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Discussione: Il camerata Grillo

  1. #21
    Alleanza Ribelle
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da amerigodumini Visualizza Messaggio
    Un social nazionalista non kosher!
    Fascista, non mi dico social-nazionalista per coprire la parola nazionalsocialista. Non mi definisco nazionalsocialista, ma fascista. E onnivoro.
    TIOCFAIDH ÁR LÁ
    ╾━╤デ╦︻

    革命无罪,造反有理

  2. #22
    NO ALL'INDULTO!
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da amerigodumini Visualizza Messaggio
    Perché chi é di destra è per la socializzazione?
    Chi è di destra sociale, sì.
    In Italia se sei un lavoratore onesto che non arriva a fine mese e ti suicidi, non ti caga nessuno. Se sei un delinquente, per te si mobilitano presidente della repubblica, governo, parlamento e amici dei carcerati. Viva il paese di Pulcinella!

  3. #23
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti il Decreto sulla socializzazione

    Milano – 20 febbraio 1944







    «Sono molto lieto che abbiate aderito all’invito per potere esaminare insieme a voi la legge sulla socializzazione onde poter portare in questo settore, attraverso la stampa, una propaganda ancora più intensa di quella che fino a oggi voi avete svolto e della quale vi ringrazio.

    «Questa riunione ha luogo d’intesa col Ministro della Cultura Popolare e ne è informato anche il Duce che l’ha approvata. Ho ritenuto opportuno uno scambio di idee con voi per chiarire alcuni punti fondamentali della concezione sociale mussoliniana che si realizzerà attraverso la legge sulla socializzazione.

    «È logico che la stampa sia libera nella discussione perché dalla libera discussione si possono trarre elementi utili per l’applicazione della legge stessa che riteniamo di perfezionare man mano, anche perché questa non è necessariamente statica ma al contrario deve trovare poi nella soluzione pratica l’indirizzo per evolversi. Però è giusto che le direzioni dei giornali abbiano conoscenza dei principi di massima che la legge hanno ispirata e sui quali è necessario insistere particolarmente.

    «Questi principi generali sono già stati messi in evidenza sulle note della “Corrispondenza repubblicana” che è uscita subito dopo la legge sulla socializzazione, furono da me ribaditi in una conversazione pronunciata alla radio a Milano e ancora lumeggiati nell’ultima “Corrispondenza repubblicana” di ieri l’altro circa le rivendicazioni sulla priorità e continuità della concezione sociale mussoliniana.

    «Un punto, che è molto importante, riguarda il rapporto tra la socializzazione e i concetti politici che devono accompagnarla. Su questo è necessario immediatamente porre la nostra attenzione perché questi giorni noi abbiamo visto, come anche in alcuni quotidiani è stato manifestato, la tendenza a ritenere che ci saremmo allontanati dal principio dal quale il Fascismo è partito e che noi rinunciamo a un tratto a tutta quella che è stata l’azione perseguita in questi ultimi venti anni. Che ci sia, insomma, nella socializzazione delle imprese una deviazione delle mete (come ha notato anche “Libro e moschetto”) perseguite per venti anni, rinuncia cioè alla concezione corporativa.

    «Ritengo di non aver bisogno, dopo la chiara nota della “Corrispondenza repubblicana” di ieri l’altro, di allungarmi molto, nell’argomento però è necessario fissare un concetto: noi, con la socializzazione, non rinunciamo alla mussoliniana idea corporativa, ma anzi al contrario la rafforziamo e la svilupperemo con i provvedimenti che seguiranno quello sulla socializzazione.

    «Il motivo di quello che è stato, non il fallimento dell’idea corporativa, ma la sua inefficiente realizzazione pratica, si deve, a mio modo di vedere, a un fatto. La legge del 1934 come è noto, ha cercato di risolvere la lotta sempre latente ed esistente fra il capitale e lavoro. Questa parità giuridica in effetti si doveva realizzare sul piano dello Stato e cioè attraverso le Corporazioni. Si doveva ammettere, allora, che tanto il capitale quanto il lavoro fossero permeati della concezione della sovranità dello Stato e delle superiori esigenze di questo, a tal punto da non portare mai in seno alle discussioni e agli orientamenti, quello che poteva essere l’interesse particolaristico.

