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Discussione: Spadolini

  1. #1
    "Are you talking to me?"
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    Il clero vuole il calice pieno e la perpetua ubriaca (Piergiorgio Odifreddi)
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    Qualcuno tenta di sdoganarselo a destra, peccato che è proprio uno dei ragazzi (come me ed altri) di via Ugo Foscolo, quello che a suo tempo gli faceva da referente su Milano, l'ex collaboratore di bruno vespa ed ora direttore de Il Tempo, Roberto Arditti-

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    Di solito arrivava in treno la domenica sera da Firenze, agganciando il vagone speciale riservato al Presidente del Senato ad un Intercity che giungeva alla stazione Centrale di Milano verso le 22. Lo si aspettava insieme ai carabinieri della scorta, per poi dirigerci tutti verso uno dei ristoranti della città o verso la piccola casa in via Sicilia, all’interno dell’edificio che ospita un residence per studenti dell’università Bocconi.
    Giovanni Spadolini amava quei suoi lunedì milanesi per tanti motivi, che qui proveremo a ricordare. Li amava però essenzialmente per una ragione: era il momento della settimana in cui poteva essere (certamente più che a Roma, forse più che a Firenze) quello che era nel fondo del suo animo e della sua formazione politica e culturale, cioè un illuminato borghese conservatore. Per dirla con il linguaggio della politica di oggi, un solido uomo di destra, amante delle regole, delle tradizioni e dell’Occidente liberale.
    Certo il Professore conosceva gli usi della politica, sapeva bene che quella parola, «destra», non era praticabile all’epoca. Lo sapeva a tal punto che non aveva difficoltà a parlare da uomo di sinistra nel corso di una qualche infuocata assemblea dei repubblicani romagnoli, magari nella monumentale Casa del Popolo di Ravenna. Altro non era che il nobile concedersi al rito ineludibile della prima Repubblica, in cui lo spazio politico praticabile era soltanto quello tra il centro e la sinistra, essendo concesso al solo Msi di collocarsi a destra della Democrazia Cristiana, pena il fatto di essere fuori però dall’«Arco Costituzionale». Faceva in qualche modo eccezione il Partito Liberale, che evitava comunque accuratamente ogni contatto con il partito di Almirante e dei suoi eredi.
    Spadolini era un Gran Borghese già nel vestire, con quella sua solida convinzione di volersi proporre sempre uguale a se stesso: abito scuro, scarpe nere, camicia bianca e un filo di fazzoletto (bianco) che esce dal taschino. Verrebbe da dire una divisa di giolittiana memoria. Il massimo della sregolatezza poteva essere una cravatta con qualche spunto di colore vivace, ma erano casi rari, spesso riservati alle campagne elettorali (Visentini invece osava con le cravatte quasi tutti i giorni).
    Tornando al lunedì a Milano, va però spiegato perché quel giorno e quella città erano per lui momento di presenza pieno di soddisfazioni. Milano era la città della grande industria (Fiat a parte) e delle grandi banche. Era la città delle antiche dinastie imprenditoriali, della Bocconi, del Corriere della Sera. Era la città di Bettino Craxi, cui Spadolini non avrebbe lasciato campo libero per nessuna ragione al mondo, convinto com’era di poter meglio rappresentare (anche attraverso un altro stile) quell’incrocio di potere e vivacità culturale che trovava nella Scala il suo palcoscenico naturale.
    I lunedì di «Giovannone» (come osavamo chiamarlo rigorosamente in sua assenza) erano densi di ritualità. L’inizio era alla Bocconi, verso le nove. C’era l’incontro con Enrico Resti, l’uomo chiave dell’amministrazione e c’era il saluto con Mario Monti, il rettore. Va detto con franchezza: tra i due c’era stima, ma poco feeling, anche se poi nel lavorare per l’interesse dell’università trovavano sempre l’accordo. C’erano poi tante telefonate, cui seguiva spesso l’incontro con due tra gli uomini cui Spadolini teneva maggiormente nel giro delle sue frequentazioni. Due pezzi da novanta della storia d’Italia, due protagonisti la cui empatia con il professore ne spiega a fondo le caratteristiche di conservatore illuminato, di laico liberale di stampo risorgimentale. Quegli uomini sono Indro Montanelli ed Enrico Cuccia.
    Si andava a via Negri, sede de Il Giornale, per l’incontro tra due amici, due personaggi geniali e fumantini, due toscanacci burberi ma pieni di storia, fascino e idee. Parlavano di politica e di giornali, di storia e libri, trovando per molti la battuta sferzante e per pochi parole di stima. Montanelli sedeva nella sua piccola stanza di direttore, dove Spadolini arrivava volentieri come una specie di ciclone, spesso senza avvisare. Arrivando c’era però sempre tempo per un saluto a Mario Cervi, il cui ufficio si trovava tra l’ascensore e la segreteria del direttore.
