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  1. #1071
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Shale gas, è giunta l'ora dello scoppio della bolla - Repubblica.it
    Shale gas, è giunta l'ora dello scoppio della bolla


    Dopo essere stato il fenomeno che ha contribuito a sostenere la ripresa economica degli Stati Uniti, garantendo indipendenza dalle importazioni e energia elettrica in quantità a basso prezzo, il gas e il petrolio estratto dalla roccia stanno provocando non pochi problemi al sistema finanziario. Con le quotazioni del greggio dimezzate in sei mesi, fallimenti, licenziamenti, bancarotte e una montagna di crediti inesigibili sono all'ordine del giorno
    di LUCA PAGNI

    31 gennaio 2015
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    Crollo dei prezzi alla pompa nel Nord America (reuters) MILANO - Il primo fallimento è avvenuto alla fine del 2014. Ma non è giunto inaspettato: i più avveduti lo aspettavano e lo temevano, dopo il crollo del prezzo del petrolio, precipitato in pochi mesi da oltre 110 dollari al barile a meno di 50 dollari. Il fallimento di una piccola società texana più che un campanello d'allarme è stato il segnale del liberi tutti. E che la bolla dello shale oil e dello shale gas, cresciuta a dismisura nel corso dell'ultimo decennio, era matura per scoppiare.

    Dopo essere stato il fenomeno che ha contribuito a sostenere la ripresa economica degli Stati Uniti, garantendo indipendenza dalle importazioni e energia elettrica in quantità a basso prezzo, il gas e il petrolio estratto dalla roccia stanno provocando non pochi problemi al sistema finanziario. Fallimenti, licenziamenti, bancarotte e una montagna di crediti inesigibili sono all'ordine del giorno.

    Con il petrolio a prezzi così bassi, giacimenti nati per essere vantaggiosi con le quotazioni del barile attorno ai 90-100 dollari sono diventati improvvisamente un costo non più sostenibile. Soprattutto tenendo conto che la maggior parte dei costi di estrazione e produzione dei pozzi erano garantiti da prestiti concessi in grande quantità e con una leva che in alcuni casi raggiungeva il 90 per cento del totale. In sostanza, la stessa cosa accaduta negli anni del boom immobiliare con i mutui concessi senza garanzie alcune.

    Detto in altri termini, con il crollo del greggio, in alcuni casi i costi sono aumentati del 100 per cento, perché i giacimenti hanno fermato la produzione e non c'era più la materia prima estratta per coprire le spese del debito. Per alcuni analisti ed esperti di geopolitica questo era proprio lo scopo che si erano prefissi l'Arabia Saudita e i paesi dell'Opec con la loro decisione di non diminuire la produzione per evitare la caduta dei prezzi. Mandare fuori gioco lo shale: senza più la scusa del prezzo basso sarebbero emersi tutti i rischi ambientali di un metodo di estrazione particolarmente invasivo e sarebbe esplosa la bolla finanziaria che ci stava alle spalle.

    Per chi non è amante dei grandi complotti, va ricordato che lo shale è vittima anche dell'eccesso di offerta e delle previsioni sbagliate della domanda, complice l'inarrestabile successo delle energie rinnovabili e dei giacimenti progettati anche in luoghi un tempo inaccessibili, quando le quotazioni erano sopra i 110 dollari. E' significativo che la Iea, l'Agenzia internazionale per l'energia, abbia abbassato per quattro volte le stime della domanda al ribasso nel corso del 2014.

    E quando non sono le condizioni economiche a frenare lo sfruttamento del gas e del petrolio da roccia, subentrano le resistenze ambientaliste e delle comunità locali. E' il caso della Gran Bretagna, unico paese della Ue che ha scelto di sfruttare questa risorsa assieme alla Polonia, dove è stata votata una moratoria alla Camera dei Comuni per le attività di esplorazione, in attesa di studi più approfonditi sulle conseguenze al territorio. Ma anche dell'Algeria: nella capitale c'è stata da poco una grande manifestazione degli abitanti dell'area in cui è stato scoperto uno sconfinato giacimento (200mila miliardi di metri cubi di gas, sfruttabile per il 10 per cento almeno). Il Governo ha sospeso le attività, per il momento. Ma non è detto che lo stop prosegua: i giacimenti di gas algerini sono vantaggiosi con il petrolio a 130 dollari e il budget statale si basa al 95 per cento sull'esportazione di idrocarburi
    Ultima modifica di Metabo; 31-01-15 alle 19:58

  2. #1072
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Un articoletto senza ne capo ne coda. Che infatti non dice proprio nulla.

    Le principali aziende che operano nel settore shale oil e gas sono queste

    - Anadarko Petroleum Corporation
    - Apache Corporation
    - Chesapeake Energy
    - Chevron
    - Concho Resources
    - ConocoPhillips
    - Continental Resources
    - Devon Energy
    - EOG Resources
    - EP Energy
    - ExxonMobil
    - Hess Corporation
    - Marathon Oil
    - Murphy Oil
    - Newfield Exploration Company
    - Noble Energy
    - Occidental Petroleum
    - Pioneer Natural Resources
    - Range Resources
    - Royal Dutch Shell
    - Southwestern
    - Whiting Petroleum


    Se fate una ricerca vedete che sono aziende che fatturano miliardi di dollari diversificando i loro investimenti un po in tutto lo spettro dell'attivita petrolifera.





