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  1. #1741
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Gennaio dovrebbe vedere le prime esportazioni di Shale Gas, nel mentre tolto l'embargo alle esportazioni di petrolio ecco i primi contratti:


    A Swiss trader of everything from gasoline to sugar is the first overseas buyer to export U.S. shale oil since a 40-year ban on most shipments was lifted less than two weeks ago.
    Vitol Group, which owns stakes in refineries from Belgium to the Persian Gulf to Australia, has agreed to buy two cargoes of U.S.-sourced crude, the first of which will be ready to sail as soon as Thursday. ConocoPhillips will supply the first tanker-load, made up of crude and a type of ultra-light oil known as condensate from wells in the Eagle Ford Shale formation in south Texas, according to a statement by the Houston-based company.
    The shipment was being loaded at NuStar Energy LP’s Corpus Christi, Texas, terminal according to the statement. That follows on last week’s deal by Vitol to buy a separate600,000-barrel shipment of domestic crude that will load from Enterprise Products Partners LP’s Houston terminal during the first week of January. The producer of the oil for the first cargo was not identified.

    Vitol operates or holds interests in refineries with a combined processing capacity of 350,000 barrels a day, according to the Switzerland-based company’s website. The light, low-sulfur type of crude abundant in U.S. shale fields is favored by many European refineries that aren’t equipped to handle heavier grades of oil.

    ....... (continua al link)


    ConocoPhillips Beats Rivals in Race to Export U.S. Shale Crude - Bloomberg Business
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  2. #1742
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  3. #1743
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Si ma la questione e' che gli USA non sono esportatori netti di petrolio.

    E quanto al gas, non hanno l'interesse a esportare chissa quali immense quantita di prodotto.

    La questione e' che l'economia americana come detto, gli idrocarburi li consuma, e il valore aggiunto sul pil di un export e' assai modesta.

    La cosa assai piu rilevante e' il prezzo. Se il prezzo e' basso l'economia nel suo complesso ci guadagna e molto.

    Non ha nessuna importanza se esportano o non esportano! E' il prezzo alla pompa che conta.

    Nel caso della russia invece, loro sulla vendita all'estero ci campano! Non hanno altri settori strategici su cui ricavare centinaia di miliardi di dollari.


    A mio avviso il petrolio e il gas non sono gli elementi che fanno quel paese -USA-la fonte primaria della loro economia, ma LE GUERRE IN TUTTO IL MONDO-esportano una enorme quantità di armi e mezzi e quando non vendono le scaricano sulle teste degli innocenti facendo così la piena occupazione.

  4. #1744
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da rossi antonio Visualizza Messaggio
    A mio avviso il petrolio e il gas non sono gli elementi che fanno quel paese -USA-la fonte primaria della loro economia, ma LE GUERRE IN TUTTO IL MONDO-esportano una enorme quantità di armi e mezzi e quando non vendono le scaricano sulle teste degli innocenti facendo così la piena occupazione.

    Tralasciando che sia O/T, le facci presente che tae ipotesi; matematicamente insostenibile, essendo tal si fatta, possiamo quindi tornare in topic?

    Grazie.
    Globalizzazione..... si grazie.

  5. #1745
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Relazionato:

    Thu Dec 31, 2015 4:28pm ESTVenezuela urges January meeting of OPEC, non-OPEC members - media