    «Ma è logico che sul piano giuridico non era possibile risolvere le lotte secolari di classe perché da un lato noi avevamo il lavoro, semplicemente con i suoi riconosciuti diritti di associazione, dall’altro noi avevamo il capitale con tutte le sue prerogative, cioè con tutte quelle possibilità che a un certo momento potevano effettivamente avere il potere di imbrigliare lo Stato. Infatti, lo strapotere di una classe ha superato l’uguaglianza giuridica, ha iugulato la concezione corporativa e ha imbrigliato l’azione della burocrazia, dello Stato maggiore delle Forze Armate, con tutte le tristi conseguenze che ormai è superfluo ricordare. Era, quindi, necessario arrivare alla realizzazione della concezione corporativa partendo da altre basi. Da quelle basi cioè sulle quali Mussolini, a cominciare dal discorso pronunciato a Dalmine, fino a quello pronunciato a Milano, metteva in evidenza quale doveva essere il ruolo del lavoro nella vita dello Stato e nella partecipazione della vita stessa dello Stato. Ora, anche precedentemente il lavoro ha cercato infinite volte di entrare nella vita delle aziende, ma tutte le volte vi è stato respinto; del resto anche il sistema delle commissioni di fabbrica, instaurato nell’ultimo periodo, non poteva portare al risultato sperato.

    «Per poter far sì che effettivamente tutti i fattori produttivi giocassero il loro ruolo in parità di diritti e di doveri secondo le loro funzioni, era necessario che la corporazione avesse la sua vita e il suo perché funzionante nella stessa vita dell’azienda. La socializzazione dell’azienda significa quindi creare il catalizzatore del corporativismo se non addirittura la corporazione funzionante, significa far cooperare efficacemente tutti i vari fattori produttivi nell’interesse dei partecipanti alla vita dell’azienda, subordinati, in ogni caso, a quelli più alti della vita della Nazione.

    «Nella Repubblica Sociale, il lavoro attivamente operante assurge a soggetto dell’economia con funzioni di responsabilità e di direzione. Il capitale, sul quale effettivamente troppo si è discusso e troppo si è parlato, non è che uno strumento a somiglianza di tutti gli altri strumenti per incrementare quella che è la vita produttiva della Nazione e quindi la ricchezza della Nazione stessa.

    «Ma più che capitale vorrei che in generale si parlasse di risparmio. Perché per capitale si deve intendere, secondo la nostra concezione sociale corporativa, l’apporto che ancora le forze del lavoro danno attraverso il risparmio al quale ogni uomo tende spintovi da quel senso di possesso e di proprietà; aspirazione che sono molla e incentivo dell’umana fatica.

    «Quindi il capitale, intanto è ritenuto un considerevole fattore della produzione in quanto è risparmio, cioè ancora e sempre potenziale di lavoro svolto. È da questo modo di concepire la socializzazione delle aziende come cooperazione di fattori operanti per la produzione che noi possiamo rapidamente rimontare a un sistema che, rinato, non abbiamo mai messo in forse e che vogliamo completamente realizzare. Non quindi fallimento del sistema ma perfezionamento o, se volete, sviluppo del sistema.

    «Quello che vi ho sintetizzato è il fulcro dell’idea politico-sociale e corporativa alla quale si riferisce in maniera lapidaria la norma n. 1 della premessa che voi conoscete.

    «Faccio una piccola parentesi: com’è che noi potremo realizzare il sistema corporativo non solo nell’ambito dell’azienda ma nell’ambito dello Stato, dopodiché, come ho detto, abbiamo messo il catalizzatore per la creazione di questo Stato corporativo? Noi potremo realizzare lo Stato corporativo non soltanto sul piano dell’impresa ma anche sul piano dello Stato, nel senso cioè che siano le forze produttive dei lavoratori a determinare quella che è la necessità economica nei vari settori produttivi e quindi ancora a dare l’apporto diretto a tutta la vita economica dello Stato. Voi avete veduto che il decreto istitutivo della Confederazione del lavoro, della tecnica e delle arti prepara le basi di quello che sarà domani lo Stato corporativo con la eliminazione del riconoscimento giuridico del capitale. La possibilità di creare l’organo corporativo ci viene data proprio da questa eliminazione della rappresentanza del capitale in quanto tale. Domani, attraverso l’espressione delle migliori forze produttive dell’azienda, lavoratori, tecnici, dirigenti, noi potremo creare i consigli provinciali della economia corporativa, i quali saranno l’espressione dei migliori che operano nell’azienda e potranno esaminare, non più soltanto sul piano dell’azione ma sul piano provinciale, quelle che sono le necessità della produzione stessa in relazione a quello che sarà l’indirizzo dell’economia generale da parte dello Stato. E conseguentemente sul piano nazionale noi potremo realizzare Consigli Nazionali dell’Economia Corporativa, organi che esamineranno nei vari settori le loro necessità soprattutto in riflesso a quella che dovrà essere l’economia programmatica attraverso le forze vive di coloro i quali operano nelle aziende e da esse provengono per vie elettive, o meglio per selezione di capacità e di competenza. Conseguentemente gli elementi che saranno preposti a capo dei singoli Consigli provinciali dell’economia corporativa formeranno i Comitati provinciali dell’economia corporativa, i capi dei vari Consigli nazionali dell’economia corporativa formeranno i Comitati nazionali dell’economia corporativa, il quale sarà veramente l’espressione delle migliori forze operanti nella vita della Nazione. Esso, opportunamente integrato, avrà tutti quei compiti che aveva il Comitato corporativo centrale e dovrà dare il definitivo indirizzo a tutta l’economia del Paese, secondo la necessità politica del Paese stesso, in maniera da far sì che effettivamente l’economia serva la politica e con questa realizzi la potenza della Repubblica Sociale Italiana. Questa parentesi che anticipo sugli sviluppi della socializzazione, ho voluto aprire perché voi nella vostra azione quotidiana possiate effettivamente sapere che si sta preparando l’edificio avendo cominciato, come era logico, dalle fondamenta.

