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Discussione: "LA COMUNE DI PARIGI"

  1. #1
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    "LA COMUNE DI PARIGI"

    INTRODUZIONE

    (1)

    Lo scopo di questa serie di documenti è, riteniamo, chiarito completamente dal titolo che gli abbiamo dato:"per una storia dell'autonomia proletaria" è il tentativo di analizzare le esperienze più significative dal punto di vista politico, organizzativo e di lotta che il proletariato internazionale ha sviluppato in più di cent'anni di lotte contro la borghesia e il capitale.

    Storia dello scontro di classe è, per noi, storia dello sviluppo dell'autonomia proletaria, storia depurata dalle mistificazioni di parte o dai misticismi ideologici: storia reale delle spinte, dei sussulti e delle contraddizioni attraverso le quali il proletariato la scoperto e riscoperto l'incompatibilità e l'inconciliabilità dei propri interessi, immediati e storici, con quelli di ogni altra classe e ceto sociale.

    Nella Comune di Parigi, nello sviluppo della Prima Internazionale in tutti i paesi europei, nelle lotte operaie e sindacali dei primi anni del secolo, nella rivoluzione russa e in quella spagnola come in molti altri momenti della storia della lotta di classe, l'autonomia proletaria è sempre stata il terreno sul quale si sono scontrati i proletari rivoluzionari e i radical-borghesi, i socialdemocratici e gli stalinisti di ogni epoca e di ogni paese: la linea di demarcazione tra l'emancipazione rivoluzionaria foriera della società e dei valori comunisti e la ricaduta sotto il tallone della borghesia capitalista, scopo dell'opportunismo e della socialburocrazia.

    Storicamente lo sviluppo della coscienza di classe, cioè l'acquisizione della consapevolezza del proprio ruolo storico da parte del proletariato, non è stato un processo rettilineo ma un alternarsi di impetuose avanzate e di bruschi arretramenti di fronte alla repressione borghese e al dilagare organizzato dell'opportunismo, prezioso alleato del nemico di classe.

    La coscienza e l'autonomia di classe maturano unicamente nello scontro più duro e implacabile contro il capitale, la borghesia e il suo apparato: lo Stato.

    Conquista dell'autonomia è il passaggio dalla rivolta istintiva e radicale all'autoriconoscimento della propria fisionomia di classe, alla ricomposizione della propria unità, alla difesa dei propri interessi contro ogni lusinga e mistificazione interclassista.

    Per questo oltre un secolo di lotte proletarie, serbatoio inesauribile di esperienze organizzative (i soviet, i consigli, le collettività), di analisi e di elaborazioni, di spinte multiformi, di vittorie e di sconfitte, sono un patrimonio prezioso: un patrimonio che per diventare strumento rivoluzionario deve essere ordinato e interpretato nella sua qualità di processo di sviluppo dell'autonomia organizzata della classe.

    Continua............

    Viva la Comune

  2. #2
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    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Premessa

    (2)

    Il convulso processo di industrializzazione che doveva caratterizzare la nascita dello stato moderno in tutta Europa nella seconda metà del secolo XIX, trova in Francia un individuo pronto ad afferrare l'occasione di portarsi ai vertici delle gerarchie di potere tramite l'uso spregiudicato di un nome che ancora tanta influenza aveva sulle masse francesi: Napoleone Bonaparte.

    E' questo l'uomo che, eletto in maniera plebiscitaria Presidente della Repubblica Francese quando il cadavere di una rivoluzione era ancora caldo, riuscirà poi a gestire per 20 anni in maniera dittatoriale il potere e con il titolo di Imperatore ben rappresenterà il simbolo di quella classe che tante rovine e tanti lutti aveva e avrebbe portato al mondo intero.

    Lasciamo allo stesso Marx la descrizione di quel che fu il periodo 1851 - '71:

    "Fu un'orgia di aggiotaggio, di truffe finanziarie, di avventurose Società per Azioni. Ne risultò una rapida concentrazione del capitale tramite l'espropriazione delle classi medie e si allargò il fossato fra classe capitalista e classe operaia. Tutta l'infamia del regime capitalistico, che poté dare libero corso alle sue inclinazioni naturali, si scatenò senza resistenze. Fu del tempo stesso un'orgia di lusso e di corruzione, uno splendore corrotto, una bolgia di tutte le basse passioni delle classe superiori. Questa forma ultima del potere di governo ne era al tempo stesso la più prostituita. Fu un saccheggio sfacciato delle risorse dello Stato da parte di una banda di avventurieri; fu la serra calda per un enorme debito pubblico, fu l'apogeo della prostituzione, una vita artificiosa fatta di false ostentazioni. Il potere di governo, coperto di lustrini da cima a fondo, sguazzava nel fango..." (1)

    E fu questo governo in rappresentanza di tale classe che nel luglio del 1870 si gettava a cuor leggero nella guerra contro la Prussia.

    Una guerra certamente non sentita dal proletariato francese che proprio in quegli anni cominciava a rivestire le proprie lotte di rivendicazione economica e sociale con una matrice più spiccatamente socialista e a porsi l'esigenza di un'organizzazione di classe autonoma e internazionalista.

    Comunque, di fronte alle esigenze politiche ed economiche della borghesia francese (e a maggior ragione di quella tedesca), a nulla vale il deciso rifiuto che a questo massacro oppongono i proletari coscienti di tutta la Francia, a nulla i messaggi di solidarietà che gli operai francesi e tedeschi si scambieranno, la protesta si esaurirà in una serie di sterili manifestazioni di piazza e il sanguinoso epilogo del II Impero francese potrà cominciare con buona pace di quella borghesia che cinicamente vede in questo macello un modo come un altro per aprire una valvola di sfogo a conflitti di classe ormai insanabili.

    (1) Secondo saggio di redazione de "La guerra civile in Francia"

    Continua............


    Viva la Comune

  3. #3
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    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Dal luglio '70 alla proclamazione della Repubblica

    (3)

    Basterà un mese di guerra a spazzare via le illusioni di coloro che ancora credono nel mito della invincibilità dell'esercito francese.

    Le sconfitte di Wissembourg, Forbach, Froescwille, l'invasione dell'Alsazia e della Lorena, l'assedio di Strasburgo, la disfatta di Sedan del 2 settembre, la cattura dell'imperatore, sono altrettante docce gelate che spengono i tiepidi entusiasmi borghesi e riaccendono di rabbia quel proletariato parigino che da decenni per la sua combattività di classe è il faro a cui tutto il movimento operaio francese guarda.

    E mentre la borghesia inizia a porsi il problema di come e quando firmare la pace con Bismarck e di quali e quante concessioni fare al vincitore, il proletariato parigino il 4 settembre, dopo una gigantesca manifestazione, invade l'Assemblea Nazionale e proclama la repubblica democratica.

    Ottenuto ciò che voleva, cioè la destituzione dell'Imperatore e la formazione di un governo di difesa nazionale, la massa parigina delega le redini del potere ai deputati di Parigi, deputati repubblicani, sì, ma borghesi e come tali rappresentanti ad interim di quella classe che già così lautamente aveva banchettato per 20 anni sulla pelle dei proletari.

    I vari Favre, Picard, Trochu, Gambetta, Ferry, non sono altro che uno dei tanti volti dietro a cui si cela il potere: persone che hanno dedicato la loro vita ad accumulare denaro e a riempire le guance di vuota demagogia oratoria; ma di questo si rendono conto solo quelle avanguardie operaie che già hanno affiancato alla coscienza di classe un minimo di analisi della realtà dei rapporti esistenti all'interno della società: sono quelle poche migliaia di proletari che hanno dato vita alla sezione francese dell'Internazionale e che ancora non incidono, se non in minima parte, sulla maggioranza dei parigini che, paghi nel sentir ribadire i concetti dell'89, delegano in buona fede la gestione di questa repubblica a coloro che non penseranno che a tradirla e a trasformare un governo di difesa in un "governo di defezione nazionale" (Marx).

    Continua.........

    Viva la Comune

  4. #4
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    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Dal 14 settembre al 18 marzo

    (4)

    Nei mesi successivi alla proclamazione della repubblica, il governo repubblicano darà un'empia dimostrazione della propria incapacità congenita.

    La situazione rapidamente degenera: gli ex-generali monarchici, adesso "capi delle armate repubblicane", subiscono sconfitte su sconfitte; Parigi viene cinta d'assedio dalla truppe prussiane, fame ed epidemie cominciano a mietere vittime tra gli abitanti (i topi verranno venduti a 3 franchi l'uno, i cani a 10 il chilo).

    Del resto non viene presa alcuna misura per garantire un'equa distribuzione delle derrate alimentari; continua così la corsa all'accaparramento, il mercato nero prospera, e, naturalmente, chi paga in prima persona il costo della guerra sono i ceti popolari parigini.

    Di fronte a una simile situazione la coscienza politica dei militanti operai si rianima. In tutti gli arrondissement parigini si formano dei comitati di quartiere, espressione, per ora, di una ristretta avanguardia politicizzata; viene istituito un Comitato Centrale Repubblicano (CCR) come coordinamento dei venti quartieri e rafforzata la Guardia Nazionale, sempre su base locale, che ben presto comprenderà 384.000 uomini.

    In questo processo organizzativo si innesta l'idea della Comune: sempre di più il proletariato si richiamerà in questi mesi alla Comune insurrezionale che nel '92 abbatté la monarchia e che nel '73 diede nuovo impulso all'azione della Convenzione.

