articolo di qualche anno fa che penso descriva bene il personaggio:
LA FATWA «CRISTIANA» DEL REVERENDO ROBERTSON
Domenico Savino
28/09/2005
NEW YORK - Forse l'attacco all'Iran è rinviato, forse la strategia multipolare di Cina e Russia rallenterà l'esecuzione da parte americana dei «desiderata» di Gerusalemme, ma intanto un'altra aggressione statunitense sarebbe alle porte: «vi dico che ho la prova che esistono piani per invadere il Venezuela. Inoltre abbiamo documenti: il numero di bombardieri, il numero delle navi. Ma se il governo americano tenterà di lanciarsi nella folle avventura di attaccarci, si imbarcherà in una guerra dei cent'anni».
E' l'allarme che ha lanciato al mondo la settimana scorsa il vulcanico presidente venezuelano Hugo Chavez durante la visita a New York in occasione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Chavez ha specificato che il piano d'invasione sarebbe stato battezzato «Balboa» e si è impegnato ad inviare una copia di mappe e documenti, che ne dimostrerebbero l'effettiva esistenza, a Ted Koppel, il giornalista che lo intervistava.
E' molto probabile che si tratti di un bluff, di un modo per attirare ulteriormente l'attenzione dei media, casomai non fosse stato sufficiente definire lì, a casa loro, gli Stati Uniti uno «Stato terrorista».
Il fatto è che su di una cosa Hugo Chavez ha oggettivamente ragione: quando denuncia, cioè, che dall'arrivo di George W. Bush alla Casa Bianca nel 2001, il «Venezuela è stato sottoposto a un'aggressione permanente, contro di noi e contro la mia persona».
L'ultimo episodio risale alla fine del mese di agosto e credo si tratti della prima fatwa «cristiana»: «se ci accusano di essere assassini, allora uccidiamo Hugo Chávez... Abbiamo la capacità di disfarci di Chávez e credo che sia giunto il momento di esercitare questa capacità. Non abbiamo bisogno di un'altra guerra da 200 miliardi di dollari per disfarci - voi lo sapete bene - di un altro dittatore ben armato. È senza dubbio molto più facile prepararci a fare il lavoro».
Parole e musica di Marion Gordon Robertson, detto «Pat», il pastore - si fa per dire - «evangelico» di punta della Christian Coalition, che sostiene senza deflettere l'amministrazione Bush ed che è una delle anime dei «cristiano-sionisti» d'America.
Parole e musica di Marion.
Il pensiero politico di Robertson è noto dall'inizio degli anni Ottanta, quando sosteneva che «la costituzione degli USA è un documento meraviglioso di autogoverno del popolo cristiano. Ma un minuto dopo averla messa nelle mani dei non-cristiani e degli atei viene usata per distruggere la nostra società».
Nel 1986 Robertson precisava le sue idee; «le termiti non costruiscono, sono i cristiani, quasi come un sol uomo, ad aver costruito gli Stati Uniti. Ora però le termiti governano molte nostre università e istituzioni; è il momento di un rogo divino». Sette anni dopo in un'intervista rilasciata a Molly Ivins disse che i liberali stavano facendo ai cristiani quello che i nazisti avevano fatto agli ebrei in Germania e in un discorso tenuto nell'ottobre del 1993 all'American Center for Law and Justice, Robertson affermò che «non esiste nella Costituzione una cosa che si chiami separazione tra chiesa e Stato. E' un'invenzione della sinistra che non ci beviamo più».
Già forte prima dell'11 settembre negli USA e nella galassia che circonda o forma il Partito Repubblicano, la Christian Coalition assume dopo quella data toni solo apparentemente più miti, ma in realtà più apocalittici e quindi più pericolosi.
In un discorso del 25 Marzo del 2002 Pat Robertson che si presenta all'Economic Club di Detroit dice: «infine la mia raccomandazione più importante è quella di porci umilmente davanti all'Onnipotente e chiedere perdono per i nostri peccati. L'America è divenuta prospera per la speciale protezione accordatale dal Signore. Questa è stata una nazione speciale per Lui. E' stata la terra da Lui scelta. Dobbiamo abbandonare la strada che stiamo seguendo e riconoscere la Sua sovranità e chiedere umilmente la Sua protezione contro i nostri nemici».
L'humus biblico-veterotestamentario alla base del cristianesimo protestante americano spiega benissimo l'atteggiamento di Robertson verso Chavez.