    «Vorrei fermarmi su alcuni punti della premessa che, del resto, è stata illustrata da molti di voi sui vostri giornali in maniera chiara e precisa. Forse su un punto non si è insistito abbastanza, cioè su quello di accompagnare l’azione delle armi con l’affermazione di un’idea politica. A questo riguardo ritengo indispensabile un’azione incisiva della stampa, perché di fronte al nuovo orientamento staliniano comunista, effettivamente l’Asse ha da opporre chiaramente l’ordine europeo che mette i popoli di fronte al loro divenire e al loro domani. Per far sì che questa guerra sia maggiormente sentita, poiché specialmente in questo periodo gli italiani si sono dimenticati di tutta l’azione svolta da Mussolini e di tutto il perché della nostra lotta, è necessario ribadire il significato sociale della guerra, in modo che sul piano dell’Asse ancora una volta sia la concezione mussoliniana, che ha generato tutto l’attuale movimento dei popoli, a dare il lume e l’indirizzo al divenire dei popoli stessi. Così come Roma faceva accompagnare la forza delle sue armi con l’affermazione delle idee politiche e con la promulgazione delle relative leggi a uso dell’intera umanità, così questa guerra deve portare la concezione di un nuovo ordine basato sulla missione del lavoro che dai ranghi, attraverso la socializzazione delle imprese, assurge per moto spontaneo alla direzione della vita pubblica. Effettivamente i popoli possono molto pensare al domani che è loro riservato alla fine del conflitto. Scartato il concetto liberale perché esso è ormai completamente superato, il dilemma è ancora Roma o Mosca, ma bisogna in realtà che questo ordine europeo, che noi abbiamo sempre proclamato, ma non chiaramente definito, possa avere finalmente una sua proiezione nel domani. Ora la legge sulla socializzazione effettivamente può aprire la visione esatta ai popoli di quella che sarà la concezione dello Stato dopo la guerra quando essa sarà vinta dall’Asse.

    «Al secondo comma della premessa io ritengo non vi sia molto da aggiungere, specialmente dopo quanto è stato pubblicato dalla “Corrispondenza repubblicana” di alcuni giorni or sono. Vorrei soltanto mettere in evidenza che il raccorciamento materiale delle distanze significa anche, in fondo, perseguire attraverso una equa politica dei prezzi e una revisione dei costi tutta una politica tesa, quando il lavoro sia veramente in seno all’azienda, al fine di sviluppare il potere d’acquisto della moneta. È, quindi, anche attraverso questo sviluppo del potere di acquisto della moneta che le masse potranno domani attraverso la socializzazione dominare i fattori speculativi che fino a ieri avevano imbrigliato questo concetto di una più equa distribuzione della ricchezza, e quindi di una più larga giustizia sociale. Se il lavoro non è seriamente e attivamente partecipe della vita quotidiana dell’azienda non potrà mai concepirsi una giustizia sociale e ciò per infiniti motivi di carattere particolaristico. D’altra parte il compito della legge sulla socializzazione è quello di mettere in evidenza le norme della Carta del Lavoro che parlano di salari in rapporto anche alle necessità e possibilità dell’azienda e al rendimento del lavoro. Insistendo su quanto ho già espresso mi domando e vi domando come era possibile che questo salario potesse essere determinato con tali criteri quando il lavoro restava ai cancelli delle fabbriche. Allora il lavoro era esclusivamente determinato dal capitale, le possibilità dell’azienda erano esclusivamente determinate dal capitale. Fin quando il lavoro rimaneva estraneo alla formazione del salario stesso, il salario corporativo rimaneva una mera aspirazione se non una vera utopia. Quindi la socializzazione ha, tra l’altro, il precipuo compito di risolvere la grave lacuna della estraneità del lavoro al processo di formazione del giusto salario. Naturalmente in questa azione di carattere unitario la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti avrà il suo ruolo così come l’avevano i Consigli Nazionali dell’Economia Corporativa. È tuttavia opportuno che la stampa freni i troppo facili entusiasmi di quei faciloni i quali fermamente credono che, spalancate le porte al lavoro, si dia fondo e corpo a una specie di panacea universale in cui, abolito ogni principio gerarchico di disciplina, tutti possono comandare e fare il proprio comodo. La socializzazione dell’impresa intende però fermamente raggiungere una maggiore giustizia sociale pretendendo da tutti i lavoratori il massimo impegno e ripartisce su tutti un senso di maggiore responsabilità per conseguire un incessante aumento del prodotto sociale. Questa è ancora e sempre l’unica via per il benessere sociale dei popoli.

