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  1. #821
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Shale Oil. Vicina a scoppiare la bolla dell?oro nero | Avanti!
    Shale Oil. Vicina a scoppiare
    la bolla dell’oro nero
    Pubblicato il 08-11-2014



    4
    È alla base degli studi di economia: più un prodotto è disponibile, più diminuisce il suo valore e quindi il suo costo. È quanto sta avvenendo con il petrolio, il cui prezzo continua a scendere, l’eccesso di offerta soprattutto negli Stati Uniti ha portato non solo al calo del prezzo, ma alla capacità americana di riuscire a rendersi parzialmente autosufficiente dalle esportazioni di petrolio. Ma soprattutto per la prima volta è l’offerta a guidare il mercato. Se negli anni scorsi è stata la sempre maggiore domanda energivora a spingere a rialzo il prezzo, oggi l’abbondanza fornita dalla risorsa aggiuntiva dello Shale Oil ha raffreddato il mercato e favorito una discesa dei prezzi.
    L’altra faccia della medaglia per gli americani che oggi scommettono per la prima volta sul ribasso dei prezzi è quella del rischio di un tracollo dei produttori dello Shale Oil. Secondo un’analisi realizzata da Bloomberg sui bilanci di 60 società quotate a Wall Street, che hanno investito tutto sul greggio, a fine giugno i loro debiti ammontavano a oltre 190 miliardi di dollari, 50 miliardi in più rispetto al 2011. Gli ultimi quattro anni (quelli in cui il greggio ha cominciato a scendere la china) hanno visto raddoppiare il fardello a fronte di entrate in aumento solo del 5,6%. Secondo i calcoli di Bloomberg, molte di queste società spendono il 10% del fatturato per pagare gli interessi di un debito che ormai è diventato junk,’spazzatura’ a causa dell’altissimo rischio di insolvenza. Le agenzie di rating, Standard & Poors’ e Moody’s, infatti, classificano allo “Junk level” i 2/3 delle società americane attive nel settore del petrolio. La bolla si gonfia ed è sempre più vicina allo scoppio, considerando la risalita dei tassi d’interesse e il calo continuo del prezzo dello Shale Oil che, dal mese di giugno a oggi ha perso quasi un terzo del suo valore. Si tratta di una bolla speculativa pericolosa che potrebbe spazzare via l’economia Usa appena ripresasi dal tracollo del 2008: il settore energia, proprio a causa dell’impetuoso sviluppo negli Usa della estrazione di petrolio e gas ottenuti con la frantumazione degli scisti, secondo Barclays rappresenta oggi il 15,7% del mercato dei junk bond (titooli spazzatura), che a sua volta vale 1.300 miliardi di dollari e solo dieci anni fa pesava appena per il 4,3%. Ma non è solo l’America, e lo Shale Oil, a fare i conti con il rischio di essersi agganciati a un bene considerato “durevole” che mostra le prime crepe. Anche l’altro gigante, la Russia, rischia di incorrere nello stesso pericolo.
    A reggere l’economia russa per anni è stata proprio l’esportazione del greggio, tanto da finire per essere troppo dipendente da petrolio e gas (oltre il 50 per cento delle entrate statali russe nel solo 2013). Ma ora con il calo del greggio, unito alla crisi Ucraina e alle sanzioni internazionali, Mosca si trova a dover tirare la cinghia e a rifare i conti. Il ribasso influisce di riflesso sull’economia russa: ogni calo di 1 dollaro del prezzo del greggio implica una perdita di 1,7 miliardi di dollari su base annua per il bilancio di Mosca. Anche supponendo che i prezzi rimanessero quelli di adesso, Mosca disporrebbe di quasi 50 miliardi di dollari in meno nel 2015, a cui si aggiungono altri 10-15 miliardi dovuti alle rinegoziazioni dei contratti del gas, su un budget di entrate (base 2014) di 400 miliardi. Ma il prezzo del petrolio è destinato a scendere ancora, anche perché per il perdurare della crisi economica a livello globale, se ne consuma di meno. Una congiuntura difficile da superare. Maria Teresa Olivieri

  2. #822
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Al meno questi articoli non confondono Shale oil e Shale gas. Il primo con prezzi ad 80$ al barile vede una buona metà di produttori operando o sotto costo o quasi, il secondo invece no ha nulla a che vedere con queste dinamiche in quanto i prezzi del gas in USA sono slegati dal costo del petrolio. L ultimo articolo poi indica anche delle problematiche di tale purezza per il bilancio Russo , chissà se Metabo ha letto quest ultima parte. Il suicidio del fracking


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    Globalizzazione..... si grazie.