Scrive John Kleeves: «bisogna infatti tener sempre conto che gli americani sono i discendenti dei Puritani, quegli inglesi del XVI Secolo che nella religione del Vecchio Testamento avevano ritenuto di trovare la giustificazione e la copertura morale del loro individualismo materialistico e della loro sfrenata avidità di beni materiali. Nel Vecchio Testamento qualunque considerazione di opportunità od opportunismo economico trova il suo corrispondente in un qualche elemento dell'ideologia ivi presentata, proprio come avviene fra le voci della partita doppia della ragioneria. […] Il Dio del Vecchio Testamento manifesta la sua elezione per gli individui facendoli diventare ricchi, concedendo loro in pratica il diritto di essere più ricchi degli altri. Allo stesso modo Egli manifesta la sua elezione per un popolo intero: facendolo diventare ricco, dandogli il diritto di essere più ricco degli altri e di dominarli».
La teologia del dominio fa sì che gli Stati Uniti, nuova Israele, abbiano il diritto, anzi il dovere di sterminare i propri nemici per lasciare al nuovo popolo eletto la possibilità di godere pienamente della prosperità assegnatagli da Dio per speciale elezione.
E Chavez è un nemico, anzitutto perché non accetta che il Venezuela (quinta potenza petrolifera del mondo, che fornisce agli USA la metà della sua quota di produzione di petrolio, pari al 15% del fabbisogno statunitense) svenda la risorsa più preziosa del paese, in grado di fornire un reddito potenziale annuo di 130 miliardi di dollari.
Un boccone troppo grosso perché le multinazionali del petrolio ne siano escluse, proprio lì, nel «cortile di casa» (come gli americani chiamano con disprezzo il Sud-America).
E poi Chavez rifornisce di petrolio Paesi ostili a Washington come Cuba o la Cina e col petrolio alle stelle la crisi economica interna, che molti auspicavano come strumento per toglierlo di mezzo, non esplode: ciò rende praticabili le politiche populiste di Chavez e gli consente di finanziare anche all'estero politiche antiamericane.
Contro di lui sono schierati tutti i poteri forti del Paese, tranne l'esercito.
Anche la gerarchia ecclesiastica gli è avversa.
Chavez viene accusato di essere un dittatore, amico del deposto Saddam Hussein e del suo regime.
Eppure Chavez, protagonista nel febbraio e nel novembre del 1992 di due tentativi di colpo di Stato, è stato in realtà eletto democraticamente nel 1998 con la maggioranza assoluta dei voti, sostenuto dalle forze della sinistra e dai diseredati del paese.
Da quando è al potere ha intrapreso una «rivoluzione pacifica» che allarma i propagandisti della globalizzazione: «al di là della crisi economica - spiega Chávez - il Venezuela stava soprattutto attraversando una crisi morale ed etica, dovuta alla mancanza di sensibilità sociale dei suoi dirigenti. Ora, la democrazia non è solo uguaglianza politica; è anche, anzi soprattutto uguaglianza sociale, economica e culturale. Sono questi gli obiettivi della rivoluzione bolivariana. Voglio essere il presidente dei poveri. Ma noi dobbiamo apprendere la lezione dei fallimenti di altre rivoluzioni, che pur affermando di porsi questi obiettivi li hanno traditi; oppure li hanno perseguiti, ma liquidando la democrazia».
I suoi nemici – anche per via degli aiuti a Cuba – lo bollano come comunista, ma definirlo comunista è improprio.
Donato di Santo, ex-responsabile per le relazioni con l'America latina del PCI prima e del PDS poi e il giornalista Giancarlo Summa scrivevano di lui dopo i falliti tentativi di colpo di stato: «è uno strano golpista, Chavez. In altre epoche sarebbe stato definito un nazionalista di estrema destra. Ma chi lo conosce bene, assicura che oggi sul comodino tenga 'Le vene aperte dell'America-latina' di Edoardo Galeano, la controstoria della dominazione europea e nord-americana che negli anni settanta è stata la lettura obbligata di generazioni di intellettuali e militanti di sinistra».
Insomma Chavez altro non è che un socialista nazionale, un caudillo (rosso o nero non importa) come tanti in America Latina: perché il colore non conta.