    «Il comma 2 della premessa ha parlato di normalizzare la situazione interna dei rapporti fra capitale e lavoro. È necessario che questo risponda in pieno a quanto aveva già stabilito la Carta del Lavoro nella sua norma seconda. Ma lo scopo del comma è un altro: noi abbiamo una situazione in Italia, conseguenza del periodo badogliano, che ha portato uno stato di scosse e smarrimenti pericolosi, acuito dalle vicende belliche soprattutto dalla propaganda comunista e anglo-pluto-giudaica. Per poter porre fine a questo senso di smarrimento, per poter stroncare l’azione della propaganda è necessario arrivare celermente a una normalizzazione di rapporti tra dirigenti, tecnici e lavoratori. Per questo noi non condividiamo l’opinione di coloro che pensano non essere questo il momento più adatto per attuare la socializzazione. Esso pone i lavoratori e le masse di fronte al bivio: o accettare questa altissima conquista sociale con le guarentigie della indipendenza nazionale e della conservazione degli usi e i costumi della nostra civiltà (ai quali il popolo è fortemente attaccato) o fare il salto nel buio di una rivoluzione integrale che sradica gli istituti della nostra civiltà e che finirà con rendere spaesate moltitudini di uomini. È sulla scelta della prima via che noi puntiamo per la salvezza della nostra civiltà e della nostra economia. Una normalizzazione dei rapporti tra le categorie potenzierà anche l’industria bellica, necessaria per continuare la guerra e per far sì che l’Italia giochi ancora nel concerto continentale dell’Asse, il suo ruolo.

    «Un punto che interesserà voi tutti e sul quale effettivamente alcuni hanno portato la loro attenzione è la figura del Capo dell’impresa. La figura del Capo dell’impresa così come è stata concepita, attua il concetto di gerarchia che è necessaria in ogni forma della vita a cominciare dalla famiglia nella quale è rappresentata dal capo. Vorrei quasi dire che nel capo delle imprese si sintetizza effettivamente questa più alta concezione del dovere sociale, espressione del lavoro. Quindi è il Capo dell’impresa colui il quale potrà dirigere l’impresa stessa e armonizzarla per il superiore interesse dello Stato. E il Capo dell’impresa può, con la collaborazione di tutti i fattori produttivi, così come il capo della famiglia con quella di tutti i suoi figli, rendere più o meno efficiente, più o meno perfetta l’azienda stessa. D’altra parte la figura del Capo dell’impresa viene a essere elevata di fronte a quella comunista, poiché nel comunismo abbiamo il Capo dell’impresa che è imposto dall’alto, il burocrate, il quale viene immesso a dirigere l’impresa anche se di essa non ne faccia parte effettivamente, senza che in essa si sia fermato. Noi abbiamo fatto un notevole passo avanti in quanto il Capo dell’impresa è eletto dalle forze del lavoro, perché noi abbiamo la certezza della maturità delle forze del lavoro e dell’attaccamento che esse porteranno al perfezionamento dell’azienda così come riteniamo che questo esista nei portatori di capitale, che avendo considerati risparmiatori non possono tendere che alla tutela del frutto della loro fatica e quindi a volere nel Capo dell’impresa il migliore, il più tecnico, il più onesto, il più tenace nel lavoro, il più severo e più giusto nel comando…

    «D’altra parte non è detto che tra i risparmiatori non vi siano gli stessi operai, tecnici, dirigenti, ma essi come tali sono dei portatori di capitale e come tali dovranno partecipare all’assemblea dalla quale scaturisce il capo dell’impresa.