    "Ma, più che un'imitazione stimolante, ma anche pericolosa, la Comune assume il significato di una conquista diretta, da parte degli operai e dei soldati, dell'amministrazione della loro città" (2)

    Sostanzialmente, è l'idea dell'autogestione socialista che si affaccia, per la prima volta concretamente, sulla scena della rivoluzione. E il fatto che questo tipo di concezione fosse già sgombra di tutti quegli equivoci interclassisti così comuni in passato, ce lo dimostra sufficientemente il testo di una proposta avanzata dal CCR dei 20 arrondissements:

    "Chi deve far parte della Comune di Parigi? Gli avvocati? No! I borghesi? No! La Comune di Parigi deve essere composta in maggioranza dai lavoratori di ogni tipo, noti a tutti come rivoluzionari e socialisti. Che se ne stenda una lista e che venga sottoposta al popolo di Parigi...".

    Riprendono le manifestazioni di piazza e il 31 ottobre, dopo una ennesima sconfitta degli eserciti repubblicani, le guardie nazionali occupano l'Hotel de Ville al grido di Viva la Comune senza incontrare resistenza.

    Basterebbe un'azione decisa, dichiarare decaduto il governo repubblicano e proclamare la Comune, per cambiare, forse, il corso della storia. (3)

    Ma, evidentemente, i tempi non sono maturi e le masse parigine sgombrano il campo, rabbonite dalla promessa di immediate elezioni politiche.

    Sopraggiunge l'inverno, e con l'inverno il freddo particolarmente intenso e i bombardamenti diretti sulla città; in due mesi più di 30.000 persone moriranno a Parigi si stenti, malattie e fame: la situazione è ormai insostenibile e, ad esasperare maggiormente gli animi, a tutto ciò fa fronte un governo palesemente indifferente che utilizza tutte le sue scarse energie nelle trattative, nemmeno tanto segrete, per arrivare alla pace con Bismark.

    E' ancora il C.C.R. dei 20 arrondissements, in questo periodo l'espressione organizzativa più diretta del proletariato parigini, ad assumersi l'incarico di denunciare i responsabili della situazione: viene così pubblicato il "manifesto rosso" che denuncerà a piene lettere l'inettitudine degli uomini di settembre.

    "Il governo che si è assunto il compito della difesa nazionale ha adempiuto alla sua missione? No!!! Con la loro lentezza. Indecisione ed inerzia coloro che ci governano ci hanno portato sull'orlo dell'abisso... Non hanno saputo né governare né combattere. Imprese senza scopi, lotte omicide senza risultati..., continui insuccessi... Il governo ha dimostrato i suoi limiti e oggi ci uccide…L'ovvia conseguenza di questo regime è la capitolazione... La politica, la strategia, l'amministrazione del 4 settembre, frutto dell'Impero sono messe oggi sotto accusa".

    Il manifesto concludeva formulando un programma d'azione riassumibile in 3 punti:

    1. sequestro generale dei beni
    2. razionamento gratuito
    3. operazioni militari di massa (comprendenti cioè non solo l'esercito regolare ma anche la Guardia Nazionale, tenuta fino ad allora lontana dagli scontri,

    e lanciando lo slogan destinato a suscitare enorme impressione "Potere al popolo, potere alla Comune".

    Il governo deve rispondere, e risponde secondo la sua logica, prima mandando al massacro in un'azione suicida alcune migliaia di soldati e guardie nazionali, poi facendo sparare sulla folla che il 22 gennaio, in un'ennesima manifestazione davanti all'Hotel de Ville, reclamava la guerra ad oltranza e l'avvento della Comune.

    La misura è ormai colma ma, giocando ancora una volta d'anticipo, Favre, Ferry e compagni pochi giorni dopo ottengono un armistizio di tre settimane.

    Nel frattempo dovrà essere eletta un'Assemblea Nazionale, Parigi dovrà disarmare i suoi forti e cederli ai prussiani, l'esercito parigino dovrà consegnare le armi, e si dovrà pagare un primo contributo di guerra di 200 milioni di franchi.

    E' la resa, mascherata appena da un velo di ipocrisia, e il proletariato parigino che tante privazioni e sofferenze ha sostenuto pur di non cedere al militarismo tedesco, vede di colpo vanificati tutti i suoi sforzi dal tradimento di un pugno di opportunisti.



    (2) "La Comune del '71"; E. Tersen - J. Dautry
    (3) Cfr.: Marx , "La guerra civile in Francia": "Se la Comune avesse vinto a Parigi ai primi di novembre del '70 (...) non soltanto si sarebbe tolta la difesa dalle mani dei traditori, ...ma sarebbe completamente mutato il carattere della guerra. Sarebbe diventata la guerra della Francia repubblicana che avrebbe issato la bandiera della rivoluzione sociale del XIX secolo, contro la Prussia, quest'alfiere dello spirito di conquista e della controrivoluzione..."

    Continua............


    Viva la Comune

  5. #5
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    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Gli organismi di massa

    (5)

    L'avanguardia politica espressa dal proletariato parigino era, dunque, in larga misura, priva di quella comprensione necessaria a interpretare in maniera corretta gli impulsi rivoluzionari e le esigenze primarie che le masse esprimevano.

    I membri del Consiglio della Comune dimostrarono chiaramente la loro miopia (spesso cecità) politica e indubbiamente esercitarono in maniera in complesso negativa il potere che era stato loro affidato.

    Logico dunque ritenere che per potere comprendere appieno un simile momento rivoluzionario non basti fermarsi alla superficie degli avvenimenti ma occorra analizzare in maniera per lo meno approssimativa le forze sociali che si trovavano alle spalle del Consiglio; forze popolari e quindi espressione più diretta della volontà del proletariato e che grossomodo possiamo individuare nelle sezioni dell'Internazionale, nelle camere sindacali, e soprattutto nei clubs e nei comitati di arrondissements.

    Le sezioni dell'Internazionale

    La composizione interna delle sezioni parigine dell'Internazionale era, come abbiamo già visto, estremamente eterogenea: a una maggioranza in riflusso di proudhoniani corrispondeva una minoranza crescente d collettivisti e una sparuta schiera di blanquisti.

    Marx era conosciuto più come membro del Comitato Centrale che come teorico e aveva comunque uno scarsissimo seguito, lo stesso dicasi per Bakunin in quanto i militanti parigini erano giunti autonomamente al collettivismo senza, praticamente, aver mai sentito parlare del rivoluzionario russo.

    Se dunque i mutualisti avevano la maggioranza, non si può dire però che se ne servirono per influenzare le decisioni dell'Internazionale.

    In realtà esisteva una confusione pazzesca tra le sessanta sezioni di quartiere, non esisteva una strategia comune d'intervento, né contatti stabili e generalizzati, e non si trovò un completo accordo neppure alla vigilia di scadenze importanti come il 18 marzo o il 4 settembre.

    Ciononostante l'influenza che l'A.I.L. esercitò sul movimento operaio parigino fu enorme: in tutti i momenti politicamente più dinamici di quei mesi troviamo alla testa delle masse degli internazionalisti. Li ritroviamo tra gli ufficiali della Guardia Nazionale, nelle camere sindacali, alle tribune dei clubs, nel Comitato Centrale, nel Consiglio della Comune e l'azione condotta è sempre quella di difesa e di stimolo del proletariato.

    Sarà questa l'unica funzione a cui l'Internazionale effettivamente assolverà, cioè il rafforzamento dell'organizzazione della classe operaia e il notevole contributo dato alla presa di coscienza del proletariato stesso tramite l'impegno costante dei suoi militanti che, agendo spesso in maniera individuale, contribuirono, in misura determinante, ad estrinsecare dai momenti di rivendicazione politica ed economica delle masse parigine la matrice di classe e l'indirizzo socialista e rivoluzionario.

    Quando però si tratterà di coordinare l'azione e di elaborare una tattica comune per adeguarla a una particolare situazione la mancanza di un'organizzazione centralizzata si evidenzierà drammaticamente.

    Le camere sindacali

    Un discorso molto simile possiamo fare per le camere sindacali (sindacati operai) che in quei mesi sorsero impetuosamente in tutta Parigi.

    Si trattava di organizzazioni relativamente giovani create quasi sempre da internazionalisti e che quindi riflettevano pienamente la composizione interna all'A.I.L.

    I vari sindacati che riunivano gli operai secondo il mestiere (panettieri, ebanisti, sellai, ecc.) conobbero dopo il 18 marzo un grande sviluppo che marciò di pari passo con la coscienza politica e la comprensione dell'importanza del ruolo operaio nella nuova società in formazione.

    La creazione di un Consiglio dei delegati delle corporazioni operaie testimonia della spinta unitaria che dal basso tendeva alla creazione di strumenti capaci di attuare quelle aspirazioni largamente diffuse tra gli operai e che possiamo trovare schematicamente in questa dichiarazione dei delegati metallurgici e meccanici del 23 aprile. "...Dichiariamo di dare ai nostri delegati le seguenti indicazioni generali: sopprimere lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, ultimo baluardo della schiavitù, organizzare la produzione mediante associazioni solidali e capitale collettivo e inalienabile".

    Mentre la volontà di lotta e la comprensione delle vaste implicazioni che il movimento aveva è ribadito a pochi giorni dal massacro in questo comunicato congiunto delle corporazioni operaie il 4 maggio:

    "La nostra difesa contro gli attacchi che ci sferrano questi nemici della repubblica si chiana socialismo che lotte contro il feudalesimo finanziario, si chiama progresso contro l'oscurantismo. Noi vinceremo e sulla nostra vittoria sarà fondata la liberazione dei salariati e l'indipendenza dei popoli. Viva La Comune! Viva la repubblica sociale universale".

