impero, riputata sempre, dicea Gregorio XVI, utilissima al buon andamento della società e mezzo, come vedete, potentissimo di governo veramente libero pei cittadini. La quale cooperazione delle due autorità allora è possibile, quando il potere civile si rassegna a non chiedere nulla mai alle coscienze che dalla morale cattolica, di cui la Chiesa, custodisce il deposito, venga disdetto; e la Chiesa dal canto suo acconciando alla varietà dei tempi la disciplina, armonizzando l'opera dei suoi ministri ai bisogni e talora anche ai capricci delle moltitudini e dei governanti. Quanto la Chiesa sia sempre stata indulgente in tal materia, è inutile il dirlo, specialmente dopo la facilità, con cui e tanti Stati eterodossi hanno potuto con lei conciliarsi, e la cattolica Spagna, ha potuto fare e disfare e rifare, non sappiamo quante volte quel suo Concordato, con cui il liberalismo mirava a spogliarla ed incepparla. Non è qui luogo di cercare se il successo abbia coronato gli intenti; bastando a noi la non interrotta serie di trattative e concessioni, per dimostrare che la Chiesa non è restia a composizioni. Così fossero arrendevoli i governi, dei quali sarebbe supremo interesse!

    12. Ma pur troppo qui suole incontrarsi il duro; e quei governi appunto sogliono essere più avversi ad ogni Concordato, che più alto fanno suonare il vanto di liberalismo e il rispetto ai diritti del suddito (22). In questi governi eterodossi è naturalissimo che la Chiesa, non solo non venga implorata aiutatrice, ma venga come nemica astiata, come pericolosa incatenata. Cotesti governi si trovano dunque ridotti a quell'alternativa, di cui dicemmo pocanzi, e che stende il loro dispotismo a tutti i rami dell'economia sociale e a tutti i periodi della vita umana. Lo Stato ne prepara gli inizii tiranneggiando il matrimonio con restrizioni e pubblicità vessatorie; dai coniugi riceve o piuttosto rapisce figli per modellarne i cervelli e i cuori sul tipo dei cervelli e dei cuori di chi governa; se in cotesti cuori e in cotesti cervelli germogliano affetti o pensieri difformi dal tipo che l'autorità avea prescritto, i governanti s'ingegnano di rav*viare la pubblica opinione, comperando or le penne venali del giornalismo che la forma, ora la voce degli istrioni che l'insegnano dalle scene, or perfino, se s'imbatte in tal pasta d'uomini, le dicerie di un Pantaleo o di un Gavazzi, i quali, abusando l'indelebile loro carattere, seducono per qualche giorno la plebaglia e la preparano col Crocifisso alla mano ad essere liberamente schiava dei loro padroni. Ecco in qual modo le arti politiche suppliscono per qualche anno all'autorità religiosa della Chiesa, e agli impulsi morali della coscienza, per ottenere quei perfezionamenti morali che non possono né imporsi coll'assoluto comando delle leggi, né riscuotersi colla severità dei gastighi. Siccome peraltro tutto cotesto meccanismo non è fondato nella verità e nel diritto, il governo che lo adopera deve in fine dei conti appoggiarsi alla forza, ricorrendo a quella formola del dispotismo:

    Sic volo, sic iubeo: stat pro ratione voluntas.

    All'opposto un governo cattolico, che le sue leggi esterne conforma nel temporale a quelle, con cui la Chiesa governa gl'interessi spirituali, e a quelle che la coscienza dètta uniformi per tutti nell'andamento morale; può in mille congiunture passarsi di esterni provvedimenti lasciando alla Chiesa e alle coscienze, od anche chiedendo quei sussidii che aiutano colla spontaneità della morale e della religione il conseguimento di atti perfettissimi e difficilissimi.
    Gli esempi ricorrono qui a migliaia. Vedete, per cagion d'esempio l'imbroglio degli Anglicani per arginare la popolazione soverchiante. La tirannia proposta dal Malthus fece rabbrividire perfino il protestante Sismondi, il quale s'ingegnò di mitigarla, ma non poté sopprimerla. Fate ,che lasciassero libera in Inghilterra l'azione del cattolicismo, e vedreste a migliaia giovanetti e fanciulle consecrare a Dio la loro verginità, e al prossimo l'opera loro, cedendo ancor talora alla società i loro beni, col doppio vantaggio e di aumentare le derrate e di diminuire le bocche.

    13. E coteste anime generose in che s'impiegano? In tutti i ministerii più penosi, più stomachevoli, adempiuti da esse con quella assiduità, con quell'affetto e con quella pienezza di sacrifizio che il protestantesimo vorrebbe pur trasfondere nei suoi seguaci, e gli vengono meno le forze.
    E quante sono le opere di beneficenza, alle quali si dovrebbe provvedere colla tassa dei poveri, come in Inghilterra, se la carità cattolica non aprisse dal celeste suo scrigno una fonte inesausta?
    Questi ed altri miracoli di presepii, di asili, di ospizii, di carceri ecc. operati dalla carità cattolica si ricusano, si distruggono dal liberalismo eterodosso, quando riesce ad afferrare il timone del governo. Nel che egli dice in sostanza ai suoi amministrati: «voi avreste nella religione e nel sentimento morale un sussidio gratuito ad ogni necessità, un conforto amorevole ad ogni afflizione: ai bisogni dell'educazione provvederebbero le suore, i Fratelli della dottrina cristiana; gli Ordini insegnanti d'ogni maniera: sareste assistiti negli spedali, custoditi e confortati nelle carceri, aiutati nel bisogno dalle conferenze di S. Vincenzo, albergati nell'estrema povertà dalle sorelline dei poveri, consolati sul letto del dolore, aiutati al capezzale della morte, accompagnati perfino gratuitamente al sepolcro dallo spirito di quel Dio Nazareno, il quale, dopo la sua morte, come quando vivea, pertransiit benefaciendo et sanando omnes: e tutti cotesti vantaggi, io potrei gratuitamente procacciarveli ricorrendo ai mezzi religiosi e morali, od anche solo lasciando a chi vuole adoperarli libera la mano, come è generoso ed affettuoso il cuore. Ma no: invece dell'opera gratuita ed amorevole ve ne darò una stipendiata e gelida, costringendovi a pagarla con tasse e soprattasse solo perché voglio che l'Io-Stato sia indipendente e non riconosca altro principio, altra legge che il mio giudizio, il mio volere.»
    Ecco, lettore, la vera formola di quella separazione fra lo Stato e la Chiesa che forma il sogno dorato dei libertini e che essi appellano l'affrancamento dalla tirannia clericale. In verità se il servire gratuitamente al popolo è tirannia e il fargli pagare a contanti ogni serviziuccio interessato è affrancamento, il nostro vocabolario non è più in lingua volgare. In quanto a noi teniamo per fermo che se è lecito al governante, se anzi è doveroso, di stringere in unità le varie tendenze e le opere dei cittadini, tutto ciò deve ottenersi colle minori gravezze possibili alle loro borse e alla libertà delle opere.

    Limiti della libertà economica (II) - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    LIMITI DELLA LIBERTÀ ECONOMICA CONTINUAZIONE DELL'ARTICOLO V.
    Seguono i corollari spettanti alle norme ordinative.


    SOMMARIO


    14. Epilogo dei due primi corollarii. - 15. Coroll. III Riverenza alle relazioni ipotattiche. -16. Quali sudditi sono imponibili. - 17. Esenzione dei poveri esagerata dai rivoluzionari. - 18. Base dell'obbligo di contribuzione, il dovere di procacciare il bene comune - 19. rispettivamente voluto in ciascuna specie di società. - 20. Coordinazione di questi beni e dei doveri che ne risultano. - 21. Dovere politico. * 22. Dovere civile. - 23. Complicazione dei doveri di chi governa. *24. Coroll. IV Rimedio al Centralismo; il pieno riconoscimento dei diritti. - 25. Epilogo.


    14. Dal detto nel quaderno precedente risulta che, volendo mantenere veramente libera la società, uopo è che il governante attemperi l'opera sua in maniera, 1° che il diritto del debole sia certo nel suo esercizio, come i diritti dei più gagliardi; 2° che non s'impongano leggi di coazione alla libertà, se non quando non si può ottenere l'unità richiesta coll'azione spontanea. Quelle tasse dunque, alle quali potrebbe supplirsi o coll'opera gratuita dei cittadini o colla spontanea cooperazione delle loro borse sono gravami ingiusti e violazioni della economica libertà e proprietà sociale. All'opposto quando il governante chiede per via di gravezze quello che spontaneamente non verrebbe donato; o lo chiede per istipendiare opere cui non troverebbesi chi volesse sobbarcarsi gratuitamente; allora l'imposizione della tassa non solo nulla toglie alla libertà degli averi, ma è piuttosto mezzo necessario per assicurarla: è un ridurre gli associati a compiere per impulso e sotto l'indirizzo dell'autorità quei doveri di buona convivenza, i quali essi o non possono conoscere nelle angustie della vita privata o non s'inducono spontaneamente ad adempire.
    Prima norma dunque nell'operare dell'autorità: Assicurare la libertà del debole contro la prepotenza del forte: e questo riguarda il fine del governo, la tutela del diritto. Seconda norma: Non chiedere col comando e molto meno colle gravezze e colla violenza, ciò che può ottenersi dalla spontaneità o dalla coscienza: e questa riguarda i mezzi. La terza norma la deriveremo dalla considerazione dei doveri del suddito, dei quali l'ordinatore supremo dee promuovere l'adempimento.

    15. Abbiamo detto che l'autorità suprema altro non fa in sostanza, che ridurre ad unità per via di comando quella cooperazione al bene pubblico, che a ciascuno dei sudditi verrebbe imposta dalla propria coscienza, se questa potesse comprendere in tutta la sua ampiezza il complesso delle relazioni sociali. Avendo noi dunque voluto spiegare in questo articolo le basi morali e filosofiche della libertà economica, crediamo necessario svolgere alquanto (e sarà il III° corollario) le relazioni che debbono contemplarsi dall'ordinatore supremo, quando intende obbligare i sudditi a contribuire al pubblico bene. La dichiarazione esige che si risponda ai quesiti seguenti:
    1° I sudditi sono tutti obbligati a contribuire cogli averi?
    2° Qual è il principio fondamentale che regola un tal dovere?
    3° Quali sono le norme generali che risultano da tal principio?

    16. Rispondendo a questi quesiti speriamo spargere qualche lume intorno a quella quistione sopra le pubbliche gravezze, che fu agitata, come dicemmo, nel Congresso di Losanna.
    E in quanto al primo, due principii si presentano spontaneamente a chiunque abbia fiorellino di senno. Da un canto ognun vede, la carità cristiana (la quale quando si rivolge all'università dei concittadini prende il nome di carità patria) esser dovere talmente universale, che niuno può eccettuarsi dall'obbligo di volere il bene dei concittadini. D'altro canto però, molti essendo i modi di adempierlo e i mezzi pecuniarii potendo mancare a molti; il dovere di contribuire cogli averi ed anche coll'opera esterna va soggetto a molte eccezioni per ragioni d'impotenza. La quale impotenza può essere o assoluta o relativa: un infermo, povero in canna, lungi dal contribuire al bene altrui, ha bisogno d'aiuto per sé medesimo. E sebbene in quella stessa picciola spesa con cui sostenta, aiutato dalla carità dei prossimi, la misera sua esistenza, paghi egli pure una qualche parte delle gravezze sopportate immediatamente dai produttori delle derrate onde campa, questo suo contribuire è piuttosto un effetto inevitabile della amministrazione sociale, che l'adempimento di un dovere in lui riconosciuto dal pubblico legislatore. Il quale, se fosse possibile, dovrebbe anzi sottrarlo da ogni dispendio secondo quei due aforismi nemo dat quod non habet; ad impossibile nemo tenetur: e questa è impotenza assoluta.
    Poco diversamente dovremmo ragionare dell'impotenza relativa; di quella cioè che risulta, non dall'assoluta privazione di averi e di forze, ma dalla prevalenza di altri doveri che ad un cittadino, anche non interamente povero, possono produrre per ultimo risultato una impotenza simile alla precedente. Un giornaliero di campagna, un artigiano, un famiglio possono avere nei muscoli delle loro braccia, un capitale fruttifero di due, di quattro, di sei franchi al giorno, col quale dovrebbero compensare alla società, in cui vivono, i beni di che sono partecipi, cooperando essi pure al bene altrui. Ma fate che uno di costoro abbia a sostentare una moglie coi figli, un padre decrepito, una madre inferma ecc., quante volte potrà vedersi ridotto a tal segno, che lungi dal contribuire coll'opera o cogli averi al bene altrui, abbia diritto ad ottenere dagli altri nuovi sussidii, per soccorrere a quelle necessità che gli vengono imposte dalla parentela e dalla sventura! Qui dunque, come nel caso precedente, il pubblico ordinatore, che altro non fa nel regolare la ricchezza pubblica se non coordinare in unità sociale l'adempimento dei doveri privati, non trovando nelle angustie di quella famiglia un dovere di contribuire. nulla chiederebbe ragionevolmente; e solo per l'inevitabile necessità dell'organismo finanziario riscuote quella parte di dazii che nelle derrate è compresa, e che vien pagata in fine dei conti dai sussidii compartiti alla tribolata famiglia, anziché dalle braccia di chi ne è unico sostegno sulla terra.
    Le quali considerazioni debbono mostrare non irragionevole quel sentimento di carità che fa desiderare ai buoni Principi la diminuzione o anche l'abolizione di certi dazii, che per la loro universalità aggiungono piaga sopra piaga alla miseria del povero: e spiega ad un tempo l'astuzia dei mestatori, i quali appena giungono ad impossessarsi del governo s'affrettano ad abolire momentaneamente i dazii sopra il sale o sopra il macinato, per far credere cominciata l'era della cuccagna al povero volgo; il quale peraltro s'accorge ben presto che sotto l'esca vi era l'amo, e, ridotto presto presto alla penuria, incomincia a gridare come il popolo di Napoli: «vogliamo il pane a buon mercato come ce lo dava Francesco II». Povero popolo! Aspetta e vedrai chi dovrà pagare i due miliardi.
    Ma lasciamo gl'impotenti non tenuti a nulla; non è chi non veda ogni altro dei cittadini essere obbligato a contribuire cogli averi materiali al pubblico bene: ben inteso che sono averi materiali calcolabili nella ricchezza sociale, come altra volta abbiamo osservato, anche le forze personali produttive, riguardate negli effetti materiali a cui possono applicarsi.

    17. Questa prima verità così evidente al senso comune, esagerata, secondo il consueto degli adulatori di piazza, dai filantropi volteriani di Francia nella prima rivoluzione, diede occasione al La Rochefoucauld-Liancourt di quelle strane dottrine ch'egli spiegò nel rapporto intorno al sistema di soccorsi (destinato dice il Béchard (23) a sottentrare all'antica carità, di cui voleasi abolire perfino il nome). Secondo lui «avendo ciascun uomo il diritto alla sua sussistenza, la società dee provvedervi per tutti coloro che ne mancano. I quali non ricevono in questo un benefizio, ma riscuotono un debito che non dee lordarsi col nome e col carattere di elemosina».
    Da questi primi tentativi di comunismo il comitato derivava, come i comunisti odierni, il diritto al lavoro. Ma poiché tutte le libertà alla moderna sempre debbono metter capo alla schiavitù, così al diritto del lavoro faceasi corrispondere quasi correttivo, prima l'obbligazione di lavorare, poscia la punizione della mendicità.
    Non istaremo qui ad esaminare per disteso questa gran quistione della mendicità che abbisogna di speciale trattazione; e solo abbiamo recato il compendio di questi principii stravaganti, per fare viemeglio comprendere i giusti limiti della vera e cattolica dottrina ogni uomo ha diritto a sussistere. Verissimo: ma in che senso? In quanto nessuno può lecitamente opporsi all'uso che altri fa delle proprie forze e dei proprii beni per sostentarsi. Ma il diritto stabilito dal comitato, secondo il quale la società dee mantenere gl'individui, se non fosse deplorabile pei danni che reca, sarebbe ridicolo per l'assurdo che include. I comunisti immaginano la SOCIETA' come una cotal persona in polpe ed ossa, assisa sopra uno scrigno sempre pieno, donde può trarre e profondere tesori a quanti domandano. Ma se si ricordassero che SOCIETÀ altro non è che un'idea astratta, rappresentante la relazione di molti uomini cooperanti per un fine, capirebbero che il dovere di mantener ciascuno, imposto a tutti i cittadini, si ridurrebbe a dire che ciascuno invece di pensare da sé a sostentar sé medesimo, dovrebbe essere sostentato dal lavoro altrui, impiegando poi le proprie fatiche all'altrui sostentamento: cotalchè ciascun cittadino e ciascuna cittadina, invece di cucinare, scopare, rappezzare, far bucato ecc. in casa propria, dovrebbe compiere tutti questi ufficii in casa del vicino, aspettando poi che costui venisse a cucinare, a rappezzare, a scopare, a far bucato in casa propria. Ecco le ridicolezze di cotesto sistema che vanno a finire nel ladroneccio o nel dispotismo: ladroneccio degli oziosi che vogliono campare a spese dei faticanti; dispotismo dei reggitori che imprigionano i mendichi. Eppure coteste stranezze ebbero gli applausi della Convenzione: e li Barrère pose il colmo al delirio, soggiungendo: «i poveri sono le prime potenze della terra ed hanno il diritto di parlare da padroni ai governi e di sbrattare dal territorio della repubblica ogni disuguaglianza. Via l'elemosina, creazione della vanità sacerdotale» (24).
    Poveri frenetici! Il vero è che ciascun uomo ha stretto diritto a sostentarsi coll'uso delle proprie forze e degli averi: che rispetto agli averi, l'estrema necessità potrà dargli il diritto di prendere onde che sia il di che soddisfarla nel momento dell'urgenza. Ma in quanto al diritto di essere mantenuto dalla società centrale; in quanto a quella unità ed uguaglianza di soccorsi, sotto la direzione suprema del governo che dovrebbe cancellare dal vocabolario le voci carità ed elemosina (25); tutti cotesti sono sogni di delirio comunistico che condurrebbero tutta la società all'abbandono del lavoro come vediamo in certe popolazioni dell'Australia (26), e per conseguenza alla spaventosa uguaglianza della miseria e della fame.
    - Ma dunque i miseri non hanno diritto alla sovvenzione? - Hanno in certi casi lo stretto diritto (p. e. in certi casi verso i domestici); in altri quel diritto più largamente inteso, che corrisponde al dovere, come suol dirsi, imperfetto, del quale ben dovrà l'uomo dar conto a Dio, ma non essere citato in giudizio per l'adempimento. Così il povero, senza essere ridotto al totale abbandono, è però fra cattolici lontanissimo da quell'orgoglio, da quell'ozio, da quella ingratitudine, a cui lo spinge la filantropia dei comunisti, seme di rancori, di vendette, di tumulti, che preparano alla società lo scompiglio, ai ricchi lo spogliamento, ai poveri un nuovo e più profondo abisso di miseria nel rancore e nella scelleratezza.

    18. Abbiamo risposto al primo dei tre quesiti mostrando universale l'obbligazione di contribuire al bene pubblico; ma scusata dal contribuirvi cogli averi l'impotenza o assoluta o relativa. Ma sopra di che si fonda questo dovere universale? Ecco il secondo quesito, al quale ciascuno dei lettori saprà rispondere, fondarsi sopra la natura stessa di società e sul volere del Creatore. Il quale, volendo a ciascun uomo dare in aiuto i suoi simili (adiutorium simile sibi), venne con questo ad obbligarli tutti scambievolmente gli uni verso gli altri (unicuique mandavit Deus de proximo suo).
    Ma questa risposta universalissima, volendosi da noi ridurre a conseguenze più concrete e pratiche, richiede qualche spiegazione che faccia comprendere la forza di quel vocabolo proximo colle debite specialità. Tutti gli uomini per l'identità di natura possono in qualche modo dirsi prossimi: ma è egli possibile beneficare coloro che neppure sappiamo se e dove esistano? Provvedere al bene del prossimo include dunque il concetto di una relazione reale e pratica che ponga moralmente a contatto le persone umane, ed applichi a certi determinati individui quella formola universalissima cooperazione al bene comune, la quale comprende nella sua astrattezza tutti i beni, e per conseguenza tutte le società possibili, senza determinarne alcuna in particolare. Quando dunque si vogliono dedurne conseguenze pratiche (le quali sono sempre necessariamente concrete), uopo è specificare quel bene, al quale aspirano concordi gli associati, se si vuol comprendere la forza del dovere da cui sono stretti. Questa riflessione vi farà capire che, sebbene il generale spirito di socievolezza ci spinge a bramare ad ogni uomo tutti i beni possibili; questa brama peraltro riesce e più determinata, e più urgente, e più efficace a misura che più determinato è il bene a cui si aspira, più stretto ed urgente il dovere per cui cooperiamo con determinati uomini a conseguirlo. Così, per cagion d'esempio, l'universal carità vi obbliga a desiderare che tutti gli Americani campino dai pericoli della guerra e dai disagii della povertà minacciati dalla discordia presente. Ma chi di noi si crede obbligato di correre a Filadelfia o a Boston per aiutarli? All'opposto ciascuno di quei prodi che corrono dai lidi di Francia ad arruolarsi nei Zuavi pontificii, inscritto appena il suo nome e prestato il giuro militare, è sì fermo a difendere la vita dei suoi commilitoni in ogni scontro, che dimentica per essi, non che i membri della famiglia abbandonati nella patria, perfino la difesa della vita sua propria; come leggeste del valoroso Lamoricière nel campare dagli Arabi quel capitano ferito (27). Or donde questa gagliardia nel difendere la vita dei commilitoni? Il battaglione, l'esercito è una società formata per superare colla forza la forza: né sarebbe possibile ottenere questo fine se ciascuno non si sentisse ingagliardito dalla forza di tutti. Il pieno sacrifizio dunque della vita di ciascuno forma il gran mezzo per conseguire il bene comune; e ciascuno, nell'offerire questa pienezza di sacrifizio, sa di esserne ricambiato dall'ugual sacrifizio degli altri tutti, dalla quale cooperazione risulta la forza invincibile del corpo intero.
    Qui dunque il generale desiderio del bene degli uomini viene ristretto e determinato alle persone di poche centinaia di commilitoni; viene specificato a quel bene della difesa scambievole per riportare vittoria; viene trasformato in dovere di stretta giustizia dal patto scambievole facio ut facias. Nel bene dunque di mutua difesa, pel quale si forma la società militare, ogni soldato è più obbligato sul campo di battaglia ai commilitoni che ad altre persone sebbene amiche e congiunte.

    19. Lo stesso raziocinio, come ben vedete, può farsi colle debite proporzioni rispetto al bene specifico di qualsivoglia particolare associazione: dal che si può inferire per conseguenza, come universale principio di specificazione dei doveri sociali e di loro coordinazione: «in ogni particolare società, ciascuno avere verso i consocii dovere strettissimo di cooperazione rispetto a quel bene appunto, a cui ciascuna società è ordinata»: p. es. cooperazione al lucro pei socii di negozio, alla felicità domestica pei socii di famiglia, al progresso letterario pei socii d'accademie ecc. e queste obbligazioni essere quelle, di cui dal governante dee promuoversi, in quanto entrano nell'ordine pubblico, l'adempimento.
    Un intelletto perspicace vedrà tosto la gran fecondità di questo principio in mille diverse congiunture, e noi solo per modo di saggio rifletteremo qui come si svolga in conseguenze molteplici al lume di tal principio la complicatissima dottrina della pubblica assistenza, sì bruttamente sciabolata, come abbiamo veduto pocanzi, dal La Rochefoucauld Liancourt e dal Barrère, i quali credettero aver fatto atto eroico di virtù cittadina, quand'ebbero sublimato tutti i mendichi al grado di Sovrani del proprio governo e addestratone il mantenimento all'erario nazionale. Ma chiunque ha penetrato il giusto valore della teoria precedente, secondo la quale ogni socio va debitore ai consocii di speciale sussidio rispetto a quel bene, verso il quale è coordinata, come verso obbietto suo proprio, la sua speciale società; all'imbattersi in chi soffre una necessità qualunque, invece di mandare quel poverello immediatamente al governante supremo, o al consiglio dei Ministri, o alla camera dei Deputati con una petizione (e coteste petizioni ognuno sa a qual termine arrivano se non sono la mosca bianca), domanderà tosto se niuno fra i viventi sia obbligato a prestargli soccorso? Avete una famiglia? E per qual fine esiste una società domestica se non per concorrere colle forze di tutti i suoi membri al sostentamento di ciascuno? Siete associato ad una Confraternita, ad una corporazione di artisti? Coteste istituzioni sogliono cogli altri intendimenti unire anche quello dei soccorsi nella sventura. - Se non altro avete un Comune, di cui è membro la vostra famiglia?Prima di ricorrere al governo centrale, perché non chiedete soccorso al Comune, la cui sfera d'attività più ristretta può meglio conoscere i vostri bisogni ed accorrere con sussidio proporzionato? (28)
    Ognuno vede che l'organismo della società stabilisce in tal guisa: moltissime relazioni di mutuo soccorso, le quali ben custodite scemano e la miseria dei privati e l'opera dei governanti. L'applicazione di questa seconda risposta ci somministra la soluzione del terzo quesito.

    20. In esso si domandava quali sono le norme generali che risultano, dalla soluzione precedente, rispetto alla coordinazione degli associati nel contribuire colle ricchezze al bene comune? Or questo bene comune inteso dagli associati è primieramente il bene dell'intera comunanza (Nazione, Stato ecc,): ma questo deve ottenersi, salva alle particolari società la loro esistenza, e per conseguenza, il conseguimento per ciascuna del bene suo proprio, coi mezzi suoi proprii, e sotto la direzione della rispettiva sua autorità.
    Da questa idea di operazione sociale risulta in primo luogo che del supremo ordinatore è obbietto proprio e diretto il vantaggio dell'intera comunanza. Gli altri beni speciali dunque ben dovrà rispettarli e assicurarli, quali dalle società inferiori vengono desiderati e prodotti. Anzi se in qualcuna di queste un qualunque potere disordinato seminasse dei germi avvelenati a danno futuro, dell'intera società, dovrà il supremo governante far sì che quel disordine particolare venga corretto da chi ne ha il dovere e il diritto. Ma per sé, e come obbietto suo proprio, dal governante supremo si contempla il bene universale. A questo dunque: principalmente egli dee coordinare i sudditi, facendo sì che ciascuno di essi si contenga nella pienezza dell'ordine secondo la propria condizione, al quale intento egli dee coordinare ed ha come sussidio l'intera classe degli ufficiali suoi proprii.