  3. #1073
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Fracking, l'Algeria rimanda tutto al 2022 - Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibileLe proteste nel Grande Sud costringono il governo a fare marcia indietro. Accantonati investimenti per 70 milioni di dollari?
    Fracking, l’Algeria rimanda tutto al 2022

    Nel Paese solo lo 0,1% dell'energia è rinnovabile. Ha i quarti giacimenti di gas shale del mondo, ma sono troppo costosi da sfruttare
    [2 febbraio 2015]


    Dopo le forti proteste nel sud del Paese, l’Algeria ha annullato i suoi progetti di fracking almeno fino al 2022. E’ la prima volta che gli algerini scendono in piazza contro l’estrazione di idrocarburi e il premier algerino Abdel Malek Sellal si è trovato a fare i conti con uno slogan che ha fatto molta presa tra le popolazione del Grande Sud: «Tra lo shale gas e l’acqua, il popolo algerino sceglie l’acqua». I manifestanti non sembrano credere alle promesse di benessere e lavoro delle compagnie petro-gasiere e il governo centrale di Algeri si è trovato spiazzato davanti ad una veemente protesta e cerca di evitare ad ogni costo che si creino nuovi spazi di resistenza.
    Dopo aver cercato inutuilmente di convincere i manifestanti per giorni, Sellal alla fine ha che lo sfruttamento del gas shale «Attualmente non è all’ordine del giorno, stiamo solo pensando a questo proposito».
    Eppure ai primi di gennaio il governo algerino aveva annunciato progetti per 70 miliardi di dollari di investimenti tecnologici nel fracking proprio mentre il prezzo del suo principale prodotto di esportazione, il petrolio, scendeva al minimo negli ultimi 6 anni. Il governo aveva ignorato le proteste anti-fracking che da settimane si stavano estendendo nel già turbolento sud dell’Algeria, in particolare nella città di In Salah, un’area dove operano anche le retrovie di Al Queda del Maghreb e nella quale Algeri non può permettersi ulteriori tensioni.
    Alla fine Sellal è andato in televisione ed ha fatto balenare l’ipotesi che, dopo il temporaneo accantonamento dei piani del fracking, alla fine i progetti per lo shale gas potrebbero essere completamente superati: «Se tra lo shale gas e l’acqua il popolo algerino sceglierà l’acqua; pensate che lo Stato algerino sarebbe così pazzo da mettere in pericolo la vita dei suoi cittadini?» ha detto, per poi annunciare un drastico cambiamento di politica «Per rassicurare il nostro popolo nel sud».
    Salah, la città che rischia le peggiori conseguenze del fracking, è uno dei posti più caldi della terra è ancora meno sviluppata del resto dell’Algeria ed ha un tasso complessivo di alfabetizzazione di meno dell’80%, più del 10% inferiore alla media nazionale. Ma i suoi cittadini hanno manifestato contro i piani del fracking per settimane, con scioperi generali che hanno bloccato uffici pubblici e scuole dell’intera regione per protestare contro quello che molti vedono come un tentativo di rimpinguare la casse del governo centrale di Algeri senza nessun beneficio la popolazione locale.
    Si tratta di proteste davvero uniche per l’Algeria, visto che toccano gli idrocarburi, la spina dorsale dell’economia del Paese. Per questi molti pensano che quella del governo sia solo una ritirata tattica, perché il governo non può rinunciare ai suoi piani per lo sfruttamento del gas di scisto, dato che ha un disperato bisogno di entrate mentre diminuiscono le esportazioni e la produzione di greggio e gas “tradizionali”.
    Secondo gli studi commissionati dalla compagnia petrolifera statale Sonatrach, l’Algeria dispone di giacimenti di gas di scisto per 4.940 trilioni di piedi cubi (TCF) dei quali sono recuperabili 740 TCF, cioè un tasso di recupero del 15%, che basterebbe a far diventare l’Algeria il quarto Paese per shale gas dopo Usa, Cina ed Argentina. Queste riserve recuperabili sono state calcolate dopo le prospezioni aa Ahnet, Timimoun, Mouyidir, Illizi e Berkine che hanno scatenato le proteste. In questi stessi bacini ci sarebbero anche riserve di petrolio condensato per 248 miliardi di barili.