    Sia l'A.I.L. che le camere sindacali mantennero con il Consiglio della Comune rapporti sufficientemente stabili; indubbiamente il Consiglio vedeva in queste due organizzazioni alleati estremamente rappresentativi per mantenere il consenso delle masse e si premurò di venire incontro alle richieste, del resto assai limitate, che via via gli venivano inoltrate.
    Se, dunque, esisteva un piano di presunta parità e di accordo operativo tra Consiglio, A.I.L. e camere sindacali, non altrimenti possiamo dire dei rapporti che si ebbero tra l'organo del potere del proletariato e il proletariato stesso riunito in quelle strutture di massa chiamate clubs ed estese capillarmente in tutte le città.

    L'analisi di queste specie di comitati di quartiere probabilmente ci offre la chiave interpretativa più valida per comprendere l'esperienza della Comune.

    I clubs

    Nati con la caduta dell'Impero il 4 settembre, i clubs esprimono la necessità di organizzazione che il popolo parigino sentiva in quei mesi di assedio. Hanno sede nei locali delle scuole, nei teatri, nei casinò chiusi in quei mesi al pubblico.

    La loro azione fino al 18 marzo sarà di critica al governo, di organizzazione di manifestazioni, di diffusione dell'idea di una comune rivoluzionaria.

    La matrice di classe, data la natura di quartiere, degli stessi varierà da arrondissement ad arrondissement ma lo stimolo e la conduzione delle lotte verrà sempre dai quartieri proletari del centro di Parigi, in particolare dal I, III IV, V, IX, XVIII, XI arrondissement.

    Saranno questi i centri in cui verranno organizzate la dimostrazione di massa contro il governo il 31 ottobre e il 22 gennaio.

    Dopo il 18 marzo l'azione dei clubs ovviamente cambia: è necessario ora difendere la rivoluzione e contribuire in prima persona alla creazione di una nuova società.

    Di questo si rendono perfettamente conto i parigini che accorrono ad ingrossarne le file.

    I clubs si riproducono rapidamente e presto saranno diffusi capillarmente in tutta la città.
    Le riunioni si tengono nelle chiese requisite, poiché è necessario "far aprire le chiese affinché il popolo possa riunirvisi e discutere i propri problemi" (10)

    L'organizzazione è molto semplice, priva di quelle forme burocratiche care alla borghesia:

    "Appena eletti il presidente e i due assessori, che costituiscono l'esecutivo, viene fissato l'ordine del giorno. E' raro che inizi subito la discussione... generalmente prima c'è tutta una serie di comunicazioni... soltanto dopo inizia il dibattito.

    Ogni club ha qualche oratore di rilievo che prende la parola ogni giorno; ma ci sono anche oratori d'occasione..."

    Il regolamento interno è invece più articolato, significativo a questo proposito quello del club Nicholas des Champs che, tra l'altro, prevedeva che:

    * l'esecutivo (presidente, assessori, segretario generale) venisse rieletto ogni quindici giorni (art.2)
    * "i membri del club sono accomunati dallo stesso obbiettivo di far trionfare la rivoluzione" e se qualcuno di loro verrà meno all'impegno sarà espulso (art.6)
    * gli aderenti che hanno la tessera devono riunirsi ogni giovedì e ogni domenica. Chiunque sarà assente per tre volte consecutive, senza giustificazione, verrà radiato.

    In linea con questa tendenza organizzativa interna, i vari clubs tendono anche a coordinare la loro azione e a questo scopo si costituisce una federazione di clubs che terrà la sua prima riunione il 15 maggio, pochi giorni prima dell'assalto dei versagliesi.

    Volgendo lo sguardo ai temi trattati durante i dibattiti all'interno dei vari clubs, possiamo individuare immediatamente la matrice fondamentale che improntò tutta la loro azione; è riassumibile nel concetto espresso nello statuto del "club dei proletari" dell'XI arrondissement: "I clubs sono creati proprio perché il popolo venga educato dal popolo".

    Questo concetto porta alla diretta conseguenza che "l'istruzione e l'educazione del popolo sono prioritari e il popolo deve essere tenuto al corrente di tutti i pubblici affari" (11)

    Vengono così poste all'ordine del giorno tematiche spiccatamente politiche quali ad esempio: "La Comune di Parigi, la sua funzione e le sue caratteristiche", "Obblighi e doveri della Comune", ma anche questioni più prettamente sociali quali "Misure da prendere per arrivare a risolvere i problemi sociali" o "Capitale e lavoro, mezzi concreti d'organizzazione" o ancora "La donna dalla Chiesa alla rivoluzione".

    Quest'ultimo illustra chiaramente quale fu la straordinaria partecipazione femminile a tutti i momenti della vita politica; era, infatti, assai frequente che dalla tribuna di un club parlasse una donna, come pure era massiccia qualitativamente e quantitativamente il contributo dato da queste all'azione dei clubs.

    Di fatto, i dibattiti e le discussioni nei clubs coinvolgono larga parte della popolazione, quella parte che più intensamente ha vissuto l'esperienza della rivoluzione e che non può non riconoscersi in essa, e assumono in sostanza il ruolo di vere e proprie scuole di formazione politica.

    L'azione, l'influenza e la diffusione aumentano progressivamente in queste settimane e così le critiche e le richieste nei confronti del Consiglio.

    Se infatti ai primi di aprile ci si limitava a ribadire che la "Comune non agisce", all'inizio di maggio il tono degli interventi cambia notevolmente; e così il 12 maggio la Justice, uno dei tanti quotidiani sorti in quel periodo e portavoce di alcuni clubs, sostiene che: "La Comune non ha saputo instaurare rapporti con il popolo", mentre il 19 dello stesso mese il "Club dei proletari" dichiara:

    "I membri della Comune hanno il grave torto di affidarsi alla provvidenza, mentre avrebbero il dovere di sottoporre alla sanzione del popolo i loro progetti di decreti, perché il popolo ha questo diritto... A noi compete l'iniziativa di prendere misure rivoluzionarie".

    Sempre il 19 il club "St. Ambreuse" chiede alla Comune che "un suo membro venga al club ogni sera... ascolterà i reclami del popolo e gliene renderà conto", e riceve come risposta un rifiuto abbastanza brusco.

    Del resto, del ruolo insufficiente ricoperto dal Consiglio si rendono conto anche i membri della minoranza.

    Uno di essi ci dà un quadro preciso della situazione venutasi a configurare:

    "Troppo spesso si dimentica che un vero movimento comunalista deve avere come obbiettivo costante di affidare agli stessi cittadini il compito di discutere e di decidere dei loro problemi comuni collettivamente con assemblee di quartiere. L'amministrazione centrale deve avere soltanto un compito di coordinamento e di esecuzione delle decisioni prese durante le riunioni locali, senza mai diventare, come è accaduto fino ad oggi, il giudice e il dirigente, delegato per i cosiddetti interessi comuni.

    ...I delegati sono oggi superati e scavalcati dalle stesse riunioni popolari, alle quali essi avrebbero dovuto sempre partecipare per poter comprendere il punto di vista del popolo e impregnarsi dei suoi sentimenti, per poter correggere, in caso, i propri errori" (12).

    Di fronte alla frattura che di fatto andava sempre più allargandosi tra potere esecutivo e organizzazioni di base del proletariato, è estremamente interessante osservare come la gestione degli affari pubblici, delegata inizialmente con piena fiducia al Consiglio della Comune, tenda rapidamente, di fronte alle incertezze e agli errori di quest'ultimo, ad essere assunta e portata avanti dai clubs in prima persona.

    Significativo, a questo proposito, è il passaggio che i clubs hanno, da una funzione di stimolo e di rivendicazione di misure immediate per il sostentamento della popolazione e la difesa della città quali la richiesta di macellerie popolari (21 aprile, club della Marsailles, richiesta accolta il giorno dopo) e la richiesta dell'istituzione della "leva di massa" e momenti di gestione diretta della vita del quartiere.

    Logicamente queste misure sono di carattere per lo più militare, data la disfunzione congenita esistente negli apparati di difesa della Comune ma pure porta i proletari a contare unicamente sulle proprie forze.

    A questo proposito è illuminante la delibera del club di Saint Ambreuse che invita il popolo ad "agire, nel proprio quartiere, con funzioni di polizia", e la delibera, dello stesso club, di far chiudere i negozi dei disertori e confiscarne le merci in favore delle vedove e degli orfani.

    La protesta contro la conduzione sociale e militare del Consiglio si radicalizza, grossomodo da maggio; è della fine di aprile questo comunicato del "Club della scuola di medicina" che nette in luce le disfunzioni organizzative che stavano conducendo inevitabilmente ad disastro il proletariato parigino:

    "protesta contro la deficienza delle operazioni militari: le truppe vengono spesso affaticate inutilmente; spesso gli ordini impartiti non giungono neanche a destinazione o arrivano in ritardo...

    Mancano le munizioni, non viene dato il cambio agli uomini, gran parte dell'artiglieria non è utilizzata…Spesso si ricalca, magari involontariamente, il metodo Trochu" (13)

    Per completare il quadro, basta osservare le nozioni di carattere sociale approvate nei vari clubs per rendersi conto della grande maturità raggiunta dal proletariato in pochi mesi di lotta, di discussione e di partecipazione diretta alla vita pubblica.

