Poche cose sono certe nella vita: la morte, le tasse, le crociate regolamentari contro Google. A gennaio si era chiusa, con un sostanziale nulla di fatto, l’indagine della Federal Trade Commission sulle pratiche del motore di ricerca; ma il testimone era stato prontamente raccolto dal vice-presidente della Commissione Europea Joaquín Almunia, in un procedimento che promette di chiudersi con un risultato assai meno clemente per l’azienda di Mountain View. Poche settimane fa era stata la volta di un’iniziativa congiunta di sei garanti per la privacy, incluso quello italiano, che ambiscono ad esaminare scrupolosamente l’utilizzo cui Google destina i dati dei propri utenti. È di questi giorni la notizia di un nuovo capito(presuntolo, inaugurato da un gruppo di concorrenti raccolti sotto l’insegna FairSearch e destinato a scrutinare l’incidenza del progetto Android sugli equilibri competitivi del mercato della telefonia mobile.
L’accusa è chiara: fornendo Android ai produttori di telefonini gratuitamente, cioè sotto costo, Google ha monopolizzato il mercato dei sistemi operativi mobili ed estromesso dal settore gli altri fornitori di software; e questa dominanza non è senza conseguenze, perché ai produttori Google non permette di scegliere quali app includere nei propri apparecchi – richiedendo, viceversa, che un’intera suite di servizi venga precaricata su ciascun dispositivo, con un’adeguata garanzia di visibilità. Android sarebbe, insomma, utilizzato da Google come un «cavallo di Troia, allo scopo d’ingannare i partner commerciali, monopolizzare il mercato mobile, controllare i dati dei consumatori».

Manca solo un elemento, nel quadro tratteggiato da FairSearch: la libertà di scelta degli utenti: che è sempre una libertà di scelta relativa, da esercitare tra opzioni concrete, nell’ambito di strutture di mercato definite non dal (presunto) valore intrinseco dei prodotti, ma della loro vendibilità. Forse una libertà limitata, alla luce di certe concezioni utopiche di concorrenza, ma una libertà che ai consumatori non può essere negata. Si ricorderà, del resto, per attenerci al tema mitologico individuato dai critici di Google, che fu il consumatore Paride – e non il regolatore Zeus, che pure ne ebbe l’opportunità – ad assegnare il pomo della discordia, che alla guerra cantata da Omero avrebbe dato la stura.
Il senso di queste osservazioni – è appena il caso di ricordarlo – ha poco a che fare con Google, e molto a che fare con l’idea di mercato che stiamo coltivando. Un mercato in cui attaccarsi alle gonne del regolatore è considerato non solo un metodo tollerabile di rapportarsi alla concorrenza, ma persino una strategia socialmente commendevole: come dimostra l’esistenza stessa di FairSearch, un bizzarro esemplare di associazione contra aziendam, che dà oggi rilevanza palese a denunce opportunistiche che, fino a qualche anno fa, sarebbero rimaste confinate ai corridoi del palazzo. Un’idea tanto pervasiva da contagiare tutti gli operatori: perché se è vero che Microsoft spicca tra i promotori di FairSearch, Google non si tirò indietro quando sul banco degli accusati sedeva Internet Explorer.

Un’idea di mercato, infine, che trova terreno fertile soprattutto nel vecchio continente. Non è un caso che FairSearch abbia sottoposto le proprie deduzioni alla Commissione Europea e non, per esempio, alla FTC – che pure difficilmente si potrebbe tacciare di tenerezza verso i monopolisti. La penosa conseguenza di quest’approccio alla concorrenza è sotto gli occhi di tutti: l’innovazione si fa altrove, perché distruggere il lavoro altrui, quand’è possibile, è certo meno dispendioso che costruire qualcosa in proprio. L’arretratezza dell’Europa nel mercato delle nuove tecnologie è dovuta anche alla pervasività delle sue regole. Questo accade quando la malizia degli uomini trova sponda nella tracotanza degli dèi. C’è da sperare che i regolatori europei si decidano finalmente a scendere dall’Olimpo.


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