    Ma dopo il premier algerino è intervenuto anche il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika a confermare che il fracking non è all’ordine del giorno e diversi esperti algerini ammettono che lo sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali necessita di tecnologie avanzate e di capacità operative e finanziare delle quali dispongono solo un numero ridotto di compagnie petrolifere e come dice una fonte anonima, ma evidentemente molto influente, di Sonatrach all’ APS si tratta di «Un lavoro colossale che necessita di una collaborazione stretta, nel quadro di una partnership, con delle compagnie specializzate. Sull’esempio di quel che è stato fatto da grandi compagnie come Exxon Mobil con XTO, Eni con Quicksilver, BG con Exco Ressources e Statoil con Cheasapeake. L’espolrazione e lo sviluppo di shale gas, al di fuori degli Usa, restano più caria causa della mancanza di attrezzature e delle catene di approvvigionamento. Un pozzo verticale di 3.00 metri , con un “drain” orizzontale di 1.200 metri nel giacimento di Haynesville (Usa) costa circa 8 milioni di dollari contro tra i 14 ed i 16 milioni di dollari per lo stesso pozzo in Polonia, dove l’industria dello scisto è ancora immatura».
    Un esperto di gas, Chems Eddine Chitour, è tra quelli che il governo ha delegato a tranquillizzare ed ha detto all’Algerie Presse Service (Aps) che «Lo studio del gas di scisto deve proseguire, dobbiamo terminare rapidamente la fase esplorativa per procedere alle valutazioni reali della risorsa. La sola stima fatta proviene da uno studio americano. Il gas di scisto è una ricchezza da sfruttare razionalmente. I pozzi esplorativi sono necessari per testare la tecnica. Il loro basso numero non ipotecherà le fondamenta della vita nel Sahara. Questo gas farà parte del mix energetico nazionale solo una volta che la tecnologia di produzione sarà matura. Prima di pensare ad ogni eventuale sfruttamento, l’Algeria deve, fin da subito, dare la priorità alla formazione delle competenze necessarie ed alla presa di precauzioni in termini ambientali». Detto in un Paese che, nonostante le evidenze scientifiche e sanitarie, non ha ancora vietato la produzione e l’utilizzo di amianto la cosa non è poi molto tranquillizzante.
    Comunque il fracking, che sembrava il futuro immediato dell’energia algerina, grazie alle proteste è diventato qualcosa da fare in un futuro indefinito: «Quando saremo pronti tecnologicamente, avendo format gli ingegneri ed I geologi, dei geofisici per la trivellazione, dei meccanici, degli esperti di elettronica e senza dimenticare gli specialisti ambientali – dice Chitour all’Aps – il gas di scisto giocherà pienamente il suo ruolo. Lo shale gas avrà il suo posto nel quadro di una strategia politica a lungo termine, basata prima di tutto sulla “sobrietà energetica”». La cosa sembra contraddittoria, visto che il boom del fracking è l’esatto contrario di questo tipo di sobrietà. Vedremo come l’Algeria riuscirà a risolvere questa contraddizione in un Paese dipendente dagli idrocarburi, intanto Chitour invoca un “Piano Marshall” per le energie rinnovabili e ricorda che «Rappresentano meno dello 0,1% del bilancio elettrico algerino. E’ tempo di elaborare una strategia di razionalizzazione dell’energia e dell’aumento progressivo. delle sue tariffe, per farlo bisogna ridefinire la politica sociale e il sostegno dello Stato alle classi sfavorite».
    Se non abbiamo capito male, ai poveri ribelli anti-fracking viene mandato a dire: se la continuate con le proteste vi faremo pagare di più l’elettricità che ora è calmierata.