    Viene così individuata la necessarietà della "soppressione di ogni privilegio e monopolio, a cui va sostituito il principio della capacità di ciascuno in modo che ogni lavoratore goda dell'intero prodotto del proprio lavoro", si dimostra che "ogni lavoratore potrebbe vivere ricco", si richiede "una requisizione delle proprietà di quelli che hanno abbandonato Parigi...".

    Né le proposte si limitano alla richiesta di riforme sociali immediate ma investono tutto il terreno di quella che dovrà essere la società futura.

    Viene denunciata la negativa influenza del clero, la necessità dell'istruzione per tutti "gratuita e pubblica", si rileva che non può esistere un mondo nuovo senza l'emancipazione della donna.

    Occorre "ristrutturare i servizi pubblici, riducendo al minimo le amministrazioni" sostiene "La revolution politique et social" del 2 aprile, è necessaria la "soppressione della magistratura e la distruzione dei codici: per sostituirli si deve incaricare una commissione di giustizia perché elabori un progetto di legge in rapporto alle nuove istituzioni e aspirazioni del popolo" ribadiscono in una mozione tremila aderenti al "Club della Rivoluzione Sociale".

    Si devono sopprimere esercito e polizia "chiavi di volta dell'edificio costruito dalla borghesia" e sostituirli con una guardia cittadina.

    In questo crogiuolo di dibattiti, mozioni, articoli va però delineandosi sempre più la comune esigenza del rispetto della volontà popolare da parte degli eletti del popolo.

    "Le proletaire", organo dei clubs dell'XI arrondissement, dichiara il 10 maggio che "l'eletto deve essere pronto ogni giorno a rendere conto delle sue azioni all'elettore" e il 19 precisa ulteriormente il concetto:

    "Maggioranza, minoranza (riferendosi al dissidio tra radicali e socialisti nel Consiglio), ma che importa? Le vostre persone contano ben poco sulla bilancia della Comune. Il popolo è stanco di salvatori, ormai vuole discutere le loro azioni...

    Non siamo più disposti a subire il giogo né dei nostri pari della vigilia, né dei tiranni di ieri".

    "No ai messia" dichiara un membro della minoranza, che era legato al proletariato in maniera sufficientemente stretta per comprenderne le aspirazioni, "non di devono essere più 18 brumaio o eroi salvatori perché il popolo non può emanciparsi se non con le proprie forze", ribadirà un altro.

    Ma la sfiducia nei riguardi del Consiglio della Comune si va estendendo a tutte le strutture collaterali della vita pubblica parigina; il 12 maggio una sezione dell'Internazionale così si appella al Consiglio scosso da dispute e diatribe sempre più generalizzate:

    "Di che vi lamentate? Siete padroni della situazione. Se oggi non avete denaro potete farne. Non sapete che ogni giorno in più che si resiste fa crollare un trono in più e chiama a noi tutti i lavoratori del mondo, per i quali noi stiamo lottando? La nostra causa è quella della giustizia e noi vogliamo che essa trionfi".

    Il 10 maggio "Le proletaire" scrive:

    "Voi non potete limitarvi a promettere al popolo l'avvento del socialismo... Dunque, cosa si sta aspettando?".

    E il 20 maggio, a poche ore dall'inizio della sanguinosa offensiva di Thiers, il club "Montrouge" chiederà "le dimissioni della Comune non sufficientemente rivoluzionaria".

    (10) Bullettin comunal, 6 maggio 1871
    (11) Stralcio di un documento del Club St. Nicholas des Champs
    (12) Le francais: Etudes sur le mouvement communalist
    (13) Le Proletaire, 10 maggio


    Continua.............

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    Predefinito Rif: "LA COMUNE DI PARIGI"

    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Il Consiglio. Misure adottate

    (6)

    Sulla base di quanto emerso possiamo individuare nel contrasto tra Consiglio e organizzazioni di base del proletariato una delle principali tematiche che improntano tutta l'esperienza della Comune.

    Sarebbe però errato ricondurre il tutto alla solita antitesi borghesia-proletariato in cui il Consiglio della Comune incarna un ennesimo governo fantoccio con cui la classe egemone si maschera per perpetuare il proprio dominio, e in cui il proletariato parigino non è altro che un magma primordiale di forze incontrollate unite solo dalla confusa esigenza di un cambiamento.

    A questo proposito abbiamo illustrato ampiamente la raggiunta maturità e coscienza proletaria per poter ricondurre l'esperienza dei clubs, probabilmente il primo esempio storico di organizzazione di massa, alle altre forme organizzative, simili in apparenza, che questo stesso proletariato si diede durante la Rivoluzione del '92.

    E' importante, però, alla luce di quanto detto finora, esaminare ulteriormente il ruolo giocato dal Consiglio della Comune in tutta la vicenda.

    Il primo rilievo, ovvio ma basilare per la comprensione degli avvenimenti, è che effettivamente i delegati eletti il 26 marzo erano, in quel momento, l'avanguardia più cosciente e politicamente preparata del proletariato parigino.

    La Comune fu dunque un governo del proletariato e some espressione diretta di questa classe cercò di interpretare le esigenze durante quei 63 giorni in cui fu al potere.

    Da queste punto di vista il Consiglio fece quello che fu umanamente possibile fare, tenuto conto delle divisioni interne ad esso.

    E, per la prima volta, possiamo vedere uno Stato, anzi un nuovo Stato, che si pone dalla parte degli sfruttati abolendo gli affitti, spignorando gli oggetti del Monte di Pietà, sopprimendo multe, trattenute, lavoro notturno, confiscando aziende distintesi per la loro conduzione disumana.

    Tutte misure, per restare al settore più spiccatamente sociale, che indubbiamente favorirono e interpretarono le esigenze primarie della popolazione.

    Dunque non è certo il cauto riformismo che caratterizza la commissione del lavoro da rigettare come antirivoluzionario, semmai è criticabile l'atteggiamento dei funzionari e la natura delle riforme.

    Ecco come Le Proletaire valuta la decisione del governo di abolire il lavoro notturno: "Il popolo non deve ringraziare i suoi mandatari semplicemente perché hanno fatto il loro dovere" (riferendosi alle manifestazioni di gioia all'annuncio del decreto); riferendosi poi al Consiglio della Comune rimprovera addirittura i suoi membri di "atteggiarsi a provvidenza invece di comprendere tutti i lavoratori in una serie di riforme fondamentali, quali il massimo delle ore lavorative e il minimo salariale".

    Non occorre, in questa sede, andare ad esaminare, punto per punto, pregi e difetti dell'operato del Consiglio: di fatto le misure che possiamo registrare all'attivo sono numerose e significative (revocabilità dei funzionari, parificazione del loro salario con quello dell'operaio, gratuità dell'istruzione, espropriazione di parte dei beni del clero, ecc.) ma sono sommerse in un mare di incertezze, di sbagli, di errori spesso grossolani di valutazione e di conduzione generale degli affari pubblici (due esempi emblematici: la mancata espropriazione della Banca di Francia e l'incompetente gestione militare in complesso).

    Resta naturalmente valida la considerazione di fondo già riportata numerose volte: all'interno del Consiglio esisteva una frattura netta tra una maggioranza schematicamente definibile radicale e una minoranza socialista.

    Le frazioni trovavano l'unico momento di effettiva omogeneità nella comprensione di rappresentare un momento di rottura col passato, di essere stati eletti dal proletariato per tutelare, rappresentare e gestire i suoi interessi.

    Ma sul come impostare questa nuova società non si trovò mai un accordo: a una maggioranza che si limitava alle vuote formulazioni della demagogia parlamentare e che aveva come unico punto di riferimento l'89 si contrapponeva una sinistra socialista in cui il dibattito chiarificatore non era ancora giunto a una sintesi di chiarezza e organicità sufficienti per impostare una qualsivoglia strategia politica che uscisse dai binari dell'immediato e del contingente.

    La sintesi radicale - proudhoniana emerge chiaramente dal programma politico che, solo il 19 aprile, il Consiglio presentò al popolo francese e del quale riportiamo alcuni stralci:

    "Che cosa chiede Parigi? Il riconoscimento e il consolidamento della repubblica, sola forma di governo compatibile con i diritti del popolo... L'autonomia della Comune estesa a tutte le località della Francia, che garantisca a ognuna di esse la premessa dei suoi diritti e a tutti i francesi il pieno esercizio delle loro facoltà e attitudini come uomini, come cittadini e come lavoratori.

    L'autonomia della Comune avrà come unico limite l'eguale diritto di autonomia di cui godranno tutte le altre Comuni aderenti allo stesso patto e la cui unione dovrà garantire l'unità francese".

    Le Comuni "dovranno costituire una grande amministrazione centrale, una delegazione delle Comuni federate".

    "E' la fine del vecchio mondo governativo e clericale, del militarismo, del funzionalismo, dello sfruttamento, dell'aggiotaggio, dei monopoli, dei privilegi ai quali il proletariato deve la sua schiavitù, la patria le sue sventure e i suoi disastri".

    Come si vede, gli ideali federalisti del "grande maestro" trovano in questo testo la possibilità di coesistere con le classiche enunciazioni repubblicane e radicali.

    In definitiva, possiamo riassumere l'esperienza politico-sociale della Comune, intesa come nuoba forma di governo popolare, in questo schema riassuntivo:

    Il Consiglio della Comune, eletto con il suffragio universale, rappresenta solamente il proletariato e, in senso più lato, le masse lavoratrici.

    Borghesia, aristocrazia, clero sono decisamente avversi a questa forma di governo.

