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Discussione: Vietnam

  1. #11
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    Predefinito Rif: Vietnam

    SADNESS IS REBELLION

  2. #12
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    Predefinito Rif: Vietnam



    We Were Soldiers - Discorso all'esercito
    SADNESS IS REBELLION

  3. #13
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    Predefinito Rif: Vietnam

    Citazione Originariamente Scritto da Mr. Right Visualizza Messaggio


    Rambo I - Scena finale
    Questo discorso a suo tempo, mi ha molto commosso.

    Una società ingrata, che dopo aver mandato a morire i propri uomini in un altro continente, sobillata dalla stampa di sinistra e disfattista, accusa i veterani delle peggio cose, e li tratta come appestati. Un sacco di loro finirono con una pensione da fame.

    La cosa più socnvolgente di tutto ciò, è che sono stati i democratici, con in testa l'idolo dei sinistrati nostrani, Kennedy.
    "Insomma se è in gamba, ti porta l'aereo così basso.. ehehehe...
    Lei dovrebbe vederlo, è uno spettacolo: un gigante come il B-52.... BHOOAAAMMM!!!!.. con i gas di scarico t'arrostisce le oche vive!!"

  4. #14
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    Predefinito Rif: Vietnam

    bellissimo il discorso alle truppe di Mel Gibson.

    speriamo che questo 3d non venga inquinato dai soliti fenomeni del pensiero

  5. #15
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    Predefinito Rif: Vietnam

    William C. Westmoreland, l'ultima battaglia

    Saverio Zuccotti, 26 luglio 2005





    Un pezzo dell'America più profonda se ne è andato assieme al generale William C. Westmoreland, spentosi la scorsa settimana all'età di 91 anni dopo averne trascorsi trenta a difendere il suo paese dalle più pesanti autocritiche seguite alla guerra del Vietnam. Nonostante che nel 1968, dopo tre anni di inutile escalation, avesse visto revocarsi il comando delle truppe americane impegnate nel conflitto, il generale Westmoreland non ha mai accettato di considerare persa quella guerra.
    Lo animava infatti una visione fortemente idealistica, tipicamente americana: "La storia può giudicare l'esperienza dell'America nel Vietnam del sud come una delle più nobili crociate dell'uomo. Per dieci anni l'America ha tenuto il campo in Vietnam contro l'espansione del comunismo nel sudest asiatico, affinché le altre nazioni potessero maturare politicamente e resistere alle pressioni comuniste".

    Tralasciando qualsiasi valutazione sul suo operato e sulle sue doti di stratega, Westmoreland può essere considerato il simbolo del cambiamento della nazione americana in quegli anni. Il Time, che nel 1965 lo incoronò Man of the year, lo definì come la "vigorosa personificazione del combattente americano". L'autorevole testata, nel maggio 1964, aveva già individuato in Westmoreland l'uomo capace di "fare l'impossibile". Indubbiamente un importantissimo sostegno per chi si accingeva ad assumere il comando delle forze americane in Vietnam.

    Ma quel sostegno non sopravvisse a una guerra sempre più irta di oggettive difficoltà e tragiche storture. La strategia aggressiva del "search and destroy", varata da Westmoreland per annientare il nemico sul territorio, fu il preludio al Vietnam che noi tutti oggi conosciamo. "Non sapevi mai chi era nemico e chi amico. Tutti si assomigliavano e tutti si vestivano allo stesso modo", spiegava ad esempio un capitano dei Marines, che continuava "(i civili uccisi per errore) erano normalmente contati come nemici morti in virtù della regola non scritta secondo cui ogni vietnamita morto era un Vietcong".

    Se gli americani e il mondo conobbero il Vietnam fu proprio grazie al generale Westmoreland, il quale introdusse i giornalisti embedded in prima linea, liberi di muoversi senza restrizioni e di scrivere senza censura con il pieno supporto materiale delle forze armate. Il tentativo del generale di fare la guerra fino in fondo e di raccontarla alla nazione - due encomiabili propositi - si trasformò in un vero e proprio boomerang, visto che gli inviati raccontarono giorno dopo giorno le derive del conflitto. Le perdite sempre più gravi riportate dai G.I. erano l'ennesima prova che i risultati sul campo erano tutt'altro che incoraggianti. Eppure il 21 novembre 1967 Westmoreland affermava pubblicamente di essere "assolutamente certo che dove il nemico nel 1965 stava vincendo, oggi sta certamente perdendo".

