Mandukya Upanishad
(traduzione e note di Silvio Grasso - tratto da Rivista Studi Tradizionali n°1)




1. Harih OM! Questo monosillabo è il Tutto. Questa ne è una spiegazione: ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà, tutto è veramente Omkara 1; e ciò che non è sottoposto al triplice tempo 2 è pure veramente Omkara.


2. In realtà questo Atmâ 3 è Brahma, e questo Atmâ ha quattro condizioni 4; in verità, tutto ciò 5 è Brahma.


3. La prima condizione è Vaishwânara 6, il cui soggiorno è lo stato di veglia; esso ha conoscenza degli oggetti esterni; ha sette membra 7 e diciannove bocche 8, e il suo dominio è il mondo della manifestazione grossolana.


4. La seconda condizione è Taijâsa 9, il cui soggiorno è nello stato di sogno 10; esso ha conoscenza degli oggetti interni, ha sette membra e diciannove bocche 11 e il suo dominio è il mondo della manifestazione sottile.


5. Quando l’essere che dorme non prova alcun desiderio e non è più soggetto a sogni, il suo stato è quello di sonno profondo 12; colui che 13 in questo stato è divenuto uno, che si è identificato ad un insieme sintetico di Conoscenza integrale 14, che è pieno di Beatitudine 15, che gode veramente di questa Beatitudine, e la cui bocca è la Conoscenza totale 16 stessa, questi è chiamato Prajna 17: questa è la terza condizione 18.


6. Egli è il Signore di tutto 19; Egli è omnisciente 20; Egli è l’ordinatore interno 21; Egli è la sorgente 22 di tutto; Egli è l’origine e la fine dell’universalità degli esseri.


7. I Saggi pensano che il Quarto 23, che non ha conoscenza né degli oggetti interni né di quelli esterni, né contemporaneamente di questi e di quelli, e che non è nemmeno un insieme sintetico di conoscenza integrale, poiché non è conoscente né non conoscente, è invisibile, non-agente, incomprensibile, indefinibile, impensabile, indescrivibile; Esso è l’unica essenza fondamentale del “Sé”, senza alcuna traccia dello sviluppo della manifestazione, pienezza di Pace e di Beatitudine, senza dualità: Egli è Atmâ, così deve essere conosciuto.


8. Questo Atmâ è rappresentato dalla sillaba OM, la quale a sua volta è rappresentata dai caratteri 24, talché le condizioni (di Atmâ) sono i caratteri (di OM), e i caratteri (di OM) sono le condizioni (di Atmâ): essi sono A, U e M 25.


9. Vaishwânara, la cui sede è lo stato di veglia, è (rappresentato da) A, la prima mâtrâ, sia perché essa
costituisce la connessione 26 di tutte le cose 27, sia perché essa è il principio 28. Chi conosce questo, vede
esauditi tutti i suoi desideri 29 e diventa il primo 30.


10. Taijâsa, la cui sede è lo stato di sonno, è (rappresentato da) U, la seconda mâtrâ, sia perché essa è elevazione 31, sia perché essa è intermediaria 32. Chi conosce questo progredisce nella via della Conoscenza 33, egli è in armonia con tutte le cose 34 e nessuno dei suoi discendenti 35 ignorerà Brahma.


11. Prajna, la cui sede è lo stato di sonno profondo, è (rappresentato da) M, la terza mâtrâ, sia perché essa è la misura 36, sia perché essa è ciò in cui tutto si risolve 37. Chi conosce questa misura è tutto 38 e tutto si risolve in lui.


12. Il Quarto è incommensurabile 39, è non-agente 40, è senza alcuna traccia dello sviluppo della manifestazione 41; esso è Beatitudine assoluta e senza dualità 42. Questo è Omkara 43, e questo certamente è Atmâ 44. Chi conosce questo in verità entra nel suo proprio Sé per mezzo di questo stesso Sé 45.