    Il punto cruciale è l'evoluzione che, come abbiamo visto, si ha nella gestione del potere: da un lato, l'assemblea, pur rendendosi conto del pericolo di perdere i contatti con la massa, non agirà mai in maniera organica per coinvolgere e inserire nell'amministrazione quegli organismi che certo più del Consiglio rappresentano il proletariato; dall'altro il proletariato, giunto con la grande rapidità propria dei sommovimenti sociali, all'acquisizione di una consapevolezza rivoluzionaria superiore a quella dei suoi "rappresentanti", scavalca a sinistra le posizioni del Consiglio e richiede la gestione diretta della vita pubblica per quegli embrioni di organizzazioni di massa che, come abbiamo visto, erano sorti in questo periodo.

    Il processo di complessivo deterioramento nei rapporti Consiglio-clubs viene ulteriormente accelerato dall'irrigidirsi delle posizioni del Consiglio il quale crea un Comitato di Salute Pubblica composto da cinque membri che hanno l'incarico di dirigere tutta l'attività della Comune.

    A questa delibera si oppone la minoranza socialista, cosciente della necessità di arrivare a una ulteriore definizione dei rapporti avanguardia-proletariato ("La Comune non si è ispirata al movimento popolare, non ha sostenuto come doveva i clubs" (14), che però non riesce a rivestire la sua protesta di contenuti che vadano al di là dell'autoesclusione per alcuni giorni dalle sedute del Consiglio (15-17 maggio).

    Per contro, la classe operaia parigina, dai primi di maggio, pone sotto accusa sia la politica sociale della Comune che il suo operato nel complesso.

    La necessità di sostituirsi a una forma di governo ancora legata ai vecchi schemi parlamentari e in cui agisce una maggioranza di individui politicamente ottusi (giacobini, radicali, blanquisti) è profondamente sentita in strati sempre più ampi del proletariato.

    La destituzione del Consiglio e la sua probabile sostituzione con una federazione dei club parigini (che come abbiamo visto, era stata creata pochi giorni prima del 21 maggio e si riuniva di fronte all'Hotel de Ville) verrà impedita solo dalla tragica spedizione militare che i versaglieli terranno contro Parigi.

    (14) Amouroux, seduta del 19 maggio

    Continua............

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    Predefinito Rif: "LA COMUNE DI PARIGI"

    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Cenni sulla lotta armata del 18 marzo - 21 maggio

    (7)

    Non resta ormai che cercare di rispondere ai due maggiori interrogativi rimasti finora tra le righe ma la cui trattazione è necessaria per comprendere a fondo le cause del fallimento della Comune: come fece quell'accozzaglia di sbandati che il 18 marzo fuggì precipitosamente da Parigi a riconquistare due mesi dopo una città difesa con indubbio valore da 200.000 Guardie Nazionali?

    Come mai le organizzazioni operaie e il proletariato delle province in generale non contribuirono a generalizzare il movimento comunardo e ad estenderlo nelle città vicine?

    Le due questioni sono strettamente legate l'una all'altra e meriterebbero certamente un approfondimento che esula però dallo spazio ristretto prefissoci in questo elaborato, vediamo di elencare comunque i temi generali riservandoci un'ulteriore puntualizzazione ad altra sede.

    Thiers, capo dei rurali, poteva contare il 19 marzo su 12.000 uomini di truppa stremati, demoralizzati e comunque pronti a darsi alla fuga di fronte a una decisa offensiva dei comunardi.

    Abbiamo già visto come alla disorganizzazione e all'impreparazione militare imperanti tra le file della Comune sia da imputare questo gravissimo errore.

    Resta comunque il fatto che in tal modo, di fronte all'inerzia dei rivoluzionari convinti della definitiva sconfitta del nemico, Thiers ebbe modo di riorganizzare il suo esercito composto per lo più da contadini spoliticizzati e spesso analfabeti.

    A questo nucleo si aggiunsero ben presto diverse migliaia di poliziotti che vennero fatti affluire da tutta la Francia.

    La sproporzione di forze era comunque vistosa, gli arruolamenti erano estremamente difficili, nella provincia ben pochi avevano ancora voglia, dopo un anno di guerra, di continuare a combattere.

    Eppure, centinaia di migliaia di soldati erano in quel momento rinchiusi nei campi di concentramento prussiani; perché non mettersi d'accordo rapidamente con Bismarck e farseli "ridare" al più presto?

    Probabilmente così ragionò Thiers che fin dalla fine di marzo iniziò le trattative, trovando del resto una controparte estremamente disponibile, date le temute ripercussioni che l'avvento di una repubblica sociale avrebbe avuto sull'autoritario regime tedesco.

    I borghesi francesi e tedeschi scavalcarono facilmente le "incomprensioni" nate dalla guerra e non poterono non trovare un rapido accordo nel soffocare l'appena nata, ma già tanto temibile, Comune Rivoluzionaria.

    E così possiamo, da un lato, assistere all'isolamento di Parigi di cui, inizialmente, i prussiani si occuperanno di buona lena organizzando intorno alla città un vero e proprio cordone sanitario.

    D'altro canto, i negoziati di pace andarono rapidamente in porto e l'8 aprile Jules Favre comunicava trionfalmente l'avvenuto accordo, accordo che prometteva di portare a 170.000 gli effettivi delle truppe versaglieli che dovevano essere impiegate esclusivamente "contro Parigi" (clausola del trattato franco-prussiano).

    E fu così che, secondo un giornalista governativo dell'epoca:

    "Il signor Thiers si affrettò a passare sotto le forche caudine del signor Bismarck. A Francoforte ottenne in soli cinque giorni la pace che aveva mercanteggiato per un mese intero a Bruxelles; e l'ottenne accettando tutte le condizioni che i nostri plenipotenziari avevano avuto mandato di respingere. Grazie a questa improvvisa accettazione delle pretese dei vincitori, la Germania ci restituì i prigionieri di guerra senza i quali, probabilmente, il maresciallo Mac Mahon avrebbe impiegato ancora molto tempo prima di entrare a Parigi".

    Rimpatriate a ritmo accelerato, queste truppe demoralizzate e sconfitte si videro offrire la possibilità di facili guadagni, rapide promozioni e la prospettiva di una vittoria riabilitatrice su Parigi, descritta in questi termini agli sbandati di Sedan e Metz:

    "Una turba di miserabili cerca di imporre il trionfo dell'infingardaggine, della dissolutezza e dell'assassinio. Parigi è divenuta preda di questa gentaglia, di questa schiuma di una guerra funesta. Soldato corriamo a cacciarla".

    E l'esercito, composto quasi completamente da soldati di mestiere, legati cioè da anni a un determinato ambiente e a una mentalità reazionaria e mercenaria sarà pronto a sfruttare questa occasione per concedersi la gioia di una vittoria con quei logici corollari sulla popolazione civile che da secoli caratterizzano le guerre: violenze, stupri, assassini indiscriminati.

    La prima funzione a cui i versaglieli si premureranno di assolvere fin dalla fine di marzo è il totale isolamento di Parigi dal resto della Francia.

    Solo circoscrivendo il fenomeno rivoluzionario alla capitale sarà possibile successivamente schiacciare gli insorti.

    Di questo si rende conto perfettamente Thiers che si premura particolarmente in quest'opera di censura; di fatto l'isolamento parigino sarà pressoché totale dagli inizi di aprile.

    Da parte sua, il resto della Francia in quel momento versava nel caos più completo: più di un terzo del territorio è occupato dai prussiani, le regioni occidentali sono dominate dal clero e non ricevono che deboli echi degli sconvolgimenti sociali in atto. Resta dunque il meridione, che ha una sufficiente tradizione di lotte operaie, ad alimentare in questo periodo le paure della borghesia.

    Lione, Marsiglia, Grenoble sono città che già in passato hanno dimostrato una sufficiente combattività per mantenere in vita le speranze di coloro che credono ancora in una generalizzazione della lotta.

    E i presupposti in realtà non mancano.

    Il 4 settembre, la proclamazione della repubblica ha avuto ripercussioni un po' in tutto il mezzogiorno.

    Nelle grandi come nelle piccole città di provincia l'annuncio è accolto con gioia dalle masse popolari. Il ricordo delle eroiche giornate del '92 infiamma anche i cuori di quei notabili non troppo compromessi col passato regime di Napoleone che si pongono alla testa delle manifestazioni popolari e che come Favre e Trochu avevano fatto a Parigi, si insediano trionfanti nei vari palazzi comunali, proclamando l'avvento della Terza Repubblica e dando la stura a un'orgia della peggiore demagogia nazionale.

    Di fronte a questa situazione la classe operaia raggruppata in camere sindacali di recente e recentissima costituzione è in generale impreparata a comprendere l'importanza del momento storico e rientra senza discutere nell'ombra cedendo il potere ai vari radicali che, come abbiamo visto nelle prime pagine, più che radicali erano conservatori, monarchici, addirittura bonapartisti.

    E' meglio non addentrarci ad esaminare questa tranquilla delega dei poteri avvenuta in provincia, come pure è meglio non soffermarci sulla tragicommedia che vide Bakunin protagonista di un abortito tentativo di costituzione di una Comune a Lione.

    Comunque la situazione ai primi di marzo era stabilmente in mano ai rurali di Thiers che si trovavano di fronte a una classe operaia che, a differenza di quella parigina, non aveva ancora cominciato seriamente a pensare alla possibilità dell'instaurazione di un potere proletario in sostituzione di quello borghese. Il proletariato lionese, marsigliese, ecc, era del resto privo di quel minimo di struttura organizzativa capace di coordinare le varie spinte rivoluzionarie e in grado di esprimere un'avanguardia sufficientemente lucida da gestire il potere in maniera responsabile.