  3. #823
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Come predetto (ma come sono bravo ) mesi e mesi fa in questo stesso 3D, al calo dei prezzi del greggio avrebbero avuto luoghi consolidazioni nel settore, in quanto essendoci produttori più efficienti, essi possono resistere al calo dei prezzi, avendo un costo al barile inferiore.

    Calando il prezzo questi possono quindi comprare aziende ed assets di produttori meno efficienti, implementare le loro tecnologie, quindi aumentando l'output, e generando sempre maggiori economie di scale e di scopo.. infatti:

    Big Oil Deals Return After Price Plunges, as Halliburton Moves First

    Halliburton Co. (HAL)’s deal for Baker Hughes Inc. (BHI) may be just the start of big energy takeovers as oil prices slump.
    Crude has plunged to a more than four-year low amid a U.S. supply glut. That’s making top energy companies, from equipment makers to oil explorers, cheaper for buyers that have the capital to survive and the confidence to strike. Halliburton, a $47 billion provider of oilfield services and equipment, approached Baker Hughes about a combination several weeks ago, a time when the target was trading near its cheapest price in more than a year. The forces that drove them together will likely spur on other dealmaking as well.

    General Electric Co. (GE) could go after National Oilwell Varco Inc. (NOV), a $31 billion energy equipment company, to show it’s serious about being big in the industry after last year’s purchase of pumpmaker Lufkin Industries Inc., said Royal Bank of Canada. The drop in crude prices could even make $123 billion BP Plc an acquisition candidate, said Oppenheimer Holdings Inc.

    “Low oil prices always triggered industry consolidation,” said Fadel Gheit, an analyst at Oppenheimer. It’s “survival of the fittest. Larger companies view this correction as a window of opportunity to make acquisitions that would improve their own operation and generate synergy benefits


    Representatives for Fairfield, Connecticut-based GE and London-based BP declined to comment. A representative for Houston-based National Oilwell Varco didn’t respond to a request for comment.
    Two Views

    Halliburton’s planned $34.6 billion takeover of Baker Hughes for cash and stock represents the biggest oil-services deal on record. By buying the maker of drill bits and pressure-pumping tools, Halliburton -- the second-biggest oilfield-services company after Schlumberger Ltd. -- will gain more market clout to help insulate itself from a sustained oil market downturn.

    ...


    Big Oil Deals Return After Price Plunges, as Halliburton Moves First - Bloomberg
    Globalizzazione..... si grazie.

  4. #824
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Petrolio da sabbie bituminose, con prezzi bassi a rischio 9 barili su 10

    Con i prezzi molto bassi del barile e senza prospettive di rialzi sul medio periodo appare insostenibile lo sfruttamento di queste riserve di petrolio che sono quelle con i costi più alti dal punto di vista economico, oltre che da quello ambientale e per le sue emissioni di gas serra. Intanto negli Stati Uniti la Camera approva l'oleodotto Keystone XL.
    Redazione Qualenergia.it
    17 novembre 2014