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  4. #1074
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Shale gas, le velleità anti-russe dell'Europa dell'Est finiscono male | IL PRIMATO NAZIONALE
    Shale gas, le velleità anti-russe dell’Europa dell’Est finiscono male


    Postato il feb 2 2015 - 121pm di Francesco Meneguzzo


    Varsavia, 2 feb – Chevron, gigante Usa del petrolio e del gas, è soltanto l’ultimo tra i grandi operatori a mollare le esplorazioni di gas di scisto – o “shale gas” – in Polonia, preceduto negli ultimi tempi da Exxon Mobil, Total e Marathon Oil. La Chevron ha infatti dichiarato che terminerà le proprie esplorazioni del gas di scisto in Polonia, un settore che ha mancato di confermare le sue originarie promesse di trasformare gli approvvigionamento energetici dell’Europea orientale.
    L’unità polacca della Chevron ha deciso di terminare le operazioni sul gasi di scisto in Polonia in quanto le relative opportunità non competono più favorevolmente con altre opportunità presenti nel portafoglio globale di Chevron ”, ha dichiarato il gruppo in un comunicato.
    Attività della Chevron nello shale gas in Polonia

    Sia Chevron sia le altre grandi società di esplorazione ed estrazione furono originariamente attratte dalle stime che suggerivano grandi riserve di gas di scisto in Polonia. Tuttavia, da quando queste società hanno avviato le esplorazioni, le stesse stime sono state ridimensionate e le condizioni geologiche per le perforazioni – che vanno sotto il nome di fracking – si sono rivelate più difficili del previsto.
    Negli scorsi mesi, la rapida caduta dei prezzi globali dell’energia ha costretto i maggiori player energetici a tagliare i budget di spesa per investimenti nei progetti meno sicuri, e lo stesso valore azionario della Chevron, al pari delle altre major, è tornato ai livelli del 2012 perdendo circa il 30% dal picco dello scorso luglio.
    Il gas di scisto attraversa un brutto momento anche in Romania, altro paese in cui è attiva la Chevron, tanto che il primo ministro romeno Victor Ponta dichiarò lo scorso novembre che la Romania pareva non disporre di riserve di gas di scisto, nonostante gli sforzi condotti per la sua ricerca.
    I governi dell’Europa orientale, in particolare Polonia, Romania e Lituania, nel recente passato hanno abbracciato entusiasticamente il sogno del gas di scisto come via per ridurre la rispettiva dipendenza dall’energia importata dalla Russia, vista come una fonte di vulnerabilità a causa della crescente tensione delle relazioni col Cremlino e le recenti discontinuità nelle forniture.
    Tuttavia, nello scorso mese di dicembre, Chevron uscì unilateralmente anche dal progetto di sfruttamento del bacino di gas di scisto nella regione di Lvov, nell’Ucraina occidentale, a causa della caduta dei prezzi del petrolio e del gas.
    Ciò nonostante, l’Europa orientale sta già diversificando i proprio approvvigionamenti con altri mezzi, in particolare mediante l’importazione di gas naturale liquefatto (LNG) da produttori come il Qatar, e il potenziamento delle connessioni con la rete di trasmissione del gas dell’Europa occidentale.
    Il problema è che il gas liquefatto, a causa dei processi di trasformazione e del trasporto, costa assai di più del gas russo, come reso dolorosamente evidente anche dalle vicende del rigassificatore costruito in mare al largo di Livorno, mentre una migliore connessione con le reti occidentali, se può essere utile alla stabilizzazione delle forniture, evidentemente non contribuisce ad aggiungere un solo metro cubo di gas sul lato delle forniture primarie complessive.


    In realtà la fuga dai progetti più costosi e dai ritorni più incerti, nel contesto della deflazione petrolifera, non riguarda soltanto l’Europa orientale.
    Chevron Canada ha sospeso il suo progetto di esplorazione petrolifera nel mare di Beaufort, situato nell’artico, per un periodo indefinito a causa dell’incertezza nei ritorni economici,
    Nel frattempo, non appare migliore la situazione delle perforazioni per esplorazione ed estrazione di idrocarburi di scisto negli stessi Usa, a casa della Chevron, come abbiamo documentato su queste colonne alcune settimane fa, riflettendo il dato globale della riduzione del prezzo del petrolio di oltre il 50% in sei mesi. I dati aggiornati rispetto alla nostra ultima analisi indicano che in appena una settimana, dal 23 al 30 gennaio, il numero di piattaforme di esplorazione ed estrazione operative negli Usa diminuita di 90 unità, un record da quando la società di rilevamento Baker Hughes avviò il conteggio mensile di questi impianti nel 1975, ossia 40 anni fa.
    Secondo Goldman Sachs, questa diminuzione del numero di impianti negli Usa è la più veloce e consistente (meno 242 in un anno, equivalente al 13% del totale) rispetto a qualsiasi altro mercato importante.
    Bacini di gas e petrolio di scisto negli Usa

    L’enorme sforzo di esplorazione di giacimenti non convenzionali condotto negli anni passati, quando il prezzo del petrolio ha oscillato intorno a valori molto alti, nello stretto intervallo tra 85 e 110 dollari al barile, ha prodotto – soprattutto negli Usa, ma anche in Canada e altri paesi – un forte aumento delle estrazioni di gas e petrolio, e ha suscitato il sogno dell’autosufficienza energetica almeno nell’Europa orientale.
    Oltre i dettagli e le contingenze dei singoli progetti, il quadro complessivo emerso dalle vicende degli ultimi mesi suggerisce che la maggior parte dei progetti non convenzionali avviati negli anni scorsi, si tratti degli idrocarburi di scisto, delle risorse nell’artico, delle sabbie bituminose o delle acque molto profonde, non reggono economicamente perché il prezzo corrente del petrolio, tra 40 e 50 dollari al barile, si colloca su valori che appena all’inizio degli anni 2000 sarebbero sembrati alti, e che ora al contrario giudichiamo troppo bassi, oppure perché le stime delle risorse estraibili si rivelano gonfiate, o infine a causa dei reali costi di esplorazione ed estrazione che superano di molto quanto preventivato.
    Con il drastico stop ai progetti domestici, così come alle prospettive, per altro abbastanza vaghe, di importazione di gas preventivamente liquefatto direttamente dagli Stati Uniti (a loro volta sempre più lontani dall’autosufficienza energetica), e infine con il declino dell’estrazione di gas nei paesi dell’Unione Europea, all’Europa orientale non rimane che il solito fornitore storico, l’odiata Russia che, con questi recenti sviluppi – ampiamente previsti – consegue una vittoria strategica di enorme importanza sul piano sia geopolitico sia economico, nonché potenzialmente una formidabile arma di ricatto.
    Solo un improbabile colpo di reni della politica europea, paradossalmente invece sempre più ostile al gigante euro-asiatico, potrebbe invertire una rotta che altrimenti rischia di trasformarsi in una catastrofe economica e sociale dalla portata difficilmente prevedibile proprio a partire dai paesi più orientali dell’Europa stessa, dipendenti oltre misura – e, a quanto pare, inevitabilmente – dal gas russo.
    Francesco Meneguzzo