    La notizia dell'insurrezione parigina del 18 marzo rimbalzerà dunque da una città all'altra con grande clamore: Lione proclama la Comune il 22, Marsiglia e Tolosa il 23, Narbonne e St. Etienne il 25, ma in capo a una settimana tutti questi movimenti saranno facilmente soffocati, senza neppure un particolare spargimento di sangue, dalle varie gendarmerie delle città.
    Che il momentaneo potere venisse gestito in maniera deficitaria in quei pochi giorni, da proudhomiani "classici" non è che una componente del complesso insieme di cause che portarono al fallimento tutti i tentativi rivoluzionari della provincia.

    In realtà, se dei proudhoniani e dei radical-borghesi che poco o niente avevano capito della questione sociale in quei giorni saranno effettivamente a capo delle insurrezioni, ciò è dovuto sia alla impreparazione politica del proletariato che in essi vedrà i suoi rappresentanti legittimi, sia e soprattutto ai rapporti di classe che ancora seguitavano a restare complessivamente oscuri, tanto che i termini dello scontro sociale in città furono ovunque incompresi.

    E' questa l'origine di quei programmi politici che ovunque saranno presentati al proletariato e ovunque cadranno nell'indifferenza più assoluta e che ben possono essere riassunti nell'emblematico manifesto della Comune di Lione del 24 marzo:

    "Affermando il principio di autonomia della Comune, della libera gestione dei suoi affari, diamo il nostro appoggio morale a Parigi... L'unico modo per evitare la guerra civile è di instaurare ed affermare il diritto comunale... La Comune è per noi la base e la garanzia della repubblica...".

    O in quello stilato dal comitato esecutivo di St. Etienne:

    "La Comune non è l'incendio, né il furto, né il saccheggio... ma la conquista della libertà e dell'indipendenza che le legislazioni imperiali e monarchiche ci avevano tolto: essa è la vera base della repubblica".

    Se, in ultima analisi, i proletari del meridione falliranno là dove i loro fratelli parigini erano riusciti è perché lo sviluppo capitalistico nella provincia era tuttora agli inizi; in un momento di transizione così delicato la confusione ideologica, di cui daranno prova quegli operai che gestiranno coi borghesi il potere per alcuni giorni è la logica conseguenza della mancanza di un'organizzazione politica o sindacale estesa a tutto il territorio francese.

    Continua........

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    Predefinito Rif: "LA COMUNE DI PARIGI"

    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Il 18 marzo

    Va letto dopo "Dal 14 settembre al 18 marzo"

    (4 bis)

    L'armistizio del 28 gennaio 1871 prevedeva elezioni in tutta la Francia allo scopo di "permettere al governo di difesa nazionale di convocare una assemblea liberamente eletta che si sarebbe dovuta pronunciare sulla questione se la guerra dovesse continuare o se e a quali condizioni si sarebbe potuta accettare la pace" (4)

    Sotto l'egida di parole d'ordine quali "Pace e libertà" i resti del passato regime, bonapartisti, orleanisti, legittimisti, si presentarono compatti alle elezioni.

    Sfruttando la scarsa politicizzazione degli abitanti delle città di provincia, l'ingenuità e l'ignoranza dei contadini che nel '71 costituivano ancora la stragrande maggioranza del corpo elettorale, l'avvilimento per la bruciante sconfitta comune a tutti i francesi, agitando le ormai collaudate parole d'ordine contro "il pericolo rosso", approfittando della mancanza di un'organizzazione politica anche genericamente di sinistra, presentandosi insomma come i salvatori della patria, proprietari terrieri, nobili più o meno decaduti, agrari, finanzieri, affaristi, industriali, videro nelle elezioni l'occasione così a lungo sospirata di farsi avanti per gestire in prima persona il potere.

    Le elezioni, sulla cui regolarità (in senso legale) è meglio non soffermarsi, videro dunque il trionfo degli ultra reazionari che mandarono al governo 400 monarchici e 275 "liberali", repubblicani "moderati" e simili.

    A Parigi nel frattempo, il C.C.R. presentava insieme all'AIL e alle Camere federali delle società operaie i propri candidati, espressione di un programma che doveva:

    "Smentire chiunque voglia mettere in discussione la repubblica. Affermare la necessità dell'ingresso sulla scena politica dei lavoratori. La caduta dell'oligarchia governativa e del feudalesimo industriale; l'organizzazione di una repubblica che, restituendo agli operai i propri strumenti di lavoro, come accadde nel '92, restituisca la terra ai contadini e realizzi la libertà politica mediante l'eguaglianza sociale".

    Saranno circa 60.000 i parigini che voteranno per i socialisti rivoluzionari, a testimonianza di un isolamento che, anche se non totale come in passato, delega la coscienza politica a una frazione relativamente piccola del proletariato.

    Ciononostante i deputati parigini saranno, anche se in maggioranza repubblicani borghesi (Hugo, Blanc, ecc.), troppo democratici rispetto al corpo elettorale dell'Assemblea Nazionale per non dimostrare come la capitale sia ben decisa a consolidare le conquiste democratiche e a continuare nella lotta contro i prussiani.

    La frattura inconciliabile esistente tra la capitale e il potere esecutivo era dunque già evidente, non a caso Thiers, il capo del potere esecutivo, figura ridicola, se non fosse tragica, di uomo politico, lascerà nelle sue memorie questa frase illuminante:

    "Quando fui incaricato degli affari interni mi trovai immediatamente di fronte alla duplice preoccupazione di concludere la pace e sottomettere Parigi".

    La pace sarà conclusa in fretta e sarà una pace che costringerà il popolo francese a pagare 5 miliardi di franchi al vincitore e gli cederà due province e un milione e mezzo di persone alla Germania.

    L'Assemblea, il cui mandato sarebbe teoricamente scaduto, è ora libera di rivolgere la sua attenzione a Parigi che, secondo un deputato, è ormai "il capoluogo della rivolta organizzata e la capitale dell'idea rivoluzionaria".

    Si decide così di strangolare una città già duramente provata dalle vicende della guerra. Nessuna agevolazione viene concessa ai commercianti stremati dal lungo assedio, né tanto meno il governo interviene per riaprire quella miriade di piccola e industrie, officine e imprese artigianali chiuse precedentemente.

    Anzi, il 15 febbraio, le guardie nazionali vengono private del loro stipendio con la scusa delle ristrettezze economiche in cui versa il paese, e il 10 marzo viene annullata la legge che fin dall'assedio aveva sospeso ai parigini il pagamento dell'affitto.

    Naturalmente proletari e piccolo-borghesi, in larga misura disoccupati e privati precedentemente del soldo di guardia nazionale che spesso era l'unica entrata di tutta una famiglia, sono impossibilitati a pagare affitti arretrati e interessi semplici e composti e, di fronte a questo ennesimo ricatto, che coinvolge in un'unica lotta ceti operai e piccola borghesia, riprendono la battaglia.

    Alla testa di tutta una serie di dimostrazioni che nella settimana immediatamente precedente l'insurrezione caratterizzarono la vita parigina si pone la Guardia Nazionale, la cui importanza politica è andata sempre più crescendo.

    Di composizione ormai spiccatamente proletaria, visto il vero e proprio esodo (calcolabile in 60.000) di larga parte della borghesia della città, bene armata e organizzata (i negoziati di pace esclusero, temendo un'insurrezione, la consegna delle armi da parte della Guardia Nazionale), con una struttura organizzativa sufficientemente delineata, basata sulle assemblee di battaglione e di compagnia e sull'esistenza di un Comitato Centrale Esecutivo (CCE), la Guardia Nazionale è destinata a diventare rapidamente la forza motrice e il fulcro su cui si appoggerà l'insurrezione ormai imminente.

    Una prima dimostrazione di capacità organizzativa il Comitato Centrale la darà isolando completamente il quartiere dei Champs Elysées occupato per alcuni giorni dai prussiani, con barricate e cordoni di truppa e respingendo con una dimostrazione di indubbia maturità politica le provocazioni di vario tipo miranti a sollevare la popolazione indignata contro i tedeschi e a far abortire in un mare di sangue (data l'indubbia superiorità militare prussiana) l'insurrezione.

    Successivamente si terranno nuove elezioni nella Guardia Nazionale e il 15 marzo 215 battaglioni nominarono i loro rappresentanti al C.C.E. La composizione politica sarà delle più varie oscillando tra repubblicani democratici, blanquisti, internazionalisti, ma in un momento in cui la reazione sta attaccando duramente, basta un'unica parola d'ordine a unire tendenze così diverse: la "repubblica democratica e sociale".

    L'attacco che Thiers e i suoi compari dell'Assemblea Nazionale conducono contro Parigi si concretizza da un lato, come abbiamo già visto, in un deciso attacco alle condizioni di vita dei Parigini, dall'altro in una ben orchestrata campagna allarmistica che dai primi di marzo inizia a dipingere la capitale come una città ormai in preda al fuoco e al saccheggio dei rossi.

    L'obbiettivo, del resto dichiarato, è quello di gettare la città nel disordine, arrestare i membri del C.C.E. che giorno dopo giorno viene investito di maggiori responsabilità ed ormai costituisce di fatto il potere legislativo ed esecutivo, e spingere la città a una insurrezione programmata per potere così distruggere e radere al suolo una volta per tutte quei "focolai di sovversione" rappresentati dagli arrondissements più proletari.

    La provocazione diviene sempre più scoperta e le truppe regolari in diverse occasioni cercano di sequestrare i cannoni e le mitragliatrici delle Guardie Nazionali.