    «Desidero parlare della statizzazione. Ho veduto in questi ultimi tempi una serie di iniziative nelle varie provincie che effettivamente, se attuate, minerebbero le basi di quello che è il concetto della socializzazione. Statizzazione non significa, come taluni hanno creduto e come fino a oggi si è fatto, la direzione della impresa intesa come burocratizzazione della gestione da parte dello Stato. La statizzazione dell’impresa significa caso mai una esperienza della socializzazione portata fino al massimo, cioè gestione diretta al massimo dalle forze del lavoro. Non già uomini burocratici nominati dallo Stato bensì da tutti i fattori produttivi dell’azienda: lavoro, tecnica, dirigenti. Lo Stato necessariamente deve intervenire per tutelare quel capitale pubblico che è formato da risparmiatori italiani. Ma il rappresentante dello Stato però non deve essere un burocrate, ma provenire anch’esso dalle vie del lavoro, che abbia cioè già dato nel lavoro prove di senso di responsabilità e di competenza. Quindi quando sulla stampa spesso si legge tra le righe — o la propaganda ci batte sopra — che noi arriveremo alla socializzazione per immettere gerarchi e gerarconi nella vita produttiva, noi rispondiamo di no, perché nelle aziende a carattere sociale o privato il comando sarà dato effettivamente a coloro che partecipano o hanno partecipato alla vita del lavoro. Anche nella vita delle aziende, chiamiamole statizzate, il comando sarà dato esclusivamente alle forze del lavoro e il rappresentante dello Stato sarà scelto dalle file del lavoro. Questo è il concetto che noi abbiamo dato alla statizzazione delle industrie base, mentre effettivamente nella legge, come voi avete visto, non si parla di statizzazione, ma si parla di aziende a capitale pubblico.

    «Ho visto inoltre in varie provincie che si è fatta la corsa alla nomina di Commissari. I Commissari delle aziende, se vi saranno, vi saranno quando effettivamente le imprese non rispondono più alle esigenze dello Stato, ma in questo caso il Commissario, qualora esista, dovrà assumere la figura del capo temporaneo dell’impresa, in attesa che si crei il nuovo Consiglio di Amministrazione, il quale sarà l’espressione delle forze del lavoro.

    «Voi avete visto che vi sono delle aziende non previste dalla legge sulla socializzazione. È tutta una massa di aziende minori. Ora, nelle aziende artigiane già esiste una socializzazione in atto, perché le aziende artigiane sono concepite come le vecchie botteghe fiorentine nelle quali il maestro insegna all’allievo dividendo con esso gioie e dolori, miseria e benessere. Nelle aziende che hanno una struttura che supera quella dell’artigianato, noi osserveremo i riflessi della legge sulla socializzazione. Ho la sensazione che molte di queste aziende si socializzeranno, spontaneamente, perché non vi è motivo o per lo meno non vi dovrebbe essere motivo, perché questi capi, che in fondo sono della gente che ha vissuto e proviene dal lavoro, non sentano come da questa legge derivi l’armonia, la prosperità della loro azienda. D’altra parte noi dobbiamo tenere presente che le forme cooperativistiche non debbono morire e che anzi debbono essere potenziate. Anche questa può essere la via.

    «Molti ritengono, e io stesso lo auspico, che queste aziende potranno avere una socializzazione più completa con forme cooperativistiche. Tanto è vero che attraverso il comunicato che ieri ho diramato alla stampa ho messo in evidenza che la cooperazione non deve, né può morire; noi creeremo un istituto per la cooperazione, che prvvederà a curare l’attività economica e finanziaria di quelle imprese che a somiglianza delle aziende socializzate svolgono una propria attività cooperativistica. Forse io ritengo che con l’istituto della cooperazione possa crearsi anche l’istituto dell’artigianato che coadiuvino nel campo finanziario ed economico l’attività di queste che sono un vanto dell’Italia.