    Venezuela is pressing for meeting in January between OPEC and non-OPEC members, as the South American country pushes for action to stem the slide in oil prices, its oil minister said on local television on Thursday.
    "With President (Nicolas Maduro) we've been discussing the need to urge leaders of OPEC and non-OPEC countries to hold an urgent meeting in January," Venezuelan Oil Minister Eulogio del Pino said in an interview with television station Telesur.
    Venezuela is a member of the Organization of the Petroleum Exporting Countries (OPEC) which is now comprised of 13 countries.
    "Joint action by all oil-producing countries is necessary...in defense of a right price for a non-renewable natural resource," stressed del Pino, adding that current oversupply could drag down oil prices by some $10.
    Further details were not immediately available.
    Oil prices rose on Thursday but fell as much as 35 percent for in 2015 after a race to pump by Middle East crude producers and U.S. shale oil drillers created an unprecedented global glut that may take through 2016 to clear.
    Oil prices began falling in mid-2014 as surging output from OPEC, Russia and U.S. shale producers outpaced demand. The downturn accelerated at the end of 2014 following an OPEC decision led by Saudi Arabia to keep production high to defend global market share rather than cut output to support prices.
    OPEC failed to agree on any production targets at its Dec. 4 meeting in Vienna, cementing its decision to protect market share, as the organization braces for the return of Iranian exports to the market after the lifting of Western sanctions.

    Venezuela urges January meeting of OPEC, non-OPEC members - media | Reuters


    Alcuno paesi produttore "tradizionali" stanno, evidentemente, mollando prima del settore Shale negli USA.

    Va beh che il Venezuela e' stato gestito da 18 anni da idioti economici, ma sono quasi alla canna del gas.
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  6. #1746
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Partita la prima spedizione di Petrolio dagli USA dal dopo embargo, destinazione, Italia:


    First U.S. Oil Export Leaves Port; Marks End to 40-Year Ban

    The first U.S. shipment of crude oil to an overseas buyer departed a Texas port on Thursday, just weeks after a 40-year ban on most such exports was lifted.
    The Theo T tanker has left NuStar Energy LP’s dockside facility in Corpus Christi, Texas, along the western shore of the Gulf of Mexico, Mary Rose Brown, a spokeswoman for NuStar, said in an e-mail. The ship is carrying a cargo of oil and condensate to Italy from ConocoPhillips’s wells in south Texas that was sold to Swiss trading house Vitol Group.

    First U.S. Oil Export Leaves Port; Marks End to 40-Year Ban - Bloomberg Business
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  7. #1747
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da Metabo Visualizza Messaggio
    I tempi sono maturi, tra un po' ci sarà un schianto in usa da far paura, altro che la cina non cresce più.
    Per fortuna mamma russia è vicina a noi europei, l'unica cosa che salva gli americani sono i dazi che loro intelligentemente hanno, altro che nuova era energetica...
    Post originale del 30 Luglio 2013, siamo ad inizio 2013, quando sarebbe questo "tra un po' " ?

    " Tra un po' ", 2 e mezzo dopo , mi sa che e' un poco errato, non trovi?
    Globalizzazione..... si grazie.

  8. #1748
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da Amati75 Visualizza Messaggio
    Post originale del 30 Luglio 2013, siamo ad inizio 2013, quando sarebbe questo "tra un po' " ?

    " Tra un po' ", 2 e mezzo dopo , mi sa che e' un poco errato, non trovi?

    non leggo la parola fracking . quindi direi che come al solito sei OT ...

  9. #1749
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da tafazzo Visualizza Messaggio
    non leggo la parola fracking . quindi direi che come al solito sei OT ...
    E' un quote di questa discussione.... nel caso l' OT sarebbe di Metabo... inizi l'anno con Tafazzate di basso spessore?
    Globalizzazione..... si grazie.

  10. #1750
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Gli arabai hanno sistemato per le feste gli americani.