    L'offensiva del Tet, a fine gennaio 1968, decretò la fine dell'esperienza di Westmoreland al comando delle truppe in Vietnam. Così commentò quella svolta del conflitto: "Militarmente la vincemmo noi, ma due giorni dopo il suo inizio Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti". Ma l'America stava cambiando. Al paese idealista cui apparteneva Westmoreland se ne stava affiancando un altro di rottura, disilluso e quasi rivoluzionario in quel suo guardare con distacco e avversione ai giovani che partivano per la guerra.

    Difendendo a spada tratta negli anni successivi quegli stessi giovani - ora congedati, ignorati e dimenticati - Westmoreland dimostrò una volta di più la sua salda tempra di comandante: "I veterani del Vietnam meritano anche più apprezzamento di quelli della seconda guerra mondiale e della Corea. Perché? Semplicemente perché in queste ultime il paese è stato in genere unito dietro ai suoi uomini che combattevano in battaglia. Ma non in Vietnam", affermò a un raduno di reduci. E laddove ammetteva la sconfitta militare dell'America, ne attribuiva le responsabilità a quanti avevano voltato le spalle ai suoi ragazzi, di cui ripeteva: "Essi possono stare certi che non sono stati loro a perdere la guerra".

    William C. Westmoreland, l'ultima battaglia
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  6. #16
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    Predefinito Rif: Vietnam

    Addio al generale Westmoreland, l'uomo dell'escalation in Vietnam

    di Alberto Flores d'Arcais

    Repubblica, 20 luglio 2005





    NEW YORK - Nel 1982, dopo aver guidato la marcia di migliaia di veterani del Vietnam per l' inaugurazione del memorial di Washington, il generale in pensione William C. Westmoreland - che nel paese del sudest asiatico aveva comandato le truppe americane dal 1964 al 1968 - disse semplicemente: «Era il mio destino servire come comandante nella guerra più impopolare che l' America abbia mai combattuto». Impopolare, non persa. Westmoreland - che è morto ieri a 91 anni nella casa di riposo Bishop Gadsden a Charleston, South Carolina - non ha mai accettato la sconfitta dei marines nelle risaie del Vietnam del Sud. Anche dopo che la bandiera americana venne ammainata dall' ambasciata di Saigon - con le immagini degli elicotteri che portavano via in fretta e furia generali, funzionari, famiglie vere o presunte, immagini ormai storiche che avrebbero fatto il giro del mondo per la felicità dei milioni di pacifisti e di antiamericani che avevano visto in quella guerra lo scontro finale tra il bene e il male - "Wes" ripeteva a ogni intervista: «Militarmente in Vietnam non abbiamo perso. La verità è che il nostro paese non è riuscito a mantenere gli impegni presi con il Vietnam del Sud, ma abbiamo impedito che scattasse un effetto domino nella regione. Il comunismo non è avanzato, l' obiettivo strategico è stato centrato».

    Quello che divenne il militare più vituperato nella storia recente degli Stati Uniti - lo storico Arthur M. Schlesinger lo definì impietosamente "il nostro generale più disastroso dai tempi di Custer" - aveva avuto una brillantissima carriera: primo nel suo corso all' accademia militare di West Point, eroe di guerra durante il secondo conflitto mondiale e in Corea, nel 1964 venne chiamato dall' allora ministro della Difesa Robert Mc Namara (presidente era il democratico Lyndon B. Johnson) a guidare le forze militari americane in Vietnam, quando il governo di Washington definiva ancora le truppe presenti (ventimila in quell' anno) come "consiglieri". Teorico della "guerra di logoramento" Westmoreland si scontrò ripetutamente con altri generali e soprattutto con i politici di Washington, personaggi che non aveva mai amato, riuscendo ad imporre spesso alla Casa Bianca - forte del suo carisma - il suo punto di vista. Le missioni search and destroy (cerca e distruggi), che miravano a uccidere quanti più vietcong (i partigiani comunisti e nazionalisti del sud) fosse possibile, diventarono per il Pentagono il metro di paragone con cui valutare se la guerra stava procedendo con successo o no. Di fronte alla resistenza vietcong e alle truppe vietnamite del Nord, che sotto la guida del generale Giap tenevano in scacco i marines Usa in una guerra dai troppi fronti e senza territori da conquistare (c' era il veto politico a invadere il Nord), Westmoreland chiese al presidente Johnson di inviare un numero sempre maggiore di truppe, in quella che verrà poi chiamata l' escalation della guerra in Vietnam. Convinto che la guerra andasse bene Westmoreland continuò ad inviare a Washington rapporti ottimistici, senza prevedere per tempo la grande "offensiva del Tet" che nel 1968 portò i vietcong ad occupare - sia pure per breve tempo - diverse città del sud e, sia pure per poche ore, a conquistare l' ambasciata americana di Saigon.