    21. Conciossiaché tra i sudditi due classi vi sono di cittadini che hanno, rispetto a lui, due diversissime relazioni: gli ufficiali politici che sono a parte del supremo governo, e che ricevono per conseguenza dal governante supremo l'impulso immediato. Diplomazia, esercito e simili organi dell'intera società debbono dalla volontà suprema immediatamente informarsi in riguardo di quel bene universale, di cui è giudice la ragione suprema. Questi hanno il bene universale per oggetto loro proprio, come l'imperante supremo di cui sono: strumenti, e di cui partecipano, ciascuno in una data misura, la cognizione, l'autorità, l'efficacia. Questi dunque hanno un dovere positivo ed urgentissimo di attendere al bene del Tutto sociale: giacché l'urgenza del dovere dipende e dalla grandezza del bene, il quale in questo caso è massimo; e dalla pienezza di cognizione, la quale dal governante supremo viene partecipata a ciascuno degli ufficiali in proporzione del bisogno; e dalla presenza dell'oggetto, il quale tanto più scuote quanto più, è vicino; e dalla gagliardia delle forze che rendono impossibile la scusa dell'impotenza. Quindi è che il delitto di ribellione, il quale in tutti è gravissimo, nei pubblici ufficiali politici riesce enorme e mostruoso; onde abbiamo visto pocanzi i liberali piemontesi, cui più profittarono i tradimenti di parecchi duci napoletani, abbominare poscia i traditori e rifiutarli dall'esercito e dagli ufficii come un vitupero.

    22. Ma tutti quegli elementi di obbligazione più stretta molto si diversificano nel rimanente dei cittadini, posti, diciamo così, alla circonferenza di quel gran cerchio, a cui la società potrebbe paragonarsi. Questi non possono avere in quella loro lontananza, né idee sì chiare del vero bene pubblico, né per conseguenza desiderio sì veemente (giacché nil volitum quin praecognitum), né operazione così efficace (e ad atti inefficaci non vi può essere grave obbligazione, secondo l'adagio dei giuristi: ad actus inutiles nemo tenetur). Sotto un solo aspetto il bene del tutto può produrre gravissima obbligazione nel comune dei cittadini ed è nella parte negativa, perché, appunto quando trattasi d'impedire il bene universale, anche l'infimo dei cittadini può avere grande efficacia; nessun nemico è piccolo, dice il proverbio. Ma in quanto al concorso positivo, la colpa dei sudditi nel trascurarlo, potrà avere gravezza morale, ma non produce gravi effetti materiali: né uno Stato sarà molto più ricco per quaranta franchi di gravezza che io avrò pagato, né molto più forte per la cooperazione del mio braccio in guerra. L'opera dunque isolata del suddito nell'esterno, considerata in ordine al tutto, si presenta sotto aspetto molto meno obbligatorio, che non quella degli ufficiali politici.
    Ma i sudditi, appunto perché lontani dal centro, si trovano ravvicinati tra loro da molti altri interessi donde nascono per essi obbligazioni più o meno gravi, secondo i citati riguardi dell'obbietto, della cognizione, della volontà, dell'efficacia.

    23. Ecco dunque pel governante molti riguardi da contemplare in tutte quelle leggi o ordinamenti, con cui prende a regolare le opere dei sudditi rispetto alla privata e alla pubblica ricchezza. Non è chi non veda come ad un governante che ben consideri un tal suo dovere, si attagli mirabilmente quello che dalla Scrittura viene detto della suprema Provvidenza ordinatrice, della quale ogni potere politico è ministro e dovrebbe essere imitatore; cum magna reverentia disponens nos. Ogni ordine, con cui si tocca la proprietà dei cittadini, dovrebbe essere ispirato da questa gran riverenza non solo a tutti i loro diritti, ma a tutti i doveri che fra di loro li collegano. Or vedete se sia possibile quel fare assoluto, con cui certuni vorrebbero sciogliere a sciabolate i più intricati problemi d'economia sociale. Libertà per tutti, lascia fare, lascia passare, il governante può tutto per la salute del popolo...: scaraventato là, con piglio dottorale, uno di questi principii universalissimi, credono avere sciolto il gran problema della libertà economica. Certamente i principii universali sono necessarii. Ma se si vuole che la loro applicazione approdi veramente a bene pubblico, uopo è ch'ella prenda la materia quale dalla natura ci vien presentata, vale a dire, tanto diversificata nelle specie e singolareggiata negli individui, quanto ella è universaleggiata nei generi supremi.
    Riducendo in tal guisa alle leggi dell'ordine reale l'opera dell'autorità suprema, si otterrà da un canto la vera libertà, che consiste nella sicurezza e nel pieno adempimento di ciascun diritto; e dall'all'altro la maggior possibile unità, la quale si ottiene mediante la coordinazione di tutte le opere delle persone e delle corporazioni al vero bene di tutta la civil comunanza.

    24. IV. Dal fin qui detto risulta, ultimo corollario, che il gran rime

    Limiti della libertà economica (II) - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  6. #6
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    Predefinito Re: I corpi morali

    LA MONETA
    «La Civiltà Cattolica», 1858, a. 9, Serie III, vol. X, pp. 129-143.

    SOMMARIO

    1. Preterizione di materie adiafore. - 2. Nostra investigazione è la funzione della moneta. - 3. Sua definizione. - 4. La moneta agevola le permutazioni, - 5. con permutazione intermedia. - 6. Non è veicolo propriamente, - 7. ma metaforicamente - 8. Ragioni di tal metafora. - 9. È stromento per metonimia. - 10. Non è lavoro accumulato ma cumulo di mercedi. - 11. Epilogo. - 12. Ne siegue che la moneta è materia pel banchiere. - 13. Sua necessità sociale. - 14. Competenza dell'autorità nel regolarla. - 15. Si tocca per preterizione di succedanei della Moneta. - 16. Applicazione della teoria all'usura.

    1. Reduce da un'escursione archeologica per la Sabina e per gli Ernici più non abbisogno del ronzinetto che cavalcai per quelle con*trade: e meglio che la povera bestia, la quale mangia senza servir*mi, mi gioverebbe l'avere pei miei lavori il Bullettino archeologico con altri libri di scienza che voi tenete nella vostra libreria. Vorreste voi far meco questa permutazione, questo cambio?
    - Oh appunto! La primavera m'invita ad intraprendere con aure più tiepide e per puro diletto quel viaggetto, che voi faceste per amore dei ruderi etruschi o pelasgici.
    - Orsù dunque quanti libri vale un cavallo? E quante riviste archeologiche possono ragguagliarsi con una sella ed una briglia?
    - Oh povera archeologia! Paragonarla con un ronzino e con una sella! Se il metro me lo permettesse sarei tentato di esclamare, col Petrarca


    Povera e nuda vai...

    - Eh! via lasciamo gli scrupoli. Se abbiamo a fare il baratto è necessario il determinare l'equivalenza. Facciamo dunque prima una bella riverenza ai 50 o 60 secoli, le cui voci echeggiano in coteste carte; ma poi veniamo a stabilire quanti bullettini vale il mio cavalluccio. -

    Che ve ne pare, lettore? Non sarebbe un bell'imbroglio valutare i cavalli in libri, gli abiti in scarpe o stivali, la sella in penna ed inchiostro? Buon per noi che da lungo tempo il bisogno fu senti*to e soddisfatto nella società umana! E se volessimo qui sfoggiare *in erudizione a buon mercato, compendieremmo o copieremmo un qualche squarcio di economisti o di vocabolisti, dissertando sulla pecora della pecunia, sull'aes grave dei Romani antichissimi, sulle monete di ferro, di cuoio, di conchiglie, presso Lacedemoni, India*ni ed altri popoli, ed empiremmo con poca spesa parecchie pagine.
    Ma poichè queste trivialità numismatiche sono scritte sui bocca*li di Montelupo, lasciamo che vada colà a rileggerle chi ne avesse talento.
    Più gravi e in gran parte più nuove sono le teorie monetarie, con le quali gli economisti sogliono esaminare quale sia il metallo più proprio all'uso della moneta (nel che si preferisce oggi l'argento all'oro per il continuo variare di questo), quale ne debba essere la lega, quali le divisioni e suddivisioni, quali le proporzioni della moneta erosa coll'argento, a carico di chi debbano andare le spese di coniatura, quanta sia l'ingiustizia e il pericolo dei Governi nel volerle alterare, e simili altre quistioni che non mancano d'impor*tanza e di curiosità, specialmente quando vengono esaminate al lume dei fatti con la storia alla mano.
    Ma queste notizie, utili e curiose per gli uomini del mestiere, po*co forse diletterebbero il comune dei lettori, e meno ancora gioverebbero all'intento del nostro periodico.


    2. La sola utilità che a noi può derivare dall'investigazione di questa materia, sta nel ben comprendere la funzione economica della moneta, e in generale del numerario; dal che dipende in gran parte la retta inferenza delle leggi morali che dipendono dalla natura e debbono governarne l'uso.
    Fu detto da molti essere la moneta un segno dei valori. Ma da lungo tempo fu osservato che l'antichissimo economista, maestro di color che sanno, aveva acutamente scritto richiedersi nella mo*neta non solo il segno, ma anche il valore intrinseco; onde il Che*valier la definisce: Stromento che serve di misura nelle permutazio*ni ed è per sè stesso un equivalente (1): definizione, a parer nostro (sia detto con riverenza al valente economista) un po' sistematica per quella prima voce che adopera, e che non è, per quanto ne sembra, propria a significare il genere prossimo, com'è richiesto dalle buo*ne leggi della definizione. Una bilancia è stromento per misurare, e può essere equivalente alla cosa misurata, senza che perciò possa dirsi moneta. Ma l'Autore sembra avere adoperato quella voce stromento in forza di quel sistema da noi altrove mentovato, che at*tribuendo al danaro il titolo di stromento, mira a giustificare in ogni caso l'interesse del mutuo. Or questo appunto è ciò che a noi sembra falsissimo, e a dimostrare tale falsità gioverà principalmente l'analisi che verremo proponendo intorno alla natura ed alla funzione della moneta.

    3. Rigettando dunque la voce equivoca diremo la moneta una mercanzia di valore atta per sè a sostituirsi equivalentemente a tutti i valori venali e a tal uopo autenticata dalla Società. Dicendola mercanzia di valore, si stabilisce il genere prossimo, senza il quale la moneta potrebbe confondersi con un altro genere ancor più va*sto; detto dagli economisti il numerario, nel quale si comprendono, oltre la moneta metallica, gli altri segni privi di valore intrinseco, come carta moneta, banco note ecc. Dicendola atta per sè a sostituirsi ecc. si accennano le qualità intrinseche della materia che possono determinarne la scelta, come divisibilità, durezza ecc. Aggiungendo autenticata dalla società, si accenna alla autorità del conio e all'essere accettata generalmente in ogni permutazione.
    Se questa definizione volesse ridursi a forma anche più concreta e meno filosofica, verremmo finalmente alla definizione del Montanari: Metallo autenticato dalla pubblica autorità per prezzo e misura delle cose contrattabili: alla quale definizione s'accosta quella del Genovesi (2).

    4. Da questa definizione, la quale esprime un puro fatto e prescinde da ogni sistema, non sarà difficile il dedurre un giusto concetto del come opera la moneta nel commercio. L'osservano tutti gli economisti. Se ogni permutazione dovesse farsi immediatamente fra quelle merci che all'uso dei permutanti sono richieste; riuscirebbe assai difficile (l'abbiamo veduto nel dialoghetto al principio di questo articolo), essendo svariatissimi e mal commensurabili i prezzi delle cose necessarie. Un sarto, un calzolaio che vendono abiti e scarpe per provvedersi in tre o quattro botteghe il vitto quotidiano; come farebbero a pagare con un abito o con un paio di scarpe qui mezza libra di pane, là sei once di carne, una lattuga all'erbaiuolo, mezza foglietta di vino al cantiniere ecc.? Come dividere fra tanti un abito, un paio di scarpe? Ecco a qual uo*po soccorre la moneta: venduti l'abito o le scarpe, il prezzo in mo*neta si suddivide indefinitamente. E la sicurezza che ha ciascuno di ottenere con essa ogni altra mercanzia, fa che per essa sia pronto a cedere la propria.

    5. È dunque la moneta un intermedio di permutazione o quasi un veicolo di valori; e la sua funzione si compie, quando dalla mano di colui che permutò con essa la propria produzione passando ad altra mano lascia a chi la spende quella merce che ne soddisfa i bisogni. Or questi che la spende, come ognuno vede, non avea preso la moneta come appagamento immediato del bisogno di sostentamento, ma solo come un mezzo per arrivare a quest'ultimo intento di ogni produttore. Quindi apparisce che la differenza caratteristica fra la moneta e le altre merci è che queste sono ricercate per sè, in quanto soddisfano un qualche bisogno particolare; quella, in quanto moneta, per sè non sarebbe ricercata (3), ma viene ricercata unicamente qual mezzo di cambiare le proprie con le produzioni altrui.

    6. Questo cambio poi essa lo rende agevole, non già modificando l'azione di chi la maneggia, ma passando di mano in mano come il surrogato di altra mercanzia. Fu detta, e la dicemmo testè ancor noi veicolo di valori. L'accorto lettore peraltro avrà avvertito quel quasi da noi aggiunto, per indicare essere cotesta una locuzione figurata; né doversi prendere questa parola veicolo in quel senso proprio, in cui si applica ad una carretta o ad una nave. Queste sì, che nella materia, di cui vanno cariche, trasportano veramente dei valori con la materia, a cui vanno connessi; scaricata la quale, esse hanno perduto il valore trasportato e ritengono solo il loro proprio (che il padrone non trasmette a nessuno), pronte a rinnovare il carico e ricominciare il trasporto. La carretta dunque, la nave sono veri e propriamente detti veicoli, i quali usati agevola*no l'opera dell'uomo, mercè di quella forma, di che l'artefice ha do*tata la loro materia; ed adoperati che sono una volta, continuano successivamente a servigio del padrone medesimo.

    7. Non così la moneta, la quale non trasporta realmente altro valore che il suo proprio. Siccome peraltro il negoziante trova più commodo maneggiare moneta di poco volume, che enormi balle di cotone o di seta, alla moneta ricorre nelle sue permutazioni: e il valore che potrebbe possedere in cotone o in seta, preferisce molte volte di possederlo in metallo, coll'intenzione di permutare poi nuovamente cotesto metallo con altra derrata. Questa inten*zione del negoziante, contemplata dalla astrazione d'un economi*sta un po' immaginoso e mezzo poeta, gli fa vedere il valore come un'entità sussistente, che cammina dalla prima derrata nella merce moneta, e da questa nell'altra derrata, come un viaggiatore passa dal vagone nella diligenza, e dalla diligenza nel piroscafo. Ma tutto questo viaggio, come vedete, è una poesia dell'immaginoso econo*mista, il quale personifica l'intenzione del negoziante: poesia che non cambia punto la natura di quelle due permutazioni successive, similissime nella loro entità a tutte le altre. Laonde siccome sareb*be strano chi volesse appellare veicolo di valori un'altra merce, perchè venne ricevuta in cambio di una prima e ceduta in cambio di una terza; così è strano di volere usare un tale vocabolo in senso proprio con la moneta, e pretendere di trarne poscia conseguenze giuridiche o morali diverse da quelle che regolano ogni altra per*mutazione.

    8. Se è usitato un tale linguaggio figurato rispetto alla moneta, mentre non si usa rispetto ad altre mercanzie, ciò è solo perchè l'intenzione di valersene, come intermedio di permutazione, è generale fra chi negozia essendo a tale ufficio destinata la merce moneta dalla società. E quando una tale funzione venisse attribuita da un negoziante privato ad una derrata qualunque siesi, nulla vieterebbe che usasse egli pure il vocabolo stesso. Un capitano p. e. che da Napoli ha portato grano a Marsiglia e da Marsiglia riporta co*tone a Napoli coll'intenzione di ricomprarvi altro grano, ben potrà dire che egli ha trasportato il suo valore in cotone o che il cotone gli ha trasportato il suo valore a Napoli. Ma cotesti trasporti sono pure immaginazioni della facoltà astrattiva: la realtà è che il primo grano ha ritenuto seco il suo valore; il cotone porta seco a Napoli quel valore che già aveva in Marsiglia e lo conserverà quando passerà in altra mano, permutato dal capitano con un secondo carico di frumento. E la prova che ciascuna di coteste derrate ha ritenu*to il valore suo proprio, ve la daranno i fornai di Marsiglia e i tessitori di Napoli ; dei quali i primi non compreranno cotone per fare del pane, i secondi non riusciranno col frumento a tessere delle mussoline. Ogni merce trasporta dunque seco il proprio valore, come trasporta la propria utilità, in cui esso si fonda. Ma siccome tutti cotesti valori, aritmeticamente parlando, sono uguali; poichè vi si riguarda solo la quantità astratta; una testa un po' metafisica li dà per una cosa sola anche in economia, facendo viaggiare que*st'unico valore di derrata in derrata: e però chiama veicolo la der*rata intermedia.

    9. Siccome poi abbiamo escluso in senso proprio il titolo di veicolo dato alla moneta, così dobbiamo escludere nel medesimo senso quello di stromento. Può questa voce in senso traslato acconciarsi alla moneta, prendendo la specie pel genere. Lo stromento è una specie di mezzo, ma tutti i mezzi non sono strumenti. La strada p. e. è un mezzo per passare da un paese all'altro: ma se un vocabolista o un tecnologo l'annoverasse tra gli stromenti da viaggio con la carrozza, con le briglie, con la sella ecc. farebbe in crescere buo*namente di sè. Mezzo di misurare i terreni è la trigonometria: ma se tra gli stromenti di un ingegnere, col compasso, con la squadra, col livello, con la catena, voi annoveraste anche la trigonometria, fareste ridere ancora le galline. E in che sta propriamente la natura di stromento? Lo spiegheremo altrove di proposito; per ora accen*neremo soltanto dirsi strumento ciò che posto in mano dell'artefice ne modifica utilmente l'azione, mediante la propria forma, senza perdere questa e senza abbandonare la mano che lo muove.
    Or potete voi dire che tale sia la moneta o la sua funzione? Tutt'altro. Se la moneta deve operare è necessario che passi di mano in mano, ella obbedisce materialmente alla volontà dei contraenti, co*me le altri merci in ogni permutazione. Tanto è dunque improprio l'appellare stromento la moneta pagata al famiglio per una mesata, quanto se si chiamasse strumento il vitto, con cui se ne pagarono i servigi.
    Ma perchè dunque venne detta stromento di cambio? Per la stessa ragione accennata poc'anzi. L'immaginazione dell'economista invece di riguardare l'entità reale di due permutazioni successive (prima di una derrata con la moneta, poi della moneta con la seconda der*rata); riguardò la connessione di cotesti due fatti nell'intenzione del negoziante, il quale mirava la moneta come mezzo per giungere al*la seconda derrata; ed equivocando il genere mezzo con la specie stromento disse tropicamente che in mano di quel negoziante quella moneta fu stromento per ottenere la seconda derrata. Ma che razza di stromento è cotesto che non può usarsi senza che smucci di ma*no! Guai al Falegname se di tal fatta strumenti fossero la sega o la pialla!

    10. Anche più poetica è una terza locuzione, usatissima da certi economisti, che sopra vi fabbricano castelli in aria che crollano ad ogni soffio. Il capitale in moneta, dicono essi, è lavoro accumulato. E poichè ogni lavoro merita una mercede, pensate mò che mercede può meritare un cumulo di lavori. Quindi il diritto agli interessi quando s'impresta un tal cumulo di lavoro. Oh bella! Se ad un brac*ciante che mi dà il lavoro d'una giornata io pago un mezzo scudo, che cosa avrò dritto a pretendere, se cedo altrui un mezzo migliaio di scudi, che sarebbe il cumulo del lavoro di mille giornate?...
    Così la vanno discorrendo cotesti poeti economisti, senza badare che tutta l'incastellatura è appoggiata su quel tropo, che dai retori fu detto metonimia, e che prende la causa per l'effetto. Il lavoro di mille giornate è passato interamente; e voi, che lavoraste, già siete pienamente ristorato del vostro lavoro col cibo e col sonno. Quel gruzzoletto di 500 scudi che forma oggi il vostro capitale è, non già lavoro, ma rimunerazione accumulata delle mille giornate di fatica. L'avere ricevuta una rimunerazione è egli un titolo per chiederne una seconda?
    - Ma se io l'impresto, io mi privo di cotesta rimunerazione, Verissimo: ed appunto per questo avete il dritto e a non prestare cotesti denari, e imprestandoli a chiederne la restituzione. Ma dar loro il nome poetico di lavoro accumulato, per farlo pagare una seconda volta, questo è un rendere troppo lucrosa la poesia, che ordinariamente manda alle Stinche gli altri poeti.

    11. Or vedete, lettore, quanta poesia in una scienza che suole credersi arida come la pomice e malinconica come il deserto della fame Ovidiana! Ma tant'è; la fantasia ha sull'uomo, anche scienziato, un terribile predominio: e se al canto di cotesta sirena ei non si incera gli orecchi con la cautela, prende lucciole per lanterne con la miglior fede in questo mondo. E il peggio è che al lume di coteste lucciole entra poscia nel mondo pratico e nei sentieri anche più tenebrosi. Qual meraviglia che vi scappucci come un orbo?
    Guardiamocene noi, lettor mio cortese, quanto possiamo, e sia posto in sodo fra noi: 1° altro non essere la moneta se non una mer*canzia marchiata al conio pubblico, affinchè sia da tutti riconosciuta come legittima, né venga alterata, come si marchiano nelle fabbriche più cospicue altre merci falsificabili. 2° L'uso di cotesta merce altro non essere in quanto moneta che quello di passare di mano in mano per agevolare permute di valori difficilmente pareggiahili. 3° Questo passaggio della merce moneta, benchè nell'intenzione del negoziante miri ad un fine suo proprio, non differire peraltro in sè medesimo dal passaggio di qualunque altra merce, né produrre al*tro frutto che quello che dipende dal valore della materia metallica e dall'abilità, con cui viene maneggiata nella sua qualità di mercanzia intermedia.

    12. Se queste tre conseguenze vi sembrano evidenti, comprenderete facilmente anche la quarta non essere la moneta per sè produt*tiva (4); ma fare in mano del negoziante la funzione che spieghere*mo trattando della materia passiva. Essa è in mano di chi compra (per professione o per bisogno, ciò poco monta) quel medesimo che il lino in mano al tessitore, il ferro in mano al fabbro. Se chi la pos*siede sa spenderla opportunamente, riesce a guadagno; come il lino e il ferro in mano a chi conosce il mestiere: se no, sfumerà la moneta, come si perde ogni altra materia lavorabile.
    Di che sgorga per inferenza che tutto il valore acquistato dalla moneta, oltre il suo valor nominale, in mano di chi sa spenderla, è effetto, non già di una propria sua virtù produttiva, il cui frutto abbia valore distinto da quello della moneta, come si distingue il frutto della terra dalla terra, il commodo del cavalcare dal cavallo; ma è frutto solo della fatica e dell'industria del trafficante, come il soprappiù del valore nel lino trasformato in tela, del rame trasformato in utensili, risulta dall'industriosa fatica del tessitore e del fabbro.

    13. Da tutto ciò che abbiamo detto ragionando della moneta, il lettore comprenderà quale ne sia la necessità sociale, e come questa cresca a misura che nella società vanno moltiplicandosi produzioni e permutazioni. Finchè ciascuna famiglia produce da sè quanto le occorre, come nello stato selvaggio, o nei primi stadii dei progresso economico; la divisione del lavoro si riduce a poca varietà di der*rate: laonde o non occorrono permutazioni, o è facile lo stabilire fra coteste derrate medesime una qualche proporzione di valori. Ma quando l'industria umana, rispondendo ai desiderii della natura, dell'agiatezza, del lusso, ha moltiplicato immensamente con la di*visione del lavoro la varietà delle produzioni; allora senza l'aiuto della moneta l'equità dei ricambii diverrebbe impossibile. In questi casi dunque ci vuole una quantità di moneta che corrisponde all'ordinaria quantità delle giornaliere permutazioni. E lo stabilire le giuste proporzioni di cotesta merce intermedia e le varie frazioni, in cui dee dividersi per commodo dei varii valori permutabili, esige una cognizione profonda e di tutto l'ordine della società in cui si vive, e delle varie specie di commercio esercitate nella società.

    14. Di che vede il lettore risultare due gravi conseguenze; cioè. 1° la necessità di perizia economica negli ordinatori della cosa pubblica: 2° la necessità di autorità ordinatrice in colui che regola tutto l'andamento del numerario sociale. Il che venne saviamente osservato sul finire dell'anno scorso nel Messaggio del Presidente Buchanano al Congresso degli Stati Uniti intorno al disastro commerciale che travagliò gli ultimi mesi di quell'anno sì fortunoso. «Se viene determinata, dice egli, troppo alta o troppo bassa la proporzione del numerario, si altera per conseguenza con ingiustizia e con pericolo il valore delle varie proprietà che ogni cittadino possiede. Calcolare dunque accortamente la rispondenza della moneta girante coi bisogni del commercio interno e del cambio straniero, è uno dei più sacri doveri del Governo: dovere, al cui adempimen*to egli si trova ormai (negli Stati Uniti) incapace, dacchè 1400 banchi privati e fra loro indipendenti profondono le loro polizze senza mirare ad altro che al personale interesse dei loro consocii (action*naires)». Dalle quali osservazioni inferisce il Presidente medesimo la necessità, che la pubblica autorità invigili, non meno all'anda*mento delle cedole bancarie, che alle graduali proporzioni del metallo e della quantità di moneta corrente.
    Indarno oppongono gli economisti, essere la moneta una merce come le altre, delle quali si lascia libero ai contraenti discutere e fissare il prezzo. Le ragioni addotte dal Buchanano mostrano ad evidenza essere diversa la necessità di questa merce e le relative sue condizioni da quelle di molte altre: potersi dunque apporre un'ec*cezione rispetto a questa, come per ragioni politiche o igieniche si appone al negozio di polvere, di veleni ecc.: e tutto ciò supponendo quello che ancora è controvertibile, che libero cioè debba essere il commercio delle altre mercanzie (5).
    Quindi capirete che, se abbiamo detto poc'anzi necessario il co*nio pubblico alla merce moneta, come il marchio di fabbrica ad al*tre merci di illustri officine; abbiamo inteso solo accennare un paragone, non determinare una parità. Quando il Denz o il Vaucher segnano il loro nome sugli orologi, badano solo ad assicurare la merce per l'onore o l'interesse della loro fabbrica; né sono obbli*gati a ponderare quali o quanti orologi sieno necessarii al pubblico. Ma quando si tratta di moneta, dovendosi, oltre l'alterazione, evitare le sproporzioni e nella quantità e nel carato e nelle suddivisio*ni delle varie frazioni, è necessario conoscere l'andamento presente e talora anche prevedere il futuro, per evitare quei danni sociali a che una zecca improvvida può esporre il paese.
    La propensione dunque di certi economisti a menomare soverchiamente l'ingerenza dell'autorità sulla moneta sembraci putire alquanto di quell'improvvida mania di libertà, per la quale certuni vorrebbono evitare gl'inconvenienti dell'oppressione esponendosi al disordine dell'anarchia.