    Petrolio, dietro le tensioni Arabia Saudita-Iran il crollo dei prezzi. Ecco le conseguenze per i grandi produttori

    Economia
    Teheran si prepara a riprendere le esportazioni mentre Ryad ha chiuso il 2015 con un deficit record a causa del calo dei ricavi. Sullo sfondo i contrasti all'interno dell'Opec, che ha tenuto alta la produzione per mettere fuori gioco la produzione di shale oil degli Usa, e la crisi di Russia, Brasile e Venezuela. L'Isis invece ha diversificato fin dall'inizio le fonti di entrate
    di Felice Meoli | 3 gennaio 2016

    COMMENTI (196)

    Più informazioni su: Arabia Saudita, Brasile, Federal Reserve, Iran, Iraq, Isis, Obbligazioni, Opec,Petrolio, Russia, Venezuela


    Le scintille di inizio anno tra Arabia Saudita e Iran non sono (solo) l’ultimo capitolo dello scontro secolare tra le due anime dell’Islam. Ma anche il risultato di tensioni più recenti che toccano gli interessi economici delle due potenze: quelli legati alla produzione e all’esportazione del petrolio. I cui prezzi nei giorni scorsi hanno raggiunto i minimi dal 2004, dopo aver perso circa il 70% dal giugno 2014. Una rivoluzione che, intrecciata con le novità tecnologiche sul fronte dell’estrazione, sta mettendo in ginocchio molti grandi produttori – dal Sudamerica alla Russia – e ha affossato anche i conti 2015 della monarchia saudita. Mentre Teheran, che da decenni non poteva vendere oro nero all’estero, dopo l’accordo sul nucleare firmato con la comunità internazionale si prepara a riavviare le estrazioni su larga scala e a registrare ingenti ricavi aggiuntivi. E l’Isis? Lo Stato islamico ha ampiamente diversificato le proprie fonti di entrate, per cui risente relativamente del crollo delle quotazioni del petrolio.
    Il barile potrebbe scendere fino a quota 15 dollari - Diciotto mesi fa, Brent e Wti superavano i 100 dollari al barile. Oggi si attestano in area 35 dollari. E secondo alcuni analisti, tra cui il responsabile della ricerca sulle commodity di Goldman Sachs Jeffrey Currie, l’eccesso di offerta continuerà anche nel 2016, con la possibilità di vedere un barile di greggio a 20 dollari. Una sensazione confermata dai dati provenienti dal New York Mercantile Exchange e dallo Us Depository Trust & Clearing Corporation, che segnalano acquisti in massa da parte degli investitori di opzioni di vendita nella fascia compresa tra i 30 e i 20 dollari al barile per il prossimo dicembre. E addirittura fino a un livello di 15 dollari. Il clima mite di questo inverno ha contribuito a ridurre la domanda di greggio, ma la sovrapproduzione appare un vero e proprio obiettivo dei Paesi produttori e in particolare dell’Opec, l’organizzazione che rappresenta il 35% dell’offerta globale.
    L’Opec spaccata tra falchi e colombe non controlla più la produzione – Dopo aver rinunciato ad avere un prezzo target, durante l’ultimo vertice di Vienna l’Opec ha abdicato alle quote produttive dei singoli Paesi e anche a un tetto di produzione collettivo: una decisione che deriva dalla spaccatura tra i “falchi” capitanati dall’Arabia Saudita, che spingevano per il rialzo della produzione, e le “colombe” come Algeria e Venezuela che avevano invece chiesto un taglio per adeguarsi alla riduzione della domanda. L’obiettivo, non troppo nascosto, è mettere fuori gioco la produzione di shale oil degli Stati Uniti, cioè l’estrazione di idrocarburi non convenzionali, più costosa (tra i 45 e i 55 dollari al barile) di quella tradizionale. Una novità che ha spinto Washington, sempre a dicembre, a una decisione storica: l’eliminazione delbando alle esportazioni, introdotto 40 anni fa per favorire l’indipendenza energetica del Paese.