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    Le compagnie petrolifere che stanno puntando sulle sabbie bituminose nei prossimi 10 anni rischiano di creare un buco da 271 miliardi di dollari, stima Carbon Tracker Initiative (CTI), il think thank specializzato nel fare luce sui rischi economici degli investimenti in fonti fossili.Qualche giorno fa pubblicavamo un'interessante analisi di Ugo Bardi su prezzi del barile e riserve fossili e, a conferma, i dati portati dal nuovo report di Carbon Tracker mostrano un esempio del fragile equilibrio tra costi di produzione e prezzo del barile su cui si regge il futuro delle fossili del quale parlava nel suo pezzo il professor Bardi, ex presidente di Aspo Italia.Con i bassi prezzi del barile che si stanno registrando, peraltro senza prospettive di rialzi sul medio periodo, emerge dall'analisi di CTI (vedi allegato in basso), che è insostenibile lo sfruttamento di queste riserve di petrolio che sono quelle con i costi più alti dal punto di vista economico, oltre che da quello ambientale e in termini di emissioni di gas serra.Dopo il crollo dei mesi scorsi ora siamo a 75 $ al barile e sembra difficile pensare a una ripresa significativa dei prezzi che lo riporti sopra i 95. Goldman Sachs, ad esempio ,prevede 80-85 $ al barile per il 2015 e l'ultimo Oil Market Report della International Energy Agency pubblicato qualche giorno fa definisce improbabile un equilibrio del Brent sopra gli 80 $/b.Secondo il report, il 90% dei nuovi investimenti in sabbie bituminose canadesi previsti per il prossimo decennio non sarebbero redditizi (cioè avrebbero un IRR inferiore al 15%) con prezzi del barile sotto ai 95 $ (vedi grafico sotto).
    Questo, come detto, significa che le compagnie petrolifere stanno rischiando di sprecare investimenti per circa 271 miliardi di dollari: la quasi totalità di quelli previsti in nuove riserve da sabbie bituminose in Canada. In totale gli attuali investimenti, che non si ripagherebbero con prezzi del barile sotto i 95 $/b, dovrebbero far salire la produzione di 2 milioni di barili al giorno.Ad essere più colpite (vedi grafico sotto e tabella a questo link) sarebbero ovviamente le compagnie relativamente piccole e specializzate in sabbie bituminose, ma potrebbero rischiare molto anche giganti come Shell. D'altra parte i progetti in tar sands accantonati nel corso dell'anno sono già molti: tra questi alcuni della stessa Shell, oltre a quelli di Total e Statoil.
    Tra i motivi che hanno portato ad abbandonare parte dei progetti in sabbie bituminose anche l'incertezza sulla realizzazione degli oleodotti necessari per l'export, primo fra tutti il Keystone XL. A tal proposito ricordiamo che la Camera statunitense ha approvato venerdì una legge per realizzare l'oleodotto che porterebbe il greggio estratto dalle sabbie dell'Alberta fino alle raffinerie Usa. Ora la palla passa al Senato che voterà domani. Se anche lì venisse approvata la legge, resterebbe comunque da risolvere la questione della legittimità del progetto che si dovrà stabilire nei tribunali del Nebraska, Stato attraversato dalla pipeline. In ultima istanza la condotta potrebbe anche essere fermata da un veto del presidente Obama.

  5. #825
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Il collasso dei prezzi del petrolio e il problema della sicurezza energetica in Europa

    La sicurezza energetica è legata alla scarsa offerta di fonti fossili sul mercato. Ma in cosa consiste l'esaurimento delle risorse fossili? Come sta incidendo sull'offerta il basso prezzo del barile? Cos'è il ritorno energetico netto delle fonti di energia? Il punto è che stiamo dentro un vortice di problemi che pensiamo di risolvere con vecchie soluzioni. Un intervento di Ugo Bardi.
    Ugo Bardi
    14 novembre 2014