    15. Abbiamo detto che la moneta dee bastare all'uso giornaliero delle permutazioni: e la ragione di tale epiteto è facile a vedersi. Nel commercio più vasto che abbraccia grande quantità di merci, esten*sione di paesi e diuturnità di tempo, è molto più facile trovare ed osservare l'equivalenza nelle merci permutate, e però non è così necessaria la mercanzia intermedia: e quando pure fosse necessaria, il trasporto potrebbe riuscire anche più pericoloso e difficile in danaro di quello che egli sia ordinariamente in generi. Cionondimeno potendo tornare incommodo e l'uno e l'altro, l'urgenza del bisogno congiunta con la fiducia che ispira fra gli uomini e molto più fra i cristiani la natural probità, inducono i commercianti a fidarsi scambievolmente della parola, ossia promessa di pagamento. Or questa parola, che può in una cifra abbracciare somme immen*se, scritta sopra leggerissimo foglio può trasportarne i valori da una estremità all'altra della terra con un soffio di vento, con un impeto di vapore, con una scintilla elettrica. Il quale ultimo mezzo non sappiamo se già corra in commercio col valore medesimo delle altre cambiali; ma che possa correre, e registrato nei pubblici uffici, acquistare un valore legale, non è chi nol veda. Questa fiducia scambievole ha preso oggi di grandissima parte nelle permutazioni commerciali sotto il nome di credito (6), e merita perciò che anche sopra volgiamo gli studii in conformità del nostro assunto. Tanto più, che la è cotesta una specie di moneta morale, diversissima, come ognuno vede, dalla materiale, e metallica. In questa il valore appartiene, come abbiamo detto, alla materia: in quella è quasi interamente ideale, dipendente dalla probità e dalla fiducia dei contraenti, ai quali la carta somministra nulla più che un attestato, un ri*cordo delle scambievoli obbligazioni. Cotesta indole morale del cre*dito commerciale dee dunque naturalmente chiamarci a trattarne in questi articoli destinati in ispezialità a filosofare moralmente sulla sociale economia.

    16. Prima peraltro ci si permetta un'osservazione a costo anche di cadere in qualche ripetizione, allorchè toccheremo della moneta come capitale. In un giornale la ripetizione (che Napoleone I diceva la più bella delle figure rettoriche) è non solo perdonabile, ma necessaria, supposto che un lettore di un periodico scorra coteste pagine superficialmente a modo di cacciapensieri e non le mediti come libro di studio. Al cospetto di tal lettore è importantissimo rannodare da vicino i pensieri connessi, e non ritardare la conseguenza dopo tre o quattro settimane, quando mille successive curiosità già cancellarono dalla mente e le proposizioni preliminari e l'evidenza della loro dimostrazione.
    Per non cadere in tale inconveniente, accenniamo un'applicazione del fin qui detto alla vecchissima, eppure sempre viva, quistione dell'Usura.
    Ammettete voi il dimostrato fin qui, che la ricchezza sta negli averi permutabili? Che la permutabilità è fondata nella varietà del vantaggio e nell'uguaglianza dei valori? Che la varietà del vantaggio dipende dalla varietà delle materie, nelle quali i valori uguali sono incorporati? Che per conseguenza i permutanti mirano direttamente, non ad ottenere il valore uguale, ma ad ottenere quella materia utile al loro bisogno? Che ciononostante l'uguaglianza dei valori è richiesta nelle permutazioni, affinchè ciascuno dei contra*enti viva della propria fatica? Che l'usurpar la fatica altrui è ingiusto e contro natura? Che non si può contraccambiarla con ogni specie di servigio, ma solo con servigi ad essa equivalenti e per la natura loro materiale e per la loro quantità e qualità? Che la moneta non è stromento ma materia di permutazione? Che l'aumentare ricchezza trafficandola, dipende dalla capacità di chi la negozia e non da naturale fecondità della moneta stessa?
    Se di tutte queste verità siete persuaso, risponderete facilmente a molti dei raziocinii, benchè talora appariscenti e sottili, coi quali vien sostenuta l'usura.
    Al capitalista che vi dice: «Ogni moneta è fruttifera» voi già rispondete che ella è fruttifera per la fatica altrui, la quale non può giustamente usurparsi dal mutuante.

    Capitalista. Ma quel danaro è mio, perchè n'ho solo ceduto l'uso.
    Mutuatario. Chi chiede moneta la chiede per ispenderla a suo rischio, promettendo l'altrettanto: per conseguenza quel danaro dal punto che viene nelle mie mani è mio, e se lo perdo o mi è rubato, mio danno. Voi dunque ne cedeste non il solo uso, ma ancora la proprietà.
    Cap. La moneta è uno strumento di guadagno, di cui posso farmi pagare l'uso.
    Mut. Non è stromento ciò che nell'usarlo sfugge di mano.
    Cap. L'industria senza moneta non frutterebbe: dunque la moneta è per se produttiva.
    Mut. Produttiva come materia, lasciandosi passivamente lavorare dal negoziante, come il ferro si lascia lavorare dal fabbro.
    Cap. Dunque questa virtù produttrice posso farmela pagare.
    Mut. Certamente, ma non più di quello ch'essa vale. Or la virtù produttrice propria della moneta vale tanto, quanto il suo valore nominale. Il di più è frutto della mia industria.
    Cap. Voi dunque avete un commodo nel mio prestito. Or ogni commodo si può valutare in danaro.
    Mut. Ogni commodo materiale che voi perdete, sì; giacchè è roba vostra; ma ogni commodo ch'io acquisto con la mia fatica, no; è roba mia.
    Cap. Se non ci si lucra, niuno vorrà imprestare.
    Mut. Credete dunque che niuno voglia bene al prossimo, se non ne è ripagato in contanti? L'equivalenza non può darsi fra amor del prossimo e danaro.
    Cap. Troppo amore voi pretendete! Farmi pericolare il mio danaro per amore del prossimo!
    Mut. Farò di assicurarvelo in modo che non corra pericolo.
    Cap. Sono ciance; le carte sono carte e mai non equivalgono al danaro.
    Mut. E se vi dessi una cartella del debito pubblico o una cambiale di Rotschild?
    Cap. Oh allora la faccenda andrebbe tutt'altrimenti: e se fosse una cartella di Napoli potrebbe valere anche più del danaro.
    Mut. Eppure non è che una promessa: ond'è falso che promessa non possa equivalere a contante.

    Tali sono per la massima parte le obbiezioni consuete di chi difende l'usura e le risposte che dal fin qui detto vi si possono oppor*re. Ciò che più oltre andremo spiegando intorno al Credito, aggiungerà speriamo, nuova luce, specialmente all'ultimo argomento.

    NOTE

    1) Nel Dict. d'Écon. pol. v. MONNAIE.

    2) Vedi BIANCHINI: Principii della Scienza e del ben vivere sociale lib. III, cap. 1°

    3) Questa verità immaginosamente rappresentata dai mitologi, nella favola di Mida, venne severamente ricordata dai Tartari invasori al Califo di Bagdad secondo il racconto di Aitono: Posciachè Haolono ebbe fatto della presa città ogni suo piacere, comandò che fosse menato alla sua presenza il Califfo, e che egli davanti a se ponesse tutto il suo tesoro... E fece comandamento che il Califfo fosse rinchiuso in una camera, e davanti a lui fosser gettate le perle e l'oro, perche ne mangiasse quanto volesse: e fece divieto che non gli si desse alcun altro cibo, né altra bevanda, e così quell'infelice avaro terminò con una pessima morte la miserabil vita. (ODORICO RAINALDl Continuazione degli Annali Ecclesiastici tomo 2° Roma presso Zenobi Masotti e Nicolò Chellini 1683).

    4) Egregiamente il Scialoia (Principii dell'Economia Sociale: estratto ragionato, sezione 2. nota 1.) GIOIA tra gli agenti produttori novera lo moneta ed il credito ecc., ma questi sono mezzi agevolatori e non efficienti della produ*zione, anzi la suppongono. Egregiamente abbiamo detto per la verità dell'asserzione, ma contraddittoriamente dopo che egli ha annoverato il capitale, e in esso la moneta, come terzo agente di produzione (Ivi p. 44). Com'è possibile che sia agente di produzione e non sia agente produttore?

    5) Egregiamente in tal proposito il Corrispondente di Vienna dell'Univers (20 Marzo 1858). «Il n'est pas permis de surfaire la valeur de cet argument usé des économistes, pritendant que l'argent n'est qu'une marchandise et doit conséquemment etre l'objet d'un commerce parfaitement libre. L'argent est essentiellement le moyen de la circulation, puisqu'il est le régulateur pour tous les achats, toutes les ventes, et si les économistes voulaient étudier plus soigneusement la nature de la circulation, ils trouveraient sans doute que desages lois d'usure contribuent à la régulariser, en écartant les mouvements febriles de la spéculation».

    6 La plupart des grandes transactions du commerce se règlent... avec des lettres de change. (SAY. Traité d'Économie politique, livre 1, ch. XXX).

    LA MONETA - Pagine cattoliche
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    DEL CREDITO
    «La Civiltà Cattolica», 1858, a. 9, Serie III, vol. X, pp. 271-283.


    PRENOZIONI
    1. Filologia della voce - 2. Radice naturale del Credito, fiducia nella probità - 3. Partizione - 4. Definizione.


    1. Il Creditum dei Latini, participio passivo del credere, diede origine alla parola italiana CREDITO, dotata, come ognuno sa, di molti significati.
    Essa significa in primo luogo il valore imprestato che dai Latini dicevasi pecunia credita, o creditum, somma confidata ad alcuno. Ed è questa, come nota il Forcellini coll'autorità di Prisciano e del Vossio, la primitiva s'ignificanza del vocabolo: onde sogliamo dire di un chicchessia aver lui un credito di tanti scudi, vendere i suoi crediti eccetera.
    E poiché niuno confiderebbe altrui le proprie ricchezze se non avesse fiducia nell'altrui onestà e solvibilità, la buona opinione che rende agevole il trovar danari ad imprestito ottenne essa pure il nome di Credito; trasferito poi genericamente alla stima, di che altri gode nella società sotto qualunque rispetto: onde è usitatissimo il dire persona accreditata, persona discreditata.
    Questi significati corrono eziandio fra gli economisti, i quali dicono per cagion d'esempio, che il Governo di Napoli gode molto credito, che i suoi fondi sono in credito; vale a dire sono stimati, godono la pubblica fiducia. Ed appellano crediti sullo Stato e titoli di credito, quei valori che un privato ha diritto ad esigere, e quelle cartelle onde apparisce un tal diritto. Vede ognuno che questa specie di contratti altro non sono in sostanza, se non un effetto della probità di chi chiede e della fiducia di chi concede l'imprestito.


    2. Ma questa prima idea così semplice ed elementare, come mai ha ella prodotto quella macchina intricatissima dell'odierno Credito pubblico e delle moltiplici sue istituzioni? In queste, come in ogni altra parte del mondo e morale e fisico, la natura somministra il primo abbozzo e la sostanza primordiale, lasciando all'opera umana di condurla alla perfezione, a cui la destinò la Provvidenza, allorché scelse l'uomo per cooperatore degli eterni suoi disegni. Laonde come la logica naturale viene perfezionata dalla logica filosofica; come le sublimi speculazioni del calcolo sono uno svol*gimento dei primi concetti trivialissimi di quantità; come ogni razza di animali e di piante, perfezionata dall'arte educatrice, sommi*nistra all'uomo sussidii meravigliosi; come le materie più rozze, trasformate in istromenti aumentano immensamente e raffinano ad opere di microscopica delicatezza il lavoro umano: così quel fatto naturale, semplicissimo, per cui ognuno è propenso ad affidarsi tranquillamente ad un animo retto e coscienziato, somministrò all'ingegno umano una quasi materia prima; intorno alla quale lavorando e personalmente e socialmente ne trasse prodigi di gigantesca potenza. Prodigi, i quali, se esercitano gran parte della loro possanza intorno al mondo economico e materiale, non sono tuttavia orbi d'ogni influenza anche nel mondo morale. Di che qualche cervello balzano infanatichitosi dei progressi moderni, pubblicò quella matta idea della Bancocrazia (1), sperando aggiustare colle istituzioni di Credito, non che le borse dei mercatanti ed i ventricoli del popolo, perfino le idee degl'intelletti e la morale delle volontà! Sogni che in altri tempi avrebbero fatto ridere per la loro singolarità e stranezza; ma che oggi dànno molto da piangere, allorché si riflette che hanno potuto strascinare in delirii, cospirazioni e stragi le classi degli operai, le sette dei sansimonisti, dei furieristi e non so che altro con quei danni e con quelle sventure che tutti conoscono.


    3. Volendo qui dare ai lettori una prima idea anche di questa entità economica per poter poscia, secondo l'occasione, applicare agli incrementi progressivi del credito e delle sue istituzioni quell'analisi filosofica e quei principii morali che ci sembrano dover rettificare e svolgere più compiutamente le teorie economiche; daremo, prima un'occhiata al Credito esordiente nelle angustie dell'ordine privato, poscia alle ampliazioni che egli riceve nell'ordine pubblico.


    4. Il Credito economico, di cui parliamo, è un complesso di funzioni e di istituzioni or private, or pubbliche, risultanti dalla fiducia degli uni nella parola degli altri, mediante le quali si agevolano le operazioni commerciali, rappresentando con segni convenzionali la moneta sonante.
    Per vedere in qual maniera ciò possa ottenersi e siasi veramente ottenuto, altro non abbiamo a fare che seguire passo passo i fatti; che lo condussero ai moderni incrementi, considerando in qual modo cotesto sentimento di fiducia venne in certa guisa a prendere corpo nei segni esterni e nelle associazioni.


    CREDITO ESORDIENTE.

    SOMMARIO

    5. Preterizione degli antichi - 6. Origine delle cambiali - 7. Ostracismo degli Ebrei - 8. Guelfi e Ghibellini - 9. La fiducia nelle cambiali - 10. La fiducia accumula danaro in deposito - 11. Lo rende fruttifero nel lavoro col prestito: - 12. ne agevola i trasporti nel banco di giro: - 13. ne anticipa la scadenza nei banchi di sconto: - 14. diviene merce nominale ella stessa, biglietto al latore - 15. Guadagno del tempo e sua preziosità - 16. Utilità dei banchieri.


    5. Nulla diremo delle istituzioni di Credito presso gli antichi. Se il credito risulta, come abbiamo detto, dal natural sentimento di fiducia che ogni persona ragionevole ripone nella probità di di un uomo coscienziato, è cosa evidente che, dovunque furono probità e commercio, ivi dovette trovarsi qualche primo embrione di Credito; poiché sempre alla causa seconda l'effetto. Per ogni dove adunque nell'antichità s'incontrano fatti analoghi i quali dimostrano, come l'uomo sentisse il comodo e il vantaggio che derivano al commer*cio dalla fiducia scambievole. Il libro della Sapienza introduce i malvagi che invitano il giusto ad associare con essi la sua borsa per correre la stessa fortuna, con la speranza di trasricchire: Omnem pretiosam substantiam reperiemus, implebimus domos nostras spo*liis: Sortem mitte nobiscum, marsupium unum sit omnium nostrum. Di Tobia si racconta nel suo libro che mediante un chirografo avea rilasciato a Gabelo 10 talenti d'argento; onde spedisce il figlio col chirografo istesso a riscuoterlo. Obbligazioni di prestito e traffico di banchi si ricordano continuamente nelle sacre pagine del Vangelo.
    Il Villeneuve Bargemont nella bella sua Storia dell'economia politica, ricorda le istituzioni degli Ateniesi in favore del commercio e gli enormi interessi che correvano tra quei negozianti: egli mostra il tempio di Delfo divenuto una specie di banco di deposito. Anche presso i Romani si rinvengono alcune tracce di Credito pubblico, cui Cicerone rimprovera a Cesare di voler distruggere con un fallimen*to (2). Molto più potrebbe rinvenirsi nella bella ed ampia storia di Heeren intorno al commercio degli antichi popoli. Ma queste noti*zie, importantissime per gli eruditi, poco gioverebbono al nostro assunto presente di mettere in chiaro le principali nozioni di sociale economia.


    6. Lasciamo dunque gli antichi popoli agli archeologi e contentiamoci di dare un'occhiata a quei fatti, donde germogliarono le istituzioni presenti. E, il primo di questi è, secondo la generale osservazione degli storici economisti, l'invenzione della Cambiale, attribuita dagli uni agli Ebrei perseguitati nel medioevo, da altri agl'Italiani or Guelfi, or Ghibellini, esulanti a vicenda ora in Francia, ora in Olanda; da altri finalmente a tutte insieme co*teste ed altre vicissitudini le quali diedero a poco a poco incrementi successivi e perfezione alle cambiali, elemento primitivo delle istitu*zioni di credito.
    Secondo i primi perseguitati e talora, con zelo, più fervido che ragionevole, talora più politico che cristiano, gli sventurati discendenti dei deicidi, si trovarono dapprima nella misera condizione di non poter fissare i frutti dei loro guadagni sopra altro materiale elemento che la moneta. Una tale condizione viene ordinariamente deplorata. dai filantropi miscredenti, e somministra il tema a triviali declamazioni contro il fanatismo. Rendemmo già conto ai nostri lettori di una operetta scritta intorno a tale materia da un valente pubblicista astigiano, occupatosi nel Consiglio di Stato di Napoleo*ne I a studiare la legislazione spettante a quel popolo sventurato. Chi leggerà in quelle carte dimostrata la morale impossibilità di trasformare in veri cittadini europei gl'Israeliti, fermi nello spirito loro religioso, il quale s'immedesima per essi col nazionale, capirà benissimo quale tara si debba dare alle invettive filantropiche e ai pretesi torti del Cattolicismo per non avere consentito ad un popolo, essenzialmente straniero ed incapace d'esser condotto ad unità di civile comunanza e di spirito sociale, l'entrare a parte del territorio nazionale: tanto più, se riflettasi che tutto in breve l'avrebbe assorbito per l'avidità predominante e pel genio turbolento dimostrato da quella misera gente senza interruzione, ovunque prese albergo, dall'eccidio di Gerosolima fino all'epoca della Riforma.


    7. L'impotenza dunque di fissarsi sul territorio, la quale per parte di Dio potè essere giusto castigo dell'ostinazione superstiziosa in una credenza morta, come l'ostinazione medesima fu pena del deicidio; per parte delle società cristiane fu provvedimento politico imperiosamente richiesto dal bisogno di unità sociale e dalla ostinata ri*pugnanza dell'Israelita a conformarvisi pienamente. Posta poi una tale condizione di popolo, ognuno vede che esso trovavasi condannato dalla natura stessa delle cose a riporre nella sola pecunia ogni appoggio dell'esistenza: di che, seconda conseguenza, l'incitamento ad attendere perpetuamente all'aumento della moneta. Arrogi che per la legge mosaica l'usura a danno delle genti, qual che ne fosse il motivo (che non è qui luogo d'indagarlo),veniva a quel misero popolo o conceduta o tollerata. Aggiunto così il preteso diritto al bisogno, era naturale che, immerso nell'arte sordida di tali guadagni, egli tesoreggiasse ad un tempo e ricchezze sfondolate in danaro e copia, di odio e di esecrazione pubblica. In tal guisa, parte per ispirito nazionale, parte per isventura, parte per malvagità, divenuto flagello delle società cristiane, fornì a queste, ora il motivo, ora il pretesto di mille vessazioni, contrarie molte volte a tutte le idee di carità, cristiana e di giustizia politica, e però riprovate dall'autorità della Chiesa; ma molte volte eziandio giustificate e dai delitti, con cui le ricchezze si acquistavano, e dai danni che ne ridondavano sopra la società intera.
    Così gl'infelici Ebrei, già spossessati d'ogni diritto ad acquistare terreni, vennero inoltre sbanditi non di rado dalle società europee con pericolo o perdita di quelle medesime ricchezze metalliche, con le quali s'ingegnavano di sopperire ai bisogni della vita. Non istaremo qui a ricercare nella legislazione canonica i tentativi fatti dalla chiesa per rattemprare sapientemente, secondo suo costume, la severità richiesta dal bene pubblico della Cristianità con la mansuetudine essenziale al Cristianesimo: ricerche storiche utilissime ai tempi che corrono, ma remote dalla materia che abbiamo per le mani. A noi fu d'uopo accennare il fatto, perché a questo viene attribuita dagli storici economisti la prima invenzione delle cambiali. Sbanditi, dice il citato VILLENEUVE sull'autorità di altri parecchi, cacciati di terra in terra, essi non trovavano altro spediente per salvare le ricchezze accumulate, che depositarle partendo in mani oneste e si*cure; e giunti poscia a terre meno ostili, dare cambiali a qualche viaggiatore che moveva per colà onde essi erano fuggiti.


    8. Altri attribuiscono l'idea medesima ai Fiorentini Guelfi cacciati di patria dai Ghibellini: e così la pensa il Derbuys, storico della città di Lione, ove quei Guelfi si rifuggirono. Rimpatriati questi e vincitori, toccò ai Ghibellini il fuggire, e ricovratisi in Amsterdam ove diedero il nome al così detto Quartier de' Lombardi, usarono an*ch'essi le polizze di cambio e sopra di queste incominciarono a negoziare, dando regolarità ed estensione ad una istituzione nata da privati bisogni per fortuite vicende.
    Mediante una tale regolarità, autenticata eziandio dalle pubbliche leggi, la cambiale dei reputati negozianti, acquistava tal credito, che equivaleva pienamente alla moneta metallica pel suo valore commerciale, e la superava eziandio per l'agio o facilità di trasportarla e trasmetterla.


    9. Questo valore della cambiale era originato dalla fiducia che gli esuli avevano nel depositario, cui fidavano fuggendo i loro averi, nè senza tale fiducia gli avrebbero fidati mai; ed appoggiavasi alla fiducia che colui che chiedeva la cambiale (remittente, come lo dicono i banchieri) riponeva nella parola dell'esule che gli assicurava la somma da lui richiesta, traendola sul suo corrispondente (il quale vien detto trattario). Ecco, come vedete, una specie di danaro in carta, creato spontaneamente dalla fiducia scambievole dei varii contraenti il quale può prendere varie forme sotto nome di pagherò, di credenziale ecc. Il negoziante che partiva da Amsterdam, recava seco in cotesta cambiale con somma facilità e senza pericolo una somma di denaro che, senza incontrare per via opposizione dai ladri o dai Governi, in Firenze diverrebbe moneta metallica.


    10. Or sono eglino soltanto gli esuli che abbisognino di chi serbi loro il deposito? Voi sapete che ogni operaio, ogni uomo industre, per poco che egli sappia con la frugalità e coll'ordine risparmiare, benché scarsa, qualche parte dei suoi guadagni, riesce, se non abbia disdetta, a raggruzzolare qualche denaruzzo destinato da lui o a premunirsi contro sventure impreviste, o a prepararsi un sostegno contro il preveduto pur troppo e gravissimo peso degli anni senili. E sapete benissimo come costoro s'ingegnano di preservare dai ladri co*testa loro speranza suprema: questi lo cuce negli angoli del suo materassetto, quell'altro lo occulta tra i ragnateli del suo soffitto: e così altri altrove, ciascuno, secondo la maggiore o minore astuzia o diffidenza. Or supponete che molti di tali artigiani acquistino fi*ducia in uomo dovizioso, e credano più sicuro in mano sua il loro gruzzolo, che nel materassetto o nel ripostiglio del soffitto; il ricco che riceve i loro depositi potrà accumulare con essi una tale somma, che gli dia mezzo d'intraprendere opere grandi o d'agricoltura, o d'industria. Così quei capitalucci che, spicciolati, avrebbono dovuto languire inerti nel loro nascondiglio per anni ed anni; raccolti nello scrigno del depositario, diverrebbero fruttiferi in pro di quel ricco che li ricevette in custodia: ed il quale, per crescere il numero degli accorrenti, ben potrebbe esser tentato di metterli a parte nel guadagno. Si formerebbe in tal guisa ciò che appellasi banco di deposito; ben inteso che il depositario non potrebbe onestamente valersi di quelle somme, se non in quanto o dai deponitori ne avesse la licenza, o nelle ricchezze proprie avesse onde rimborsarli ad ogni richiesta. Chi a lui confida il danaro, dee dunque avere tale fiducia nella sua onestà, che vegga ugualmente, o più sicuro, nelle mani di lui che nelle proprie il valsente confidatogli. È questo un fatto quotidiano che ogni lettore può osservare nelle Casse di Risparmio e che fa toccar con mano la futilità di quel pretesto, con cui certuni difendono l'usura, dicendo che una carta, un'apoca mai non può equivalere al contante. E chi non vede che la fiducia, per cui ogni artigianello raccomanda il suo gruzzolo alla Cassa di Risparmio, nasce dal vedervelo più sicuro che in casa propria? E chi impedisce che alla probità di un privato abbiasi, specialmente in tempi tranquilli, quella fiducia stessa che si può avere in una società di negozianti? Voi vedete in questo primo passo del Credito come la fiducia scambievole produca lucri economici: tutte quelle somme spicciolate od inerti poste a contatto acquistano attività ed importanza e divengono riproduttive.


    11. Ma per poco che vada crescendo il numero di chi raccoman*da a lui i risparmii accumulati, crescerà pel depositario la bisogna a segno di occupare tutto l'uomo: né più gli rimarrà il tempo d'attendere egli stesso o a coltura di campi o ad officine d'industria. Come farà egli dunque affinché quel considerevole capitale raggranellato da tante piccole somme, non resti giacente ed infecondo? Lo spediente si offre da sè, in quanto mai non mancano o agricoltori senza semente e utensili, o artigiani senza stromenti e materia. Fa*te che uno di costoro gli si presenti, uomo onesto ed accreditato, per ottenere un prestito; il danaro, che il depositario riceveva dalla fiducia dei primi, gli verrà tratto di mano dalla fiducia che egli mette in questo secondo; e la somma imprestata all'artigiano produrrà quei frutti che l'industria del banchiere non può produrre da sè stessa. Ed ecco nata una seconda specie di banco, il banco di pre*stito. Voi vedete che tutto è qui lavoro di quella fiducia, di quel credito, di cui stiamo parlando: il quale, agevola il giro della moneta, raccogliendola dapprima dall'inerte salvadanaro del povero artigiano per formare un capitale impiegabile, e lo trae poscia dalle mani del banchiere in quelle dell'artigiano o del colono che coll'opera loro lo rendono fruttifero. E poiché a trasportarlo dalla mano dei primi in quella degli ultimi, è necessaria l'abilità, l'opera, il tempo di chi serve da mezzano al trasporto, costui ha giusta ragione di chiedere una ricompensa a coloro, in pro dei quali si adopera.


    12. Stabilito il banco di prestito, è facile il vedere quanto esso possa giovare al trasporto della moneta d'uno in altro paese per mezzo delle cambiali, delle quali poc'anzi abbiamo parlato. Postosi in corrispondenza con varii centri di commercio, il banchiere potrà imprestare il suo danaro ai corrispondenti che debbono fare qualche sborso sulla piazza ove egli dimora; e ne otterrà in contraccambio dei pagamenti equivalenti nelle piazze ove tiene la corrispondenza. Della qual fiducia reciproca e viaggiatori e negozianti avranno il commodo di trasportare da una piazza ad un'altra i loro valsenti, senz'altro peso che di quella carta.


    13. La quale, notate bene, come ravvicina i luoghi, così riesce mirabilmente a ravvicinare anche i tempi per opera dei banchieri medesimi, allorché prendono la funzione di banco di sconto. Voi vi presentate ad uno di cotesti banchi con una cambiale che dovreste riscuotere fra due o tre mesi: ma la premura dei vostri interessi vi spinge ad anticipare. Che farà con voi il banco di sconto? Vi anti*ciperà, colla ritenuta di un frutto proporzionato, la somma da voi richiesta, imprestandovi la tratta che egli potrà poscia ricuperare o certo conteggiare col traente. Ma s'indurrebb'egli ad anticipare cotesta somma, se dal trattario medesimo non avesse fiducia di ricu*perarla? È chiaro che no. Ed ecco per conseguenza la fiducia, il credito divenuto veicolo dei valori da un punto all'altro dello spa*zio, da uno all'altro termine del tempo.
    Banco di deposito, di prestito, di giro, di sconto; ecco quattro maniere di servigi resi dalla fiducia al commercio con la sostituzio*ne della carta alla moneta.