    Negli Usa già nove gruppi in bancarotta e altri a rischio sotto il peso dei debiti – Gli effetti combinati di questa situazione si stanno facendo sentire. Il boom dello shale oil e i tassi di interesse vicini allo zero hanno favorito nel recente passato l’accumulo di debito da parte delle compagnie petrolifere, che hanno inoltre emesso obbligazioni ad alto rendimento(tecnicamente “high-yield”, ma anche “junk“, spazzatura, in quanto poco sicure), coperte da contratti di hedging con prezzi prefissati anche a 90 dollari, per finanziare le nuove trivellazioni. Il petrolio a sconto, unito al recente rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve (il primo dal 2006), oggi mette a rischio questo impianto.Standard & Poor’s ha calcolato a fine novembre che oltre il 50% dei junk bond energetici sono “distressed”, ovvero a rischio default. Complessivamente, negli Stati Uniti circa 180 miliardi di dollari di debito sono a rischio default, il livello più alto dal 2009, e la maggior parte fa riferimento proprio al settore Oil & Gas. Secondo quanto riportato dalla Federal Reserve di Dallas, sono almeno nove le compagnie energetiche che nel quarto trimestre del 2015 sono andate in bancarotta, per un debito complessivo di oltre 2 miliardi di dollari, con una perdita di 70mila posti di lavoro dall’ottobre del 2014. Per Jeffrey Gundlach, fondatore della società di investimenti DoubleLine Capital e “Re dei Bond” secondo la rivista americana Barron’s, i downgrade dei titoli emessi dalle compagnie energetiche stanno già accelerando e proseguiranno con ulteriori default se i prezzi del greggio non ritorneranno sopra quota 50 dollari.
    Arabia Saudita e Oman per la prima volta fanno i conti con l’austerity - Ma la strategia dell’Opec non è senza conseguenze né per gli stessi Paesi di quello che molti analisti considerano già un ex cartello, né per gli altri. Inedita la condizione dell’Arabia Saudita, che ha presentato per il 2015 un disavanzo di 98 miliardi di dollari (circa il 15% del Pil) a fronte di entrate petrolifere in calo del 23%, e si appresta a varare un articolato piano di austerity che prevede il taglio dei sussidi energetici, il rincaro del prezzo della benzina, delle bollette elettriche e dell’acqua, valutando inoltre l’introduzione dell’Iva e l’aumento delle accise su bevande e tabacco. Notizie simili provengono anche dall’Alaska e dall’Oman: lo Stato americano sta studiando la reintroduzione delle imposte sui redditi, dopo 35 anni di esenzione per i residenti, mentre il Sultanato ha già annunciato tagli alla spesa pubblica del 15,6 per cento.
    Con il calo dei ricavi si aggrava la crisi di Venezuela e Brasile – Situazione critica per il Venezuela, il cui ministro del Petrolio ha chiesto la convocazione di un vertice tra i Paesi Opec e non Opec in gennaio per discutere nuovamente di azioni che possano dare impulso al prezzo del greggio, a cui è legata a filo doppio la fragile economia di Caracas. Il presidente Nicolas Maduro, che ha appena incassato la prima sconfitta elettorale del partito di governo da diciassette anni a questa parte, è alle prese con un’inflazione che nel 2015 ha raggiunto il 150%, con stime per l’anno in corso che puntano al 200 per cento. Sempre in Sudamerica, il Brasile sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Il 2015 si è chiuso in forterecessione (-3,2%), con disoccupazione e inflazione crescenti, moneta svalutata del 35%, una richiesta parlamentare diimpeachment per il presidente Dilma Rousseff e lo scandalocorruzione di Petrobras che si trascina ormai da oltre un anno. Il crollo del prezzo del petrolio ha colpito chirurgicamente lo Stato di Rio de Janeiro aggravando una crisi già profonda, alle porte dei prossimi giochi olimpici. La sanità ha già sofferto di numerosi tagli, gli stipendi non vengono pagati da mesi e i pazienti negliospedali vengono rispediti a casa. E siccome Rio è responsabile del 67% della produzione di greggio (oltre al 40% di gas), per recuperare all’incirca 500 milioni di dollari è stata lanciata una flat tax da 0,69 dollari per ogni barile prodotto. Condizione simile per la Nigeria: il greggio vale il 75% delle entrate statali e quasi il 90% delle esportazioni del Paese. Anche qui si registrano impiegati pubblici senza stipendio e paradossalmente, per il maggior esportatore africano di petrolio, nonché uno dei maggiori del mondo, blackout energetici e mancanza di carburante per la popolazione.