1 Tutti gli indefiniti stati dell’essere che, dal punto di vista individuale, appaiono come distinti gli uni dagli altri, dal punto di vista principiale (il quale propriamente non è un punto di vista particolare, ma è anzi la realtà assoluta), sono identici a Brahma stesso, il quale è “senza dualità”. Infatti, se qualcosa fosse esteriore a Brahma, questi non sarebbe infinito, poiché sarebbe limitato appunto da questo qualcosa di esteriore. In realtà, l’intera manifestazione non può distinguersi da Brahma che in modo illusorio, mentre Brahma è assolutamente distinto dalla manifestazione in quanto nessuna qualifica determinativa può convenire alla sua Infinità. Inoltre, appunto perché è infinito, Brahma può essere
considerato come il Tutto assoluto; però, se le cose sono in Brahma, esse non sono Brahma se si considerano in modo distintivo. D’altra parte, ciò che qualifica le cose in modo distintivo e che appunto non potrebbe venire attribuito a Brahma, non è che l’espressione della relatività, e poiché questa relatività è illusoria, anche la distinzione lo è. Così tutto l’Universo, designato qui da «ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà», nella sua realtà principiale, cioè nella sua realtà più profonda, è identico a Brahma e, come tale, può venire simboleggiato da Omkara, il monosillabo sacro OM.

2 Trikâla, cioè la condizione temporale nelle sue tre modalità di passato, presente e futuro.

3 Atmâ, il “Sé”, è la vera natura essenziale, identica in ogni essere.

4 Pada, letteralmente “piede”.

5 «Tutto ciò», come lo si vedrà nel seguito del testo, si riferisce alle varie modalità dell’essere individuale considerato nella sua totalità, e agli stati non individuali dell’essere totale. Tutti questi stati appaiono come le condizioni di Atmâ, benché in realtà Atmâ sia assolutamente incondizionato. Tutte le cose, infatti non sono che la manifestazione di Atmâ, il quale è identico a Brahma.

6 Vaishwânara è Atmâ in quanto riunisce in sé i due aspetti di realtà assoluta e realtà relativa; vishwa (tutto) in quanto personalità, nara (uomo) in quanto individualità. Per questo può venire giustamente assimilato all’“Uomo Universale”. Egli viene considerato più particolarmente nello sviluppo totale dei suoi stati di manifestazione e cioè in quello che costituisce il mondo corporeo. Non bisogna però dimenticare che il mondo corporeo rappresenta un simbolo dell’intera manifestazione, e costituisce per l’essere umano il punto di partenza di tutta la realizzazione. Appunto a motivo di questo valore simbolico, Vaishwânara può essere assimilato all’“Uomo Universale”; esso verrà allora descritto come costituito di un corpo, in analogia con l’essere individuale, analogia che è quella del “macrocosmo” con il “microcosmo”. Un’assimilazione dei due stati sarebbe però, beninteso, del tutto ingiustificata.

7 Queste sette membra sono le sette parti costitutive del corpo “macrocosmico” di Vaishwânara.
1° L’insieme degli stati superiori dell’essere, assimilati alle sfere luminose superiori, viene paragonato alla parte della testa che contiene il cervello.
2° I principi rappresentati nel mondo sottile dal Sole e dalla Luna sono i due occhi.
3° Il principio igneo vitale è la bocca.
4° Le direzioni dello spazio (dish) sono le orecchie.
5° L’atmosfera corrisponde ai polmoni.
6° La regione compresa fra la Terra e il Cielo, la quale viene considerata come l’ambiente dove si elaborano le forme, è lo stomaco.
7° La Terra, simbolo della manifestazione corporea, corrisponde ai piedi.

8 Queste diciannove “bocche” sono i diciannove organi per mezzo dei quali Atmâ, in quanto Vaishwânara, ha coscienza del mondo sensibile, e cioè: i cinque organi di sensazione, i cinque organi di azione, i cinque soffi vitali (vâyu), il mentale (manas), l’intelletto (Buddhi) considerato nei suoi rapporti con l’individuale, il pensiero (chitta) in quanto formatore e associatore di idee, la coscienza individuale (ahankâra). Gli organi e le facoltà degli esseri individuali procedono tutti dagli organi e dalle facoltà che loro corrispondono in Vaishwânara, così come ogni individuo è un elemento nell’insieme dell’ordine cosmico.

