Prima l'acciaieria di Taranto. Poi tutto il gruppo Riva. Quindi, l'economia italiana. L'Ilva è un gigantesco organismo industriale che sta sperimentando una paralisi produttiva, una asfissia finanziaria e una acefalia strategica. Da Taranto, potrebbero presto originarsi cerchi concentrici in grado di sommergere un bel pezzo di Paese.
La fabbrica è bloccata per il conflitto fra magistratura e politica sui tempi, sul grado di cogenza dei lavori di risanamento e sulla possibilità (negata dalle toghe) che questi ultimi avvengano mentre il ciclo produttivo è in funzione.
Il gruppo vive una crisi di liquidità che nasce dal sequestro delle merci (non commerciabili) e dall'indisponibilità dei Riva a fare affluire mezzi finanziari propri – estranei alle attività italiane – a Taranto. L'acefalia strategica è causata dagli effetti sulla governance del gruppo provocati dai guai giudiziari della famiglia lombarda: le decisioni più importanti vengono rese pubbliche dal presidente dell'Ilva Bruno Ferrante, ma si formano soprattutto nel dialogo fra gli avvocati e Emilio Riva, il fondatore dell'azienda agli arresti domiciliari che ha rappresentato (finora) il maggiore argine a ogni ipotesi di disimpegno totale da Taranto, insieme ai banchieri preoccupati dei danni che una liquidazione dell'Ilva potrebbero produrre ai bilanci dei loro istituti di credito. Il combinato disposto di queste criticità rischia di fare di Taranto un epicentro da cui le onde si potrebbero presto sprigionare. Prima investendo nella sua totalità il (fu) primo gruppo siderurgico italiano, poi diffondendosi nei gangli e nel sistema nervoso della manifattura attraverso il virus patogeno del collasso delle forniture, quindi ritornando indietro sotto forma di disastro economico-sociale, con il rischio di inghiottire tutta Taranto.
Gli effetti interni al gruppo
Le conseguenze sono prima di tutto industriali. Taranto è il cuore produttivo del gruppo. A Taranto si fa (si faceva) tutto: bramme, coils, lamiere, tubi saldati, profilati. Dunque Genova, Racconigi, Salerno, Novi Ligure, Pratica e Senas (in Francia), Salonicco (in Grecia) e Biserta (in Tunisia) dipendono (dipendevano) da Taranto, l'unico impianto dove esiste (esisteva) l'integrazione fra il ciclo del caldo e il ciclo del freddo.
Il danno è sistemico: se tu sequestri i semilavorati prodotti dagli altoforni di Taranto, non azzeri solo la produttività di questi ultimi e non decurti solo la redditività della gestione industriale. È anche un tema di lenta e inesorabile stasi commerciale. Le vendite dei distributori dei prodotti dell'Ilva non possono che assottigliarsi sempre più: i centri di servizio in Italia (a Torino, a Paderno Dugnano, a Legnaro e a Marghera) e all'estero (Lione, Chatillon Le Duc e Rouen in Francia, Tunisi nel Nord Africa) si ritrovano sprovvisti dei prodotti. Ed entrano in una dimensione di grave incognita anche le imprese che si occupano della logistica e dei servizi del gruppo (Ilva Servizi Marittimi, Muzzana Trasporti, Innse Cilindri, Sanac). Così, sul medio periodo, la doppia ipotesi Cig-mobilità non riguarda esclusivamente i 15.500 addetti che lavorano nella produzione dell'Ilva, ma pure le 1.200 persone impegnate nei servizi, nella commercializzazione e nella logistica, collegate alla società operativa, che pesa per il 70% nelle attività del gruppo Riva, o comunque inserite nel perimetro del gruppo.