    «Ho visto molte discussioni per quanto riguarda gli utili. Vi ho già parlato prima di quelli che sono i caratteri del salario. È logico anche che la questione degli utili dovrà avere la sua piena affermazione. C’è chi ha detto che la quota fissata degli utili è minima, c’è chi ha detto che la quota fissata è esagerata, c’è addirittura chi ha detto che tutta la quota di utili eccedenti a quelli della riserva debba essere destinata ai lavoratori. Quando potrò parlare ai lavoratori, e mi auguro presto, io ritengo che essi stessi chiederanno che questo non si faccia. Quando poi i lavoratori avranno fatto parte effettiva della vita delle imprese e sapranno che cosa significa una impresa che lavora, che deve migliorare, che deve pensare cioè ad avere le scorte necessarie per il suo funzionamento, allora essi stessi diranno che la quota degli utili, che noi abbiamo prevista come massimo nel 30%, effettivamente è la cosa più logica nell’interesse stesso dei lavoratori che poi traggono la loro vita dalla prosperità dell’azienda. Un accorciamento della distanza non si ottenà tanto direttamente da questa partecipazione agli utili, quanto dalla socializzazione stessa delle gestioni aziendali, mediante la riduzione alle proporzioni indispensabili della speculazione commerciale. La quota degli utili stabilita come massimo del 30% darà la possibilità del premio giusto al rendimento generale del lavoratore, consentirà altresì di immettere nella cassa di compensazione, per quella destinazione di carattere generale della stessa azienda, il residuo degli eventuali utili. Questi fondi saranno utilizzati oltre che per il progresso dell’azienda anche per speciali motivi sociali.

    «Se sono stato troppo lungo, vi chiedo scusa, ma sarete d’accordo che questa presa di contatto era necessaria. Sarò lieto se mi farete conoscere tutte le critiche e richieste che talvolta vengono mandate ai giornali. Vi sarò grato anche se vorrete creare una rubrica, quando la legge sarà promulgata, nella quale sia espresso il pensiero dei lavoratori, dei dirigenti delle aziende, dei tecnici e del pubblico in genere. In ogni modo, è opportuno per quanto riguarda la socializzazione, ospitare nei giornali tutte le critiche che portino un contributo d’idee: la critica è stimolatrice, e io sono del parere che essa deve essere ampia e continua, poiché dalle critiche nasce la possibilità della risposta e quindi la possibilità di mettere in luce il problema nella sua vera essenza.»

    All’invito del Ministro di iniziare la discussione sull’argomento, Franco De Aga-zio ha fatto presente il caso in cui una azienda non possa ripartire utili ai propri lavoratori perché in perdita.

    «La domanda è giustificata — ha detto il Ministro. Effettivamente il lavoratore non deve cercare nella socializzazione soltanto il lato economico. Noi ci dobbiamo opporre a questo fatto. Bisogna far comprendere che nella attuale situazione le perdite portano all’intervento dello Stato o alla chiusura dell’azienda; invece in questo caso le riserve attraverso la Cassa di Compensazione potranno permettere che l’azienda possa continuare la sua attività. Ecco un punto da mettere in evidenza: il lavoratore non si deve preoccupare soltanto degli utili, deve comprendere che la sua comparsa nei consigli di amministrazione, avrà notevoli effetti sulla produzione e distribuzione della produzione sociale e quindi sui redditi in puro lavoro e deve, pertanto, mettere l’azienda nelle condizioni di continuare la produzione; dalla continuità della produzione deriva la continuità del suo lavoro e del suo guadagno. Io sono ottimista: a parte i periodi di crisi economiche, le perdite di prima, molte volte risultavano sulla carta per chiedere allo Stato l’intervento sotto infinite forme che erano causate da illecite speculazioni volte a far sì che una determinata industria fosse soffocata; lo scopo della socializzazione è di eliminare questo inconveniente.

    «Io spero e mi auguro che l’organizzazione sindacale effettivamente si prepari a elevare il tono della massa perché la nostra socializzazione, a differenza — ripeto — della comunistizzazione è soprattutto in riferimento a quelli che sono i valori spirituali o individuali. Si è sempre parlato di materialismo forse perché effettivamente le situazioni economiche dei nostri operai erano tali che li portavano soltanto a vedere il concetto materialistico e non certo quella che era la loro responsabilità. Mi auguro che in seguito l’attenzione economica si attenui al punto di consentire l’organizzazione sindacale si trasformi in questo senso; in modo che così verso l’alto si abbiano gli uomini migliori alla direzione della massa, perché la socializzazione non è una legge che è fatta per oggi, è fatta per i secoli, per qualche secolo bisognerà studiarla e, naturalmente, bisognerà prepararsi.»

    Faust Brunelli interviene nella discussione affermando che c’è sempre un’aristocrazia che dirige le masse, sia nella forma della economia libera che collettiva. Hanno le nostre masse dimostrato di possedere una moralità politica, economica e sociale?