    14. Né questa carta si restringe alla mera funzione di ricordare la promessa di quel banco che la diede in mano al remittente: ma, munita di nomi ben conosciuti e sicuri, diviene in certa guisa mo*neta essa medesima, e incomincia a percorrere le piazze di commercio, accettata come moneta sonante da chiunque conosce il valore di quelle firme. Siccome peraltro il dovere ogni volta scrivere sul dorso della cambiale la girata col nome proprio, può recare noie e ritardi, usano talora i banchi emettere cedole senza nome, o come suole dirsi, biglietti al latore; i quali vengono riscossi da chiunque tiene in mano la cedola. Questa maniera di cambiale compendiaria ha, come ognun vede, il comodo della celerità, ma compensata dal pericolo: potendo chicchessia, nelle cui mani giunga o per frode o per violenza, riscuotere la somma a danno del vero proprietario: il che non potrebbe così facilmente, trattandosi di cambiale nominatamente intestata a persona determinata.


    15. Riflettete poi, per comprende viemeglio i grandi vantaggi recati dal Credito al commercio, il tempo essere, se non l'agente principale, certamente la condizione essenziale, come d'ogni atto umano, così d'ogni operazione economica. Posto dunque che la fiducia nei banchi riesca ad accelerare coteste operazioni, è chiaro che riesce in proporzione a moltiplicarne i guadagni. In fatti che cosa fa, per modo d'esempio, il banco di deposito? Quel gruzzolo dell'artigiano, che doveva consumarsi improduttivamente negli anni della vecchiaia, quella somma giacente che un proprietario riteneva per investirla a suo tempo, aumentata con successivi guadagni nell'acquisto di un terreno; questi e simili capitali, depositati dal proprietario in mano del banchiere, imprestati immediatamente dal banchiere all'industria, incominciano tosto a produrre sotto forma di prestito, pronti sempre frattanto a tornare in mano dei padroni o pel divisato acquisto di terreni o pel sostentamento della vecchiaia. Dite altrettanto del banco di sconto: il negoziante, che doveva aspet*tare due o tre mesi la scadenza della sua cambiale, non poteva con quella somma incominciare nuovi traffichi. Riscuote all'opposto immediatamente con piccolo sconto la somma? Eccolo in quei tre mesi occupato in nuove produzioni le quali senza capitale doveva sospen*dere: i tre mesi di lavoro sono guadagnati dal credito.


    16. Come vedete, la fiducia scambievole può produrre tesori, secondo che agevola ed accelera le permutazioni. L'esservi una classe *d'uomini, una professione unicamente occupata nel ricercare da un canto chi abbia danaro da impiegare in opere lucrose, dall'altro chi abbia opera bisognosa di danaro, fa sì che il tempo venga utilmente usufruttuato e dalla moneta dei primi e dall'industria dei secondi.
    Gli uni e gli altri, se dovessero andare cercando da sè medesimi o l'opera o il danaro, perderebbero gran tempo e per imperizia riuscirebbero malamente: laddove il banchiere, versato nel negozio e conoscitore di molte persone, trovasi perpetuamente in atto di congiungere i due fattori di produzione, offerendo alla moneta l'o*perario, all'operaio la moneta.
    Badate nondimeno a non cadere in un abbaglio che non è infrequente fra i meno periti, e che i periti saranno tentati di promuovere, se pari alla perizia non regni in essi la probità. All'udire co*me il Credito riesce fra i negozianti produttivo, potrebbe insegnare taluno e tal altro accettare che, quanto più si lavora a credito, tan*to la società divenga più ricca: e ciò per un argomento che riuscirà forse a persuadere i dabbenuomini. «La terra, potrebbe dirsi, è produttiva: e quanto più si lavora, e più ella frutta. Se dunque an*che il Credito è produttivo, più s'adopera il Credito, più ancora diverrà fruttifero».
    Ma per poco che il lettore abbia presente ciò che intorno al Credito abbiamo fin qui ragionato, comprenderà benissimo la stortura dell'argomento. Il Credito, o piuttosto nel senso dell'argomento proposto, l'esercizio, le funzioni del Credito non sono, come la terra, sostanze produttrici, ma sono, come il lavoro della zappa o* dell'aratro, mezzi per ottenere la produzione: il negoziante adopera intorno alla moneta il suo Credito, come il bifolco intorno alla terra l'aratro o la zappa. Per conseguenza esortare a moltiplicare il Credito indefinitamente, vale altrettanto che esortare a zappare ed arare senza fine. Che direste voi di un bifolco, il quale dal primo all'ultimo giorno dell'anno sempre continuasse a zappare ed arare il suo campo? O che, non avendo terra da arare, andasse conducendo l'aratro avanti e indietro per le vie o brandendo per aria la zappa? Direste ch'egli è impazzito; giacché il lavoro allora è fruttifero, quando si esercita a modificare utilmente una materia.
    Or così appunto il Credito, lavoro del banchiere, se assicura ai suoi clienti la possibilità di riavere, quando che sia, il danaro affidatogli, ne promoverà realmente il giro e lo farà impiegare utilmente. Ma se cotesto lavoro l'impieghi senza materia; se avvedutosi che altri volentieri gl'impresta, prometta per avidità di guadagno restituzioni che non potrà eseguire; ben potrà qualche volta gittare un dado favorevole e serbare col nome di onesto il Credito del negozio; ma a lungo andare gli fallirà il giuoco e vi perderà il Credito. E manco male se la perdita fosse tutta per lui! Ma il peggio è che, nell'impossibilità di codiare passo passo pel laberinto del commercio gli audaci suoi tentativi; i poveri clienti si troveranno un bel dì avvolti nel naufragio, in quella appunto che credevano veleggiar più felici.
    Di che comprenderete che, se vi ha istituzione sociale, ove la probità sia di suprema importanza, la è proprio l'istituzione del Credito: nella quale chi non sia frenato dall'interna legge della coscienza, può dall'esca di lucro smisurato essere allettato sì gagliardamente, e dalle tenebre, in cui s'avvolge il traffico, sperare sì probabile l'impunità. Ma di ciò più diffusamente altra volta.


    NOTE

    1) Non senza meraviglia troviamo nell'Enciclopedia italiana un elogio curioso della Bancocrazia. Se i nostri lettori gradissero saggiarne un centellino per giudicarne da sè medesimi, potranno leggere le poche parole seguenti. «La Società dei Millenarii è poggiata sul sacro Testo letterale dell'Apocalisse che ci promette un Angelo, il quale deve afferrare il diavolo e satanasso... Noi sosteniamo che il santo Apostolo con questa sinonimia allude al monopolio e alla concorrenza economica, politica e religiosa, che da Caino sino a Cobden han dato pretesto al fratricidio... La lega industriale universale scioglie matematicamente questo problema di una protezione universale di
    tutte le individualità perché nell'industria ciascuno è valutato algebricamente per i suoi capitali in proprietà, in capacità e in attitudine al travaglio ecc. (Corvaia Bancocrazia. Programma, §. 6 ).

    2) Pagg. 142 e 223.

    DEL CREDITO - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    CREDITO PUBBLICO
    «La Civiltà Cattolica», 1858, a. 9, Serie III, vol. X, pp. 385-406.


    SOMMARIO
    1. Vantaggi dei banchi pubblici: solvibilità - 2. Prontezza - 3. Efficacia - 4. Estensione di relazioni - 5. Grandezza delle imprese - 6. Varii ufficii dei Banchi - 7. Raccolgono capitali per via di deposito: - 8. per via di azioni - 9. Banco dello Stato - 10. Banchi di società diverse - 11. Base della fiducia. - 12. Credito personale e reale - 13. Credito fondiario - 14. Credito industriale o popolare - 15. Credito mobiliare - 16. Epilogo. La fiducia sostituita alla moneta - 17. Attinenze del Credito col Cattolicismo - 18. Il credito non si rassoda se nella società non regna l'onestà del disinteresse - 19. Il Credito fra gli eterodossi - 20. Suoi esordii nel Medio evo - 21. Causa dei suoi progressi. - 22. Imprudenza del progresso fanatico.


    1. Nell'articolo precedente abbiamo considerato i primi passi di quella maravigliosa macchina economica che, sotto nome di Credi*to, ha assunto in gran parte l'ufficio di agevolare le grandi permu*tazioni, risparmiando ai metalli l'ozioso ufficio di moneta e lasciandoli così liberi a girare pel commercio e per le officine. Ma i primi passi del Credito, come quei del fanciullo e dell'adolescente, si erano contenuti nelle mura domestiche e in una vita, per così dire di famiglia: ogni banchiere faceva da principio da sè solo gli affari suoi. È inutile il dire che in questa, come in ogni altra relazione sociale, dalla congiunzione delle forze doveano nascere e nacquero veramente mirabili incrementi nell'opera e per l'intensità della fiducia ispirata, e per l'estensione delle relazioni, e per l'efficacia dei mezzi.
    L'intensità della fiduda di chi raccomanda il danaro al banco, dipende principalmente da tre elementi: vale a dire dalla certezza che non vi manchi il valsente; dal presupposto che il banco vorrà restituire; dai mezzi, con cui, in caso di renitenza, potrebbe esservi costretto. Vede ognuno, e specialmente sotto i due primi aspetti, quanto crescono le ragioni di fiducia allorchè molti nomi concor*rono in una società di Credito. Se di qualcuno degli associati potrebbe dubitarsi quanto ne sieno solidi i fondi, il dubbio diviene moralmente impossibile, allorchè trattasi di numerosa associazione d'uomini notoriamente facoltosi.


    2. Dite altrettanto della prontezza ai pagamenti, in quanto essa dipende dalla probità personale. Che un negoziante riputato integerrimo, possa essere un vero ipocrita, un truffatore, è cosa possibile. Ma che molti nomi onesti e rispettati abbiano ugualmente tradito il pubblico mascherando una tregenda di ladri, questo sarebbe tal fenomeno, che non può entrare tra i calcoli probabili dell'uma*na prudenza: tanto più che, se anche l'onestà interna fosse in cia*scuno inferiore al credito di che egli gode, la pubblicità dell'infa*mia, a cui la società negoziatrice si esporrebbe col fallire volontariamente al dovere, conterrebbe gli associati e per rispetto al buon nome e per timore di perdita irreparabile negl'interessi.


    3. L'efficacia finalmente dei mezzi somministrati dalla pubblicità per la riscossione delle quote, sebbene contro i banchi pubblici sembri minore sotto un aspetto, per la potenza di coloro che li formano e li amministrano, la quale potrebbe resistere alla coazione giudiziaria; pure per altri rispetti cresce in ragione e dei cointeressati, a riscuotere e della difficoltà di nulla nascondere, e delle pubbliche guarentigie, all'ombra delle quali coteste associazioni si formano, e dei cent'occhi che vegliano perpetuamente sugli andamenti della società. Per tutte queste ragioni è chiaro che la fiducia riposta nei banchi pubblici è molta più intensa, di quella, con cui si suole confidare la moneta ad un banchiere privato: nel quale l'onestà ben può essere superiore ad ogni eccezione; ma il conoscerne a fondo l'integrità non può essere che dei pochi intimi amici: e posta anche cotesta integrità indubitabile, quante sono le vicende che possono renderne vano il buon volere scemandone i mezzi, anche senza colpa di lui, con inaspettato fallimento! Nella quale ipotesi, che giovano tutte le guarentigie, se non a raccogliere dal naufragio miseri ed incerti rottami del banco naufragato?


    4. Coll'aumento della fiducia è chiaro che in un banco pubblico già crescono le relazioni commerciali, per la facilità di trovare chi confidi i capitali, proporzionati alla fiducia medesima. Ma esse crescono inoltre e per la pubblicità della istituzione e pel gran numero delle persone cointeressate. La stessa pubblicità, data all'istituzione nel momento di esordirla, è per sè medesima un invito a tutti i capitali anche più minuti, che ad un privato riuscirebbe difficilissimo l'andar fiutando nei loro ripostigli. Come sarebbe possibile, esempligrazia, ad un banchiere privato andare raccogliendo quella infinita quantità di monetuzze spicciolate, che raccoglie in un anno dalla scarsella degl'infimi operai una Cassa di risparmio mediante la sua pubblicità? Non si crederebbe a quali somme si ammonti il totale di cotesti piccioli depositi: e troviamo in Francia nella Cassa di risparmio raccolti nel solo anno 1844 circa 400 milioni di franchi: somma che, al dire del Coquelin, molto potrebbe crescere, se le operazioni del banco non si trovassero, vincolate dalle prescrizio*ni del Governo. Negli stessi Stati Pontificii, ove la mania di arricchire ancor non è giunta a quei delirii che dai pazzi dell'economia sono ammirati e invidiati come apice del progresso, ed ove l'istituzione è di data assai fresca (1836): negli Stati Pontificii, diciamo, i nostri lettori già hanno potuto vedere (volume X, pag. 104) che l'attivo totale di 34 di queste Casse di risparmio ascende a scudi 4.728.361.360 somma notabilissima, quando si riflette alla picciolezza delle quote che per lo più non oltrepassano, come quivi è detto, i 10 scudi. La pubblicità dunque stendendo le relazioni del banco, in forza della sua stessa notorietà, rende più agevole l'accumulare capitali spicciolati.
    Siccome poi è nella natura di coteste associazioni che esse risultino dalla cooperazione d'uomini, ciascuno dei quali già trovasi come centro di estese corrispondenze; posti scambievolmente a contatto cotesti centri, il complesso che ne risulta, forma, come ognun vede, una rete immensa.


    5. E di qui nasce la grande efficacia dei mezzi, dei quali coteste associazioni possono disporre. Le enormi imprese dell'industria moderna, corrispondenze di piroscafi che mettono in regolare comunicazione i punti più remoti del globo, ferrovie che innalzano le valli, traforano i monti, cavalcano fiumi e golfi, monumenti colossali che sorgono, istituzioni ed imprese tipografiche, telegrafi elettrici, che annunziano in un attimo quelle notizie che un secolo fa avrebbero impiegato nel loro corso i mesi e gli anni, prosciugamenti di vastissimi territorii restituiti a coltura e salubrità; tutte insomma le opere, il cui dispendio atterrirebbe qualsivoglia, benché ricchissimo scrigno, divengono oggimai uno scherzo, tostochè una società industre riesce ad ispirar fiducia nell'universale e a cattivarsene coi suffragii le borse. Tutti cotesti sforzi giganteschi; altro non sono finalmente che un'immensa moltiplicazione di quel fenomeno primitivo che abbiamo preso a dichiarare, l'effetto della fiducia degli uni nella probità degli altri: fiducia dei minuti capitalisti nei banchieri, fiducia dei banchieri nell'associazione dei grandi capitalisti che compongono la pubblica istituzione di Credito.
    È facile il vedere che le operazioni dei banchi pubblici si riducono a quelle medesime che vedemmo nel privato. Anch'essi debbono dapprima trovare i fondi, coi quali eseguire le imprese: poi collocarli in mani esperte che rendano fruttifero quel che fu prima danaro giacente; finalmente somministrare, mediante il Credito, i mezzi celeri e semplici per mettere in giro quei fondi.
    Dimostrato così la precellenza dei pubblici banchi sui privati, diciamo una parola delle forme, con cui quelli esercitano la loro influenza, e della materia intorno a cui versano.


    6. I capitali giacenti talora si raccolgono per via d'associazione, talora per via di deposito. Questa seconda fu, per quanto ne sembra, la più antica maniera d'istituzione dei banchi pubblici; i quali ricevendo dai privati il deposito della loro pecunia, ne rilasciavano una fede al deponitore.
    Il sommo vantaggio che quindi derivava al commercio non era tanto la sicurezza nel conservare la moneta, quanto l'agevolezza nei pagamenti: atteso che ogni negoziante che avesse danari sul banco saldava cogli altri i suoi debiti con una semplice girata di partite su i libri del banco medesimo, senza mettere in movimento la moneta metallica. Questa primitiva maniera di pagamenti, ita quasi in disuso, specialmente nel Continente, sembra oggi voler tornare in riputazione sull'esempio dell'Inghilterra, la quale nelle sue checks (trucioli diremmo noi in italiano) vien proposta dal Lechevalier come esempio da imitarsi alla Francia. Qui, dic'egli, i pagamenti ordinarii si fanno per lo più o in monete, o in polizze pubbliche: le firme dei privati sono riserbate pei contratti di maggiore importanza: di che la necessità per ogni negoziante, o grande o piccolo, di serbar sempre nello scrigno notabile quantità di numerario gia*cente. In Inghilterra all'opposto chiunque spende tiene alla mano continuamente un librettino a matrice, detto check book, dal quale distacca un foglietto, o un truciolo (coupon) ogni volta che deve fare un pagamento. Codeste cedolette, assicurate dalla fiducia scambievole, sono divenute in Inghilterra moneta corrente, moneta veramente fiduciaria; la cui autenticità è fondata sopra un altro libretto detto pass-book (libro di passaggio), ove come in libro di Cassa, si scrive di giorno in giorno il conto corrente fra il banchiere e il negoziante. Mediante coteste cedolette private, il commercio inglese opera il giro annuo di 37 milliardi e 560 milioni, senza occuparvi né moneta, né cedole pubbliche, le quali possono così meglio adoperarsi alle operazioni commerciali. In tal guisa, rettamente osserva il Coquille (1), noi torniamo dopo parecchi secoli con le pubbliche istituzioni a quella maniera di pagamenti che fu adoperata nei loro primordii dai primi banchi di deposito.
    Accreditatissirno fra questi fin dall'origine fu quello di Amsterdam, la cui delicatezza nella gelosa custodia delle somme confidategli ne sostenne altissimo il credito fino all'epoca della rivoluzione francese. La moneta che raccoglieva nelle sue casse era scrupolamente saggiata e ridotta a giusto valore, calcolando nelle monete forestiere la sola pasta. Ai valori raccolti in cassa corrispondevano esattamente le cedole gittate in corso: e le tre chiavi, confidate a tre ufficiali dello Stato, assicuravano alla pubblica fiducia l'inviolabilità del deposito. Di che il valore della moneta di banco superava quello delle altre monete, soggette com'esse erano in mano ai Governi, allora principalmente, a frequenti alterazioni o per conseguenza delle vicende politiche, o per malintese economie di zecche ingannatrici, o per l'avarizia del volgo che le alterava tosandole. Se non che allo scoppio della rivoluzione francese il credito intemerato di quella famosa istituzione ricevette una scossa, da cui più non risorse, essendosi scoperto che la Direzione aveva imprestato 24 milioni agli Stati di Olanda e di Frisia; onde si trovava impotente a rimborsare pienamente i creditori.
    Anteriore a questo nel tempo e poco inferiore nel credito fu il banco di Venezia, a cui successero quei di Barcellona e di Genova, ristretti anch'essi generalmente all'uffizio di depositarii.


    7. Nel 1694 l'istituzione del banco di Londra s'inaugurò sotto altra forma, divenuta oggidì comunissima nei banchi nazionali. Il Governo (era allora di Guglielmo e Maria) costituì il banco d'Inghilterra, proponendo una sottoscrizione volontaria di 1 milione e 200 mila sterline, i cui sottoscrittori costituiti in corporazione venivano dotati di molti privilegii: il fondo costitutivo del banco veniva imprestato al Governo, il quale si obbligava a pagare gl'interessi in ragione dell'8 % : altre 300 mila sterline offerivano ai sottoscrittori volontarii un'annua rendita duratura fino a termine prefisso. In tal guisa invece di un banco di deposito si ebbe un debito pubblico guarentito dal Governo, il quale raccoglieva quei fondi, non già per comodo dei remittenti, ma per sovvenimento alle pubbliche necessità che allora travagliavano il Regno. Ad agevolare poi il traffico di cotesta istituzione, fu conceduta al banco e la facoltà di scontare gli effetti di credito (cambiali eccetera), e il diritto di mettere in giro biglietti di banco corrispondenti al capitale incassato. In tal guisa vennero inaugurate le istituzioni di credito moderne, formate generalmente a somiglianza di questa. Esse riescono equivalenti e a banchi di deposito, potendo ciascuno com*prarne le cartelle per un valore corrispondente alla somma che egli intenderebbe depositare; ed al banco d'imprestito per le intraprese ove impiega i suoi fondi; ed al banco di giro con le carte che ella impronta; ed alla cassa di sconto per comodo dei negozianti.


    8. Cotesti banchi, invece di serbare inerti le valute metalliche depositate, per sicurezza dei depositanti, assicurano l'annua rendita sull'entrata pubblica, impiegando frattanto o nei pubblici bisogni, o in imprese produttive le somme riscosse per via di credito. Poste così sotto la guarentigia dell'erario, le cartelle del debito pubblico acquistano tal valore, che supplisce abbondevolmente alla promessa di rimborso. Il proprietario di quelle rendite, essendo sempre moralmente sicuro (tranne i momenti critici) di poterle rivendere, può a suo talento farsi rimborsare la somma, senza che lo Stato abbia a risentirne lo sborso. In tal guisa s'ottiene l'effetto medesi*mo di saldare quella specie di cambiale, che è il titolo di rendita, ma con mezzo diverso, facendo sborsare la tratta non dallo Stato che sarebbe il debitore, ma dal nuovo creditore che comprandola sottentra all'antico.


    9. A somiglianza di questi banchi propriamente nazionali, perché guarentiti sulle pubbliche entrate, anche i privati associandosi si valgono del credito, di che godono gli onesti e facoltosi capitalisti, per condurre a termine dispendiose ed ardue imprese, congiungendosi per lo più in società anonime (2), le quali per via di azioni raccolgono i fondi necessarii all'impresa. Queste, a crescere viemaggiormente la fiducia pubblica nella società, e ad assicurare la società medesima dai contrasti e dalle gare che potrebbero insorgere, sogliono invocare a garante delle loro intraprese, la suprema autorità dello Stato, non senza vantaggio anche di questa, la quale non potrebbe vedere senza ragionevole sospetto sciolte da ogni vigilanza e freno del Governo simili imprese gigantesche; la cui influenza sull'ordine pubblico non è chi non veda quanto possa riuscire efficace e in bene e in male.


    10. I pubblici banchi, nei quali la fiducia sociale esercita, come abbiamo veduto, un'immensa forza, possono raggiungere fini e vantaggi, ai quali l'industria e la ricchezza privata neppure oserebbero pensare. Ma per giungere a tali intenti, debbono avere una base, alla quale si appoggi la loro solvibilità e per conseguenza la pubblica confidenza. Questo appoggio può trovarsi in varie specie di fondi, dai quali vien denominato il credito che induce i capitalisti a fidarsi del banco. Il credito dei banchi dello Stato o nazionali è appoggiato, come ognun vede, alle entrate dello Stato e specialmente alle pubbliche gravezze: credito mas*simo allorchè la nazione e il suo Governo sono onesti sicchè vogliano, doviziosi sicchè possano attener le promesse; forti ed ordinati sicchè ne per esterno assalto, né per interno tumulto ab*biano a traballare. Quando all'opposto lo Stato pericola, i pub*blici fondi incominciano a vacillare e perdono gran parte del loro valore.


    11. I banchi pubblici, costituiti per via di società, possono acquistare il credito ora dal nome delle persone associate, ora dai fondi, su i quali vengono costituiti. L'onestà delle persone è certamente un valido appoggio. Pure, secondo il noto adagio, niuno vorrà negare che plus est cautionis in re quam in persona. Quindi oltre il credito personale che in ogni società è richiesto, si può distinguere il credito in fondiario allorchè viene appoggiato sopra i fondi immobili, industriale allorchè su i lavori dell'industria, mobiliare allorchè su i capitali giranti.


    12. Il credito fondiario può dirsi un'ampliazione del sistema ipotecario, il quale, benché di grande utilità e valore per dare la necessaria sicurezza ai contratti fra i privati, lascia pur tuttavia sussistere difficoltà e pericoli e per la lentezza con cui le operazioni procedono, specialmente se sia mestieri ricorrere ai tribunali, e per le difficoltà che possono incontrarsi nei titoli ipotecarii, ove una circostanza di privilegio, di priorità, eccetera può ingannare anche i più oculati.
    Un'istituzione di credito all'opposto, assumendosi il carico di assicurare e la solidità dell'ipoteca e il pagamento degl'interessi, apre ai capitali facile l'accesso; e presentando per altra parte molte agevolezze all'estinzione del debito, dà, secondo che affermano i suoi fautori, ai proprietarii il mezzo della cultura, senza grave pericolo delle proprietà.


    13. Quell'agevolezza che il Credito fondiario procaccia agli agricoltori si è tentato procacciarla agli operai, mediante un credito industriale o popolare, (come l'appella il Marescotti). Non è, dicesi dai fautori di questa opinione, non è il popolo dei proletarii sì misero, che non abbia intelligenza e braccia atte a procacciargli il vitto giornaliero. Or perché non concedere anche a lui di usare i grandi vantaggi del credito, facendosi che un biglietto del proletario, guarentito dalla firma dell'intraprenditore e di un qualche pubblico magistrato, abbia corso in commercio, come qual altra vogliasi cambiale di negoziante? L'operaio otterrebbe in tal guisa un'anticipazione di fondi, coi quali innalzerebbe la propria di*gnità ad autonomia pari a quella d'ogni altro negoziante. Se cotesta ragione, addotta dal citato chiarissimo Marescotti (3), riuscisse a persuadere il pubblico e sortisse il suo effetto, avremmo certo a consolarcene. Confessiamo peraltro che la cosa ci sembra o di assoluta impossibilità, o possibile solo nella perfezione cattolica del sentimento religioso: e la ragione ce la somministra l'Autore medesimo affermando che cotesto segno di numerario non sarà mai ricevuto dal commercio, se la moralità dell'operaio non sia superiore ad ogni eccezione. Una tale moralità in tutte le classi è ella una supposizione di cosa impossibile? domanda quel valoroso economista. Noi non risponderemo essere impossibile: la speriamo anzi dal Cattolicismo tostochè esso, ripigliato il sopravvento, rivolgerà al bene morale della società i frutti dell'esperienza e dello studio che si vanno accumulando da tanti secoli. Cionondimeno anche così perfezionata ed autenticata la morale onestà del proletario, non sappiamo se giungerà mai ad ottenere personalmente gli effetti del credito; essendo che a questo ricercasi la certezza non solo del buon volere, ma ancora del potere soddisfare al debito. Ora se l'incertezza di questo potere fa vacillare talvolta, il credito eziandio di facoltosi negozianti, come sperare che lasci sussistere nel comune la fiducia in una carta appoggiata alle braccia, val quanto dire alla vita e alla sanità di un proletario che può da un giorno all'altro infermare e morire?
    Non per questo crediamo impossibili le istituzioni di credito industriale, qualora, congiungendo, in esse numerosa moltitudine di operai, si ottenga nella società di tutti quella durevolezza che manca ai singoli: ed imponendo a lei una guarentigia assicuratrice contro la morte, si attribuisca alle cedole quell'immortalità che manca all'operaio. Ottenuta così la fiducia pubblica, intendiamo benissimo che queste istituzioni di credito, come qualunque altra, possono giovare a raccogliere e mettere in movimento i capitali, assicurandoli sull'opera futura, invece di assicurarli sul frutto dei lavori passati. Ma ripetiamolo: affinchè questo riesca, uopo è che tutti gli operai consociati ravvisino in ciascuno dei loro colleghi un uomo operaio, leale e massaio, che non perde il tempo in ozio; che non ispreca i guadagni coi beoni e coi buontemponi, che non inganna con finte malattie o sventure i colleghi pietosi, che insomma contribuisce realmente del proprio a fine di usufruttuare il comune. Allora se vera sventura ed immeritata opprima un socio, giustizia e carità parlano al cuore degli altri, e ciascuna ripete a se stesso: Debbo ad altrui ciò che bramerei ricevere io medesimo. Non ignara mali miseris succurrere disco. Vede peraltro il lettore che nel popolo più rozzo cotesta solerzia, economia, lealtà abbisognano di sentimenti di probità gagliardamente radicati nell'anima, e che tanta gagliardia di probità non giungerà ad universaleggiarsi mai in uomini men civilmente educati, senza una viva influenza sociale del sentimento religioso, che dia lena a chi deve faticare, carità a chi deve pericolare i suoi capitali.


