
Originariamente Scritto da
Voyager
Da quello che scrivi di seguito (mentre l'Infinito è presenza di tutto) mi sembra di poter sostenere che il mio Nulla sia ben diverso, anzi l’opposto dell’Infinito metafisico, che, comprendo, niente ha da spartire con l’Infinito matematico o con quello cosmologico (intendi Universo), come poco ha da emanare. Il mio Nulla è assenza di tutte le cose, anche e ancor di più di ogni possibilità, sia di manifestazione che di non-manifestazione. Ho ben compreso che per Guenon la Possibilità non è esclusiva pertinenza dell’esistere, poiché egli congettura – secondo me in modo eccessivamente assiomatico e per nulla logico, ma temo possa trattarsi di un non superabile limite del linguaggio – anche l’esistenza (scusami il termine, non ne trovo altri più adeguati… serve per capirci) – della Possibilità di non manifestazione, che congiunta (sebbene non si tratti di due ‘dimensioni’ separate’, qui Guenon è estremamente prudente a specificare la sostanziale e tassativa unitarietà delle due possibilità) alla possibilità di manifestazione (che non è detto abbia sempre il crisma dell’esistenza, men che meno per forza di cose dell’esistenza fisica), coincide perfettamente all’Infinito metafisico. Guenon è forse colui che meglio d’ogni altro sistematizza in chiave filosofica la spiritualità orientale, producendosi in apprezzabilissime acrobazie dialettiche (molto prudente quando affida al linguaggio la spiegazione del Logos orientale), rendendo così intelligibile anche per un occidentale la corposa visione spirituale del Sol Levante. Ma parte, come chiunque voglia cimentarsi nel campo della metafisica, da un assioma che predice e pre-direziona l’intera sua speculazione spiritul-filosofica. Il risultato che ne ottiene non è altro, a mio modesto parere, che un artificio mentale (seppur superbo) sufficiente a giustificare quanto nelle premesse era già implicato. Forse, quella di Guenon è la costruzione teoretica (lui mai nega si tratti di una teoria) più razionale e coerente che esista del metafisico (dico forse perché non posso rifiutare spazio al dubbio che possano esserne state escogitate di più coerenti e razionali), ma – benché presumibilmente lo neghi - è anch’essa una scienza mentale che si appoggia su un fondamento dogmatico, che appunto è l’Infinito metafisico o il Tutto della spiritualità orientale.
Il mio miserrimo Nulla – che proprio mio non è – poggia la sua pretesa d’essere (sic! Perdonami il paradosso) sull’esperienza e sull’ignoranza del dopo. E fintanto che il dopo non sarà svelato – non uso il termine rivelare perché lo percepisco sempre nella sua ambiguità semantica – non ci resta che adagiarci, razionalmente e sentimentalmente, all’unica evidenza che possiamo esperire: individualmente, e per somma anche coralmente, siamo una complessa escrescenza – chi più chi meno purulenta – del Nulla, avverso il cui baratro la nostra mente oppone delle difese, più o meno razionali, più o meno coerenti, ma pur sempre monche e mai del tutto convincenti. L’Infinito di Guenon è un ottimo, addirittura superbo, basamento, ma è pur sempre un costrutto mentale. Posso arrivare a definirlo (anche qui un paradosso dovuto al linguaggio) una profonda intuizione intellettuale, ma nutro qualche riserva che sia il vero fondamento e la ragione sufficiente del nostro essere nel mondo del manifesto e del nostro strambo speculare intorno ai massimi sistemi filosofici che ruotano intorno all’essere, al non-essere, al Testimone e al Tutto.
Vedi, per certi versi ed in una certa misura, io percepisco la spiritualità orientale come un corpus che sottende ed è sottesa da un vulnus che aliena dall’imperativo di vivere intensamente l’unica esistenza che c’è concessa in dote. Una specie di ‘dottrina’ dell’indifferentismo spiritual-razionale. Se l’esistenza di ciascuno di noi, intrappolati nel ciclo di nascita-vita-morte e rinascite, è la dimensione entro cui si declina il nostro karma, perché mai dovrei amare viverla?