    I tentativi falliscono di fronte alla decisa opposizione delle stesse guardie e della popolazione in generale che ha pagato di tasca propria quelle armi; si rende necessaria così un'azione più decisa e la notte tra il 17 e il 18 marzo l'esercito occupa in forze le posizioni strategiche della città movendo alla conquista dei depositi di armi.

    Ma già di prima mattina la popolazione dei quartieri occupati dai versaglieli (5) scende compatta nelle strade e, donne e bambini in testa, blocca le truppe impedendo così all'esercito di trascinare via i cannoni requisiti. E, a testimonianza dell'effettivo isolamento in cui l'Assemblea Nazionale si trovava, ben presto quasi tutti i reparti dell'esercito regolare cedono, senza combattere, le armi alle formazioni della Guardia Nazionale e passano in massa dalla parte degli insorti.

    Una vera battaglia effettivamente non ci fu, furono scambiati solo pochi colpi d'arma da fuoco qua e là a scopo dimostrativo, e, nel giro di ventiquattr'ore, l'insurrezione poteva dirsi conclusa: Guardie Nazionali, popolazione e truppe regolari avevano fraternizzato, e i resti di quei reparti mandati alla conquista di Parigi si erano precipitosamente ritirati abbandonando tutto il materiale bellico nella città, così aveva fatto il governo e coloro che avevano da temere eventuali vendette da parte dei proletari.

    Tutte le posizioni strategiche (forti, caserme, ecc.) erano state occupate dalle Guardie Nazionali, così pure la prefettura, i ministeri e l'Hotel de Ville da cui, quella sera del 18 marzo, venne ammainato il tricolore e issata la bandiera rossa.

    Di fatto in questa storica giornata si assistette alla completa convergenza di interessi tra sottoproletari, classe operaia e ceti piccolo borghesi, come artigiani, commercianti, ecc. E' questa la ragione che permette una così facile vittoria degli insorti, senza quei corollari della rivolta costituiti da barricate, scontri a fuoco, violenze ecc., e che vede l'azione nascere spontaneamente dalle masse prive in quel momento di capi o di parole d'ordine catalizzanti.

    In effetti il fuoco della rivolta che così a lungo aveva covato sotto le ceneri esplose in una fiammata improvvisa che colse tutti impreparati; lo stesso Comitato Centrale della Guardia Nazionale non aveva previsto gli avvenimenti né credeva matura la situazione per una sollevazione generale (e non dimentichiamo che in questo Comitato Centrale erano presenti i migliori quadri politici che la classe operaia parigina aveva espresso in quel momento), e riuscì a prendere in mano la situazione solo il giorno dopo.

    In conclusione, un moto spontaneo e generalizzato causato da molteplici effetti (la sconfitta militare, l'occupazione prussiana, la sempre più diffusa politicizzazione della classe operaia, la disoccupazione e la miseria imperanti tra tutti gli strati della popolazione) che confluiscono tutti nel creare le condizioni per la distruzione del vecchio concetto dello Stato e per la presa del potere, per la prima volta in maniera definitiva, da parte del proletariato.

    Con l'occupazione dell'Hotel de Ville il Comitato Centrale diventa il punto di riferimento dell'insurrezione e si trova ad occupare tutti i centri di potere della città.

    Quest'insieme di proletari e di piccolo borghesi rappresentanti praticamente tutte le tendenze radicali e socialiste presenti a quell'epoca e legati fino ad allora dalla lotta comune contro i rurali di Thiers, si trova ad affrontare una serie di problemi vitali senza un programma comune e senza una effettiva omogeneità d'intenti.

    Come in passato l'aspirazione alla repubblica sociale universale trovava tutti d'accordo,adesso che questa repubblica sociale si può attuare le discrepanze di fondo cominciano a manifestarsi in maniera drammatica.

    Nel tentativo di sottrarsi a questa enorme responsabilità e nella prevalenza dei radicali borghesi sui delegati socialisti si può interpretare la decisione, immediatamente successiva al 18 marzo, di indire elezioni politiche generali per la costituzione di un governo espressione di tutti i parigini.

    Le elezioni vengono fissate per il 28 marzo e nel frattempo, se pur con un carattere di provvisorietà, il Comitato Centrale inizia a sovrintendere la vita pubblica della città.
    L'azione del C.C. può essere, in questo periodo, suddivisa in due matrici di natura praticamente opposta:

    * da un lato le decisioni di ordine pratico e di breve respiro a cui si seppe assolvere in maniera egregia (tenuto conto della sopraccitata eterogeneità del C.C. stesso): venne revocato lo stato di assedio, proclamata la libertà di stampa, sospesa la vendita degli oggetti impegnati al Monte di Pietà, impediti gli sfratti e le disdette dei proprietari;
    * dall'altro, tutte quelle delibere di ordine strategico e comunque legate a scelte precise in campo politico, sociale e militare mancarono in larga misura.

    L'aspetto più appariscente di tale mancanza fu l'incapacità di assumere l'iniziativa militare nei confronti dell'Assemblea Nazionale distante pochi chilometri da Parigi, priva di truppe e in presa alla più grande confusione.

    Similmente nella città, si permise la libera circolazione di coloro che, fino a ieri, più ferocemente si erano scagliati contro le rivendicazioni proletarie, non si chiusero le vie d'accesso alla capitale, né si rispose in maniera dura alle manifestazioni reazionarie che il 23 e il 24 marzo la nobiltà parigina tenne contro il nuovo governo.

    Inoltre non vennero espropriati i grandi proprietari, né si occupò la Banca di Francia, e in complesso non si attuò una reale politica sociale.

    In definitiva tra il 19 e il 26 marzo, giorno delle elezioni, il Comitato Centrale si limitò a difendere ciò che aveva già ottenuto, cioè il controllo della città, senza cercare di estendere la propria influenza sulle province con un'azione militare che in quel particolare momento sarebbe stata relativamente facile.

    Del resto, la paura di un intervento armato prussiano (6) e lo stato ancora approssimativo dell'organizzazione interna della città, possono spiegare in parte l'esitazione e i tentennamenti dei componenti il Comitato Centrale, né si può dimenticare l'insufficiente preparazione ideologica comune a quasi tutti e che portò il C.C., in una sua parte, a ritenere ancora possibile, parecchi giorni dopo il 18, un accordo con Thiers.

    Le elezioni si svolsero il 26 in un'atmosfera di grande tranquillità e videro la nomina di novanta consiglieri che dovevano dal vita al "Consiglio Comunale di Parigi" e, per brevità, alla Comune che fu proclamata davanti a 200.000 parigini il 28 marzo.

    Di questi novanta consiglieri, però, circa una quindicina non parteciparono mai alle sedute del Consiglio in quanto essendo borghesi ricchi, liberi professionisti, ecc., eletti nei quartieri alti della città, non si riconoscevano (ovviamente) nelle tendenze espresse dallo stesso e quindi avevano dato le dimissioni.

    E' opportuno, a questo punto, analizzare brevemente la composizione e le tendenze all'interno di questo nucleo di militanti che il popolo parigino aveva eletto a sua rappresentanza, per ritrovare, seppure in forma larvata, i motivi e le cause che avrebbero portato la Comune verso la sua tragica fine.

    E' interessante osservare che i 2/3 dei membri della Comune provenivano dalla piccola borghesia essendo "impiegati, medici, maestri di scuola, uomini di legge, pubblicisti" (7), ma ancor più significativo è il fatto che l'altro terzo dei membri fosse costituito da operai.

    E' la prima volta che la rappresentanza operaia, seppur in un governo rivoluzionario, assume in un governo liberamente eletto un carattere di massa e si pone non al traino dei vari intellettual-borghesi, certamente più istruiti, ma alla testa degli stessi stimolandone l'operato e radicalizzando continuamente la politica sociale del governo stesso.

    Sarebbe però eccessivamente superficiale configurare gli scontri interni al Consiglio secondo uno schema che vede una maggioranza piccolo-borghese legalitaria e moderata contrapporsi a una minoranza operaia omogenea.

    Certamente, a influenzare le decisioni e le scelte dei membri del Consiglio fu spesso l'origine di classe, ma occorre anche tener conto delle ideologie che in quegli anni predominavano in Francia per delineare in maniera sufficientemente precisa la natura e le tendenze del Consiglio della Comune.

    La frazione più numerosa (circa trenta delegati) è costituita dai cosiddetti radicali o "rivoluzionari indipendenti". Sono tutti piccolo borghesi che in buona fede credono nella "repubblica sociale democratica" come panacea di tutti i mali.

    Incapaci quasi sempre di giungere a un corretto rapporto tra teoria e prassi, costituiscono senz'altro l'ala più moderata del Consiglio.

    Politicamente e socialmente simili a questi abbiamo i "giacobini". Il nome dice già abbastanza riguardo a questa piccola frazione composta da uomini della generazione del '48 ma legati in maniera indissolubile all'esperienza del 1793 e che di questa rivoluzione vorrebbero ricalcare esattamente le orme con quali risultati è facile immaginare.

    Infine per quel che riguarda i blanquisti (dieci - dodici membri) che con i radicali e i giacobini costituivano la maggioranza del Consiglio, pensiamo che il giudizio stringato di Engels sia sufficiente a definirli: "...Cresciuti alla scuola della cospirazione, legati alla rigida disciplina che le è propria, essi partivano dall'idea che un numero relativamente piccolo di uomini risoluti e ben organizzati fosse in grado, venuto il momento, non soltanto di impadronirsi del potere, ma anche di mantenerlo, dispiegando una grande energia ed audacia, abbastanza a lungo, fino a trascinare la massa del proletariato nella rivoluziona e a raccoglierlo intorno al piccolo e compatto nucleo dirigente..." (8).