  5. #1075
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Shale operators aren’t going to lightly abandon massive unconventional exploration and production investments because of low oil prices

    Some of the world’s largest oil and gas service and technology providers are bringing out new services and technologies specifically designed to reduce operating costs at North America’s major unconventional oil and gas plays.
    Already this week both Baker Hughes and Weatherford have introduced new offerings which specifically focus on frack well optimisation in a bid to keep North America’s shale boom flowing.
    Baker Hughes has offered a service package that assesses and manages hydraulic fracture wells for operators in order to optimise well efficiency.


    When unconventional wells are not performing to expectations, operators often try to meet production targets by continuing to produce at low rates, drilling more wells, or refracturing the existing wells using a ‘pump and pray’ approach,” said Hans-Christian Freitag, Baker Hughes vice president, integrated technology. “In today’s oil price scenario, however, operators need a more economic and consistent method of improving recovery.”
    Likewise, rival Weatherford has tried to capitalise on a technology hungry shale market by offering technology that optimises reservoir output using advanced algorithms.
    Whilst Schlumberger, the world’s largest service provider, has recently bought a huge chunk of Eurasia Drilling – a company focussed on unconventional drilling in Russia where government official hope to supplement declining output from conventional plays in Western Siberia with a North American-style shale boom.
    Last week Saudi Aramco’s chief executive, Khalid al-Falih, remarked that OPEC’s refusal to cut oil production in November was done in part to crush North American shale producers that have threatened the cartel’s hold over oil supplies.
    “Supply and demand and the rules of economics will govern. It will take time for the current glut to be removed,” said al-Falih at a press conference in Riyadh.
    Production of oil and gas from unconventional wells has a far higher operating cost than conventional exploration and production. Many analysts believe that most unconventional plays will be unable to sustain commercial production with oil prices below USD 60 a barrel.
    BHP Billiton already announced last Wednesday that it was cutting its onshore North American rig count by 40 per cent.
    Reducing operating costs has become an imperative for oil firms with major shale interests where investments were made on a USD 100-a-barrel assumption.
    Technology and service providers are in high demand to provide solutions such as better pumps, advanced imaging software and reservoir optimisation tools that dramatically reduce the cost of exploration and production to a level that aligns with lower crude oil prices.








    Oil service firms focus on making shale profitable again | Oil and Gas Technology


    Come in tutti i processi produttivi umani, la tecnologia, l'avanzamento di essa, l'ottimizzazione dei processi, la continua ricerca dell' aumento della produttività, saranno sempre processi presenti.
    Globalizzazione..... si grazie.

  6. #1076
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Last updated: February 6, 2015 11:01 amCommodities explained: Oil and rig counts


    Emiko Terazono
    The weekly US rig count data, published on Friday, have generated considerableexcitement in the oil markets recently, with the numbers released by oil-services groupBaker Hughes moving crude prices.

    High quality global journalism requires investment. Please share this article with others using the link below, do not cut & paste the article. See our Ts&Cs and Copyright Policy for more detail. Email ftsales.support@ft.com to buy additional rights. Commodities explained: Oil and rig counts - FT.com

    What’s going on?
    The numbers identify the level of drilling activity and have traditionally been regarded as a gauge for the health of the US oil industry. They have come under the spotlight since the oil markets have tanked and traders and investors try to figure out what low prices mean for US shale production. The latest figures showed that oil rigs have fallen 24 per cent from the recent peak of 1,609 in October last year. Last Friday’s figures were particularly stark, with 7.1 per cent of all US rigs idled in one week.
    OK, but what is a rig, exactly?
    These are not the big oil platforms in the North Sea or the Gulf of Mexico. They are used to drill wells, from where the oil is extracted. After the drilling is completed, a rig will be moved off site and the wellhead topped. So rig count reflects exploration and development of oil and gas wells rather than actual production.
    But is it still a leading indicator of what’s about to happen to the oil and gas sector?
    The data are a good benchmark of the health of exploration and production companies, as well as the oil-services groups. And yes, they give you some direction of oil production.
    But be warned, not all rigs are the same. Technological advances in drilling mean that all sorts of productivity increases have been made over the past few years and that you need to look below the headline numbers. For example, horizontal drilling, along with hydraulic fracturing, or “fracking”, has led to big output increases in shale oil and gas production. But rig count numbers show the number of horizontal rigs has not fallen as much as other conventional rigs.
    What do you mean by horizontal drilling?

    A rig drills down to the layer of oil or gas-producing rock formation. Compared with a vertical rig, whose access to the oil-producing rock is limited, with a horizontal rig the drill makes a turn into the layer. The technology has enabled more production and its evolution continues.
    So far, the numbers of rigs that are vertical and directional (those dug at slight angles) have fallen faster than that of horizontal ones. Morgan Stanley says that since mid-October horizontal oil rigs have fallen only 16 per cent, compared with 41 per cent for vertical and directional. The bank also points out that most of the rig-count falls have been in regions that are less productive than others.
    Then should we be looking at rig counts at all?