    Il 1968 segnò la fine delle fortune del generale. Mentre in America dilagava la contestazione pacifista, con i campus in fiamme e le reti televisive che mostravano in prima serata battaglie, sconfitte, bombardamenti di civili e migliaia di morti, con le truppe americane che avevano raggiunto la cifra record di mezzo milione, Westmoreland venne richiamato a Washington con la classica promozione-rimozione. Al Pentagono gli venne di fatto impedito di occuparsi ancora di Vietnam e nel 1972, dopo la mancata promozione a capo di Stato Maggiore, carica che era convinto di meritare, il generale - le cui foto venivano bruciate nei cortei di protesta in ogni parte del mondo - decise di abbandonare la carriera militare. Dopo aver tentato con scarso successo la carriera politica - provò inutilmente di diventare governatore della South Carolina - trascorse nell' anonimato gli anni della fine della "sua guerra" e dell' America che dopo le ferite del Vietnam tentava faticosamente di ritrovare una propria identità. Nel 1982 ebbe di nuovo l' onore delle prime pagine dei giornali. Fece causa al potente network Cbs, che in un programma lo aveva accusato di avere «nascosto e falsificato» rapporti dell' intelligence sulla pericolosità dei nordvietnamiti per presentare a Washington una situazione piu positiva degli sviluppi della guerra, chiedendo la cifra record di 120 milioni di dollari. In realtà si accontentò - su consiglio degli avvocati - di un comunicato della rete televisiva in cui si precisava che la Cbs non aveva avuto alcuna intenzione di «mettere in dubbio il patriottismo e la lealtà del generale». Col passare degli anni, il crollo del comunismo e le rielaborazioni della "sporca guerra", anche la figura "negativa" di Westmoreland era stata in parte cancellata. Lui ormai sembrava curarsene poco: «Quel che è certo è che non ho rimorsi, nè devo chiedere scusa».


    http://ricerca.repubblica.it/repubbl...uomo-dell.html
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  7. #17
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    Il Generale Westmoreland in un ritratto di Herbert Elmer Abrams
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  8. #18
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    Dimostrazioni a favore della Guerra in Vietnam











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  9. #19
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    John Wayne & Ezra Taft Benson - The Vietnam War
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  10. #20
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    Predefinito Rif: Vietnam

    Quale l'errore fatale che condusse, ben prima della caduta di Saigon nel 1975, alla sconfitta degli americani in Vietnam?
    Niall Ferguson, in Colossus (p. 106-107), individua nella miopia politica, nelle tragiche manchevolezze del Presidente Lindon Johnson (la cosa non ci stupisce), la causa ultima del disastro:

    "Johnson non riuscì a dimostrare la necessità della guerra nè all'opinione pubblica nè al Congresso. Un impatto addirittura più deleterio ebbe la sua strategia mirata all'apertura di negoziati di pace, avviata già a Natale 1965 con la sospensione dei bombardamenti aerei su Hanoi. Questa iniziativa, che avrà una replica nel settembre 1967, si rivelerà un disastro: manifestando la disponibilità americana ad accettare una pace di compromesso, infatti, incoraggiava i nordvietnamiti a continuare a combattere, ma al tempo stesso negli Stati Uniti suscitava la speranza che la fine della guerra fosse prossima [...]. Da questo momento in poi la politica americana si sarebbe trasformata in una mera ricerca di una via d'uscita dignitosa, e in seguito nella ricerca di una qualsiasi via che potesse condurre all'uscita".

    Onore dunque ai militari che, sul campo, lottarono per una guerra macchiata dalle incapacità e dal tradimento dei politici di Washington.

 

 
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