    Si andava invece a via Filodrammatici con ben altra liturgia. Cuccia e Spadolini si incontravano alzando i pennacchi dei due poteri «forti» che rappresentavano: la finanza e la politica. Gli appuntamenti erano sempre fissati in agenda con giorni di anticipo, la puntualità era rispettata al centesimo di secondo. Maranghi aspettava il Presidente nel cortile di Mediobanca, Cuccia compariva, passando da un porticina, direttamente nel salottino per gli ospiti. All’uscita però arrivava l’omaggio all’ospite importante: il banchiere più potente d’Italia arrivava fino all’ascensore e (almeno una volta) sino alla macchina parcheggiata in cortile.
    Montanelli, Cuccia, Spadolini. Tra parole e giochi di sguardi si alimentava una sintonia tra uomini diversi per ruoli e storie, ma uniti da un sentimento di adesione alla stessa idea dell’Italia. L’idea di un Paese alleato degli americani (e amico d’Israele), forte di una borghesia dell’impresa e delle professioni che guarda con diffidenza a tutte le esperienze politiche della sinistra (comunista o socialista poco importa), una nazione dalle istituzioni laiche che considera però la Chiesa (e il Vaticano) come asse portante di quello che eravamo, siamo e saremo.
    C’erano nei lunedì di Spadolini a Milano gli incontri con Mario Spagnol alla Longanesi, le serate al Santa Lucia con Gaetano Afeltra, le cene a casa Cingano, Mortara, Ottolenghi, Beria d’Argentine. C’era il legame strettissimo con Assolombarda (non certo con la Cgil), che organizzava periodicamente incontri a colazione nella bella foresteria all’ultimo piano di via Pantano. C’era un rapporto indissolubile con i Carabinieri (non con i centri sociali), che per anni avevano messo a sua disposizione un piccolo appartamento in caserma (ancora non erano Arma autonoma). Erano gli anni del terrorismo vero, quello che a Firenze uccide Lando Conti perché Spadolini è troppo protetto (come fu scritto nel volantino di rivendicazione).
    Sono passati 15 anni dalla morte di Spadolini, che fu (politicamente) travolto da quella stagione incredibile che fu il biennio ’92-’94. Nella primavera del suo ultimo anno di vita vide Berlusconi (ma anche l’avvocato Agnelli) preferirgli Scognamiglio per la presidenza del Senato. Se è vero che la storia non si fa con i se, credo però si possa dire con serenità che lo scioglimento voluto da Scalfaro nel ’96 avrebbe trovato in Spadolini seconda carica dello Stato ben altro atteggiamento.
    Comunque in quel momento lui se n’era già andato da quasi due anni, per cui la discussione è scarsamente significativa. La sua morte ha privato la politica nazionale di un campione purissimo, rigoroso custode del meglio della tradizione nazionale, che passa per Cavour e Mazzini, Garibaldi e Giolitti, Gobetti e De Gasperi, Moro e La Malfa.
    Sì, secondo me Spadolini era un uomo di destra. Ma era soprattutto un bell’italiano.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da McFly Visualizza Messaggio
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    Di solito arrivava in treno la domenica sera da Firenze, agganciando il vagone speciale riservato al Presidente del Senato ad un Intercity che giungeva alla stazione Centrale di Milano verso le 22. Lo si aspettava insieme ai carabinieri della scorta, per poi dirigerci tutti verso uno dei ristoranti della città o verso la piccola casa in via Sicilia, all’interno dell’edificio che ospita un residence per studenti dell’università Bocconi.
    Giovanni Spadolini amava quei suoi lunedì milanesi per tanti motivi, che qui proveremo a ricordare. Li amava però essenzialmente per una ragione: era il momento della settimana in cui poteva essere (certamente più che a Roma, forse più che a Firenze) quello che era nel fondo del suo animo e della sua formazione politica e culturale, cioè un illuminato borghese conservatore. Per dirla con il linguaggio della politica di oggi, un solido uomo di destra, amante delle regole, delle tradizioni e dell’Occidente liberale.
    Certo il Professore conosceva gli usi della politica, sapeva bene che quella parola, «destra», non era praticabile all’epoca. Lo sapeva a tal punto che non aveva difficoltà a parlare da uomo di sinistra nel corso di una qualche infuocata assemblea dei repubblicani romagnoli, magari nella monumentale Casa del Popolo di Ravenna. Altro non era che il nobile concedersi al rito ineludibile della prima Repubblica, in cui lo spazio politico praticabile era soltanto quello tra il centro e la sinistra, essendo concesso al solo Msi di collocarsi a destra della Democrazia Cristiana, pena il fatto di essere fuori però dall’«Arco Costituzionale». Faceva in qualche modo eccezione il Partito Liberale, che evitava comunque accuratamente ogni contatto con il partito di Almirante e dei suoi eredi.
    Spadolini era un Gran Borghese già nel vestire, con quella sua solida convinzione di volersi proporre sempre uguale a se stesso: abito scuro, scarpe nere, camicia bianca e un filo di fazzoletto (bianco) che esce dal taschino. Verrebbe da dire una divisa di giolittiana memoria. Il massimo della sregolatezza poteva essere una cravatta con qualche spunto di colore vivace, ma erano casi rari, spesso riservati alle campagne elettorali (Visentini invece osava con le cravatte quasi tutti i giorni).
