
Originariamente Scritto da
Domenico
Senza dubbio tra i tre personaggi di maggiore rilievo della parabola: il sacerdote, il levita e il samaritano, c’è una notevole differenza sul piano della praticità.
Che il sacerdote conoscesse la legge dell’amore: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, è innegabile; e, tutti gli impegni che egli aveva per quanto riguardava il suo ruolo di sacerdote a proposito dei “turni” di servizio nel tempio, non potrebbero mai giustificare il suo comportamento nei confronti dello sventurato che era stato derubato e lasciato per terra mezzo morto dai briganti.
Nel caso specifico, si dovrebbe considerare la posizione dei capi religiosi Giudei, meglio i dottori della legge in merito al “prossimo”, come si ponesse nelle loro discussioni la limitazione al solo ambito del popolo d’Israele? Probabilmente, c’era anche questo nella mente del sacerdote. Infatti, la persuasione che i dottori della legge avevano intorno al “prossimo”, era quella di limitarlo al solo popolo d’Israele. La domanda posta a Gesù: chi è il mio prossimo?, tende a mettere in evidenza questa loro posizione.
Logicamente Gesù, senza entrare nel merito del dibattito che c’era tra i dottori della legge (che era senza dubbio sbagliato), con la parabola che propose, fece capire chiaramente al dottore della legge che il “prossimo”, non è come lui e i suoi colleghi pensavano, si trova invece (senza distinzione e limitazione) nel nostro cammino, bisognoso di un aiuto particolare. Anche se Gesù, concluse: « Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa », non si sa se questa precisa esortazione venne compresa e se il dottore della legge avrà accettato la correzione (indirettamente fatta da Gesù) e avrà prodotto un cambiamento nella vita del religioso.
Il vero “amare”, non si conosce dalle nozioni approfondite incamerate nel nostro cervello, ma dal comportamento, cioè dalla praticità nei confronti di chi sta davanti a noi in uno stato di bisogno.
A che vale la religiosità di un Tizio che si vanta di conoscere le cose di Dio, di avere titoli e incarichi nella vita religiosa, quando il comportamento, per ciò che riguarda il mettere in pratica quello che si conosce, non ha una corrispondenza con la vita delle persone che si apprendono e si vive?
Per il “levita”, vale quasi lo stesso discorso fatto per il “sacerdote”, per il semplice motivo che si comportò nella stessa maniera del sacerdote. Anche se c’era differenza di posizione e di ruolo, tra sacerdote e levita, in quanto il primo ufficiava nel rito religioso, mentre il secondo si limitava a prestare il suo aiuto, fungendo come “sagrestano”, usando il linguaggio dei nostri tempi. Però, le due categorie, erano impegnate in pratiche e funzioni religiose, che, dal punto di vista umano, erano considerate persone vicine a Dio e conoscitori della Sua legge.
Sia il “sacerdote” che il “levita”, si comportarono nella stessa maniera nei confronti dell’uomo malmenato dai ladroni. Infatti, la descrizione della parabola, precisa che tutte e due “videro” e “passarono dal lato opposto”.
31 Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto.
32 Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto.
Quindi, non si trattava di aver sentito parlare di un Tizio che si trovava in un particolare bisogno, ma di averlo visto con i propri occhi, senza manifestare un minimo di compassione verso lo sventurato.
Questa scena, senza dubbio, non fa onore al religioso, chiunque esso sia, ma è motivo di produrre discredito verso le persone che vivono lontane dal Signore e dalla Sua legge.
Concludo questa mia riflessione: non sono le belle parole che hanno valore nella vita pratica, ma quello che si compie in essa. Le nostre azioni parlano più delle nostre parole.