    «Codesta pregiudiziale — ha risposto il Ministro — sarebbe giusta se non partisse da un concetto sbagliato. Non è vero che nella socializzazione delle gestioni è la massa che dirige, ma il contrario. Nelle aziende socializzate è l’aristocrazia del lavoro, intesa come selezione dei migliori che gestisce l’azienda ed equipara il capo della famiglia al dirigente dell’impresa nel senso che gli eletti, se sono veramente migliori, devono curare anche gli interessi di coloro che non ebbero la ventura di essere migliori. Non è vero che è la massa che decide; la massa indica quelli che sono i più atti a decidere. Quando io dico di creare i Consigli dell’Economia Corporativa, io dico di arrivare a scegliere, tra la massa, questa élite di minoranza e quella che regola, non più sul piano dell’azienda, ma sul piano provinciale, attraverso il comitato economico provinciale, quello che deve essere l’andamento armonizzato dei vari settori di tutta la provincia. Il Consiglio Nazionale dell’Economia Corporativa sarà appunto l’espressione di quella ‘élite’ del lavoro.

    «Io mi auguro che queste organizzazioni sindacali, questi dirigenti che sono l’espressione vera della massa, effettivamente si pongano una domanda mazziniana: quella che mi pongo io tutte le sere quando vado a dormire: ho fatto io nella mia giornata il mio dovere di fronte al compito al quale sono preposto, di fronte alla Nazione? È la mia coscienza, stasera, sicura di non aver effettivamente fatto compromessi, se non quelli utili al fine che io mi propongo?

    «Noi non abbiamo detto alla massa «tu sei proprietario e tu dirigerai l’azienda». Noi abbiamo detto: «ti diamo una funzione, ti diamo una responsabilità: tu fai il tuo dovere». Altrimenti non giungeremo a fare una vera aristocrazia del lavoro che possa rendersi utile alla collettività, ma quanto abbiamo avuto purtroppo sinora — di cui stiamo scontando le colpe — che non era una aristocrazia, ma un’oligarchia.

    «Infine, quando io devo arrivare alla nomina dei Sindacati di categoria, chi è che devo eleggere? L’espressione è dal basso, ma la nomina è fatta dall’alto. La massa non potrà più dire che la nomina è stata imposta dall’alto, è una espressione venuta dal basso che io ho scelto dall’alto. Tutta la vita dello Stato, dai Ministri in giù, deve essere permeata di un solo concetto: il lavoro. Il lavoro come competenza, come espressione, come fede, come dirittura morale. Non vi deve essere più posto per coloro che oggi non combattono o non producono. Questa è la funzione dell’aristocrazia dei migliori nella socializzazione.

    «Tra la concezione staliniana e quella della Repubblica Sociale Italiana, vi è un abisso enorme. Forse il 25 luglio e l’8 settembre, se potremo sorpassare questo periodo, non saranno stati un male per gli italiani poiché hanno servito veramente a chiarire e a far sì che quelle idee che abbiamo sostenuto si siano affinate e abbiamo finalmente la loro pratica realizzazione.»

    Il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti il Decreto sulla socializzazione (prima parte) | Thule Italia

    Il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti il Decreto sulla socializzazione (seconda e ultima parte) | Thule Italia
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #24
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da RibelleInEsilio Visualizza Messaggio
    Vabbè ragazzi, se vogliamo far polemica su idiozie... Io le bistecche con la polenta me le mangio che è un piacere, a me che gli altri campino a rucola e acqua non è che interessi, non è una linea che viene certo imposta.

    Chi vuole leggere, discutere e parlare di politica legga, discuta e parli, chi si attacca alle stupidaggini lasci perdere. Il topic è questo:

    http://forum.termometropolitico.it/f...economica.html
    Bella discussione in verità, dove ho notato con piacere che il Majorana propone una diminuzione della giornata lavorativa, la democrazia diretta in seno alle aziende e una notevole spinta verso l'incastramento dell'economia nel politico. Con questo mi pare che il disprezzo tanto proclamato da alcuni verso il socialismo nazionale sia frutto di una valutazione scorretta.