    Tornando al lunedì a Milano, va però spiegato perché quel giorno e quella città erano per lui momento di presenza pieno di soddisfazioni. Milano era la città della grande industria (Fiat a parte) e delle grandi banche. Era la città delle antiche dinastie imprenditoriali, della Bocconi, del Corriere della Sera. Era la città di Bettino Craxi, cui Spadolini non avrebbe lasciato campo libero per nessuna ragione al mondo, convinto com’era di poter meglio rappresentare (anche attraverso un altro stile) quell’incrocio di potere e vivacità culturale che trovava nella Scala il suo palcoscenico naturale.
    I lunedì di «Giovannone» (come osavamo chiamarlo rigorosamente in sua assenza) erano densi di ritualità. L’inizio era alla Bocconi, verso le nove. C’era l’incontro con Enrico Resti, l’uomo chiave dell’amministrazione e c’era il saluto con Mario Monti, il rettore. Va detto con franchezza: tra i due c’era stima, ma poco feeling, anche se poi nel lavorare per l’interesse dell’università trovavano sempre l’accordo. C’erano poi tante telefonate, cui seguiva spesso l’incontro con due tra gli uomini cui Spadolini teneva maggiormente nel giro delle sue frequentazioni. Due pezzi da novanta della storia d’Italia, due protagonisti la cui empatia con il professore ne spiega a fondo le caratteristiche di conservatore illuminato, di laico liberale di stampo risorgimentale. Quegli uomini sono Indro Montanelli ed Enrico Cuccia.
    Si andava a via Negri, sede de Il Giornale, per l’incontro tra due amici, due personaggi geniali e fumantini, due toscanacci burberi ma pieni di storia, fascino e idee. Parlavano di politica e di giornali, di storia e libri, trovando per molti la battuta sferzante e per pochi parole di stima. Montanelli sedeva nella sua piccola stanza di direttore, dove Spadolini arrivava volentieri come una specie di ciclone, spesso senza avvisare. Arrivando c’era però sempre tempo per un saluto a Mario Cervi, il cui ufficio si trovava tra l’ascensore e la segreteria del direttore.
    Si andava invece a via Filodrammatici con ben altra liturgia. Cuccia e Spadolini si incontravano alzando i pennacchi dei due poteri «forti» che rappresentavano: la finanza e la politica. Gli appuntamenti erano sempre fissati in agenda con giorni di anticipo, la puntualità era rispettata al centesimo di secondo. Maranghi aspettava il Presidente nel cortile di Mediobanca, Cuccia compariva, passando da un porticina, direttamente nel salottino per gli ospiti. All’uscita però arrivava l’omaggio all’ospite importante: il banchiere più potente d’Italia arrivava fino all’ascensore e (almeno una volta) sino alla macchina parcheggiata in cortile.
    Montanelli, Cuccia, Spadolini. Tra parole e giochi di sguardi si alimentava una sintonia tra uomini diversi per ruoli e storie, ma uniti da un sentimento di adesione alla stessa idea dell’Italia. L’idea di un Paese alleato degli americani (e amico d’Israele), forte di una borghesia dell’impresa e delle professioni che guarda con diffidenza a tutte le esperienze politiche della sinistra (comunista o socialista poco importa), una nazione dalle istituzioni laiche che considera però la Chiesa (e il Vaticano) come asse portante di quello che eravamo, siamo e saremo.
    C’erano nei lunedì di Spadolini a Milano gli incontri con Mario Spagnol alla Longanesi, le serate al Santa Lucia con Gaetano Afeltra, le cene a casa Cingano, Mortara, Ottolenghi, Beria d’Argentine. C’era il legame strettissimo con Assolombarda (non certo con la Cgil), che organizzava periodicamente incontri a colazione nella bella foresteria all’ultimo piano di via Pantano. C’era un rapporto indissolubile con i Carabinieri (non con i centri sociali), che per anni avevano messo a sua disposizione un piccolo appartamento in caserma (ancora non erano Arma autonoma). Erano gli anni del terrorismo vero, quello che a Firenze uccide Lando Conti perché Spadolini è troppo protetto (come fu scritto nel volantino di rivendicazione).
    Sono passati 15 anni dalla morte di Spadolini, che fu (politicamente) travolto da quella stagione incredibile che fu il biennio ’92-’94. Nella primavera del suo ultimo anno di vita vide Berlusconi (ma anche l’avvocato Agnelli) preferirgli Scognamiglio per la presidenza del Senato. Se è vero che la storia non si fa con i se, credo però si possa dire con serenità che lo scioglimento voluto da Scalfaro nel ’96 avrebbe trovato in Spadolini seconda carica dello Stato ben altro atteggiamento.
    Comunque in quel momento lui se n’era già andato da quasi due anni, per cui la discussione è scarsamente significativa. La sua morte ha privato la politica nazionale di un campione purissimo, rigoroso custode del meglio della tradizione nazionale, che passa per Cavour e Mazzini, Garibaldi e Giolitti, Gobetti e De Gasperi, Moro e La Malfa.
    Sì, secondo me Spadolini era un uomo di destra. Ma era soprattutto un bell’italiano.
    Riappropriamoci di Spadolini!