    14. Sotto auspicii meno incerti procede il Credito Mobiliare. Avete voi piena fiducia che un'impresa qualunque (di strade ferrate p. e.) riuscirà fruttifera? Si raccoglie un certo numero di socii che contribuiranno in parti aliquote alle spese per condurla a termine. Assicurata l'impresa con queste quote, o come le dicono, azioni, se ne vendono i frutti futuri, mettendone in vendita le obbligazioni. Donde hanno valore coteste obbligazioni? Dalla fiducia riposta dal pubblica nella capacità e probità di quell'amministrazione che assicura i futuri guadagni dell'intrapresa.


    15. In tal guisa la pubblica fiducia mette in movimento valori smisurati, senza dare più il menomo incomodo a quella merce mo*neta, che pareva un tempo il mezzano indispensabile di qualunque permutazione. E siccome la fiducia è ispirata dalla Morale e la Morale sta a libera disposizione dell'umano arbitrio; così ogni uomo che voglia essere onesto sembra chiamato in tal guisa a disporre di cotesto numerario. Ma il fatto corrisponderà egli veramente alla speranza o alla parvenza? Gli entusiasti dell'Economia hanno in queste materie tale una vivacità ed energia di fede, che per poco non ne disgrada la credenza di molti Cattolici nel Simbolo apostolico e nel santo Vangelo: e il poco che abbiamo tratto dalla Ban*cocrazia del Corvaia ha potuto mostrare ai lettori fin dove giunger possa il delirio. Non è questo per noi il luogo di fare le ragioni del reale o dell'immaginario, del positivo o dell'eccessivo; essendo qui solo intento nostro di spiegare a quei lettori, che nelle regioni eco*nomiche non hanno ancora viaggiato, la topografica disposizione dei primitivi concetti. Essi avranno compreso che le idee del cre*dito formano il compimento di quelle di ricchezza. Conciossiachè, essendo la ricchezza un valore permutabile; ed essendo difficili le permutazioni senza l'uso del metallo coniato, questo è primitivamente il misuratore della ricchezza di un popolo: misuratore peraltro che ha il suo proprio valore esso stesso, appunto come il metro, misuratore delle lunghezze, ha esso pure la sua lunghezza. Siccome nondimeno, data questa misura comune, io posso esprimere in cifra le varie proporzioni o quantità di lunghezze diverse, senza che quella cifra abbia in sè determinata lunghezza; così data nella moneta la generale misura dei valori, io posso esprimere qualunque quantità di cotesti valori con cifre notate nelle cedole dei banchi. Ma qual valore avranno elleno coteste cifre, coteste cedole? Quel valore appunto che le merci o monete da esse rappresentate: se le merci sono reali, valore reale; se possibili, valore possibile; se immagina*rie, valore immaginario. Immensa differenza è dunque tra il numerario metallico e il numerario in polizze; benché il primo non sia ricercato nella sua qualità di moneta, se non come intermedio delle permutazioni; pure se questo intermedio s'arresta a mezza via, sicchè io non giunga a comperare quella merce, nella quale aveva divisato impiegarlo, non per questo io mi rimango a mani vuote; ma possederò sempre il valore di quel metallo, il quale non rappresenta gli altri valori, se non perché ha esso pure il suo proprio. All'opposto se il numerario segnato sulla mia polizza cessi di avere nella realtà rappresentata la sua giusta rispondenza (come accade nei fallimenti dei banchi), la mia polizza, che doveva essere mezzo per me di giungere al possesso del valore da lei rappresentato, mi pianterà a mezza via con le mani vuote, e posseditore di non altro che di una carta inutile. La fiducia che io aveva posta in quei segni rappresentativi, o per dir meglio, nel banco, da cui quegli emana*vano, si troverà in tal guisa delusa, o per colpa, o per isventura del banco promettitore: il quale, perduta così la universale confidenza, verrà poi costretto a contraccambiare in moneta o in merci ogni permutazione, dove prima gli bastava una parola guarenti*ta dall'opinione di probità, dal Credito, di che egli godeva nel pubblico. Ragionevolmente dunque il Presidente degli Stati Uniti, Buchanano, nel suo messaggio al Congresso americano verso il fine del 1857, attribuendo in gran parte le calamità della crisi commerciale alla libertà conceduta a tutti i mille e quattrocento banchi privati, di mettere in giro le loro carte, ne inferisce sommo e sacro dovere di un Governo essere l'assicurare ad un popolo le giuste proporzioni fra i bisogni del commercio e gli effetti giranti: essendo, dice, gravemente ingiusto e pericoloso il disquilibrio in tale materia, il quale fa crescere o diminuire irragionevolmente i valori da ciascuno posseduti (4). Essere dunque necessario che coteste case commerciali, partecipando al diritto sovrano di emettere carta moneta, abbiano nelle loro cave quantità corrispondente di metallo per assicurarne quando che sia il rimborso; e che a tal uopo niuna ban*ca vada esente da quei costringimenti di pubblica autorità, che as*sicurano la civil comunanza. Al quale intento se non bastò alla Gran Bretagna l'avere in ricchezze metalliche il valore di un terzo almeno dei suoi biglietti, come poteva sperarsi un tranquillo andamento del commercio agli Stati Uniti, ove i valsenti metallici accumulati non giungeano sul principio del 1857 al settimo dei valori giranti in carta?
    Queste giudiziose e pratiche osservazioni del presidente Buchanano intorno al fatto ancora freschissimo della crisi terribile, poco si accordano con la smania teorica di libertà commerciale, la quale prometterebbe mari e monti, se si lasciasse liberissimo l'andamento di coteste istituzioni (5). Tocca a voi, lettore, il decidere se sia meglio, in fatto di borsa, attenersi alla teoria o alla pratica. Il Buchanano sembra piuttosto fidarsi alla seconda che alla prima.


    16. Ecco in sostanza le primitive idee di Credito pubblico che ne parvero necessarie, affinchè ogni lettore comprendesse ciò che dovremo forse dire talvolta intorno alle operazioni di Credito. In quanto alle esagerate speranze, di che testè si parlava, recheremo qui solo qualche osservazione che richiami lo sguardo del lettore verso il lato morale della quistione, facendo toccar con mano quanto vadano ingannati gli economisti eterodossi, i quali non cessano di vituperare ed osteggiare il Cattolicismo, come avverso a tutti gl'incrementi della ricchezza dei popoli e alle scienze ed istituzioni che mirano a cre*scerne l'agiatezza. Dal poco che abbiamo detto intorno alla natura del Credito e delle sue istituzioni, i nostri lettori potranno vedere che non solo il sentimento cattolico non vi si oppone, ma vi è anzi prerequisito necessario: e talmente necessario, che le società eterodosse ne perderebbero in breve perfino il germe, se il contatto continuo e la gara loro con le nazioni cattoliche non le salvasse dall'essere schiave interamente del principio eterodosso.
    Infatti le grandi promesse di futuri vantaggi mercè gl'incrementi e i varii meccanismi delle istituzioni di Credito, donde muovono ordinariamente? Muovono da una smania smisurata di accumulare quattrini per accumular godimenti. Ora cotesta smania è madre fe*conda di mille delitti, giacché:
    ... Quid non mortalia pectora cogis,
    Auri sacra fames...?
    E questi delitti si commettono principalmente nel maneggio ap*punto delle ricchezze; vale a dire sono delitti commessi per l'ap*punto contro quella virtù di probità, senza la quale vien meno ogni pubblica fiducia.


    17. Quindi vedete che smania di arricchire e veri incrementi di credito sono due elementi che fanno a calci. Gli economisti eterodossi, che tanto vantarono il principio di destar la fame per indur*re il popolo a lavorare con la speranza di satollarla, caddero in quell'abbaglio, in cui l'uomo è strascinato sotto varii aspetti da tutte le passioni, le quali tutte dànno a credere che basta aver libertà per ottenere tosto le soddisfazioni richieste: l'idropico crede dissetarsi col bere, il collerico tranquillarsi colla vendetta, l'annoiato del mondo ritemprarsi coi divertimenti, il sensuale satollarsi coi piaceri.
    Nè s'avveggono gli stolti che il maggiore ostacolo a quella pace che agognano dimora appunto nell'eccesso o nel disordine, con cui ne procacciano i mezzi.
    Vero è che le mire dell'interesse possono sottentrare fino ad un certo segno alle ragioni di probità: ed io potrò fidare il mio danaro ad un depositario anche di poca coscienza, qualora lo creda persuaso che il frodarmelo riuscirebbe più nocivo a lui che a me stesso. Ma questa, come ognun vede, sarebbe confidenza sì misera, sì materiale, che appena meriterebbe nome di Credito; e il fatto va persuadendo pur troppo non pochi, i quali si avveggono del quanto sia labile la guarentigia dell'interesse in chi ne è schiavo; or derubati dai loro stessi cassieri, benché profumatamente stipendiati; or gittati a sbaraglio in imprese arrischiate da intraprenditori temerarii che trascinano nel loro fallimento i capitalisti di cui maneggiano i fondi. Il vero Credito dunque ripugna essenzialmente alla smania di trasricchire, come questa smania ripugna al vero Credito. Di che la conseguenza voi la vedete: le istituzioni di Credito per prosperare abbisognano essenzialmente, del temperamento di sobrietà cristiana. Ed ecco perché nel Paganesimo non vi fu, nè vi potè essere di Credito se non quel primo embrione che, come accennammo al principio, si annida, qual germe nella naturale probità e nella fiducia corrispondente: ecco perché a misura che va risorgendo cogli incrementi dell'eterodossia il sentimento pagano, il credito pubblico riceve terribili scosse di crisi e di fallimenti.


    18. Intendiamo che gli entusiasti pel progresso moderno o si faranno qui le croci, o sorrideranno per compassione; e «Dove, di*ranno, sperate voi trovare meglio fondato il Credito, che in Inghilterra, in America, paesi interamente eterodossi»? Ma la risposta non è difficile: noi parliamo della tendenza dei principii, e questa ci sembra così evidente; come è innegabile che quanto più si bramano denari, tanto più altri è tentato ad accumularne; benché ingiustamente, coll'opera; e per l'opposto, quanto meno tenacemente altri è attaccato al proprio, tanto meno agogna all'altrui;
    - Ma dunque voi negate il fatto che ci dice.
    Il sedicente fatto in questo caso ci può dire ben poco; giacché parla solo d'Inghilterra e d'America. Ora il vantare il commercio di Inghilterra e di America, come miracolo di pubblica fiducia, ben potrebb'essere uno scambio pericoloso dell'effetto con la causa: scambio che i dotti economisti dovrebbero lasciare alla grossezza del volgo. Questo quando vede certi ricconi che spendono e spandono a rotta di collo, qui crede che stia la ricchezza sfondolata, il Perù o la California: nè si avvede il meschinello che quella profusione donde egli arguisce ricchezza, quella appunto rende probabilissimo, e forse già vicinissimo il fallimento, se non si trovi nelle fonti della ricchezza quanto basti a riempire continuamente i vuoti delle continue pro*fusioni. Or questo appunto potrebbe succedere ai paesi eterodossi per l'uso colossale e per l'abuso che fanno dell'antico Credito di probità, di cui frattanto vanno disseccando le fonti e col perdere il sentimento religioso, in cui si radica la probità, e coll'arrischiarsi ad imprese imprudenti, ove si perdono i capitali. Alla vista di que*ste audacie gigantesche gl'improvvidi ed inesperti sclamano, attoniti, aprendo tanto d'occhi: «Vedete progresso immenso del Credito»! Eppure se conoscessero ciò che bolle colà entro nella pentola dovrebbero forse esclamare dolenti: «Addio Credito!» E così veramente parvero sciamare parecchi giornali inglesi e francesi atterriti dall'ultima crisi commerciale.
    Ma non ricorriamo, se volete, alla costoro severità, e supponiamo che Inghilterra ed America abbiano a proseguire per la via sinora battuta, trovando sempre corrispondenza di fiducia pubblica alle imprese che propongono, corrispondenza di lucri proporzionati alla fiducia che spende: diremo noi per questo che a cotesta fiducia non pregiudichi l'utilismo eterodosso? diremo che più non gioverebbe il disinteresse cattolico? Avvertite bene che quando esaminiamo le influenze del principio eterodosso, esse si risentono da per tutto ove quel principio trapela; ma non possono mai pienamente esercitarsi per l'impossibilità che esso sia solo al governo di una società. Fossero pure quei due paesi popolati unicamente di Prote*stanti, credete voi per questo che il principio eterodosso ne gover*nerebbe tutte le operazioni? Sarebbe grande errore. Nel Protestante v'è sempre una parte di positivo, ed è il Cristianesimo, una di negativo, ed è la ribellione alla Chiesa. Quando i Protestanti si governano col primo, partecipano alle sane influenze del Cattolicismo, ed ecco perché si trovano anche fra loro uomini onestissimi: laddove fra Cattolici può prendere talvolta gagliarde influenze il principio eterodosso (e che altro fu in Francia la rivoluzione del 1789?) e produrvi le naturali sue conseguenze: aggiungete a questo che in amendue i paesi, anche fra i Protestanti molto ancor so*pravvive di buona fede cristiana per retaggio degli avi e per gara coi Cattolici. Se non che, scemandosi a poco a poco questi avanzi d'in*fluenza cattolica, voi vedete che nelle colossali amministrazioni commettonsi ladronecci inauditi; che, secondo la The civil ser*vice Gazette, un comitato della Camera dei Comuni, di cui non ven*nero peranco pubblicati i rendiconti, avrebbe nella decorsa sessione scoperto tali vuoti di casse, e peculati in varii dipartimenti del servizio civile, da dare la peggiore idea del mondo delle persone, da cui cotesti ufficii sono amministrati (Armonia 20 Decembre 1857); che distolto a danno del Cattolicismo dal suo destino, il Fondo patriottico raccolto per gli orfani dei soldati di Crimea; i Cattolici più non vogliono fidare a pubbliche amministrazioni i soccorsi per le sventure dell'India; che le intraprese americane sono sì arrischiate, che ne sentono il contraccolpo tutti i mercati europei. Vedete quante piaghe al credito pubblico di quei paesi! Fate che così proseguasi a violare la fede dei contratti e la fiducia dei capitalisti, e dite qual diverrebbe la forza del Credito nelle società padroneggiate dallo spirito eterodosso, se non fossero perpetuamente in comunicazioni e in concorrenza con le genti cattoliche, nelle quali i meravigliosi esempii di disinteresse e di sacrifizio, sono una perpe*tua protesta contro l'utilismo e l'epicureismo della corrotta natura.
    A combattere contro di questa, un qualunque embrione di Cristianesimo non basta, ci vuole un Cristianesimo compiuto ed efficace, quale non può aversi se non nel Cattolicismo. Lo vedemmo parlando dell'economia cattolica: perduta la sincerità della fede, è inevitabile nelle società anche cristiane l'introduzione dell'utilismo e l'abolizione di quegli esempii di soprannaturale interesse, coi quali il voto di povertà religiosa ricorda perpetuamente ai laici, potersi trovare felicità in questo mondo anche sotto rozzo saio e negli stenti di continua astinenza (6). Fuor del Cattolicismo dunque la fame dell'oro, fatte le debite eccezioni, dee divenire generale. Tra tanti affamati, la fiducia nell'universale astinenza sarebbe pazzia. Il credito dunque ben potrà sostenersi per istituzioni meccaniche e per contrasti d'interesse; ma nel giusto e radicale suo concetto, vale a dire, in quanto è fiducia dell'altrui probità, tende perpetuamente a menomarsi e mancare. Qual meraviglia che nella società pagana mai non giungesse a formarsi?


    19. Questa ci sembra la base fondamentale di quelle ragioni che i chiari economisti Gautier e Coquelin adducono nel Dizionario d'Economia politica, per ispiegare la totale mancanza di simili istituzioni nell'antica società. Esse suppongono, dice il Coquelin; tre elementi, senza cui non possono neanche immaginarsi; vale a dire libertà di associarsi, comunicazione col pubblico, guarentigie di sicurezza. Ora queste condizioni, che raramente s'incontrano anche oggidì in grado almeno mediocre, mancarono assolutamente ai popoli dell'antichità. Mancava necessariamente, dice il Gautier, lo spirito di associazione in una società, cui serviva di base la schiavitù, ed ove l'industria non poteva per conseguenza acquistare estensione, né importanza, ma incontrava all'opposto nello stato abituale di guerra un incaglio irremovibile (7).
    Certamente questa condizione di popoli ci presenta una causa immediata, che rendeva impossibile la meravigliosa ampiezza del Credito odierno. Ma se più innanzi si domandasse qual sia il motivo, per cui non esisteva spirito di associazione; per cui la schiavitù era condizione indeclinabile della società civile; per cui ogni nazione era perpetuamente in guerra con le altre tutte; e per cui finalmente, promulgatosi il Cristianesimo, si trasformò sotto quei tre aspetti la condizione del mondo civile; chi non vede la risposta? chi non trova tosto nel principio cristiano di universale fratellanza in grembo alla Chiesa un tipo perfettissimo di spirito associante; nella dipendenza cattolica dal Capo della Chiesa l'abolizione della guerra perpetua; nella parità degli uomini innanzi a Dio il principio abolitivo della schiavitù? Tolti poi cotesti ostacoli negativi al consociamento degli uomini e degl'interessi, chi nol vede inoltre il positivo vantaggio recato al Credito pubblico dalla forza delle coscienze e dall'unità dei principii morali, per cui ciascuno è certo che bene o male si giudica dagli altri, ciò che bene o male giudica, ammaestrato dalla Chiesa, egli stesso?


    20. Con tale unità e gagliardia di coscienze, la spirito di associazione era naturalmente formato nei primordii stessi del Cristiane*simo, benché dovesse acquistare a poco a poco quegli ulteriori in*crementi che oggi ammiriamo, e che vie più cresciuti ammireranno a suo tempo le venture generazioni. E non era infatti un'immensa fiducia quella dei primi fedeli, che, venduto per intero l'asse loro patrimoniale, ne rimettevano agli Apostoli il prezzo, aspet*tandone poscia il vitto quotidiano?
    Al che sembra non avere avvertito l'Autore di quell'articolo, allorchè scriveva potersi dire del Medio evo un sottosopra cioè che ave*va detto del mondo pagano. Il chiarissimo Autore ha qui riguardato l'aspetto materiale del mondo civile, invece di considerarne la vitalità morale. Direste voi un sottosopra la stessa cosa due querce che sotto il soffio della bruma invernale sieno incanutite per la brina, se una di esse, fosse inaridita e morta, l'altra viva e vigorosa preparasse ai primi soffi del zeffiro tutto il rigoglio di una fronzuta vegetazione? Dire che queste piante sono un sottosopra il medesimo, ci parrebbe un giudizio di cervello assai badiale. Eppure non dissimile ne sembra quel ragguagliare il Medio evo, ove la vita inizia*ta avea tutto il vigor seminale che dovea produrre gli odierni incrementi, con la società pagana, fradicio cadavere senza vita. Certamente il Cristianesimo non trasformò il mondo a colpi di bacchetta magica, o come si trasforma allo scoccar dell'orologio la luminaria della cupola del Vaticano. Ma gittati quei semi di fratellanza universale, di organismo fra le nazioni cattoliche, di parità morale nella gerarchia, anche il Credito mercantile poteva sorgere, doveva sorgere e sorse di fatto, come (benché con piglio un po' sprezzante) vien confessato in sostanza dall'Autore medesimo, nelle parole seguenti: «Anche nel Medio evo lo stato ordinario dei popoli era la guerra, onde non si poteva pensare a grandi associazioni commerciali. A tal condizione di società non s'incontra quasi eccezione, se non fosse in qualche repubblica, come Venezia, Genova, l'Olanda, Amburgo e Lubecca: ove non pertanto il commercio molto ancora si risentiva della barbarie dei tempi». così il Coquelin; il quale guarda come un nonnulla quell'immensa rete di comunicazioni e di banchi commerciali che tutto rannodavano il vecchio mondo dal Cataio alle Azorre, dai geli dell'Islanda ai caldi dell'Abissinia, tutto rendendolo tributario a quelle repubbliche italiane, che tenevano allora l'egemonia del commercio europeo. Certamente queste intraprese commerciali non erano allora né azioni di strade ferrate, né Credito mobiliare, come la spinetta del Paisiello non era un piano forte di Erhard, e come il bambino non è l'uomo adulto. Ma siccome il non avere una scienza adulta non fa che il bambino possa dirsi un sottosopra un orangutang; così lo stato rudimentale del Credito pubblico nel medio evo non fa che. questo possa pareggiarsi a un dipresso al mondo pagano, ove il Credito era moralmente impossibile.
    E in verità, se parlisi dello spirito di associazione in generale sotto tutte le sue forme e rispetto a tutti i suoi effetti, noi non sappiamo che possa trovarsi un'epoca, nella quale esso abbia operato portenti maggiori che in quel medio evo, in cui tutte le nazioni cristiane costituivano sotto il Pontefice una sola famiglia, correvano periodicamente a riconoscere il Padre comune nei Giubilei, si raccoglievano in immensi eserciti contro la barbarie turchesca e vivevano, può dirsi, sotto unica legislazione registrata nel Gius canonico. In ciascun popolo poi tutte le professioni. tutti i ceti costituivano corporazioni sì strettamente congiungenti i loro membri e le rispettive famiglie di questi, che le stesse corporazioni di arti imposero talora riverenza ed argini alle soperchierie di Ministri o anche di Monarchi prepotenti. Lo spirito dunque di associazione preso in senso più generale era nel medio evo, mercè del Cristianesimo, sollevato ad altissima potenza.
    Ma anche restrigendoci alle associazioni commerciali, e stando anche solo a quegli esempii, a cui il Coquelin ci riporta, qual è occhio esercitato a contemplare nel germe le istituzioni morali e politiche, che non debba trasecolare vedendo la gagliardia dello spirito di associazione e le speranze di rigoglio che contenevano quelle repubblichette, che dalle angustie delle loro mura lanciavano colonie a tanta distanza e intrecciavano relazioni commerciali sì ingegnosamente combinate in mezzo agli ostacoli, come dice l'Autore, di tanta barbarie? Ecco dove era il germe di quelle grandi istituzioni che formano oggi ingigantite il vanto del mondo moderno, ma che forse a miglior diritto dovrebbono recarsi a merito del me*dio evo. Se pure non vogliamo dire che l'edifizio del Vaticano sia merito piuttosto del Maderno che malamente lo storpiò, terminandolo nella facciata, anzichè del Bramante o del Buonarroti, la cui mente gigantesca ne concepiva il disegno.


    21. Concludiamo dunque che in materia di Credito, come in ogni altro ordine morale, troviamo avverata la teoria storica del chiarissimo Cesare Balbo; il quale assegnava la ragione di perfettibilità , progressiva che ravvisiamo nel mondo moderno, alla riparazione cristiana, per la quale il genere umano, caduto fino all'imo della corruzione nel Gentilesimo, aveva poi ripigliato un moto ascenden*te, il cui termine solo dalla Provvidenza può conoscersi, ma dall'uomo può talvolta congetturarsi.


    22. Posto poi che la sobrietà del disinteresse cattolico sia condizione sine qua non dell'ordinato e costante incremento della fidu*cia pubblica, non è chi non veda quanto improvvidi sieno certi fanatici che sospingono ed incalzano perpetuamente i Governi a gareggiare in quanto può avere di più arrischiato l'audacia di simili imprese, rampognando all'opposto come retrivi quei governanti che sentono il pericolo degli eccessi e non si lasciano infanatichire dalla foga dei venturieri. Se i segni del Credito non hanno altro valo*re che quello della realità che rappresentano, non ci vuole grande ingegno a comprendere che il Credito non solamente è bugiardo se oltrepassa cotesta realità, ma è disordinato ed eccessivo, ogni qual volta pretende raggiungere con la fiducia gli ultimi termini del possibile. Il possibile in tal materia non giungerà mai a compiuta realità. Un bastimento sommerso dalla tempesta, un opificio consumato dalle fiamme, una cassa derubata dal tesoriere, una messe fallita per ingiuria delle stagioni sono casi per sè eccettuativi, ma nella loro generalità sono altresì necessarii ad accadere nel mondo presente. Esporsi con l'ampiezza colossale degl'intraprendimenti a tale cimento, che ogni sventura consimile esponga a fallirvi, non è usare il Credito, ma abusarlo. Eppure l'insaziabile avidità del guadagno non solamente vorrebbe mietere tutti i frutti che crede ravvisare nel seme del Credito; ma per poco che le si conceda la libertà (peggio poi se le si aggiungano stimoli), avventa nel pubblico sì sterminata quantità di carta, che riesce impossibile a pareggiarsi dai frutti delle imprese. Pochi cerretani eloquenti e furbi fanno vedere ai dabbenuomini il diavolo nell'ampolla, carpiscono capitali, emettono cedole, intraprendono colonie, spediscono emigrati, empiono delle loro spavalderie giornali e cervelli: e poi?... Voi già conoscete la storia dell'Icaria, ultima edizione del famoso sistema di Law. Ed ecco perché la smodata avidità del guadagno ha oggi ridotto a tale il mondo incivilito, che ogni privata disdetta diviene un flagello umversale.
    Invece dunque di spronare il già troppo rapido corso dell'industria e del traffico, sapientissimo ne sembra il consiglio di quei Governi che cercano l'attento alla foga e valvole di sicurezza alla soverchiante elasticità delle cupidigie che d'ogni parte minacciano, e spesso spesso ripetono lo scoppio. E cotesta valvola di sicurezza è per l'appunto quello spirito di temperanza cattolica, le cui influenze nell'economia politica dovrebbono formare oggetto di studio indefesso per coloro che bramano davvero gl'incrementi di cotesta scienza. Applicando cotesto spirito alle teoriche del Credito, essi vedranno che le tre condizioni richieste dall'Economista francese all'esistenza e agl'incrementi del Credito (socialità, pubblicità, guarentigie) mai non avranno condizioni più favorevoli, che nella società cattolica, ove sviscerata è la carità universale su tutta la terra l'associazione, guarentita da un Dio vindice la probità, intimato per obbligo ed esemplato in una vita soprannaturale il disinteresse.