    Su Grillo che dire, se non che infatti, come lo dimostra la sua ultima uscita sulla socializzazione dell'economia, è un attore importante quanto nuovo del dibattito, che al contrario delle vecchie formazioni più o meno impantanate nel berlusconismo promette di certo ben altro risultato.
    Tutti gli impiegati del mondo hanno immaginato queste cose e le hanno sconfessate e adesso sono gli impiegati.
    Pavese

  5. #25
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da amerigodumini Visualizza Messaggio
    Cioè chi è di destra potrebbe pure infischiarsene se non ha specifiche simpatie per il fascismo di sinistra.
    Il mito della socializzazione va depurato da tutte le infatuazioni pseudo-adolescenziali di chi crede che, ad un dato momento, Mussolini abbia voluto cancellare vent'anni di regime per rincorrere nuovamente il sol dell'avvenire.
    Nulla di più falso.
    La socializzazione, per quanto sia stata nei suoi effetti pratici velleitaria, aveva per fine la realizzazione del corporativismo fascista. Con il decreto legge sulla socializzazione delle imprese si sarebbe consentito finalmente alle corporazioni di sviluppare integralmente le loro funzioni di rappresentenza, rettificandone l'eccessiva burocratizzazione durante gli anni della diarchia e modificandone il troppo rigido sistema di nomina dall'alto.

    Nella legge sulla socializzazione c'è più della Rerum Novarum di Leone XIII o della Quadragesimo anno di Pio XI che del Capitale di Karl Marx.
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  6. #26
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    ma poi per essere favorevoli alla socializzazione basti l'ordine impartito dai comunisti agli operai di scioperare a oltranza.
    Ordine impartito dopo essersi consultati col senatore Agnelli, naturalmente....
    leggetevi de felice.
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  7. #27
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da cadutima Visualizza Messaggio
    ma poi per essere favorevoli alla socializzazione basti l'ordine impartito dai comunisti agli operai di scioperare a oltranza.
    Ordine impartito dopo essersi consultati col senatore Agnelli, naturalmente....
    leggetevi de felice.
    Ma la socializzazione slegata dal contesto legislativo e giuridico corporativo che cos'è?
    Se oggi si volesse reintrodurre seriamente la socializzazione bisognerebbe fare una nuova legislazione corporativa.
    Altrimenti si scadrebbe nel socialismo collettivista o nella democrazia economica.
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  8. #28
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Se oggi si volesse reintrodurre seriamente la socializzazione bisognerebbe fare una nuova legislazione corporativa.
    Altrimenti si scadrebbe nel socialismo collettivista o nella democrazia economica.
    Altro punto importante.
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  9. #29
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da RibelleInEsilio Visualizza Messaggio
    Altro punto importante.
    Eh ma non dici poco.
    Dovresti prima di tutto sciogliere i sindacati attualmenti esistenti o quanto meno depoliticizzarli in toto.
    Poi dovresti decidere se permettere che ad un sindacato legalmente riconosciuto dallo Stato si possano affiancare associazioni professionali o sindacali di fatto.
    E tutta una serie di ulteriori incombenze che puoi affrontare solo nel contesto di uno Stato non dico totalitario, non dico autoritario, ma quanto meno organico.
    Insomma, chi propone la socializzazione nel 2013 senza dirvi chiaro e tondo che prima va cambiato lo Stato e vanno cambiate radicalmente e pre-eliminarmente tante altre cose o vi prende un po' troppo in giro o semplicemente tende a rifarsi a visioni keynesiane e socialdemocratiche che possono avere una loro utilità contingente ma che comunque sono estranee al nostro orizzonte politico ed ideale.
    Ultima modifica di Giò; 20-01-13 alle 20:35
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  10. #30
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    Predefinito Re: Il camerata Grillo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Eh ma non dici poco.
    Dovresti prima di tutto sciogliere i sindacati attualmenti esistenti o quanto meno depoliticizzarli in toto.
    Poi dovresti decidere se permettere che ad un sindacato legalmente riconosciuto dallo Stato si possano affiancare associazioni professionali o sindacali di fatto.
    E tutta una serie di ulteriori incombenze che puoi affrontare solo nel contesto di uno Stato non dico totalitario, non dico autoritario, ma quanto meno organico.
    Insomma, chi propone la socializzazione nel 2013 senza dirvi chiaro e tondo che prima va cambiato lo Stato e vanno cambiate radicalmente e pre-eliminarmente tante altre cose o vi prende un po' troppo in giro o semplicemente tende a rifarsi a visioni keynesiane e socialdemocratiche che possono avere una loro utilità contingente ma che comunque sono estranee al nostro orizzonte politico ed ideale.
    10 con lode. Sempre, sempre, e sempre lo continuerò a dire, la socializzazione avviata in uno Stato che poggia su l'attuale base liberale standard non ha senso. E' infatti da un riassetto legislativo su matrice corporativa che bisogna cominciare. Non sono mai stato uno sbandieratore della socializzazione a vuoto infatti. So distinguere l'effettivo raggio di applicazione nel reale e quella che rimane utopia, fa piacere sentire la tua ottima puntualizzazione.
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