    Yes, but do handle the data with care as the correlation between rig count and production has become increasingly less straightforward.
    Some analysts point to the natural gas example, where US rig counts started to fall in 2009 but production failed to decline as much. With drilling technology continuing to advance leading to more production efficiency, output may not fall as much as the headline rig count suggests. In fact, Citigroup forecasts that without a “sizeable” cut in rig counts at the leading shale regions, Bakken, Eagle Ford and Permian, production could still continue to rise.


    Commodities explained: Oil and rig counts - FT.com
    Globalizzazione..... si grazie.

  7. #1077
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    La bolla dello shale gas avanza

    © Photo: RIA Novosti/Vitaliy Ankov


    L’indebitamento diretto delle aziende coinvolte è di circa 200 miliardi di dollari, cui vanno sommati i debiti dell’indotto e l’ammontare dei titoli derivati collegati al settore, per un totale vicino ai 500 miliardi di dollari. Mediamente gli interessi sui debiti incidono per quasi il 10% del fatturato, allontanando ulteriormente l’orizzonte dei pieni profitti.


    Da novembre il numero degli impianti attivi è letteralmente crollato; le conseguenze sulla produzione, che continua ad aumentare, dovrebbero manifestarsi tra circa sei mesi, ma nella sola prima settimana del 2015 sono stati chiusi 28 impianti nei soli Texas e New Mexico.
    Si tratta di piccole società, finanziariamente fragili, il quale incremento è stato fortissimo negli ultimi cinque anni, quando, nel pieno della crisi, questo settore attirava investimenti promettendo indipendenza energetica e profitti favolosi tramite le future esportazioni.
    La fine del ciclo negativo appare comunque lontana e i ribassi degli ultimi mesi, che hanno più che dimezzato il prezzo del petrolio, hanno messo in serie difficoltà persino i colossi del settore.
    Dopo la bancarotta della texana Wbh Energy, il primo tra gli operatori dello shale oil, questo mese hanno dichiarato fallimento anche due società canadesi: la Southern Pacific Resource, attiva nelle sabbie bituminose dell’Alberta, e la Gasfrac, proprietaria di un brevetto su una tecnologia per fare fracking senz’acqua. Sempre in Canada un’altra società di oil sands, Laricina Energy, ha appena fatto default su un debito, mentre Connacher Oil & Gas si è messa in vendita, mentre cerca disperatamente di ristrutturare il debito, ammettendo gravi problemi di liquidità. Dopo un default è intanto riuscita a trovare un acquirente la statunitense Lucas Energy, che opera nello shale oil di Eagle Ford in Texas ed è quotata al Nyse: c’è un memorandum di intesa con Victoria Energy, che dovrebbe aiutarla a trovare  20 milioni di dollari.







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    Per saperne di più: La bolla dello shale gas avanza - Notizie - Attualita' - La Voce della Russia

  8. #1078
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Fracking, anche il Galles dice no. Ora tocca a Londra? - Il Fatto Quotidiano
    Fracking, anche il Galles dice no. Ora tocca a Londra?


    di Maria Rita D'Orsogna | 8 febbraio 2015
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    Più informazioni su: David Cameron, Fracking, Galles, Shale Gas, UK


    Maria Rita D'Orsogna

    Fisico, docente universitario, attivista ambientale

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    The shale industry’s seemingly irresistible advance is now looking more and more resistible every day
    Louise Hutchins, Greenpeace UK
    The fracking industry is in retreat
    Donna Hume, Friends of the Earth Energy
    E’ come una cascata, una volta che si inizia non ci si ferma più. Anche il governo del Galles ha votato contro l’uso del fracking, dopo la moratoria scozzese. E questo nonostante il primo ministro britannico David Cameron, conservatore, continui a ripetere che farà di tutto per perseguire con lo shale gas, adesso che i campi dei mari del nord non sono più redditizi come un tempo. Ma le elezioni sono dietro l’angolo e la folla contraria alle trivelle freme e preme.
    Oltre alle moratorie nel Galles e in Scozia sono state accettate, su proposta dei laburisti, nuove regole contro le trivelle nei parchi nazionali, nelle zone di speciale bellezza dette “Areas of Outstanding Natural Beauty” (AONB), nei siti di interesse scientifico detti “Sites of Special Scientific Interest (SSSI)” e siti di protezione delle fonti idriche, detti “Groundwater Source Protection Zone” (SPZ). L’iter non si è ancora concluso ma tutto lascia pensare che i divieti diventeranno realtà, portando il 40% del territorio britannico offlimits alle trivelle del fracking. Le zone protette sono sparse a macchia di leopardo nella nazione, creando un sacco di problemi ai petrolieri che dovranno decidere cosa fare delle loro concessioni. Loro che odiano regole e divieti.
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    Un’indagine di Greenpeace rivela infatti che il 45% delle oltre 930 concessioni del Regno Unito sono coperte almento per la metà da queste nuove aree protette. Solo il 3% delle concessioni è totalmente svincolato.
    Il governo dice che queste nuove regole non si applicheranno in modo retroattivo, ma quasi nessuna ditta trivellante ha i permessi completati. E così , per dirne una, la Cuadrilla che voleva trivellare a Balcombe, teatro di settimane e settimane di proteste negli scorsi anni avrà a che fare con una AONB sul suo sito.
    Perché si è arrivati a questo? Perché la gente continua a mettere pressione ai propri politici che non hanno scelta, conservatori o laburisti che siano. E in tempo di elezioni, la pressione conta. E visto che è da tanto che si protesta nel Regno Unito, non sarà tanto facile ai politici cambiare idea dopo le elezioni.
    Forti di questi risultati, gli attivisti del Regno Unito vorrebbero una moratoria su tutto il territorio nazionale. E infatti, se il fracking è pericoloso per Balcombe e le altre zone protette, come fa a non esserlo per tutte le comunità del Regno Unito? Ecco, da questa storia non possiamo che imparare quanto importante sia la protesta dal basso, quotidiana, intelligente ed incessante. Il potere è nelle nostre mani.