    L’asse Russia-Iraq-Iran e la strategia di Teheran - Ma da un punto di vista geopolitico i riflettori sono puntati su quanto sta accadendo in Russia, Iraq e Iran. Mosca, che a novembre ha visto il proprio Prodotto interno lordo contrarsi del 4% anno su anno, fa affidamento per quasi la metà delle sue entrate statali su petrolio e gas. Colpita anche dalle sanzioni economiche, la Federazione, che ha accusato l’Arabia Saudita di destabilizzare il mercato, dovrebbe aver chiuso il 2015 con una contrazione del Pil del 3,8%, con un budget che fissava il prezzo del barile a 50 dollari. Sono solidi i rapporti del presidente Vladimir Putin con Baghdad e Teheran, due protagonisti della cosiddetta Mezzaluna Sciita. Per finanziare la guerra allo Stato Islamico l’Iraq nel 2015 ha spinto sull’acceleratore dell’estrazione del greggio, ma l’atteso surplus di ricavi è stato assorbito dal calo dei prezzi. Ma ora anche l’Iran punta forte sulla produzione dell’oro nero. Il Paese, detentore della quarta riserva mondiale di petrolio, dopo l’accordo dello scorso luglio nel 2016 dovrebbe veder superate le sanzioni ed è pronto a produrre nel giro di una settimana fino a 500mila barili al giorno, per arrivare a quota 1 milione dopo un mese. Questa strategia, accompagnata dalle dichiarazioni di Mehdi Assadli, delegato iraniano all’Opec, che ha svelato un costo di produzione per barile da parte di Teheran inferiore ai 10 dollari al barile, potrebbe incrementare ulteriormente le pressioni sui prezzi e condurre a un muro contro muro ribassista proprio con Ryad.
    Lo Stato islamico ha già diversificato - Meno esposto degli altri, al crollo dei prezzi del greggio, sembrerebbe invece lo Stato Islamico. A giugno, con il barile a 60 dollari, l’Is vendeva sul mercato nero a 30 dollari a barile. Ai prezzi odierni, che oscillano intorno ai 35 dollari, lo Stato Islamico vende intorno ai 20 dollari, registrando dunque un calo meno che proporzionale rispetto ai mercati ufficiali. E se fino allo scorso ottobre il commercio dell’oro nero rappresentava la sola fonte di entrate, anche a seguito degli attacchi alle infrastrutture da parte delle potenze occidentali e alla difficoltà di ripristino e manutenzione degli impianti l’Is (o Daesh) ha già provveduto a diversificare le proprie attività. La società di consulenza Ihs ne segnala infatti altre in grande sviluppo: in primis la confisca di terre e proprietà e le estorsioni nei territori sotto controllo (che raccolgono circa il 50% del totale delle entrate), oltre al traffico di droga e reperti archeologici, attività criminali come rapine in banca e riscatti a seguito di sequestri di persona, piccoli business legati a trasporti, elettricità e attività immobiliari e infine donazioni e sovvenzioni. Per non parlare del fatto che in un documento risalente a gennaio 2015, reso noto da Reuters, il consiglio degli ulema che risponde direttamente al sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi dà il via libera al traffico di organi dei prigionieri. Il volume d’affari complessivo di tutte queste attività è stimato attorno agli 80 milioni di dollari al mese, mentre il petrolio varrebbe oggi, percentualmente, meno della metà delle entrate totali.
    Petrolio, dietro le tensioni Arabia Saudita-Iran il crollo dei prezzi. Ecco le conseguenze per i grandi produttori - Il Fatto Quotidiano


 

 
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