9 Taijâsa significa “il Luminoso”: è questo il riflesso della Luce intelligibile nel mondo della manifestazione sottile, cioè nel dominio individuale extracorporeo.

10 Nello stato di sogno, le facoltà esterne, pur sussistendo in modo potenziale, si riassorbono nel senso interno (manas), che è il loro principio immediato ed il loro sostegno. L’anima vivente individuale (Jîvâtmâ) si trova in qualche modo rinchiusa in se stessa, contrariamente a quanto avviene nello stato di veglia, non potendo comunicare con gli altri esseri. In virtù del suo desiderio (kâma) essa produce un mondo che procede interamente da se stessa. Questo mondo è costituito esclusivamente da produzioni mentali, cioè da idee rivestite di forme extracorporee le quali dipendono sostanzialmente dall’individuo che le emette e non ne rappresentano che delle modificazioni accidentali. Le “idee” che costituiscono il mondo sottile non sono quindi affatto delle “idee” nel senso platonico; esse non sono dei principi spirituali o informali, ma al contrario, delle produzioni sempre condizionate dalla forma e dai limiti propri dell’esistenza individuale. Il mondo sottile infatti non è il mondo spirituale, bensì “il mondo intermediario” fra la realtà corporea e la realtà spirituale.

11 Il mondo sottile è concepito da facoltà che corrispondono analogicamente a quelle che percepiscono il mondo sensibile, perciò Atmâ in quanto Taijâsa ha lo stesso numero di membra e di bocche che nello stato di veglia.

12 Sushupta-shâna.

13 Cioè Atmâ stesso in questa condizione.

14 Prajnâna-ghana.

15 Anandamaya.

16 Chit.

17 Cioè Colui che conosce al di fuori e al di là di ogni condizione speciale.

18 In questo stato Atmâ gode della pienezza della sua stessa natura, in quanto Ananda, la Beatitudine, è fatta di tutte le possibilità di Atmâ. È questo il dominio della conoscenza sintetica ed unitaria; infatti è detto che la “bocca” o lo strumento di conoscenza di Prajna è Chit, cioè la coscienza totale del “Sé”, considerata in relazione con il suo unico oggetto che è Ananda, la Beatitudine. D’altra parte, questo oggetto è identico al suo stesso soggetto che è l’Essere puro (Sat) e, in realtà, non ne è affatto distinto. Questi tre, Sat, Chit e Ananda (generalmente riuniti in Sachchidânanda) sono così in verità un unico essere, il quale non è altro che Atmâ considerato al di fuori di ogni determinazione particolare.
Lo stato di Prajna è uno stato essenzialmente informale e sovraindividuale, in esso la Luce intelligibile è colta direttamente e non per riflesso come nel mondo mentale. D’altronde, in questo stato, i vari oggetti della manifestazione, anche individuali non sono affatto distrutti, ma permangono in modo principiale e sono così unificati non essendo più concepiti nel loro aspetto contingente e distintivo.

19 Sarva, tutto, implica qui, nella sua estensione universale, l’insieme dei “tre mondi”, cioè tutti gli stati di manifestazione compresi sinteticamente nel Principio.

20 Tutto gli è presente nella Conoscenza integrale, ed Egli conosce direttamente tutti gli effetti nella causa principiale totale, che non è affatto distinta da Lui.

21 È il «Principio non agente» che risiede al centro dell’essere e ne ordina tulle le facoltà.

22 Yoni, la matrice o radice primordiale.

23 È interessante notare che tutto ciò che si riferisce a questo quarto stato, cioè allo stato incondizionato del “Sé”, viene qui espresso in termini negativi. La ragione è assai facilmente comprensibile; infatti qualsiasi affermazione ha qualcosa di particolare e di determinato: è l’affermazione di qualcosa ad esclusione di qualcos’altro e limita quindi inevitabilmente la portata di ciò a cui si riferisce. Ogni determinazione è una limitazione ed equivale quindi ad una negazione; così è proprio la negazione di una determinazione ad essere in realtà una affermazione. I termini negativi che
incontriamo in questo brano, nel loro senso reale sono quindi eminentemente affermativi. Del resto lo stesso termine “Infinito” esprime la negazione di ogni limite ed equivale perciò all’affermazione totale ed assoluta. Questo quarto stato è infatti al di là di qualsiasi determinazione, anche principiale come quella dell’Essere.