  9. #1079
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Come previamente indicato, la differeneziazione fra shale oil & shale gas rimane:

    US natural gas production is poised to reach a record for a fifth year as shale drillers boost efficiency, driving prices toward a low of more than a decade.
    Output will rise 3.2% in 2015, led by gains at the Marcellus formation, the nation’s biggest shale deposit, according to the Energy Information Administration. Marcellus production will increase 2.8% through February after a 21% gain in 2014, a year when prices tumbled 32%. Producers in Pennsylvania and West Virginia have cut break-even costs by half since 2008, according to Oppenheimer & Co.
    Drilling more wells at one site and extending the length of horizontal wells are among the efficiencies that have helped gas companies cope with falling prices. The EIA expects Marcellus to climb to about 20% of production in the lower 48 states from about 2% in 2007. Cabot Oil & Gas Corp, the biggest Marcellus producer, plans to increase output by at least 20% this year.
    “The Marcellus has been a game changer in terms of production, reserve potential, everything,” said Fadel Gheit, a senior energy analyst for Oppenheimer & Co in New York. “They are not waiting for higher gas prices to bail them out.”
    Natural gas futures fell 2.1 cents to $2.579 per million British thermal units on Friday on the New York Mercantile Exchange, the lowest settlement since June 2012. Gas has declined 81% from a high in 2008 as production from shale formations increased, touching $1.907 in April 2012, the lowest since 2002.
    Break-even prices for Marcellus producers have dropped below $2 per thousand cubic feet ($1.95 per million Btu) from around $4 in 2008, Gheit said in a February 3 interview.
    US gas production growth was projected to slow to 1.4% last year, the least since a decline in 2005, the EIA said in December 2013. Instead, output jumped 5.6%. Efficiency gains at Marcellus producer Range Resources include plans to increase the length of underground horizontal wells by 36% to 6,200ft (1,890m), with a third of the total topping 7,000ft, according to a January 15 company presentation. Range used drilling efficiencies to cut costs to $2.64 per thousand cubic feet in 2014 from $3.01 in 2012.

    Natural gas shale drillers in US undaunted by 32% price plun..
    Globalizzazione..... si grazie.

  10. #1080
    Klassenkampf ist alles!
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    USA: sciopero delle raffinerie

    Migliaia di lavoratori delle raffinerie di petrolio americane sono in sciopero da ormai dieci giorni nell’ambito delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale, scaduto il primo febbraio scorso. La mobilitazione in questo settore cruciale è la prima negli Stati Uniti dal 1980 e, nonostante i tentativi di contenerla messi in atto dal sindacato del settore siderurgico (United Steelworkers, USW), si sta allargando in maniera relativamente rapida nelle decine di impianti sparsi per il paese.

    A tutt’oggi risultano in sciopero più di 5 mila lavoratori in 11 delle 63 raffinerie che operano sul suolo americano. Le trattative sono affidate ai rappresentanti dello USW e della dirigenza di Royal Dutch Shell, a sua volta in rappresentanza dell’intera industria petrolifera che gestisce le raffinerie USA.

    Le discussioni erano iniziate il 21 gennaio e non hanno dato finora alcun risultato per i 30 mila lavoratori interessati e costretti a fare i conti non solo con stipendi sempre meno pesanti e costi per pensione e assistenza sanitaria sempre più gravosi, ma anche con rischi estremamente elevati nello svolgimento delle loro mansioni.

    Lo USW, nell’avviare lo sciopero, aveva deliberatamente limitato la protesta a nove raffinerie negli stati di California, Kentucky, Texas e Washington. La linea dura mantenuta da Shell ha però determinato la chiusura di altri due impianti nel fine settimana: quelli della BP a Whiting, nell’Indiana, e della stessa BP e di Husky Energy a Toledo, nell’Ohio.