    NOTE

    1. Univers 28. Marzo 1858.

    2 Nel commercio si distinguono principalmente quattro specie di società: la società in nome collettivo, ove la pensona morale della società obbliga solidalmente tutti i socii; la società in accomandita, ove solidalmente sono obbligate quelle persone soltanto che rappresentano la ragione sociale; la società anonima, ove gli amministratori mandatarii, senza obbligo personale, governano gli interessi sociali senza altra malleveria che dei capitali consociati; la società di partecipazione, ove ogni socio opera per sè stesso in vantaggio comune. Chi volesse vedere dichiarate le condizioni di queste società può vedere il TROPLONG: Delle società, ovvero il RONCAGLI: Istituzioni di Dritto commerciale §. 60 a 88.

    3 Discorsi sull'Economia Sociale v. III, disc. V, c, V §. 13.

    4 Si le montant de la circulation est fìxé trop au-dessus ou trop au-dessous de la véritable proportion, la valeur de la propriété de chacun se trouve augmentée ou diminuée dans la meme proportion, et l'injustice et des dangers incalculables pour tout le monde en sont la conséquence (Univers 24 Dicembre 1857).

    5 Nous avons supposé l'institution des banques publiques parfaitement libre et nous les avons montrées telles qu'elles seraient si elles s'etaient développées dans leur spontanéité et dans leur liberté. Il s'en faut malheureusement de beaucoup qu'it en ait été ainsi dans le passé (Dict. d'Econ. pol. V. Banque, §. 3, pag. 118).

    6 Vedi nel quaderno precedente (15 Aprile) l'articolo il FRATE pag. 284 e segg;

    7 Vedi Dictionnaire d'Economie politique V. Banque §. III. p. 119, col. l°

    CREDITO PUBBLICO - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    LA LIBERTÀ IN ECONOMIA
    «La Civiltà Cattolica», 1860, a. 11, Serie IV, vol. VIII, pp. 33-52, pp. 159-174, pp. 414-433


    ARTICOLO I. BASI FILOSOFICHE GIURIDICHE DELLA LIBERTÀ IN ECONOMIA.


    §. I. La libertà nel sistema dell'utilismo.


    SOMMARIO
    1. Proposizione del tema - 2. Sua importanza ed opportunità - 3. Confusione delle idee in tal materia - 4. Si chiede libertà e s'introduce schiavitù - 5. per mania di tiranneggiare - 6. In economia come altrove la libertà debb'essere pel bene - 7. Data una falsa idea della libertà, l'economista utilitario ne addita una via falsa - 8. La libertà dee fondarsi sul diritto non sull'interesse - 9. L'interesse produce solo la libertà del dispotismo - 10. Epilogo di questo paragrafo.


    l. Il cannone di Magenta ci ruppe in bocca la parola e in queste carte ogni trattazione economica. Ma ecco che nel ripigliarla siamo turbati di nuovo dai più vicini cannoni di Pesaro e di Perugia. Nondimeno se non vogliamo condannare a morte la trattazione economica, converrà non badare a cannonate, ed in mezzo al nuovo turbine trattare posatamente di Economia. E poiché fummo interrotti in quella appunto che avevamo compiuto la spiegazione dei primi concetti universali che più frequenti occorrono nelle trattazioni economiche, ripigliamo alcuna di quelle quistioni speciali che possono ai nostri lettori per importanza ed opportunità riuscire più gradite.
    Fra queste importantissimo ed opportunissimo ci sembra il gran problema della libertà in economia, problema a cui ha dato vie maggior rilievo il recente trattato di commercio tra Inghilterra e Francia e le tendenze liberali a cui in esso si accenna: problema che sminuzzato in varie materie e sotto varii aspetti, discute intorno alla libertà ora dell'industria, ora dei cambii, ora del credito, ora dei cereali ecc. ecc.: quistioni tutte delle quali una è sempre la base, come ben nota il Journal des economistes (1), tutte riducendosi a quell'una «L'uomo è egli indipendente per natura»?

    2. Opportunissima diciamo questa quistione non solo pel mondo presente ove ad ogni piè sospinto voi ne udite discorrere; ma anche per la contestura del nostro periodico ove abbiamo trattata poc'anzi la quistione universalissima e fondamentale della libertà in genere, di cui fa parte, e a cui dee per conseguenza risalire come a principio la libertà economica. L'importanza poi apparisce e dall'ampiezza a cui si estende e dal calore con cui viene agitata, giacché «Niuna materia economica, dice lo Stuart Mill (2) , è stata più sottilmente disputata nel nostro secolo: ma per lo più ogni dissertatore si è ristretto a qualche punto speciale, per es. l'educazione, le ore del lavoro, la mendicità ecc. Vero è che costretti dall'indole delle quistioni morali, gli economisti hanno dovuto toccare gli argomenti generali, spiegandone poi esorbitantemente, le applicazioni, gli uni in favore di una assoluta libertà, gli altri in favore di un assoluto dispotismo legifero, senza forse aver determinato essi stessi i limiti precisi entro i quali voleano ristringere l'uno o l'altro sistema». Dalle quali parole del Mill sembra rilevarsi che molta confusione ancora egli vegga regnare nelle dottrine economiche intorno a libertà.

    3. Né saremo noi per fermo che impugneremo una tale asserzione dell'economista inglese. Persuasi, per la mediocre lettura che abbiamo, fatto di simili autori essere in essi maggiore la perizia dei fatti economici, che la profondità dei raziocinii filosofici, siamo anzi convinti non aversi dagli economisti, ordinariamente, né le giuste idee di quella libertà che caldeggiano, né conoscersi per conse*guenza la via per arrivarvi. Prima dunque di dare un'idea di vera libertà economica e di piantarne saldamente le basi filosofiche (giacché di economia applicata saremo sempre parchissimi); diamo un'occhiata al modo con cui dagli economisti s'intende e si procaccia la vagheggiata libertà.

    4. Essi vogliono libertà economica affinché ciascuno abbia facoltà di adoprare a suo talento l'industria, le forze, le merci, le monete. E per conseguire un tale scopo vorrebbero abolire in economia ogni influenza dell'Autorità suprema: né si avveggono come, togliendo ogni influenza al Governo, introducono veramente la più fastidiosa delle servitù: mercecchè il divieto che vogliono imporre all'autorità, d'intervenire in qualsivoglia contrattazione fra privati, mira finalmente a concedere ai privati medesimi il diritto di formare con una pluralità più o meno artefatta, una legge direttiva delle operazioni economiche, alla quale tutti saranno, se non obbligati, certamente costretti ad obbedire. «Permessa, dicono, la libera concorrenza di tutti, ne risulterà la spontanea fissazione e dei prezzi delle derrate, e dei valori delle monete, e delle mercedi dell'opera, e delle usure dei capitaìi ecc. ecc. Sicché mentre dicono di concedere la libertà all'economia, riconoscono in verità che assoluta libertà non può esistere; e che non saremo affrancati dalle leggi del governante politico, se non per cadere sotto la forza dell'aristocrazia pecuniaria (3). Or non è egli cotesto un sostituire la forza al diritto, un cangiare l'obbedienza in servitù? (4)
    Miseranda condizione di coteste teorie di libertà eterodossa, che applicata a qualunque materia, sempre si risolve nel più detestabile dei despotismi, il despotismo delle moltitudini.

    5. La quale conseguenza non isfuggì allo sguardo del Mill, quando così parlava (5) intorno alla libertà democratica. «Una costituzione democratica, dice, quando è applicata, non all'intera società, mediante istituzioni democratiche, ma soltanto al governo centrale; non solo non è libertà politica, ma produce per lo più uno spirito pubblico contrario a tal libertà, facendo scendere fino alle infime classi la mania di dominare. Cotalchè, dove in paesi veramente liberi la libertà si fa consistere nel non essere tiranneggiato, sotto cotesta falsa libertà si vuole all'opposto che tutti abbiano speranza o veggano almeno la possibilità di giungere a tiranneggiare gli altri».
    Applicate cotesti concetti all'economia e vedrete che quadrano a capello: anche qui, lasciata alle passioni umane una piena libertà, si formerà un centro regolatore composto delle borse più potenti, dei banchi più accreditati, che governeranno a bacchetta non che le tasse dei salarii, delle permutazioni, delle monete, del credito, perfino le sorti degli imperii gittati a balìa d'un giocatore di borsa. E cotesta servitù voi volete appellare libertà economica? E non vedete che concedendo in tal guisa la libertà a ciascun individuo voi rendete possibile la servitù universale e fate schiava la società?

    6. E donde un errore sì grossolano in una materia sì caldeggiata dagli economisti e ricercata con tanti studii? La cagione dell'equivoco è quella da noi più volte notata anche in materie politiche: gli economisti scambiano qui la libertà di secondare la tendenza ragionevole ad usare il proprio diritto, colla libertà di seguitare ogni impeto irragionevole secondando la propria passione. Quando nella comunanza civile si riesce a far sì che la ragione trionfi, questa ragione essendo universalmente concorde in tutti gli uomini, stimola tutti concordemente ad approvare il fatto e a dire bene sta: perché la giustizia è bene di tutti. All'opposto quando non si trova un mezzo per far sì che la ragione trionfi, ma si lascia anzi ad ogni passione la libertà di sfrenarsi, ne siegue un urto, un cozzo universale di tutte coteste libertà irragionevoli, tutte diverse fra loro come diverse sono le passioni e gli oggetti delle loro cupidigie: e in cotesto scompiglio, non essendo possibile imporre all'universale la falsa persuasione di un dovere di uniformarsi che non esiste, altro mezzo non rimane per ottenere la quiete che costringere colla forza dei pochi, ma potenti, la moltitudine dei deboli ed impotenti. Vero è che, come nota il Mill, questi che oggi sono deboli ed oppressi, possono sperare di essere domani forti ed oppressori: e questa speranza rende tollerabile la tirannia. Ma la tirannia cangia ella per questo di natura? E la felicità di quei pochi che giungeranno domani a comandare è ella ragionevole compenso per quei moltissimi che sempre rimangono calpestati nella polvere?
    La vera libertà dunque, anche per l'economia, non istà nella libertà delle passioni, ma nella sicurezza ragionevole dei diritti. E l'economia allora potrà dirsi libera quando ciascuno potrà, secondo suo diritto, usare le forze e gli averi. Questa sicurezza dei diritti ottengasi poi per mezzo dell'autorità suprema, o di convenzioni fra uguali, ciò poca monta: sempre vi sarà libertà quando ai diritti vivi e non collisi non si contrapponga alcun ingiusto impedimento.

    7. Tale è la vera idea di libertà in economia come in tutto il rimanente dell'ordine sociale: e il pretendere di avere nella società, un'assoluta libertà dalle influenze del Governo è un'idea essenzialmente contraddittoria, come volere una società non unita o un'unione senza vincoli.
    Falsata così l'idea della libertà sociale, dee naturalmente seguirne che gli utilisti non conoscano ordinariamente la via per cui si giunge a libertà economica. Essi sperano conseguirla col contrasto degl'interessi mentre gl'interessi sono precisamente quelli da cui nascono prima le violazioni di ogni diritto, poi le associazioni o piuttosto congiure di monopolio (6). Il contrasto degli interessi può certamente dare un qualche rincalzo ai sentimenti di probità e di coscienza scemando l'opposizione della passione: ma coscienza e religione sono propriamente quelle che rendono possibile la libertà. Senza un tale elemento morale si daranno talora alcune combinazioni di interessi a contrasto, donde potrà nascere a quando a quando un fatto ragionevole e giusto. Ma un tale risultamento è un fatto casuale ed isolato, o come direbbero gli scolastici, per accidens et praeter intentionem; ed è strano principio di Governo volere ottenere il bene pubblico per cause accidentali e contro l'intenzione di coloro che si chiamano a cooperatori. Procedendo in tal guisa, trasformando una quistione di diritti in una quistione d'interessi, qual meraviglia che gli economisti mai non giungano, come dice il citato Mill, né a ben comprendere la materia, né a ben definire il problema. Essi soggiacciono in questa come in molte altre occasioni alla inesorabile necessità logica del loro sistema utilitario. Fermi come sono nel volere assolutamente che l'economia sia scienza unicamente dell'interesse, e volendo frattanto intrometterla come legge suprema nel governo dei popoli, essi trovansi avviluppati in una rete di contraddizioni inestricabile. Per governare i popoli ci vuole un principio di unità; e l'unità non può nascere dall'interesse. Dunque bisogna ricorrere alla forza o dei governanti o delle pluralità.
    Ma essi vogliono ad un tempo la libertà; e la libertà non può stare sotto l'oppressione della forza. Dunque ricorrono al diritto personale di ciascun privato di amministrare liberamente il fatto suo.
    Ma conceduta a tutti la personale libertà, cessa la libertà sociale e sottentra l'anarchia, desolazione e distruzione di ogni comunanza civile. Così per ogni parte si incontrano ostacoli ed inconvenienti che costringono poi gli economisti ora a sottoporsi ad un centralismo dispotico, ora ad una anarchica libertà: tirannici l'uno e l'altra in quanto sempre è tirannia dove manca il diritto in chi comanda e l'obbligazione in chi obbedisce.

    8. Vede dunque il lettore che la quistione di libertà economica, non cogl'interessi, ma col diritto dee finalmente risolversi se si vuole praticamente introdurre nelle società umane. Finché gli economisti vengono a dirci che la libertà arricchisce gli Stati, che torna a conto anche alle famiglie, che prospera il commercio, che agevola l'industria ecc.; coteste ragioni potranno servire d'incitamento, ma non costituiscono obbligazione. L'obbligazione allora soltanto potrà ottenersi quando si dimostrerà che la libertà economica è essenzialmente connessa coll'ordine morale. Questa è l'assoluta base necessaria di ogni vera libertà sociale; e coloro che vogliono trovare libertà senza diritto alzano un edifizio senza fondamenti.
    Di che avviene poi che mentre a piena gola gridano libertà, tocchi repentinamente e feriti da cotesta frenetica in qualche oggetto da loro idolatrato, cambiano linguaggio; e alla libertà universale appongono eccezione arbitraria. «Libertà, griderà il Sauvestre (nell'Onationale) la vogliamo ancor noi la libertà nell'insegnamento; ma badiamo bene: leggere, scrivere, calcolo, storia e geografia di Francia... qui non ci ha da essere libertà: vogliamo che siano studii obbligatorii per tutti, e tutti soggetti inesorabilmente all'esame» (7). Qui la libertà contraria sarebbe disordine.
    Libertà vogliamo anche noi, risponde il massonismo belgico, la cui idea prediletta è quella del Marnix, affogare la Chiesa nel fango: Libertà! ma a condizione che i Cattolici non possano lasciare in mano del clero quei doni di carità di cui lo credono solo capace di ben disporre (8). Oh questo no: una tal libertà sarebbe libertà del disordine, perché sarebbe predominio dei clericali.
    Libertà voglio anch'io, soggiungerà lo Stuart Mill: ma poiché lo Stato prende cura dei pazzi, perché non prenderà cura dei fanciulli e dei giovani? Hanno i loro parenti: ma questi non possono abusare l'autorità? (9) (Quasi il Governo, contro cui manca ogni appello, non potesse essere tentato di abusare della sua!).
    Libertà per tutti, replicherà lo Stuart medesimo: ma innamorato com'egli è degli animali, sottoporrà al legislatore la vita privata dei tiranni domestici per difendere gli animali (10).

    9. Lo vedete, lettore; codesti idolatri di una libertà malintesa altro in sostanza non chiedono che la libertà del proprio dispotismo. Ed ecco perché appena la libertà viene gridata in Sicilia, i poliziotti sono scannati, i Gesuiti e i Liguorini sbanditi, il clero spogliato dei diritti civili. Gli oppositori e gli annessionisti respinti nel loro Piemonte, e chi non consente al gridatore di libertà, avvolto nell'ostracismo come nemico della patria. E gli Stati di qua dal Faro ci presenteranno ben presto (non dubitatene), se il Cielo non gli campa, le stesse tragedie, le stesse catastrofi delle quali fin dal primo giorno la libertà partenopea diè sì bel saggio.
    Ciò che finora abbiamo esemplato nelle libertà civili e politiche deve incontrarsi ugualmente nelle libertà economiche quando sì promuovono per amore degli interessi: e l'Inghilterra stessa la gran promotrice del libero commercio, appena ne senta un qualche danno sarà la prima ad apporvi eccezioni. Laonde vedete nella tornata 22 Luglio 1857 Lord Abinger proporre un bill per vietare ai Cattolici l'accumulare beni destinati alla beneficenza: nel 1858 il commercio inglese commosso per la gran crisi del 1857 gridare contro il pareggiamento dei navigli esteri coi nazionali in materia di trasporti: e gli armatori inglesi in occasione dell'ultimo trattato 1860 richiamarsi contro l'articolo 10° del secondo paragrafo come ricorda il Conte di Flavignì nella tornata del Corpo legislativo 28 Aprile.
    E come in Inghilterra così in Francia: ogni interesse vuol libertà per sé. Al qual proposito fu comica la lite fra fornai e pasticceri ove i Magistrati dovevano decidere della essenziale differenza che passa fra pasticcio e pagnotta. Più serii furono i richiami perfino dei consigli generali dei Dipartimenti quando il Governo cominciò a mostrarsi propenso verso l'affrancamento del commercio estero. Tutto il giornalismo commerciale alzò le grida (11) e specialmente in favore dell'industria metallurgica e delle cave antracitiche. L'America inglese poi si dichiarò più volte contro il libero cambio e per la voce del Carey (nel Parlamento giornale di Torino 15 Gennaio 1853) e per quella ancor più autorevole dei messaggi presidenziali, prima al cadere del 1852 (Vedi Bilancia di Milano 11 Gennaio 1853); poi nel tempo della celebre crisi commerciale, attribuita dal Bucanano alla sfrenata libertà dei banchi privati. Sicché il vero amore di libertà universale non è punto più rigoglioso nei terreni dell'economia che in quei della politica. Si dice, e forse anche da taluni si crede volerla, unicamente perché non si finisce di intenderla.

    10. Concludiamo pur dunque ragionevolissima essere la doglianza del Mill quando compiange l'oscurità delle dottrine degli economisti e l'impotenza dei loro metodi nel procacciare la libertà economica di cui sono sì smaniosi. Essi non la conoscono perché confondono la libertà degli individui e delle loro passioni colla libertà pubblica ossia sicurezza d'ogni diritto, e la libertà scritta sulla Carta colla libertà ottenuta nel fatto: quasi bastasse la licenza del Governo, per far sì che ogni privato sia capace di resistere agli assalti di tutti gl'interessi contrarii. Ma deh! che mi vale cotesta licenza se i prepotenti mi opprimono? E non è appunto la licenza conceduta a tutti quella che rende possibile ai prepotenti l'oppressione?
    Lo vedete, lettore; chi fa consistere la libertà economica nell'eliminare dall'economia ogni ingerenza della autorità suprema, potrà cambiare padrone, ma non conosce la libertà.
    E non conoscendola come volete che additi la via sicura per procacciarla? No, che non vi riuscirà colle sue dottrine utilitarie. Esse ne sono incapaci 1° per impotenza logica, giacché ripugna che dall'utilità-interesse nasca la libertà-diritto; 2° perché la libertà data in balìa a ciascuno diviene libertà dei prepotenti che ne usurpano il monopolio; 3° perché qualunque sia nei privati l'amore di libertà, ciascuno vuol porvi un argine quando se ne sente offeso.
    Arrochiscano per dunque a loro posta i gridatori di libertà: l'impossibile, il contraddittorio non l'otterranno giammai. Potranno colla libertà degl'interessi cercare la guerra dell'anarchia o il dispotismo del monopolio: ma quella vera libertà per la quale ogni cittadino può riposare il capo sull'origliere della pace, e misurati col guardo i proprii diritti ripromettersene la piena esecuzione; questa libertà non può sperarsi se non da quella coscienza inviolabilmente onesta, cui solo il Cristianesimo ha formato nel mondo, solo il Cattolicismo sa dotare di forze sopra natura.


    §. II. La libertà radicata nel diritto.
    SOMMARIO
    11. Si applica all'economia l'idea generale di libertà - 12. Non esclude ogni limite - 13. Lo confermano gli economisti - 14. Divario fra gli utilitarii e noi - 15. Noi deriviamo la libertà dall'ordine.


    11. La verità, fin qui spiegata, farà comprendere al lettore la necessità in cui ci troviamo di dare per base alla libertà economica una trattazione giuridica. Quando le basi giuridiche sieno ben rassodate allora non solo apparirà possibile la vera libertà economica, ma si sposerà naturalmente a quell'ordine sociale del quale, ella debb'essere ed è realmente indivisibile compagna, tanto essendo impossibile libertà, senza ordine, quanto ordine senza libertà.
    A stabilire questa base d'altro non ci è mestieri che applicare all'economia la generale idea già da noi data della libertà.
    Libero socialmente abbiamo detto l'uomo allorché tale è l'organismo e la legislazione della società, che niuna violenza può impedirgli l'uso dei propri diritti, l'adempimento dei propri doveri. Aggiungete a cotesto concetto la specificazione delle materie economiche od avrete che «libero è l'uomo economicamente quando può usare i suoi averi e le forze produttive in conformità dei propri diritti e dei propri doveri senza incontrare opposizione ingiusta né da concittadini né da governanti».

    12. Capirete quindi che se il governante o i concittadini ristringono con qualche ostacolo giusto e necessario l'uso delle facoltà economiche; cotesti impedimenti non sono contrarii alla libertà propria dell'uomo, essendo proprissimo dell'uomo l'operare secondo ragione, proprissimo della ragione l'osservare ogni giustizia e il rassegnarsi ad ogni necessità. Quindi il vero problema della libertà in economia si riduce ad esaminare quando siano giusti o ingiusti gli ostacoli opposti, or da governi or da privati, al libero esercizio delle facoltà economiche. E questo è ciò che si propongono in fine dei conti anche quei medesimi, che più caldamente sostengono la libertà. Gridino pure di volerla illimitata; sempre giungeranno finalmente ad un punto in cui diranno giusto anzi necessario un qualche limite e giudicheranno licenza quella che prima dicevano libertà.

    13. Lo riconosce espressamente il ch. Cherbuliez nel Journal des Economistes; giornale che può annoverarsi fra i più dotti e zelanti promotori della libertà economica. Parlando des limites dans lesquelles doit étre circonscrite la sphère d'activité de l'État (12), egli assume come assioma innegabile essere necessaria per una parte l'attività dello Stato; per altra parte essere indubitato che cotesta attività ha i suoi limiti: che per conseguenza il problema della libertà si riduce finalmente ad una quistione di più o meno. «Je pose en axiome... qu'il y a, pour l'Etat, une sphère d'activité nécessaire, et que cette sphère a des limites extrémes dont la nécessité n'est pas moins certaine. La partie métaphysique du sujet se trouvant ainsi élaguée, il ne reste plus qu'une question de plus et de moins».

    14. L'assoluta libertà dunque ben si può invocare con parole fanatiche; ma seriamente nessuno può volerla.
    Ripetiamolo dunque: nella sostanza tutti siamo d'accordo: il potere centrale ha dei diritti in materia economica; ma questi diritti hanno i loro confini. Tutto il dissidio sta 1° nel determinare quali sieno cotesti confini di quel più o meno di indipendenza dovuta ai privati; 2° nel principio con cui si può stabilire la misura esatta di cotesti confini, di cotesto più o meno. Secondo il citato Cherbuliez cotesta misura è una quistione di utilità e di convenienza (pag.191): secondo noi è una quistione di diritto radicato nell'ordine. L'utilità e la convenienza ben potranno consultarsi da chi ha il diritto di regolare le opere, affine di applicarlo ragionevolmente; ma non sono il principio donde germina o la libertà o la dipendenza. Io non sono libero nel determinare le spese del mio vitto e vestito, perché questa mia libertà sia giovevole allo Stato; ma sono libero perché provvedere al vitto e vestito è naturalmente di competenza personale. E donde tal competenza? Dal volere del Creatore a noi manifestato nell'ordine universale di natura. Certamente da quest'ordine nascono dei vantaggi avendo Iddio tutto ordinato a bene del creato. Ma grande errore sarebbe prendere questi vantaggi come principii del diritto e valersene colla limitata nostra intelligenza come di causa fondamentale della obbligazione (13). Conciossiachè l'ordine universale esige naturalmente certi incommodi e dissesti negli ordini secondari. Se si prendono i vantaggi per norma del giusto, tutti coloro che sentono questi incommodi ricuseranno come ingiusto l'ordine da cui derivano. E così infatti il volgo sempre suole imputare ingiustizia alle gravezze, i comunisti dicono furto la proprietà altrui della quale essi sentono incommodo, i demagoghi vogliono uguaglianza nelle preminenze sociali riputandosi ingiustamente avviliti.

    15. Non dunque dalla utilità, ma dall'ordine del creato dee derivarsi, come ogni altro diritto, così anche il diritto di libertà o il dovere di dipendenza nel disporre dei propriì averi. Ma perché questo possa farsi con verità e sicurezza, uopo è che prima si formi un giusto concetto di questo ordine da cui dee derivare ragionevolmente o libertà o dipendenza economica: ordine, come vedete, morale e non fisico, dovendo determinare le leggi dell'operare umano. Incominciamo dunque dallo spiegare colla maggior chiarezza possibile l'idea di ordine pratico, di ordine morale, di ordine sociale, affine d'inferirne poi un qualche principio universale secondo cui si determini quali sieno le funzioni in cui l'uomo è libero nel disporre degli averi, quali le funzioni in cui dee ricevere la legge da qualche autorità.


    INTORNO ALL'UTILITARISMO DEL DUNOYER

    APPENDICE all'articolo precedente e propriamente alle parole: Grande errore sarebbe prendere questi vantaggi come principii del diritto e valersene colla limitata nostra intelligenza come di causa fondamentale della obbligazione.