24 Mâtrâ.

25 Questo brano ed i seguenti si riferiscono alla corrispondenza della sillaba OM e dei suoi caratteri costitutivi (rnâtrâ) con Atmâ e le sue condizioni (pada). Essi chiariscono le ragioni simboliche di questa corrispondenza e, nello stesso tempo, indicano gli ordini di possibilità aperti dalla meditazione di OM e di ciò che esso rappresenta. La meditazione del monosillabo sacro OM costituisce in effetti un supporto per la realizzazione della conoscenza di Atmâ. Questa meditazione, che dapprima si rivolge separatamente ad ognuna delle tre mâtrâ del monosillabo sacro, per considerare poi OM in se stesso, indipendentemente dalle sue mâtrâ, ha come fine la realizzazione corrispondente di vari gradi spirituali. Il primo grado è caratterizzato dal pieno sviluppo dell’individualità corporea; il secondo dall’estensione totale dell’individualità umana nelle sue modalità extracorporee; il terzo dalla realizzazione degli stati sopra-individuai dell’essere; il quarto, in fine, dalla realizzazione dello stato supremo incondizionato.

26 Apti.

27 Il suono primordiale A, che viene emesso dagli organi vocali nella loro posizione naturale, costituisce infatti la connessione di tutti i suoni, essendo in qualche modo immanente in ognuno di essi. Similmente, Vaishwânara è presente in tutte le cose del mondo sensibile e ne costituisce l’unità.

28 Adi. “A” è il principio sia dell’alfabeto che del monosillabo sacro OM. Così Vaishwânara è la prima delle condizioni di Atmâ e costituisce per l’essere umano la base a partire dalla quale si compie la realizzazione metafisica.

29 Infatti per chi si identifica a Vaishwânara tutte le cose sensibili vengono a dipendere da lui e fanno parte integrante del suo stesso essere.

30 Egli diviene il primo nel dominio di Vaishwânara e ne costituisce il centro in virtù della conoscenza effettiva di questo dominio e della identificazione che essa implica.

31 Utkarsha. U costituisce un’elevazione del suono in rapporto alla sua prima modalità. Similmente, lo stato sottile è di un ordine più elevato dello stato corporeo.

32 Ubhaya. Il suono U, sia per la sua natura che per la sua posizione, è intermediario fra i due elementi estremi del monosillabo OM. Così pure lo stato di sogno è intermediario fra lo stato di veglia e quello di sonno profondo.

33 Egli si identifica infatti a Hiranyagarbha.

34 Egli considera l’Universo manifestato come la produzione della sua stessa coscienza.

35 I “discendenti” vanno intesi nei senso di “posterità spirituale”.

36 Miti. M può essere considerata la misura delle due altre mâtrâ, così come, in un rapporto matematico, il denominatore è la misura del numeratore.

37 M è il punto finale del monosillabo OM ed è considerata come racchiudente in sé la sintesi di tutti i suoni. Similmente il non-manifestato contiene, in modo principiale, tutto il manifestato, il quale si risolve in esso, non essendone mai distinto che in modo contingente e transitorio. La causa prima è nello stesso tempo il termine d’arrivo, e la fine è identica al principio.

38 “Tutto” designa qui l’insieme dei “tre mondi”.

39 Amâtrâ.

40 Avyavahârya.

41 Prapancha-upashama.

42 Shiva Adwaita.

43 Il monosillabo sacro OM considerato indipendentemente dalle sue mâtrâ.

44 Questo è Atmâ in sé, al di là di qualsiasi condizione o determinazione.
45 Senza alcun intermediario di qualsiasi genere e senza l’uso di qualsiasi strumento, quale facoltà di conoscenza. Essa infatti non potrebbe raggiunger che uno stato del Sé e non il Sé supremo ed assoluto.