«E' il caudillo il vero protagonista della storia latino americana - come scrive l'ex ambasciatore Ludovico Incisa di Camerana - generosi o crudeli, intelligenti o rozzi, i caudillos sono al tempo stesso autoritari ed eugualitari, popolari e populisti. La loro patria è il popolo armato di cui hanno preso la testa. Lo stato è l'esercito e l'esercito nasce prima della nazione: l'esercito è il padre della patria».
Eredi dei Libertadores, demiurghi rivoluzionari che infiammano le plebi, figli del popolo, che poi magari li divorerà, comunisti nazionali o fascisti di sinistra, questi sono i caudillos, orgogliosamente nazionalpopulisti e tenacemente legati alla propria identità amerinda!
Chavez è uno di loro. Antiglobalizzatori ante-litteram, non vogliono che mani straniere depredino le ricchezze della nazione: «noi dobbiamo cercare - ha dichiarato Chavez- il punto d'equilibrio tra il mercato, lo Stato e la società. Ciò che occorre è far convergere la mano invisibile del mercato e quella visibile dello Stato, in uno spazio economico all'interno del quale il mercato possa esistere quanto più è possibile, e lo Stato per quanto è necessario… La proprietà privata, le privatizzazioni e gli investimenti esteri restano garantiti, ma entro i limiti dell'interesse superiore dello Stato, che vigilerà per conservare sotto il proprio controllo settori strategici la cui vendita equivarrebbe al trasferimento di una parte della sovranità nazionale».
Come dargli torto?. (1)
Chiaro che davanti a tali intendimenti gli attori della globalizzazione mondialista non possono che usare la tecnica di sempre, quella di additare al mondo Chávez come «dittatore» e la sua politica antiliberista come causa dello sfacelo del Venezuela: «il fatto è che sotto il suo governo la povertà è aumentata» ha scritto Anthony B. Bradley ricercatore associato dell' Acton Institute (2), il quale ricorda che «il Venezuela ha incassato in questi ultimi 25 anni, grazie alla vendita dei suoi idrocarburi, circa 300 miliardi di dollari, l'equivalente di più di venti Piani Marshall. Eppure, più della metà degli abitanti continua a vivere nell'indigenza; la disoccupazione colpisce un quarto della popolazione attiva, un terzo sopravvive grazie all'economia sommersa e più di 200.000 bambini sopravvivono mendicando».
Peccato che i critici di Chavez non dicano che se un paese ricchissimo di risorse come il Venezuela si trova in queste condizioni la colpa non è sua, ma di quelli che l'hanno preceduto.
Quelli che erano graditi a Washington, i seguaci della reaganomics: ad esempio il socialista riformista Carlos Andrè Perez (detto CAP), carismatico dirigente di Acciòn democratica.
Era il 1988.
Durante la campagna elettorale assicurò che la priorità del governo sarebbe stata la crescita economica del Paese e non il pagamento del debito estero, richiesto dal Fondo Monetario. Appena eletto, invece, raddoppiò il costo della benzina e dei trasporti pubblici, mentre il prezzo del pane triplicava.
Il 27 febbraio 1989 dai ranchitos, le favelas di Caracas, la rivolta dilagò.
La Guardia nazionale sparò sulla folla: 274 morti.
Il vecchio CAP andò avanti imperterrito, spiegando che i sacrifici erano necessari.
La politica neoliberista del Fondo Monetario internazionale fu rigorosamente applicata privatizzando ampi settori dell'economia (a parte quello petrolifero, che però venne aperto ai privati), smantellando la rete di assistenza sociale costruita nei vent'anni precedenti, aumentando in blocco le tariffe pubbliche, liberalizzando i prezzi, sopprimendo i controlli doganali e sulle operazioni di cambio.
In pochi mesi, ritornarono in Venezuela molti miliardi di dollari volati all'estero negli anni precedenti.
Per tre anni consecutivi il prodotto interno lordo fece balzi in avanti: + 6,8% nel 1990, +10,2% nel 1991, +6,9% nel 1992.
L'inflazione scese al 40% annuale.
Come negli Settanta, frotte di yuppies volavano da Miami a Caracas.
Li chiamavano «dame dos», dammene due, perché compravano sempre due unità dello stesso prodotto.
Un vero miracolo? Macchè! Valeva anche qui ciò che diceva il presidente brasiliano Garrastazu Medici: «il paese sta bene, è il popolo che sta male!»
E, mentre la gente faceva la fame, Carlos Andrè Perez, il presidente socialista sostenuto dai poteri forti, faceva affari.