    Il valente economista signor Carlo Dunoyer membro dell'Istituto di Francia, destinato dall'Accademia a sentenziare intorno al merito dei tre concorrenti pel premio Bordin, difese la morale dell'interesse nel suo projet de Rapport inserito nel Journal des Economistes Luglio ed Agosto 1860. I tre competitori allievi della scuola razionalistica, obbligati dal loro tema ad esaminare i principii della morale, avevano pomposamente sfoggiato in frasi magniloque di stoico eroismo campate in aria come necessariamente accade agli ontologi che tutta la morale appoggiano a quella nuvola caliginosa che il Kant appellò l'imperativo categorico. Ma se qui si fossero fermati, pazienza! Volle la loro mala stella che per difendere sé piombassero con quanto aveano di braccio sulla scuola empirica, accagionandola di un indegno utilismo schivo d'ogni idea di dovere.
    Ora a questa scuola appunto appartiene il Dunoyer, che ebbe l'officio di relatore nel comitato di esame. Pensate, dunque se i tre razionalisti furono i mal capitati! Niuno di essi ottenne il premio: e la relazione concluse che gli autori non avevano saputo in che consistano i doveri; non vedendo nel dovere che una astrazione, essi non sanno come definirlo; isolandolo radicalmente da tutti gli interessi aveano trascurato l'importantissima conciliazione del dovere coll'utilità, senza la quale è impossibile condurre l'uomo al fine che gli è prescritto dal Creatore (Agosto 1860, p. 206 ). Ma il peggio è che nell'atto stesso che in tesi sostengono un eroismo di sacrifizio superiore alla forza e assurdo alla ragione umana, strascinati dal buon senso cadono in una aperta contraddizione ripetendo tutto l'operare morale da quell'egoismo appunto, che prima combattono. Tutti e tre, dice l'Autore, incominciano dal fulminare maledizioni spaventevoli contro l'amor proprio «Oublie-toi, dévoue-toi, sacrifie-toi, s'écrie-t-on d'abord au nom du dévoir» (pag. 184). Ma ben presto eccoti in mezzo a coteste estasi di sacrifizio comparire l'Io, l'inevitabile, l'imperioso, l'insuperabile Io: egli diviene uno strumento in mano della Provvidenza, e l'uomo diviene incapace di amar nessuno se non per amore di sé. Mais le moi, le moi inévitable, impérieux, insurmontable, arrive bientot au milieu de ces paroles inspirées. C'en est fait de nous si le moi s'efface. La raison humaine ne comprend pas facilement que l'on puisse aimer autrement que par rapport à soi. Ecco dove vanno a finire tutte coteste frasi ampollose, tutto cotesto dévouement teatrale. E il peggio è, soggiunge il critico economista, che il medesimo fenomeno, la medesima contraddizione tu la vedi rinnovarsi ogni qualvolta si propone dall'Accademia un qualche tema di scienza morale: e ne cita tre altre memorie coronate dall'Accademia, ove al magniloquo stoicismo dell'esordio tiene dietro un egoismo non meno aperto che coutraddittorio, come alla bella testa oraziona si connette la mostruosa coda di pesce.
    Così l'egregio economista, e noi gli tributiamo tanto più sinceri gli applausi quanto è più ferma la nostra persuasione non essere possibile che il razionalismo, fondato sulla eterodossa indipendenza. dell'Io possa mai giungere ad altra morale, tranne a quella dell'egoismo (14), alla quale persuasione siamo lieti che i fatti riferiti dal Dunoyer vengano, sua mercé, ad aggiungere il suffragio dell'esperienza.
    Se non che i tre razionalisti aveano accusata la scuola empirica di obliare interamente, anzi essere incapace di stabilire il concetto di dovere: rimprovero che ferì (ed è per lui onorevole il risentimento) la probità dell'illustre accademico. Di che non credette compiuto il suo rapporto se non facea di quella dottrina una splendida apologia, dimostrando l'interesse essere ottimo principio di condotta, quando è convenevolmente istruito e disciplinato, siccome fa la scuola sperimentale. Governato in tal modo, soggiunge, l'interesse è assai più vantaggioso agli uomini che il preteso dévouement, secondo il quale mentre ciascuno dovrebbe sacrificarsi per gli altri, pretenderebbe che gli altri si sacrificassero per lui: l'interesse ammette tutti i sentimenti benevoli, include le idee di dovere, di annegazione, di sacrifizio, di disinteresse, ed è capacissimo di condurre le nazioni ad ogni perfezione, non essendo né meno capace che il razionalismo ad investigarla, né meno efficace a promuoverla (pag. 186).
    Tale è in sentenza la tesi sostenuta dall'apologista dell'interesse. La quale se fosse paga di rivendicare a sé un primato comparativo a fronte del razionalismo, non vorremmo certo farci campioni ,di questo e diremmo chi non vuol l'asse prenda il due. Ma poiché oltre il merito comparativo l'illustre economista sostiene la potenza assoluta dell'interesse a produrre il disinteresse anteponendolo perfino alla carità (ivi, p.186, 188); non crediamo doverne trasandare le ragioni, sì per non sembrarne sprezzanti, sì perché la fiacchezza dell'apologia può recare alla nostra tesi una luminosa conferma. Ci si permetta peraltro per amore di brevità d'invitare l'Autore stesso a breve dialogo col suo lettore mutuandone per quanto potremo le parole.
    Orsù dunque permettete signor Carlo che vi domandiamo sopra quali argomenti vi fondate per dimostrare che l'interesse, l'amore di sé è tal principio morale che include tutte le idee di dovere, di annegazione, di sacrifizio, di disinteresse.
    Dunoyer. In quanto al dovere la cosa è evidente. Dovendo usare, per conseguire il bene, tutte le facoltà, tutti gl'istinti innestati da Dio nel cuore umano; e usarli in modo da ottenere il benessere a cui aspira, la nostra morale impone all'amor proprio molte privazioni, molte regole, il risparmio p. e. la pazienza nel seminare per raccogliere tardi i suoi frutti, la privazione dei capitali per usufruttuarne gl'interessi: e tuttociò con formole sì esplicite e talora sì severe che solo una aperta ingiustizia può negare che dalla nostra morale s'impongano dei doveri (ivi, p.190).
    Lettore. Scusate signor Carlo, cotesti comandi che a voi sembrano doveri sono tutt'altro di ciò che significa questa voce nel linguaggio comune. Noi quando diciamo dovere intendiamo un legame di coscienza a cui niuno può sottrarsi senza colpa. Or sembra a voi che il risparmiare, il seminare la terra, il dar denaro a frutto sieno atti che non possono tralasciarsi senza colpa? Potranno obbligare per altri motivi; obbligare per un padre di famiglia che deve sostentare i figli, un negoziante che deve pagare i suoi debiti. Ma per sé niuno è obbligato a farsi ricco e per conseguenza niuno è obbligato ad usarne i mezzi.
    D. Ebbene se questa ragione non vi par buona, eccone una che certo non disdirete. Quando noi parliamo di interesse intendiamo sempre che sia ben governato, sicché l'uomo che opera per interesse non danneggi né sé, né gli altri (ivi, p. 182). Or potete voi negare che questo divieto di nuocere non imponga un verissimo dovere?
    L. Che imponga un tal dovere per altri motivi, non posso negarlo essendo io cattolico. Ma che questo dovere risulti dall'interesse (il che significa essere principio di morale), questo, lo vedete anche voi, è un'aperta falsità: disciplinate pure l'interesse quanto volete, se non sono obbligato ad arricchire, neppure sono obbligato ad usarne i mezzi e molto meno ad usarli in questa o in quella maniera.
    D. Or qui sta il vostro grande errore. Voi vi credete disobbligato dall'arricchire perché non avete mai ponderato qual sia il destino dell'uomo sulla terra. Iddio quando ci pose in questo basso mondo ci assegnò per nostra missione il lavoro invitandoci a perfezionare l'opera della creazione. Volle dunque che usufruttuassimo le forze che egli avea sparse in tutta la natura mondiale: e poiché questo non si potea fare senza aver prima perfezionate le nostre facoltà, soggettare anche queste ad una buona disciplina è dovere anch'esso impostoci dal Creatore (ivi, p. 180). Lavorare a perfezionare la natura, lavorare a perfezionare la nostre facoltà, eccovi due leggi da cui dipende la nostra felicità in questo mondo ed anche il diritto alla ricompensa in un migliore avvenire, se non l'avessimo ottenuta nel mondo presente (ivi, p. 180). Or se queste sono due leggi imposte da Dio, potete voi negare che sono due doveri per l'uomo?
    L. Prima di rispondervi intorno ai due doveri, mi permetterete di farvi notare che cotesta vostra risposta è una chiara apostasia dall'utilismo. Voi dovevate mostrarmi che l'uomo tirato dall'interesse acquista le idee del dovere ed è mosso a fare il bene con disinteresse, con sacrifizii, con eroismo: e quando io vi dico che l'interesse non può obbligarmi al disinteresse, voi ricorrete alla volontà di Dio e della suprema autorità di lui volete prevalervi per impormi un'obbligazione. A cotesta autorità suprema io m'inchino riverente, ma vi dico che ella è un plagio fatto alla dottrina cattolica, e non ha che far nulla colla dottrina dell'interesse. Voi mi obbligate col volere di Dio, ma non mi obbligate coll'interesse.
    D. E questo che v'importa? Purché i doveri ci siano, la scuola empirica resta giustificata.
    L. Oh caro signor accademico, da un filosofo par vostro non me l'aspettava sì grossa. Quando si vuol difendere una scuola non bisogna mettere in campo persone. Siamo persuasi ancor noi che fra gli economisti utilitarii vi sono persone che bramano l'osservanza della giustizia perché sono persone probe. Siamo anzi persuasi che vi sono anche buoni cattolici che credono l'unità e trinità di Dio e tutti gli altri misteri: e gli insegnano e bramerebbero che da tutti fossero creduti. Direte voi per questo che la dottrina empirica includa la fede cattolica? Una verità qualunque allora soltanto si dice appartenere ad una scuola, quando (a diritto o a torto) i seguaci di questa la fanno sgorgare dai suoi principii. Ora lo vedete anche voi, il dovere tratto dalla volontà di Dio nulla ha che fare col principio dell'interesse. Permettete dunque che lo ripeta: pretendere di obbligarmi perché Dio mi impose il lavoro, egli è un rinnegare il principio d'interesse, accettando dai cristiani il principio biblico posuit ut operaretur. Ma questo principio voi lo ammettete solo per metà e così lo rendete non solo monco ma assurdo.
    D. Come sarebbe a dire?
    L. Il cristiano dà all'uomo per ultimo fine un'eterna felicità essenzialmente spirituale; e riguarda il lavoro nella condizione presente come un castigo della colpa orig....
    D. Per carità non mi state a parlare di cotesta vostra pretesa colpa: un uomo assennato come voi dovrebbe comprenderne l'assurdità. E come mai asserire che siamo nati in istato di decadenza, mentre al momento della nostra origine nulla ancora avevamo operato? (ivi, p. 180)
    L. Credete a me, signor Carlo, tenetevi lontano dalla sacrestia e lasciate tranquilli i teologi: altrimenti correte rischio di sfigurare. E non vedete che cotesto argomento contro la colpa di origine renderebbe impossibile ogni difetto originario? La fontana non potrebbe essere avvelenata alla sorgente, un figlio non potrebbe ereditare la podagra dal padre, una famiglia non potrebbe essere discreditata per gli antenati, giacché cotesti tre enti non esistevano alla loro origine. Lasciate dunque in disparte la Teologia e contentiamoci di discorrere da filosofi. Il cristiano, vi dicea, dà all'uomo per ultimo fine un'eterna felicità e riguarda il lavoro come castigo: voi gli date per fine godersi la terra e frattanto lo condannate a lavori forzati.
    D. Lo condannate? E non vedete che il lavoro è il più bel condimento di questa felicità? E vorreste che Dio ci avesse posti qui in terra a goderci una felicità insipida, goffa, inerte; che ce l'avesse buttata in bocca bella e fatta senza che ci contribuissimo col nostro lavoro? La sarebbe una felicità così sciocca da morirne di noia (si ride) (ivi, p. 180). Mi pare che voi ridete.
    L. Che volete ? M'è sfuggito involontariamente. Mi pare una cosa così comica il complesso di queste idee, che non ho potuto trattenermi. Da un canto una felicità seccante che abbisogna del sale della fatica per diventar gustosa! Questo sale poi propinato a larga mano a tanti poveri zappatori, minatori, fochisti, fabbri e cent'altri che sarebbero prontissimi a cambiare il peso dei loro stromenti e i sudori delle stanche membra colla vostra felicità insipida, conseguita nell'ozio e fra i godimenti! L'uomo poi creato per perfezionare la terra, mentre si credea fin qui che la terra fosse fatta per l'uomo! Questo complesso d'idee mi ha fatto ridere; e non è certamente coerente con quel gran principio cristiano «dobbiamo lavorare perché Dio lo vuole».
    D. Eppure anche il cristiano dovrebbe ammettere che siamo creati per godere di questa terra: giacché finalmente non dice anche il Genesi che Dio avea fatto l'uomo perché godesse le delizie del paradiso terrestre? Dunque il cercare di godere sulla terra è un compiere i disegni di Dio è quasi un ritornare nell'Eden con una vita onorevole e regolata (ivi, p. 194).
    L. E tornarvi dopo che Dio ce ne ha cacciati: e questo voi chiamate compiere i disegni di Dio? Proprio come un malfattore condannato, a carcere e lavori forzati compirebbe il volere del suo giudice fuggendone colla lima o coi grimaldelli. Per carità, signor Dunoyer, lasciamola, vi ripeto, la teologia, che non è pane per i vostri denti; e stiamo fermi al vostro argomento. Secondo voi dunque l'uomo dee lavorare perché Dio lo vuole; e Dio vuole il lavoro perché vuole l'uomo felice sulla terra; e vuole la terra abbellita per felicità dell'uomo. .A noi cristiani parrebbe una ridicolezza che questi beni meschinissimi dovessero servirci per premio, e la felicità oltremondiale fosse solo un compenso per chi non ebbe abbastanza sulla terra. Ma posto che la vostra teoria sia vera, qual sarà il dovere dell'uomo sulla terra? Lo vedete: l'uomo dovrà fare il possibile per godere.
    D. Godere sì, ma onestamente senza far male a nessuno.
    L. E chi l'obbliga a non far male a nessuno?
    D. L'obbliga il suo stesso interesse: il quale vogliasi o non vogliasi farà sempre parte dell'uomo, né mai sarà possibile il soffocarlo. All'opposto bene educato ed istruito, contribuirà alla nostra perfezione, sarà giusto cogli altri, vorrà, sicurezza e libertà per tutti, animerà il lavoro e in favore di tutti.... (p. 192)
    L. Faccia pur quanto vuole, l'interesse sarà sempre interesse: e che virtù trovate voi a far bene i proprii affari? (p. 192)
    D. Che virtù? Virtù grandissima quando si fanno onoratamente e senza danno altrui. E così li facessero, tutti, che non vedremmo tanti ladri, assassini, peculatori, scrocconi, falsarii, e tanti altri delitti che imbrattano la terra per colpa dei molti che non sanno fare onoratamente i propri i interessi.
    L. E questo è quello che voi chiamate virtù! Questo è per voi disinteresse, eroismo, sacrifizio! E avete coraggio di paragonare cotesta virtù, cotesto disinteresse a quegli eserciti di missionari cattolici che, per impulso di carità, scosso ogni peso di sostanze terrene, corrono a portare la luce del vero, a trasformare in uomini le belve, riscattandole dall'abbrutimento selvaggio? Paragonarlo a quelle miriadi d'immacolate vergini che, sepolto nel lezzo degli spedali il fiore di loro bellezza, corrono la terra asciugando ogni lacrima, medicando ogni piaga, confortando ogni agonia? Arrossisco per voi, arrossisco per la generosa vostra Francia che si possa colà, non che mettere a fronte, perfino preferire come fonte di virtù l'interesse alla carità (p. 190).
    D. Capperi, che caldo! Tranquillatevi, lettore, se volete trattare da filosofo: e rispondetemi solo a quest'ultima difficoltà. E' egli possibile che l'uomo nulla faccia se non per suo bene? E se fa per suo bene non è egli sempre interessato in tutto?
    L. Quando il cristiano opera pel bene infinito, opera certo per proprio bene. Ma in questo due sono le differenze fra il modo con cui egli cerca il bene, e il modo con cui lo cerca l'utilitario. Questo che vuol godere sulla terra gareggia per ingoiarsene quanto può; laddove il cristiano tanto più gode quanto più sa lasciarne ai bisogni altrui. Nell'atto poi del ricercare il bene infinito, il cristiano è spinto principalmente dalla perfezione del Bene ch'egli contempla, anziché dal godimento che ne spera; laddove chi cerca la felicità sulla terra, tutta la cerca per sé solo e si concentra per conseguenza ogni dì nelle angustie del sentimento e della sensazione e per conseguenza nel più ristretto egoismo. Ma questo linguaggio può egli comprendersi dagli economisti?

    Eppure volendo essere giusti dobbiamo concludere che quest'articolo del Journal ove tante esorbitanze abbiamo notato, sembraci includere una certa tendenza verso dottrine migliori di cui trapelano alcuni raggi nella confusione di tante altre idee. E non mancano alcuni tratti ove l'interesse invece di essere principio motore vien trasformato quasi in puro indizio del volere divino. «Se Dio volle, dicesi, che certe azioni tornassero costantemente in vantaggio dell'umanità, intese certamente che esse fossero obbligatorie per l'uomo». Ridotta la teoria a questa formola, gli utilisti direbbero ciò che dicono tutti i maestri di naturale diritto, la legge di natura conoscersi dalla convenienza o disconvenienza costante ed universale di certe azioni al bene della natura umana. Insistano su questo argomento gli economisti, correggano quel meschinissimo dogma dell'uomo destinato a godere sulla terra; ed avranno tolto alle loro dottrine un assurdo enorme e un grave pericolo: ma le avranno ridotte a non essere più dottrine di utilista.


    NOTE

    1 Comment ne voit-il pas que toutes les libertés s'enchainent pour n'en former qu'une? (Giugno 1859, pag. 422)

    2 Principes t. II, lib. 5, Cap. XI; §. 1.

    3. Sia peraltro detto ad onore degli economisti, anche fra di essi non mancano, almeno nei lucidi intervalli, delle confessioni sincere e dei biasimi di cotesta libertà: e molte ne leggemmo raccolte dal Cattolico di Genova, nel Luglio del 1856: il Journal des Economistes (Febb. 1858, p. 175) riconosce che les speculateurs sans conscience sont toujours ceux qui profitent e mieux des exagérations du credit. E parlando della guarentigia che certuni sperano pel pubblico dalla concorrenza dei privati interessi confessa di non sapersene persuadere (Agosto 1858, pag: 290).

    4. Il Corben nei belli articoli che scriveva sulla Borsa di Parigi, notava che la libertà ivi conceduta conduceva ad un régime exclusif qui n'est que de la force brutale, parce qu'elle procède trop souvent en dépit des circonstances d'un ordre général. (Univers 26 Sett. 1858).

    5. Tom. II, lib. II, C. XI, §. 6, pag. 554.

    6. Ne abbiamo un bel saggio nel nuovo regno d'Italia di cui così parla Le Messager du Midi. Les ourriers se mettent partout en grève; les imprimeurs d'abord, puis les maçons, puis les forgerons ont fait le loi a leurs patrons et les blanchisseurs à leurs pratiques. A présent, c'est le tour des domestiques etc. (Le Monde 17 Luglio 1860). Come vedete l'economia è qui pienamente schiava della forza: giacché se gli operai sono talmonte in forza che possano fare senza stipendio per alcune settimane, potranno prorogando lo sciopero soggiogare la resistenza dei loro Capi: se all'opposto i Capi (come altrove suole accadere) possono passarsi dei loro giornalieri più lungamente che questi dei loro stipendii, abbiano ragione o torto nei loro richiami, saranno vinti colla fame e costretti ad arrendersi a quelle condizioni che dai più ricchi e però più forti verranno imposte. Nel primo caso è monopolio di braccia, nel secondo di capitale.

    7. Qu'on rende obligatoire l'instruction élémentaire; c'est-à-dire que la lecture, l'écriture, le calcul et les éléments de l'histoire de la France et de géographie, forment le programme d'un examen dont personne ne puisse ètre dispensé sous aucun prétexte. (Le Monde 10 Gingno 1860 ehe cita l'Opinion Nationale).

    8. Si ricorderà il lettore che la legge sopra la carità legale diede occasione a quelle sassaiuole che atterrarono il Ministero e la pluralità cattolica della Camera.

    9. En tout pays les fous sont considérés comme l'objet naturel des soins de l'État... à plus forte raison doit-on penser que bien souvent les interets des enfants sont sacrifiès d'une manière plus vulgaire et moins révoltante à l'égoisme ou la maladresse de leurs pére et mére.

    10. Les motifs d'intervention legale en faveur des enfanrs ne s'appliquent pus moins à ces malheureux esclaves et victimes des plus brutaux des hommes, aux animaux domestiques... La vie privée des tyrans domestiques est une des choses dont le ligislateur doit le plus s'occuper. MILL pag. 564.

    11. Può vedersi un sunto di quel giornalismo nell'Univers 23-1-1860, uno degli ultimi numeri che si pubblicassero di quel nobile e generoso periodico.

    12. Vedi Journal des Economistes Ser. 2, T. 10.

    13. Nel Journal des Economistes Agosto 1860 il chiarissimo economista Dunoyer ha pubblicato un articolo che pel nome di cui gode fra gli economisti quell'Autore e per la recentissima data con cui parla abbiamo creduto degno di qualche osservazione che inseriremo nell'Appendice al fine di questo articolo.

    14. Lo dimostrammo fin dalla prima serie, vol. IV, p. 457, n. 17 e seg.

    LA LIBERTÀ IN ECONOMIA. Basi filosofiche e giuridiche - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: I corpi morali

    LA LIBERTÀ IN ECONOMIA
    «La Civiltà Cattolica», 1860, a. 11, Serie IV, vol. VIII, pp. 33-52, pp. 159-174, pp. 414-433

    §. I. L'Ordine
    SOMMARIO

    1. Errori intorno all'ordine sociale - 2. L'ordine pratico è la retta disposizione di una serie di operazioni verso il fine - 3. Ordine morale - *4. Ordine sociale - 5. Altri ordini speciali - 6. Chi regola le opere non è padrone delle persone - 7. né turba gli ordini inferiori.


    1. Non vi ha forse vocabolo che venga oggidì tanto spropositatamente abusato, anello fra coloro che pur sembrano amare l'ordine e si arrogano il bel nome come oggi dicesi, di conservatori, quanto questo di Ordine. Molti sono che altro ordine sociale non conoscono, se non una cotal disposizione simmetrica di tutte le parti visibili dell'organismo sociale ed una non sappiam quale sonnolenza che allontana ogni frastuono, onde potrebbero molestarsi i sonni dei gaudenti oziosi. Che poi quella disposizione simmetrica sia fondata in qualche ragione di verità; che quella quiete sia fondata in quell'ordine, in cui naturalmente riposa la ragione umana; questo è ciò di che certi conservatori si danno poca briga.
    Fate che da Parma si cacci cortesemente il Sovrano legittimo che, guardate con buone pattuglie le pubbliche vie, possano gli usurpatori quietamente nelle carrozze ducali essere condotti a palazzo; e se un Anviti fosse macellato, i cannibali in buon ordine a quattro a quattro ne strascinino il cadavere per le vie, senza far chiudere per terrore le botteghe; che terminato il macello si lavi ben bene dal sangue quel lastrico e da ogni spruzzo le mura della via; che pubblicata pro forma un'intemerata agli assassini, tutti si mandino a dormire, e al domane ricomincino quietamente le faccende, i pranzi, le conversazioni, i teatri: e non dubitate che si troverà un Console che scriverà a sangue freddo: «L'ordine è perfetto, l'ordine non è stato turbato». E lo stesso si dirà a Napoli con grande elogio della dignitosa calma del popolo, quando un branco di lazzari, impiccati soltanto birri ed ispettori e bruciati gli archivii delle polizie, avrà rispettato le botteghe dei gioiellieri e i palazzi dei facoltosi. E altrettanto aggiungerà il Morning Post quando, segnata la pace ai 10 di Luglio fra Maroniti e Drusi, le vittime si saranno rassegnate a non chiedere vendetta dei morti, colla speranza di salvare almeno i viventi. «La quiete è ristabilita: non occorre intervento Europeo». Questo è ordine pubblico nel vocabolario degli ulilisti, accettato dai Conservatori mogi testé ricordati: così la pensano quei dabben uomini: compatibili forse nella loro non curanza, in quanto, ignorando il vero principio dell'ordine sociale e morale, non possono darsene pensiero alcuno: ignoti nulla cupido.

    2. Voi, lettore, non sarete certamente di questi, e capirete potersi dare simmetria anche nei ghiribizzi fantastici di un caleidoscopio, potersi trovar quiete profondissima fra i marmi e gli scheletri d'un camposanto, senza che debba ivi ammirarsi l'ordine morale, l'ordine sociale.
    - Ma dunque, direte, in che consiste egli cotesto ordine morale?
    - Ad averne un'idea esatta investighiamo prima di tutto che cosa sia l'ordine pratico. Ordine diciamo la riduzione del vario all'uno; pratico ciò che appartiene alla operazione. Ordine pratico sarà dunque la riduzione di varie operazioni ad una qualche unità. E qual è questa unità a cui debbono ridursi le opere? L'uomo non opera se non per ottenere un fine. Quando dunque opere varie hanno fra di loro qualche unità specificamente loro propria, questa dee ripetersi dal fine a cui sono dirette. Se la loro natura e la loro disposizione è atta a conseguire quel fine, quelle azioni sono ordinate: se non è atta la serie dell'operare è disordinata. E questo riguarda qualunque ordine pratico, qualunque serie di operazioni destinate a conseguire un fine.

    3. Ma questo fine può essere o un qualche speciale intendimento di una persona, di una professione ecc.; o il fine universale della . natura umana. Se sia fine parziale di una serie ristretta, costituirà un ordine speciale; ed ordinata per es. sarà l'azione dei militari quando è atto a vincere il nemico: ordinato lo studio d'un giovane quando è atto a conseguire la scienza. Ma le azioni così ordinate non prendono da quel fine speciale il nome di ordine morale. Questo allora soltanto compete ad una serie di azioni qualunque, quando questa si considera in quanto è rettamente proporzionata all'ultimo ed universal fine della vita umana: nel che consiste l'onestà, la retta moralità delle umane operazioni. Se a questo ultimo fine sia rettamente ordinato e il fine speciale di quelle serie parziali e ciascuno degli atti intermedii, quelle azioni potranno dirsi veramente e pienamente ordinate. All'opposto se la milizia per es. sia bensì talmente ordinata in tutta la serie delle sue operazioni, che riesca ad ottenere la vittoria; ma questa vittoria medesima si voglia per una causa ingiusta, e a conseguirla si adoprino crudeltà e tradimenti; allora potrà aversi ordine militare congiunto con disordine morale e sociale.

    4. Retta direzione delle operazioni ad un fine qualunque, ecco dunque l'ordine pratico: retta direzione al fine ultimo della natura umana, ecco l'ordine morale. L'ordine civile potrebbe riguardarsi come semplice ordine pratico, in quanto è diretto immediatamente ad ottenere un bene pubblico esteriore limitato agli associati. Siccome peraltro questo bene esterno sarebbe impossibile senza moralità, ed è subordinato a conseguire la moralità stessa, così la moralità diviene principio essenziale anche dell'ordine civile.