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  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Cavaliere Nero Visualizza Messaggio
    Riappropriamoci di Spadolini!
    da uno che mette assieme Cavour e Garibaldi, Giolitti e Gobbetti, non ci dobbiamo stupire se colloca a destra Spadolini. Per questo, per la presenza di chi fa affermazioni come quelle possiamo leggere in questo 3rd in quello che fu il pRI, a volte ricordo che il dibattito sul qualcosa che non andava nel PRI non può limitarsi a partire dal congresso di Bari.
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

    http://www.novefebbraio.it/

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da edera rossa Visualizza Messaggio
    da uno che mette assieme Cavour e Garibaldi, Giolitti e Gobbetti, non ci dobbiamo stupire se colloca a destra Spadolini. Per questo, per la presenza di chi fa affermazioni come quelle possiamo leggere in questo 3rd in quello che fu il pRI, a volte ricordo che il dibattito sul qualcosa che non andava nel PRI non può limitarsi a partire dal congresso di Bari.
    "Il PRI è un albero con il tronco ben piantato al Centro e le foglie che tendono a sinistra" (Giovanni Spadolini).

    E quando Giorgio La Malfa, rompendo con i maggiorenti del PRI nel 1994 per la scelta di schierare il PRI nell'Alleanza di Centro di Segni, Amato e Martinazzoli, Spadolini dichiarò: " E' una scelta in linea con la storia del Partito".

    Arditti è sistemato

  5. #5
    repubblicano perciò di Sx
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    Predefinito Rif: Spadolini

    Citazione Originariamente Scritto da Giuseppe Gizzi Visualizza Messaggio
    "Il PRI è un albero con il tronco ben piantato al Centro e le foglie che tendono a sinistra" (Giovanni Spadolini).

    E quando Giorgio La Malfa, rompendo con i maggiorenti del PRI nel 1994 per la scelta di schierare il PRI nell'Alleanza di Centro di Segni, Amato e Martinazzoli, Spadolini dichiarò: " E' una scelta in linea con la storia del Partito".

    Arditti è sistemato
    preferisco comunque il vecchio Ugo La Malfa, e tanti altri prima di lui, che ha sempre guardato al PRI come all'altro polo della sinistra.
    Lo stesso giorgio La Malfa aveva, nel '94, inizialmente optato per scendere a fianco dei Progressisti, poi ci furono posizioni ostili da parte della sinistra ma quella prima scelta fu giustificata dicendo, fra l'altro, che la sinistra doveva farsi carico della storia repubblicana. Francamente non vedo certo che possa farlo gente di destra. Visentini rimase poi fedele a quella prima scelta e dette vita a Democrazia Repubblicana.
    Ma certamente Spadolini non può essere considerato persona di destra.
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

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  6. #6
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    Thumbs down Rif: Spadolini

    Ho chiesto ad arditti (polemicamente) se l'intento non fosse quello di servire l'assist al suo datore di lavoro per legittimare il nome "Giovane Italia" scelto come nome della federazione giovanile del PDL.