Travolto da uno scandalo che gli avrebbe fruttato illegalmente circa 17 milioni di dollari, oltre a quelli infilati nella giarrettiera della sua amante «ufficiale», Cecilia Matos, fu sostituito dal vecchio senatore Ramon I. Velasquez.
E' in questa situazione che ebbero luogo i due tentativi di colpo di Stato dell'ala bolivariana dell'esercito, entrambi ispirati dal colonnello Hugo Chavez.
Chavez verrà arrestato, ma alle elezioni dell'anno successivo i socialisti di Aciòn Democratica e i democristiani del COPEI, che dal 1959 si alternavano alla guida del Paese, subirono una batosta (assieme non ottennero neppure il 50% dei voti), battuti da Rafael Caldera, vecchio leader cristiano-sociale, uscito dal COPEI in polemica con le politiche neoliberiste del socialista Peres e l'opposizione blanda del suo ex- partito.
Vinte le elezioni, il nuovo governo, oltre a mitigare le dure politiche economiche del suo predecessore, concedeva l'amnistia ai golpisti di Chavez.
Per gli Stati Uniti, gli speculatori cosmopoliti, gli usurai della finanza internazionale, le multinazionali petrolifere è un duro colpo.
Contro Chavez inizia una lotta senza quartiere, fatta di ostracismo internazionale ed economico e si tenta perfino di rovesciarlo con una pseudo-rivoluzione sostenuta dalla grossa borghesia urbana.
Sembrava fatta, quando le plebi dei ranchitos delle periferie giungono in soccorso del presidente.
Sarebbe stato un bagno di sangue.
I rivoluzionari da salotto abbozzano e se ne tornano a casa.
Chavez è ancora lì, mentre i suoi nemici schiumano di rabbia e il prezzo del petrolio, schizzato alle stelle a seguito della politica di guerra americana, favorisce non solo le multinazionali texane della famiglia Bush, ma anche gli introiti venezuelani e le politiche economiche del suo presidente.
L'implosione del suo sistema di potere, che molti pronosticavano come inevitabile, appare invece in questa situazione più che improbabile.
La «fatwa» di Pat Robertson contro Chavez ha dato così voce all'America del profondo, a quel «monoteismo» diabolico fatto di politica e messianismo, di apocalittica e sterminio dei nemici, di Vecchio Testamento e revolver, di Dio e affari, di invasamento mistico e tecnologia.
Sì, perché Pat Robertson è stato a suo tempo, sull'onda del successo della Destra politico-religiosa, anche candidato alla presidenza degli Stati Uniti e da infaticabile telepredicatore e padrone della CBN, ha affermato che il mezzo televisivo «rappresenta di per se stesso il compimento della profezia: 'andate dunque, ammaestrate tutti i popoli!' (Matteo 28: 19)».
A tal punto è convinto del carattere provvidenziale del tubo catodico che, stando alle parole di Gerard Straub, suo ex-direttore di produzione, Robertson aveva ideato il God's Secret project, la ripresa televisiva della Seconda Venuta di Cristo.
«Il più grande spettacolo del mondo era lì davanti a noi - ricordava Straub - io mi chiedevo dov'era meglio piazzare le nostre cineprese. Gerusalemme era il posto più ovvio. Discutemmo persino se l' aureola di luce di Gesù avrebbe potuto pregiudicare la riuscita delle riprese e come avremmo affrontato quel problema tecnico. Ma ve l'immaginate noi della troupe che diciamo a Gesù: 'Signore, per favore, riducete un po' la vostra luminosità. Abbiamo problemi di contrasto. Non vogliamo correre il rischio di sfondare il negativo!'».
E sarebbe Chavez il pericolo?!
Viene da ripetere oramai per tutto il Sud- America quello che una volta si diceva per il Messico: «povera America Latina, così lontana da Dio e così vicina agli Stati Uniti d'America!»
Domenico Savino
Note
1) Contrariamente alla vulgata, anche «i movimenti rivoluzionari dei tupamaros e dei montoneros presentano – come specifica Ludovico Incisa di Camerana – una straordinaria somiglianza con il primo fascismo e sorprendenti analogie con i fascismi balcanici ed in particolare con la Guardia di Ferro rumena».
2) E' il think – tank americano fondato da don Robert Sirico e da Kris A. Mauren nel 1990, a Grand Rapids, nel Michigan.
EFFEDIEFFE Giornale on-line - Direttore Maurizio Blondet




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