L'onda d'urto sull'Italia
Secondo l'ufficio studi di Siderweb l'Ilva imperniata su Taranto vale lo 0,06% del Pil nazionale. L'ufficio studi di Confindustria ha valutato in 9 miliardi di euro l'impatto massimo del danno provocato da una implosione di Taranto. In una economia italiana in cui la lavorazione dell'acciaio è una componente fondamentale, una rapida consunzione del gruppo Riva aprirà varchi enormi per i concorrenti stranieri. Serviranno 5,5 milioni di tonnellate di import aggiuntivo di acciaio. Naturalmente questo costerà alle nostre piccole e medie imprese: in termini di extra costi per la logistica e di servizi e costi finanziari aggiuntivi per l'import. Se, poi, si aggiungono gli oneri a carico dello Stato in caso di chiusura di Taranto (gestione della Cig e della mobilità e minori imposte) alla fine si arriva a nove miliardi di euro di danno provocato da una ipotetica liquidazione di Taranto. C'è, poi, il tema dell'effetto sistemico-finanziario di un annichilimento dello stabilimento di Taranto, passaggio essenziale nella progressiva dissoluzione dell'Ilva. La quale ha debiti finanziari prossimi ai tre miliardi di euro, pari a 1,3 volte il capitale netto. Il 25% dell'esposizione è verso le banche. Il 75% concerne debiti infra-gruppo. Dunque, esiste un problema diretto per le banche. Ma c'è soprattutto la certezza che, se cade l'Ilva, implode l'intero gruppo Riva. Con tutti gli annessi e connessi per un sistema industriale come l'Italia che, dopo avere perso la grande elettronica, l'informatica e la chimica, perderà anche la siderurgia. Con una conseguenza specifica: mentre l'estinzione delle attività industriali prossime alla frontiera tecnologica pone un problema di assenza strategica del Sistema Paese in comparti ben delineati e precisi, l'ipotesi di una scomparsa dalla grande siderurgia mina la natura più profonda e trasversale dell'intera manifattura italiana, che per definizione è una economia trasformatrice. Niente più acciaio? Si introduce un elemento di debolezza strutturale e pervasiva per tutta la manifattura: dall'automotive al bianco, dalla meccanica di precisione ai beni strumentali. Con un incremento dei costi intermedi, un calo della produttività e una riduzione della capacità competitiva del nostro export.
Il dramma di una città
Il blocco produttivo dell'Ilva continuerà? La paralisi commerciale anche? L'asfissia finanziaria dispiegherà tutti i suoi effetti, tanto che alla fine l'acciaieria di Taranto, semplicemente, morirà? La prospettiva per la città pugliese è quella di una rapida desertificazione industriale.
Tralasciamo il problema ecologico: la smobilitazione dell'Italsider da Bagnoli con l'assenza di bonifiche mostra come sia complicato porre rimedio agli impatti ambientali quando una fabbrica viene semplicemente chiusa. La questione è di pecunia. Dodicimila persone lavorano all'Ilva, alla quale è riferibile una quota pari al 75% del Pil dell'intera provincia. Un grado di dipendenza difficilmente riscontrabile in altre parti d'Italia.
Nessuno è in grado di prevedere, con un modello econometrico, gli effetti su un territorio così circoscritto dell'estinzione di un tale gigante industriale. Una cosa è certa: il dossier Ilva passerebbe rapidamente dalla scrivania del ministro dell'Economia a quella del prossimo ministro degli Interni. Dramma economico. Enorme problema di ordine pubblico.
Dall'Ilva rischio contagio per il Paese - Il dramma di una città Il blocco - Il Sole 24 ORE
Quindi a ormai sei mesi dallo scoppio delle questione ancora la magistratura bivacca, nel frattempo abbiamo uno dei maggiori gruppi industriali italiani al collasso, migliaia di lavoratori prossimi alla cassa integrazione, un paese al collasso.
Ma va tutto bene l'importate è che arrivino le tasse per ingrassare i giudici, a loro che gli frega tanto la vancanza in barca non gliela può togliere nessuno.




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