    5. Data così una chiara idea dell'ordine pratico in generale, il quale altro non è che la riduzione di molte opere umane ad un fine, voi già capite che oltre il fine specifico della persona, proprio di tutta la specie umana, che costituisce l'ordine morale: oltre il fine del cittadino donde risulta l'ordine civile; l'uomo può appartenere nella società civile a mille altri ordini, senza che l'uno impedisca l'altro: giacché si tratta di ordine di operazioni, non di ordine materiale di corpi. L'ordine di questi rispetto al luogo non può essere che uno: se sono in linea retta, non sono in linea circolare; se sul territorio spagnuolo, non sono sul territorio francese. Ma rispetto alle operazioni l'uomo può appartenere a diversi ordini, sì perché esse si eseguiscono in tempi diversi, sì perché possono nel tempo stesso aver riguardo a diversi fini. Ogni qualvolta un fine si presenta alla intelligenza, e la volontà risolve di conseguirlo; tosto la natura mondiale esibisce alla ragione una serie ordinata di mezzi, senza l'uso dei quali vano sarebbe sperarne il conseguimento. Supponete che quel fine sia non solo onesto, ma obbligatorio, e vedrete la volontà obbligata a camminare per quell'ordine di mezzi, volendo giungere, secondo suo debito, a conseguire il fine. Questa obbligazione le dà il diritto di usare quei mezzi: e chiunque si oppone, se non collide quel diritto con altro diritto più forte, commette un atto dispotico.
    Fate p. e. che, per conseguire il lucro mezzo di sostentamento, io mi associi con altri negozianti; che per conseguire la scienza necessaria o alla morale o all'interesse, io prenda parte ad una accademia, ogni opposizione per parte di chicchessia, se con altro diritto non collide il mio diritto nella scelta di quel mezzo, sarà ingiusta.
    E la ragione qual è? È il dovere che mi corre di lucrare per sostentarmi, d'illuminarmi per accertare nella condotta o morale o civile. Questo dovere mi dà il diritto di usare i mezzi e scegliere quelli che, per la mia condizione, la mia sanità, la mia capacità ecc. (delle quali doti la mia ragione e la mia coscienza è giudice), possono meglio giovarmi a conseguire l'intento. Finché persiste non questo mio diritto, a niuno è lecito ragionevolmente l'incepparmelo: l'ordine della natura che obbliga me a volere il fine, esibisce pure alla mia scelta la qualità dei mezzi. Quanti sono i fini e le serie di mezzi corrispondenti, a me imposti dalla natura o da me eletti per volontà, tanti sono gli ordini pratici nei quali mi trovo implicato. Operare in ciascuno di essi ordinatamente, altro non significa se non procedere verso il fine coll'uso dei mezzi sotto l'indirizzo di quella ragione, che a quell'ordine presiede come ordinatrice. Ordinatamente dunque, a mo' d'esempio procederà un cantore, quando siegue nella musica di un Vespero la nota del Maestro di cappella ordinatore dell'armonia, e i cenni del cerimoniere ordinatore del rito. E se nel tempo stesso accompagni coll'interno affetto le parole del salmo, obbedirà all'ordinatore della religione che è Dio medesimo: se nell'esecuzione delle note si conformerà inoltre agli insegnamenti di chi lo addottrinò nell'arte, osserverà l'ordine di scolare a maestro: se vi aggiunge la proporzione fra l'opera e il prezzo, osserverà l'ordine di giustizia. Ecco, come vedete, una sola e medesima serie di azioni appartenente sotto diversi aspetti a cinque ordini diversi e dipendente da cinque diverse Ragioni, ciascuna delle quali dà il suo indirizzo al cantore mirando ad un fine speciale, senza che l'una impedisca le altre nel conseguimento del fine loro proprio.

    6. Il lettore ci perdonerà la minutezza di queste applicazioni, le quali potrebbero a taluno sembrare pedanterie. Ma chi riflette alla crassa o ignoranza o inavvertenza, con cui si ragiona dell'ordine sociale, e ai paradossi, alle antinomie, alle enormità che risultano in pratica dalla falsità dei concetti (15), non solo ci perdonerà ma ci ringrazierà di questa nostra pedanteria. Vedete infatti come dell'ordine pubblico si discorre da moltissimi dei pubblicisti! Essi mettono sotto la competenza del pubblico Ordinatore tutte le persone e tutte le cose: e invece di dirci che esso ha il dovere e il diritto di ordinare le opere dirette al pubblico bene della società, ci dicono (in termini più o meno espliciti) che esso è padrone di tutti i sudditi e di tutta la roba. Laonde guai a chiunque vuol toccare quei sudditi, quella roba!

    7. Se capissero che il Governo è regolatore di quelle opere soltanto che mirano a conseguire il pubblico bene, capirebbero che tutte le altre opere, purché a tal bene non si oppongano, sono perfettamente libere, e possono impiegarsi a conseguire cento altri fini speciali che il suddito può proporsi. Costui se vuol ricuperare la sanità consulterà il medico, e gli ordini del medico, non impediscono la sua sudditanza. Se vuol fabbricare una casa consulterà un architetto, e ne seguirà le prescrizioni: consulterà un professore per imparare una scienza, un confessore per santificare la sua vita, un avvocato per ben condurre una lite; ed in tutti cotesti ordini di operazioni sarà pienamente indipendente dal Governo, senza cessare per questo di essere buon suddito in tutte quelle azioni che debbono ordinarsi al pubblico bene. Ma non è cotesta l'idea che hanno dell'autorità i pubblicisti eterodossi, che pur si dicono cattolici; essi vogliono farsi padroni d'ogni movimento dei cittadini; e quando ne abbiano ridotto ad un solo stampo tutti i cervelli colla tirannia della pubblica istruzione, tutte le volontà col monopolio dell'educazione; quella società ridotta ad una stupida monotonia la daranno per vera idea dell'ordine sociale (16).


    §. II. Enormità derivanti dai falsi concetti.

    SOMMARIO
    8. Il rapporto del Dupin - 9. Egli risuscita il despotismo degli antichi parlamenti - 10. Dell'imperialismo - 11. Della ristorazione e dell'Orleanismo - 12. Formole di ilotismo civile -13. Ritratto del dispotismo burocratico - 14. Lettera analoga del signor Rouland - 15. Limiti dell'ordine pubblico - 16. Ordine dell'associazione naturale - 17. e della volontaria - 18. Che cosa significhi mantenere, ristorare ecc. l'ordine, -19. vero bene pubblico, - 20. fine della società e del governante.


    8. E da coteste false e dispotiche idee germinava poc'anzi quel saggio di civile e religioso despotismo, presentato ultimamente alla Francia attonita nel famoso rapporto del Dupin. Non appartiene al nostro argomento il ribattere tutte le assurdità di dottrina, tutte le falsità di fatto, a cui risposero egregiamente tanti oratori cattolici del Senato. Ma quello che fa al nostro tema, e che ferì vivamente il sentimento e la logica di chiunque ha le giuste idee dell'ordine e della libertà, è quel presupposto dispotico, sopra di cui si appoggia tutta la lunga invettiva, che il Governo, incaricato dell'ordine pubblico, ha il diritto indefinito di saper tutto, di dar legge in tutto a chiunque opera in quella longitudine e latitudine, a cui si stende il territorio dello Stato: cotalchè, ammesse coteste dottrine, se un tuo starnuto un po' troppo violento sveglia prima di giorno il Senatore Dupin, o se la tua pipa gli offende le nari, egli potrà invocare il pubblico governante e farti proibire di starnutare e di pipare in nome dell'ordine pubblico. E questo spirito di dispotismo, che sembra a noi il massimo vizio di quella diatriba, fu da taluni forse quasi implicitamente ammesso come dottrina indubitata, come pratica che cammina coi suoi piedi.

    9. Saremmo infiniti se da quel mare volessimo estrarre tutte le frasi che accennano a tale assolutismo: però trapassiamo tutta la petizione del Billy commentata dal Procuratore generale, contentandoci di estrarre alcune frasi dal suo commento. Esso incomincia dal deplorare il tantum malum, che sia lecito indefinitamente ai Religiosi proporre, senza licenza del Governo, ai loro concittadini di sacrificare la propria esistenza per loro bene a condizione ch'essi gliela sostentino col vitto quotidiano. Vedete qual disordine enorme! Permettere che i cittadini spendano a loro talento il lor denaro, e i Religiosi impieghino per essi tutte le loro fatiche! Volendo provvedere a tal disordine si va a disseppellire non so quale editto del 1740, con cui si pretendeva conciliare l'interesse delle famiglie col favore dovuto alle utili istituzioni (17): val quanto dire che la famiglia viene incatenata nei suoi beni, l'istituzione benefica nel suo procedere: questa non potrà fare il bene se non come piace al Ministro; e il cristiano che vorrà contribuirvi dovrà ottenere dal Ministro la libertà della sua borsa (18). Bella tutela dei loro interessi!

    10. Ai Ministri del Monarca assoluto succede, invocato dal Dupin, il Portalis Ministro imperiale: il quale accortosi che il Concordato lasciava qualche libertà ai cittadini in tal materia; «Come! sembra esclamare, si ha da permettere che in uno Stato i cittadini si associno senza licenza del Governo? Ma questo è un disordine enorme! (19)
    È un disordine? Voi, lettore, che avete capito che cosa è ordine pubblico, vedete un poco dove sta il disordine nell'unirsi di alcuni cittadini a vivere secondo la perfezione evangelica, e a recitare il breviario (20). La ragione umana ripugna stomacata a cotesta dottrina dispotica; ed ecco perché trovò tanti approvatori quel diritto di libera associazione che concede oggi ai cittadini piena balìa di cospirare in tutto, fuorché nel cantare l'uffizio e seguire i consigli del Vangelo.

    11. Lasciamo il rimanente di coteste idee del Portalis tutte conformi alle precedenti, e passiamo al Governo della ristorazione, in cui il Dupin deplora la troppa condiscendenza al rincrudire degli Ordini religiosi (21) e la licenza conceduta a quei cittadini di acquistare beni stabili: quasi il diritto di acquistare beni non fosse inerente alla natura umana bisognosa di sostentamento, e per conseguenza fornita dalla natura del diritto di acquistarli (22). Se il Governo possa modificare cotesto diritto e specialmente rispetto ai Religiosi, non è di questo luogo il ricercarlo. Ma che questo diritto si derivi dal beneplacito di coteste umane volontà, questo è ciò, ove apparisce uguale al genio tirannico l'ignoranza filosofica.
    Mancomale, prosiegue il Dupin, che venne la rivoluzione di Luglio e pose almeno una qualche pastoia alla libertà conceduta dai Borboni anteriori. Disgraziatamente la rivoluzione del 1848, volendo abolire tutte le leggi che condannavano le sètte politiche, dovette concedere ciò che essa appellò diritto naturale di associazione, ed approvare in tal guisa anche le Congregazioni religiose. Dio buono qual disordine! sembra qui esclamare il Dupin: i cittadini furono dunque liberi a fare ciò che volevano; Chacun à donc fait à peu près sa volonté! Meditate lettore, di grazia questo curiosissimo epifonema, nato fatto per farvi comprendere ciò che è pel Dupin l'ordine pubblico: esso consiste in ciò che niuno possa più fare ciò che vuole! E' naturale che con tali idee egli si scandalizzi di quel famoso consulto (del Vatimesnil, se la memoria non c'inganna) ove si dicea: Que la vie commune des personnes qui appartiennent à une congrégation non autorisée n'a rien d'illégal, et que les agents du pouvoir n'ont dans aucun cas la faculté de les dissoudre. E se ne inferiva che quelle Congregazioni sono libere e nell'arruolare colleghi e nel disporre degli averi.

    12. Da questa indulgenza eccessiva sapete (prosiegue il Dupin) che cosa è avvenuto? Un formicolaio di Congregazioni si muove con tal libertà che mai la simile (23). Dio buono che disordine! Due o trecento cittadini si uniscono per fare del bene: e il Governo lascia a costoro la libertà di muoversi! A che eccesso è giunta l'autonomia del cittadino! Nessuno sa ciò che essi posseggono: ed è violato il principio di diritto e di ordine pubblico, che niuna associazione può formarsi senza licenza del governo. Non deve esser possibile che una istituzione anche utile esista di fatto senza licenza della legge: permettere che una società qualunque si formi senza approvazione dello Stato è contrario ad un principio eterno di morale, indipendente da ogni legge positiva! (24) Sicché, secondo il Dupin, è contro natura che si faccia il bene senza licenza del Governo (25). Vedete fin dove si estenderà la costui autorità; non solo dovrà impedire chi si associa per fare del male, ma processare chi senza sua licenza vuol fare del bene.

    13. Da questi pochi saggi, voi vedete, lettore, come dal signor Dupin s'intenda l'ordine pubblico. Sette, otto, dieci Ministri col loro portafoglio sotto il braccio si raccolgono intorno ad un tappeto verde nel gabinetto del Presidente. Sopra ogni fenestra è un telescopio donde ogni Ministro specola fino all'ultima estremità delle frontiere: al parapetto della fenestra la mano del Ministro si applica al manubrio di un elettromotore che mette in movimento tutte le file dell'ispettivo esercito burocratico. Ogni milite è incaricato di muovere come marionette ciascuno dei cittadini legati al carro dello Stato colla funicella di qualche legge: ove manca la legge supplirà il decreto o la ministeriale; ove manca la ministeriale, immobilità assoluta. Così quei sopracciò, senza essere altrettanti Giuseppi potranno intimare ai cittadini come il Faraone d'Egitto: guai a voi se senza mia licenza osate muovere un dito a far del bene! absque tuo imperio non movebit quisquam manum aut pedem in omni terra Aegypti (26). Ecco pel signor Dupin, ecco per molti pubblicisti liberali la vera idea dell'ordine pubblico!

    14. La recente lettera del Signor Rouland cammina con lo stesso principio e lo invoca con una buona fede che parrà singolare a chi avrà ben comprese le verità finora spiegate. «Sostenere i diritti spirituali e temporali della S. Sede, obbedire pienamente al suo Capo, contribuire col proprio danaro al bene della Chiesa; chi non vede che una tale società nega apertamente i diritti dello Stato e i doveri del cittadino, poiché nel sottomettersi al Pontefice non distingue l'ordine temporale dallo spirituale; e che prende l'aspetto di una società segreta che tende a diffondersi per tutto il paese»? (27). Come vedete le idee del Rouland collimano con quelle del Dupin. Ma se il Ministro capisse che l'ordine altro non è, se non la proporzione delle operazioni verso un fine determinato, vedrebbe che la Congregazione di S. Pietro in Vincoli tendente a difendere i diritti della Chiesa, è totalmente spirituale nel fine, e per conseguenza nulla ha che fare coll'ordine temporale: che per conseguenza nulla ha che fare colle società segrete, le quali mirano unicamente ad impadronirsi del mondo esteriore. Ma tant'è: le false idee dell'ordine penetrate in tanti cervelli, fanno credere che tutto ciò che si muove sulla terra dipenda essenzialmente dal governante politico, senza che né ordine logico, né ordine morale, né ordine domestico, né ordine municipale o religioso o qual altro vi piaccia, possa più ricordarsi della propria esistenza, delle proprie tendenze. Qual meraviglia che con tali stranezze nel capo perfino i Te Deum, perfino le prediche, perfino le confessioni debbano aspettare dal gabinetto un regio placet, il quale potrà pronunziarsi o ricusarsi, secondo che lo richiede il bene dello Stato, l'esigenza dell'ordine pubblico?

    15. Il vero è che l'ordine pubblico in coteste azioni non c'entra per niente. Se il governante supremo ha per fine dell'autorità il bene pubblico, le azioni che a lui sono subordinate sono quelle soltanto che mirano direttamente a cotesto ordine. Quando coteste azioni vengono turbate, turbato viene l'ordine pubblico. Ma quando quest'ordine è salvo, chiunque vuol fare del bene ne ha pieno diritto dalla natura. Né solo per fare il bene della sua persona, ma anche per quello della sua famiglia, del suo comune, della sua provincia, della sua corporazione ecc. ecc.: bene inteso che, rispetto a queste società secondarie, bene non potrà dirsi se non ciò che è conforme all'indirizzo delle secondarie autorità rispettive, come meglio spiegheremo in appresso. Ma prima aggiungiamo qui alcuni schiarimenti rispetto al concetto finora spiegato dell'ordine in generale.

    16. Abbiamo. detta che i diversi ordini, ai quali l'uomo appartiene, possono nascere o dalla natura che forma quell'ordine, o dalla libera volontà che elegge un fine e ne trova determinati dalla natura i mezzi. Questa distinzione merita qualche spiegazione.
    La natura o per dir meglio il Creatore dell'universo, destinando l'uomo al fine dell'eterna felicità, e dotandolo di ragione e di libero arbitrio, costituì ciascun uomo in quello che abbiamo detto ordine morale: vale a dire l'obbligò ad una serie di azioni, mediante le quali egli dee giungere alla felicità destinatagli. Quest'ordine morale è talmente inerente alla umana natura, che mai non può scompagnarsene; e per conseguenza l'uomo sempre ne dee seguire la direzione in tutte le vicissitudini della vita: e l'adempimento di tal dovere è ciò che appellasi onestà, probità ecc. Il Creatore medesimo poi volle che l'uomo si propaginasse nella famiglia, che le famiglie si moltiplicassero in Comuni, i Comuni in Nazioni, le Nazioni in unioni di popoli: e così la schiatta umana tutta quanta si trovasse naturalmente suddivisa quasi in membra organiche, congiunte fra loro con varie maniere di comunicazione. non istaremo qui a ricercare le ragioni che naturalmente qualificano coteste varie membra, temendo che questa disquisizione allunghi soverchiamente il discorso, e ci distragga dal tema principale. Quello che crediamo potere assumere come indubitato è che, 1° il Creatore ha associato l'uomo per bene dell'uomo medesimo: non è l'uomo fatto, perché la società ne avea bisogno; ma sì la società è data all'uomo, perché gli serva di sussidio: faciamus ei adiutorium simile sibi. Quindi 2° ciascuna di coteste società ha un fine, verso il quale ella dee coordinare dei mezzi, la cui proporzione ed efficacia dipende dalla natura delle cose. Tutte coteste specie o gradi di Società sono dunque voluti più o meno immediatamente dall'Autore stesso della natura. E poiché egli che le formò di persone umane, impose a ciascuna di esse la legge morale; l'obbligo dell'ordine morale non potrà mai scompagnarsi da coteste società; e l'aiuto che esse debbono dare all'uomo mirerà principalmente ad agevolargli l'osservanza di cotesto ordine.

    17. Ma oltre coteste società che vengono formate dalla spontanea propagazione del genere umano, mille altre possono formarsene per fini speciali liberamente eletti dalla volontà umana. Questi fini abbisognano di mezzi, le cui proporzioni vengono determinate dalla natura. Ma siccome libero è il prefiggersi quel fine, così puramente ipotetica è la pratica necessità di quei mezzi. Volete esser letterato? Dovete studiare. Volete raccogliere? Dovete seminare. Libera fu l'elezione del fine: i mezzi che da quello dipendono non possono ricevere da lui una forza obbligatoria che non possiede egli stesso.
    Corre dunque immenso divario fra queste due specie di società: le prime essendo volute dal Creatore per aiuto dell'uomo a vivere nell'ordine, includono necessariamente nel loro fine l'osservanza dell'ordine medesimo: le altre all'opposto, germinando per libera elezione in società già formate, mirano a quel bene speciale, per cui si formarono, e a quello debbono somministrare i mezzi; senza offesa bensì dell'ordine morale, ma presupponendolo già formato e guarentito dalla società naturale in cui esse germogliano. Tutelare quest'ordine nella sua osservanza esterna è il fine delle società naturali, ed è per conseguenza ciò che propriamente si appella bene comune, bene pubblico. Ed a questo debbono coordinarsi tutte le pubbliche operazioni. La retta proporzione fra queste operazioni e quel fine, è ciò che propriamente s'appella l'ordine sociale: e per conseguenza ordinata è quella società, le cui operazioni sono condotte in modo da conseguire l'esterna attuazione dell'ordine morale. La quale attuazione potendo avere in molti gradi sempre maggior perfezione, vede ognuno potersi indefinitamente progredire nel possesso di questa perfezione e del pubblico bene di ordine, da cui ella nasce.

    18. Dalle quali considerazioni intorno all'ordine, vi sarà facile il comprendere il vero senso filosofico di quelle frasi tanto usate e, sì poco intese, Mantenere l'ordine, Rispettare l'ordine, Ristorare l'ordine, ecc. Se l'ordine sociale altro non è che una disposizione opportuna del pubblico operare per conseguire il bene comune, mantenere l'ordine significa mantenere nelle pubbliche operazioni una tale disposizione, che concluda ad ottenere stabilmente l'esterna attuazione della giustizia e della benevolenza: rispettare l'ordine equivale ad osservare nelle pubbliche operazioni, quelle stesse proporzioni: ristorare l'ordine significa adoprare i mezzi necessarii per correggere la violazione di quelle proporzioni, ritornandole alla loro giusta misura.
    Di che vedete quanto sieno lungi dal vero quei che pronunziano: «L'ordine non è stato turbato», quando una ribellione ha usurpato quietamente il trono in Parma p. e. o in Firenze. Se ribellione è disordine, la quiete nella ribellione è niente meno che una rinunzia totale perfino al desiderio e alla speranza di mantenere ordine. All'opposto quando gli onesti resistono e ne nasce una lotta, il disordine è solo incominciato; e la lotta è un principio, per parte dei buoni, di ritorno all'ordine. Il letargo nel disordine, essendo quasi una rinunzia al principio d'ordine, include il seme di mille altri disordini susseguenti: le concessioni p. e. di un Principe debole pre*parano una serie di sventure allo Stato. La lotta all'opposto di un Principe che sa, secondo suo debito, reprimere l'iniquità difendendo gli onesti anche a costo di battagliare o con rischio della vita, include il principio di fermezza nell'ordine, e per conseguenza difende il vero bene della società.

    19. E quest'ordine abbiamo detto vero bene pubblico, perché questo è realmente comune a tutti gli associati, come è comune il tutti il dettato della ragione. Perlochè, qualunque esser possano e quanto si voglia diversissimi i privati interessi, quando l'ordine morale si osserva, ogni ragione s'inchina: e qualunque danno né incolga agl'interessi, un animo retto se ne rende superiore ed approva anche quell'ordine donde risente materiale detrimento. E non vedemmo noi poc'anzi agli Stati Uniti un giustiziato accettar la morte come un benefizio della divina giustizia, ed approvare la sentenza che glie l'infliggeva?

    20. Il regno esterno dell'ordine morale è dunque il vero ed essenziale bene pubblico, ossia comune, di ogni società. Oggidì fra i tanti errori che corrono come aforismi o assiomi, uno è quello di appellare bene pubblico ciò che giova agl'interessi della pluralità: errore fecondo di mille assurdi ed iniquità. Se l'interesse dei più è bene di tutti, la minorità dovrà dirsi felice di avere scapitato negli interessi: e questo nel sistema utilitario è assurdo: se non è felice dovrà dirsi che le leggi sono indirizzate a rendere infelice una buona parte dei cittadini: e come volete che cotesti cittadini amino la legge? Se finalmente, non ostante la loro ripugnanza, si sostiene che la legge è per bene comune, si viene ad asserire implicitamente che quella minorità è un nulla: il che è un costituire iloti i cittadini di quella minorità che può essere numerosissima. Queste e simili incoerenze ed iniquità dovrebbero far comprendere ai pubblicisti, quanto sia assurda l'opinione che ripone l'essenza del bene pubblico nei vantaggi materiali. Certamente anche questi, dovendo l'uomo valersi della materia, sono necessarii alla società come mezzi. Ma dare a cotesti mezzi il nome di fine, e misurare il pubblico bene dalla quantità di essi, invece di misurarlo dal retto ordine con cui si adoprano, è pervertimento d'idee contrario ugualmente e alla verità, e alla giustizia e alla felicità.


    NOTE

    15. Rechiamo un esempio flagrante di tali traviamenti. Ad ogni piè sospinto voi udite le doglianze del despotismo persecutore, perché la Chiesa s'impiccia di politica; perché il Vescovo di Massa sospende a divinis dei preti che hanno chiesta l'annessione; perché il Vicario generale di Torino ricusa il Celebret al Deputato Bravi, e così ecc. ecc. «Cotesti, dicono, sono atti politici e il Vescovo non deve impicciarsene». Nego consequentiam: la conseguenza sarebbe sopportabile se dall'essere politici ne conseguisse che quegli atti non sono religiosi. Ma l'esempio testé recato del Cantore mostra la falsità di tale supposto.

    16. Il dotto e profondo Arcivescovo di Perpignano ha condannato poc'anzi nella sua sapientissima Pastorale cotesto despotismo, condannando la seguente proposizione. La bonne constitution de la société demande que la nation, représentée par l'Etat, aiet, sous une forme ou sous une autre, directement ou indirectement, le monopole de tous les établissements d'education et de toutes les propriétés, individuelles ou collectives.

    17. Concilier antant qu'il est possible l'intéret des familles avec la faveur des établissements véritablement utiles au public.

    18. Osservate, lettore, di grazia come consuonino in queste materie regalisti, parlamentarii, democratici. Coloro che accusano il cattolicismo (e per conseguenza anche la Civiltà Cattolica) di servilismo, sono i primi ordinariamente a volere tutto concedere all'autorità regia, cose e persone, purché questa accetti la Sovranità del popolo, vale a dire il predominio degli avvocati. Le dottrine che il Dupin sostiene sotto l'Impero erano in Francia purtroppo già vecchie. Nel Gersone ed in altri di quell'epoca se ne scorgevano i semi; il Richelieu e forse prima di lui Enrico IV, ne aveano coltivati i germogli: Luigi XIV condottili a maturità potè scrivere al Delfino la famosa sentenza «il Re è padrone di tutti gli averi dei sudditi»: la Repubblica giacobina ereditò tal padronanza e ne fece quell'uso che ognuno sa; l'Impero e poi la ristorazione ristorarono i quattro articoli del 1682, cui l'orleanismo afferrò pei capelli, perché non si perdesse la preziosa eredità nel tafferuglio delle gloriose giornate; e se questa pericolò, al 2 Decembre si trovò ben presto (e il Dupin non è il primo) chi volle rivendicarla iure postliminii: tanto è caro ad ogni Governo non cristiano il padroneggiare assolutamente roba e persone! All'opposto la dottrina cattolica di S. Tommaso con eguale franchezza e filosofia spiega i veri limiti di quella autorità segnati da Dio nell'ordine universale della società, e pianta per conseguenza le solide basi di una libertà verace, perché ordinata.

    19. N'est-il pas contre l'ordre public qu'il puisse se former dans un Etat des associations, des ordres sans l'autorité de l'Etat?

    20. Cfr. POUJOULAT Lettre à M. Dupin nel Monde 29-6-1860).

    21. Sous la Restauration, le Gouvernement ne s'est pas intéressé au meme degré à empecher la recrudescence des ordres religieux. Bella quella recrudescence! Si direbbe che i Religiosi sono pel Dupin una febbre o una peste.

    22. Anche qui la Pastorale di Monsignor Gerbet aggiunge alle nostre dottrine l'autorità del suo suffragio condannando le seguenti proposizioni... Les gouvernements sont les vrais propriétaires des biens possédés par les églises, les corporations religieuses etc, .... Le droit de propriélé est une concession de la souveraineté nationale.

    23. Cette fourmilière de congrégations se meuvent avec une liberté ou plutot une licence d'action que etc.

    24. Ce qui ne doit pas etre possible, c'est qu'un établissement, meme utile existe de fait, lorsqu'il ne peut avoir aucune existence de droit, et que, loin d'etre protégé par la puissance des lois, il le soit par leur impuissance... c'est un principe éternel et indépendant des lois positives, que celui qui ne permet pas qu'une société quelconque se forme dans un Etat sans son approbation etc.

    25. Il Generale Marchese di Cassel Bajac nel suo bel discorso fatto al Senato francese nella tornata dei 30 Maggio 1860, contro il rapporto del Dupin e contro il dispotismo legifero, con cui tutti gli atti di virtù si vorrebbero registrare nel codice perché siano leciti, esclama verso il fine. En vonlant tout réglementer, tout codifier, on finirait par ne plus laisser à l'individu un seul mouvement généreux de sa propre nature, et, à la lonque, les qualités morales de la nation ne s'en trouveraient-elles pas affai*blies ?

    26. Gen. XLI, 44.

    27. Elle nie ouvertement les droits de l'Etat et les obligations du citoyen, en imposant à ses membres une entiere soumission au souverain-Pontife, sans distinguer l'ordre temporel de l'ordre spirituel... elle prend complètement l'attitude d'une societé secrète.

    LA LIBERTÀ IN ECONOMIA. Vero concetto dell’ordine - Pagine cattoliche
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 
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