    Elementi così eterogenei hanno però denominatori comuni: il primo, come abbiamo già visto, è l'origine di classe che li porta, logicamente ad assumere nei riguardi del proletariato il "classico atteggiamento dell'intellettuale generoso e paternalista" (9), cioè, il calarsi nel proletariato continuando però a restarne oggettivamente al di fuori.

    L'altro fattore comune alla maggioranza è il gusto folcloristico nel riesumare tutta una serie di particolarità della rivoluzione del '93 e di pretendere di riportarle di pari di passo nella vita politica della Comune.

    Assisteremo così alla creazione (completamente inutile) di un "Comitato di salute pubblica", all'adozione del calendario rivoluzionario, alla creazione di testate identiche a quelle del '93 (La père Duchene).

    Riguardo a questa tendenza, sintomatico sarà l'intervento che un membro della minoranza fece durante una seduta del Consiglio rimproverando alla maggioranza "di non abbandonare la Costituzione del '93 neanche per andare a letto" e aggiungendo "Come potete non vedere la differenza che esiste tra i borghesi che nel '93 fecero la rivoluzione e noi, ora, socialisti rivoluzionari".

    L'altra frazione componente il Consiglio della Comune non si può facilmente raggruppare sotto un'unica etichetta.

    In realtà la matrice comune ai 25-30 membri della minoranza fu solo l'appartenenza alla classe operaia.

    Tra di loro ben si rispecchiava il rapporto di forze esistente in quell'epoca nella sezione francese dell'Internazionale: una maggioranza proudhoniana, ma che con Proudhon non aveva ormai più molto a che fare, un forte nucleo di collettivisti, parte di ispirazione bakuniniana e parte no, alcuni marxisti.

    Comunque le sfumature tra una posizione e l'altra erano innumerevoli pur restando tutti ancorati ad alcune discriminanti comuni: il dare priorità ai problemi sociali rispetto a quelli politici e il considerare lo scontro in atto come un'effettiva guerra di classe, accettando perciò la definizione comune di "socialisti rivoluzionari".

    In conclusione, è indubbio che la minoranza seppe, col peso di una classe operaia estremamente combattiva, influenzare spesso in maniera determinante le decisioni della Comune, ma è altrettanto veri che l'effettiva direzione era in mano ai radicali che spesso riversavano nella conduzione degli affari pubblici il peso delle proprie paure, incertezze e soprattutto della grande confusione che avevano riguardo al fenomeno storico che stavano vivendo.



    (4) "Journal Officiel", 29 gennaio
    (5) Vennero chiamati così i sostenitori dell'Assemblea Nazionale a causa dello spostamento, ordinato da Thiers, della sede del governo da Parigi a Versailles.
    (6) I prussiani circondavano tutto il lato nord-est della città
    (7) Lyssagaray, "Storia della Comune"
    (8) Introduzione a "La guerra civile in Francia" di K. Marx all'edizione tedesca del 1891, di F. Engels
    (9) "La Comune del '71", E. Tersen - J. Dautry

    Continua........

    Viva la Comune

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    Predefinito Rif: "LA COMUNE DI PARIGI"

    "LA COMUNE DI PARIGI"

    Conclusioni

    Siamo ormai all'epilogo di questa grande pagina di storia: il 21 maggio, domenica, le truppe versaglieli entrano a Parigi.

    Sarà l'inizio di una battaglia che quartiere per quartiere, strada per strada, casa per casa vedrà i comunardi costretti a ripiegare lentamente sotto il fuoco nemico.

    Troppo facile sarebbe la descrizione di quelle pagine di eroismo scritte col sangue da migliaia di proletari che piuttosto che cedere al nemico di classe preferirono la morte, come troppo facile sarebbe ripercorrere passo passo gli ultimi decisivi errori che il Consiglio commise nella difesa della città (un esempio: "il 19, mentre si scatenava il bombardamento della cinta, la Comune discuteva sui problemi dei teatri" (15)); basti dire che gli uomini, donne e bambini, che moriranno in questi giorni lo faranno coscientemente, non come bestie mandate al macello in una delle tante guerre "sante" ma come interpreti e protagonisti di un episodio che resterà storico per il proletariato si tutto il mondo.

    Questa coscienza del proprio ruolo che viene sostenuto fino alla fine è la logica conseguenza di un processo che ha visto operai trasformarsi in pochi mesi da oggetti in soggetti, da strumenti in individui che lottano per qualcosa che trascende l'immediato e abbraccia la visione di un mondo trasformato rendendoli capaci di qualsiasi sacrificio.

    Dopo una settimana di agonia la Comune cessa di esistere, e la borghesia potrà scatenare la tanto attesa vendetta e il freddo livore con cui pone in atto la rappresaglia è la logica conseguenza del terrore provato da una classe che ha visto da vicino l'ora della resa dei conti.

    "Al signor Thiers resta da assolvere un compito di estrema importanzaurgare Parigi…Non si presenterà più una simile occasione di risanare Parigi dalla cancrena morale che la sta divorando da vent'anni.

    D'altro canto che cos'è un repubblicano? Una belva...

    Che tutti gli onesti diano il loro aiuto per finirla con questo putridume democratico internazionale", scriverà "Le Figaro", riassumendo così il pensiero di tutti i benpensanti francesi, che si vedranno nelle settimane successive soddisfare ampiamente questa esigenza da una soldataglia che potrà finalmente sfogarsi a sazietà in un'orgia di sangue e di violenza.

    "Ventimila uomini, donne e ragazzi uccisi durante la battaglia e dopo la resistenza a Parigi e in provincia; almeno tremila morti nelle carceri preventive, sui galleggianti, in fortezza, in prigione, nella Nuova Caledonia, in esilio o in seguito a malattie contratte in prigionia; 13.700 condannati a pene durante nove anni; donne, ragazzi, vecchi privati dei loro naturali sostegni o buttati fuori della Francia; 170.000 vittime circa, ecco il bilancio della vendetta che si prese l'alta borghesia contro la rivoluzione di due mesi del 18 marzo" (16).

    Su queste parole di Lyssagaray concludiamo questa brevissima carrellata; i problemi di maggiore portata sono stati solo brevemente accennati (per esempio la partecipazione femminile alla Comune) o addirittura ignorati; il senso di questo scritto del resto non voleva essere una ricostruzione storica particolarmente curata ma, semplicemente, la ricerca di quelle espressioni organizzative autonome che il proletariato sempre raggiunge quando la coscienza del proprio ruolo si affianca a un momento dinamico particolarmente vivo.

    Movendoci sotto quest'ottica possiamo ritrovare i vari momenti in cui questa coscientizzazione si attua:

    da una generica insofferenza si passa, durante la guerra franco-prussiana, alla decisa opposizione che sfocia nella sollevazione generale del 4 settembre.

    Cacciato l'imperatore e proclamata la repubblica, una fase di riflusso generale nella lotta segna l'avvento al potere dei vari Trochu, Favre, ecc. Ma non appena comprende come chi gestisce il potere non fa altro che rappresentare i propri interessi e quelli della sua classe di provenienza, ecco il proletariato risollevato che con un unico colpo si scrolla di dosso tutti i manutengoli e i parassiti borghesi.

    E in quei due mesi gloriosi vediamo questo stesso proletariato riempire di contenuti e dare un significato a quel gesto spontaneo; possiamo osservare giorno dopo giorno il processo che porta questi operai a riunirsi per discutere, decidere, cambiare, plasmare una nuova società praticamente dal nulla, possiamo assistere al rapidissimo processo organizzativo che li porta, ben presto a superare in chiarezza e in capacità di analisi quelle stesse "avanguardie" cui inizialmente aveva delegato la gestione sociale della Comune.

    Ed è in questo momento che i proletari parigini raggiungono quella coscienza politica che li accomuna agli operai di Pietroburgo e ai marinai di Kronstadt, ai proletari ungheresi della rivoluzione del 1919-'19, ai contadini dell'Andalusia e agli operai di Barcellona del 1936.

    Il rifiuto di una delega passiva, la precisa esigenza di organi decisionali gestiti assemblearmente dal popolo stesso, il rifiuto di qualsiasi compromesso di classe sono quegli elementi che emergono più chiaramente da quei due mesi di lotta.

    Non ci interessa riesumare la vecchia polemica Marx-Bakunin, né andare a interpretare in questa o in quella chiave "La guerra civile in Francia"; sarebbe un falso problema interpretare in maniera centralizzata o libertaria l'esperienza del proletariato parigino; né possiamo ipotizzare quale sarebbe stata l'organizzazione sociale della Comune se questa non fosse stata soffocata dalla reazione.

    L'unica base su cui è accettabile il tentativo di interpretazione della Comune è la riscoperta della lotta, degli errori, dell'auto-organizzazione che il proletariato come classe, come corpo sociale si è dato in questo periodo chiave della storia; esperienza che non può non essere acquisita da quei militanti rivoluzionari che ritengono possibile la realizzazione concreta di una società senza sfruttamento e senza classi quale è stata, in embrione, la Comune del '71 e che continuano a ritenere valido ciò che Pottier scriveva più di cent'anni fa e cioè che "La Comune non è morta".

    (15) "La Comune del '71", E. Tersen - J. Dautry
    (16) Lyssagaray, "Storia della Comune"

    Viva la Comune

 

 

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