    In un altro tentativo di bloccare una mobilitazione generale, il sindacato ha inoltre dichiarato ufficialmente che le richieste avanzate non riguardano l’aspetto economico – per il quale avrebbero di cui lamentarsi praticamente tutti i lavoratori americani – bensì soltanto questioni legate alla sicurezza e alle condizioni di lavoro.

    Finora, nonostante le dichiarazioni di disponiblità dell’industria petrolifera, non sembrano esserci state concessioni significative ai lavoratori. Anzi, Shell e le altre compagnie intendono utilizzare il rinnovo del contratto per ottenere ulteriori tagli del costo del lavoro.

    Nel 2014, le cinque principali compagnie petrolifere - BP, Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Shell - hanno registrato complessivamente quasi 90 miliardi di profitti, di cui la gran parte sono finiti nel pagamento di dividendi agli azionisti o nel riacquisto di azioni proprie. Il crollo del prezzo del greggio non ha inoltre penalizzato le compagnie, visto che la nuova realtà ha permesso di aumentare i loro margini di profitto sulle operazioni di raffinamento.

    La mobilitazione dei lavoratori americani in questo settore è stata seguita finora in maniera approssimativa dai principali giornali americani, ma la classe dirigente d’oltreoceano vede lo sciopero in atto con una certa preoccupazione.

    Il solo fatto che l’ultima azione dei dipendenti delle raffinerie di petrolio sia stata messa in atto ben 35 anni fa testimonia delle tensioni sociali sempre più difficili da soffocare, sia pure in presenza di sindacati che cercano in tutti i modi di isolare le proteste dei lavoratori.

    La stessa decisione dello USW di limitare lo sciopero a pochi impianti è il sintomo di come il sindacato non intenda esercitare particolari pressioni sulle compagnie petrolifere. Infatti, il livello attuale di mobilitazione comporta la perdita di appena il 13% delle capacità di raffinazione degli impianti americani, mentre la chiusura di tutti e 63 gli impianti determinerebbe un calo pari ai due terzi del totale. Nel 1980, lo sciopero in questo settore coinvolse 60 mila lavoratori e durò 14 settimane, prima di chiudersi con l’ottenimento di un aumento delle retribuzioni di oltre il 30%.

    Azioni simili sono oggi bloccate principalmente dai sindacati per una ragione che ha a che fare con il ruolo che essi stessi sono ormai chiamati a svolgere, ovvero far digerire ai lavoratori i diktat dei vertici aziendali.

    Se gli scioperi, che pure negli ultimi anni sono tornati ad animare la società americana, fossero accompagnati da una mobilitazione generale dei lavoratori dei vari settori industriali per riconquistare i diritti e il potere d’acquisto persi in tre decenni di sconfitte, i sindacati nella loro attuale forma non potrebbero che essere messi totalmente in discussione.

    Il sistema preferito dai sindacati USA per soffocare le proteste dei lavoratori è quello di incanalarle in un’azione sterile subordinata al Partito Democratico. Non a caso, perciò, la Casa Bianca qualche giorno fa era intervenuta sullo sciopero nelle raffinerie, facendo appello alle compagnie e allo USW per implementare il “metodo ben testato della contrattazione collettiva” e porre fine alla mobilitazione.

    Le compagnie petrolifere, in sostanza, dovrebbero fare alcune trascurabili concessioni ai lavoratori, così che il sindacato possa presentare il negoziato come una vittoria e terminare lo sciopero. Una radicalizzazione della protesta rischierebbe infatti di rinvigorire non solo le altre decine di migliaia di lavoratori delle raffinerie paralizzati dai sindacati, ma anche quelli di altri settori dell’industria, a cominciare da quello automobilistico, visto che la prossima estate scadrà il contratto collettivo di quasi 140 mila lavoratori di Chrysler, Ford e General Motors.

    L’appoggio dell’amministrazione Obama allo USW e alla stipula del nuovo contratto nelle raffinerie suona comunque come un avvertimento per i lavoratori americani. Infatti, il presidente democratico ha favorito fin dal 2009 politiche di impoverimento di questi ultimi nell’ambito di una strategia volta a rendere competitiva l’industria USA e a convincere le grandi aziende a investire nuovamente nel settore manifatturiero del paese.

    La Casa Bianca ha infine precedenti poco incoraggianti sul fronte dei rapporti con l’industria petrolifera. Ad esempio, solo l’anno scorso il governo americano aveva chiuso senza nessuna incriminazione le indagini sulla gravissima esplosione che nel 2010 costò la vita a 7 operai della raffineria di Anacortes, nello stato di Washington, di proprietà della compagnia texana Tesoro.

    Proprio il problema del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, fortemente sentito nei pericolosi impianti di raffinazione, si è poi aggravato negli ultimi anni, dopo che i tagli alla spesa pubblica sotto la supervisione di Obama hanno causato la drastica riduzione del personale della Occupational Safety and Health Administration (OSHA), cioè l’agenzia federale incaricata di eseguire gli ormai sempre più sporadici controlli sul campo.
    USA: sciopero delle raffinerie

 

 
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