    Arditti non m'ha risposto e questa è la conferma che a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca.

    Alla stessa fronda di Arditti appartengono anche Giacalone, Giannino e Nucara, che si dicono repubblicani in realtà sono dei bananas dentro, manco tanto malcelati. Attenti a questi!!
    Ultima modifica di McFly; 08-08-09 alle 09:13

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da McFly Visualizza Messaggio
    Ho chiesto ad arditti (polemicamente) se l'intento non fosse quello di servire l'assist al suo datore di lavoro per legittimare il nome "Giovane Italia" scelto come nome della federazione giovanile del PDL.

    Arditti non m'ha risposto e questa è la conferma che a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca.

    Alla stessa fronda di Arditti appartengono anche Giacalone, Giannino e Nucara, che si dicono repubblicani in realtà sono dei bananas dentro, manco tanto malcelati. Attenti a questi!!
    Quando ci si azzecca non è peccato. iaociao:

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    Predefinito Rif: Spadolini

    Io non metterei insieme Giacalone, Giannino, Arditti e Nucara...non c'entrano molto uno con l'altro...sarà che vengo da una famiglia prima pacciardiana e poi spadoliniana( e quindi Spadolini me lo servivano fin da bambino a colazione, pranzo e cena..) ma definire Spadolini di destra mi sembra una forzatura che non corrisponde a nulla di tutto ciò che Spadolini ha scritto e detto in tutta la sua vita politica...la ricostruzione di Arditti, fatta a suo uso e consumo, pertanto è palesemente sbagliata...ma sta a noi repubblicani, se ne avremo voglia e ne saremo capaci, difendere la nostra storia e gli uomini che l'hanno fatta...ma ciò va fatto con massima onestà intellettuale e non tirando noi per primi personaggi come Pacciardi, Ugo La Malfa e Spadolini di qua o di là a seconda dei nostri gusti e contingenze politiche..e ad Arditti consiglio di rileggere uno degli ultimi discorsi in Senato di Spadolini ovvero quello che riguarda il voto di fiducia al primo Governo Berlusconi per capire quanto distante fosse il nostro Spadolini da tutto ciò che rappresenta Berlusconi..basta questo stralcio per capirlo: " Rispetto delle regole, trasparenza, moralità. Tutto questo fa parte della fisiologia delle democrazie. In democrazia si va al governo, non si va al potere; la parola "potere" è stata introdotta nel mondo moderno dalle ideologie dittatoriali o dalle giunte militari; non si va al potere, si va al governo e sempre con le valigie pronte». Do you remember Arditti?
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Spadolini

    Citazione Originariamente Scritto da McFly Visualizza Messaggio
    Ho chiesto ad arditti (polemicamente) se l'intento non fosse quello di servire l'assist al suo datore di lavoro per legittimare il nome "Giovane Italia" scelto come nome della federazione giovanile del PDL.

    Arditti non m'ha risposto e questa è la conferma che a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca.

    Alla stessa fronda di Arditti appartengono anche Giacalone, Giannino e Nucara, che si dicono repubblicani in realtà sono dei bananas dentro, manco tanto malcelati. Attenti a questi!!
    il bello è che già Giuseppe Tramarollo fece un piccolo opuscolo per far notare la contrapposizione tra la mazziniana GiovIne Italia e la missina GiovAne Italia; sarà forse un caso ma ancora una volta il PDL ha scelto la GiovAne Italia di neofascistica memoria.
    La GiovIne Italia resta quindi solo e soltanto repubblicana, e riamne il simbolo di tutto ciò che è l'esatto contrario dell'asservimento al potere, del nazionalismo, della destra.
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

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  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da edera rossa Visualizza Messaggio
    il bello è che già Giuseppe Tramarollo fece un piccolo opuscolo per far notare la contrapposizione tra la mazziniana GiovIne Italia e la missina GiovAne Italia; sarà forse un caso ma ancora una volta il PDL ha scelto la GiovAne Italia di neofascistica memoria.
    La GiovIne Italia resta quindi solo e soltanto repubblicana, e riamne il simbolo di tutto ciò che è l'esatto contrario dell'asservimento al potere, del nazionalismo, della destra.
    Ben detto Edera!!!...sai che ce l'ho a casa(eredità preziosissima di un mio zio materno..) il piccolo opuscolo di Tramarollo?...
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