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    Pubblichiamo la versione scritta di una audizione del 5 novembre 2014 di Ugo Bardi al Parlamento Europeo sulla sicurezza energetica europea. Bardi, professore all'Università di Firenze, membro del Club di Roma ed ex presidente di Aspo Italia, ci ha gentilmente concesso la riproduzione dell'articolo pubblicato sul suo blog Effetto Risorse. ... Abbiamo discusso finora della crisi del gas e della situazione ucraina, ma devo avvertirvi che ci sono altre crisi in atto – forse molto più preoccupanti – che hanno a che fare col petrolio greggio. Devo dirvi che i bassi prezzi del petrolio NON sono una cosa buona per le ragioni che cercherò di spiegarvi. In particolare, i bassi prezzi del petrolio rendono impossibile, per molti produttori di petrolio, produrre in modo profittevole e questo potrebbe creare problemi per l'economia mondiale, proprio com'è già successo nel 2008. Fatemi cominciare allora con una panoramica sulle tendenze a lungo termine dei prezzi del petrolio. Eccola, con dati dal sito della BP.
    Questi dati sono al netto dell'inflazione. Vedete forti oscillazioni, ma anche una tendenza evidente alla crescita. Andiamo nel particolare, vediamo gli ultimi trenta anni, più o meno:
    Questi dati non sono corretti per l'inflazione, ma la correzione non è grande in questo lasso di tempo. I prezzi stanno crescendo, ma si sono stabilizzati negli ultimi 4-5 anni intorno ai 100 dollari al barile. Notate la diminuzione durante l'ultimo mese circa. Ho creato questo grafico circa una settimana fa, oggi abbiamo prezzi ancora più bassi, ben al di sotto degli 80 dollari a barile (oggi, 14 nov, sui 74 $). La domanda è: cosa genera queste tendenze? Ovviamente, ci sono fattori finanziari di tutti i tipi che tendono a creare le fluttuazioni. Ma, alla fine, ciò che determina i prezzi è l'interazione di domanda e offerta. Se i prezzi sono troppo alti, le persone non possono permettersi di comprare. E' ciò che chiamiamo “distruzione della domanda”. Se i prezzi sono troppo bassi, allora è l'offerta che viene distrutta. Semplicemente, i produttori non possono vendere i loro prodotti in perdita, perlomeno non a lungo. Quindi c'è una gamma di prezzi possibili per il petrolio: troppo alti, i clienti non possono comprare; troppo bassi, le compagnie non possono vendere. Di fatto, se si guardano i prezzi storici, vedete che quando sono arrivati oltre qualcosa come 120 dollari al barile (di dollari attuali), il risultato è stato una successiva recessione e il collasso dell'economia. Alla fine dei conti, è il costo di produzione che crea il limite minimo del prezzo. Qui entriamo nel cuore problema. Come vedete dal grafico del prezzo sopra, fino a circa il 2000 non ci sono stati problemi per i produttori nel fare profitti vendendo petrolio a circa 20 dollari al barile. Poi qualcosa è cambiato ed ha causato l'aumento dei prezzi. Quel qualcosa ha un nome: esaurimento. L'esaurimento non significa che finiamo il petrolio. Assolutamente no. C'è ancora molto petrolio da estrarre nel mondo. Esaurimento significa che consumiamo gradualmente le nostre risorse e tendiamo ad estrarre e produrre prima quelle meno costose. Così, mentre l'esaurimento procede gradualmente, ci rimangono da estrarre le risorse più costose. E, se estrarre costa di più, i prezzi di mercato del petrolio devono aumentare: come ho detto, nessuno vuole vendere in perdita. E qui abbiamo il problema. Sotto potete vedere un grafico che mostra i costi di produzione del petrolio in varie regioni del mondo. (Da un articolo di Hall e Murphy su The Oil Drum).
    Naturalmente, questi dati devono essere presi con cautela. Ma ci sono altre stime simili, compreso un rapporto del 2012 di Goldman&Sachs, dove potete leggere che gli sviluppi più recenti hanno bisogno perlomeno di 120 dollari al barile per essere redditizi. Ecco un'immagine da quel rapporto:
    Capite quindi che, con i prezzi attuali, un buon 10% del petrolio attualmente prodotto viene venduto in perdita. Se i prezzi dovessero tornare a valori considerati “normali” solo 10 anni fa, cioè circa 40 dollari al barile, perderemmo la redditività di circa la metà della produzione mondiale. La produzione non collassa nel giro di un giorno: una buona percentuale del costo di produzione proviene dall'investimento iniziale in un giacimento di petrolio. Quindi una volta che il giacimento è stato sviluppato, continua a produrre anche se i profitti potrebbero non ripagare l'investimento. Ma, a lungo termine, nessuno vuole investire in imprese a così alto rischio di perdita. Alla fine la produzione deve scendere: ci sarà ancora petrolio che potrebbe essere, teoricamente, estratto, ma non saremo in grado di permetterci di estrarlo. Questa è l'essenza del concetto di esaurimento. L'obbiezione classica, a questo punto, riguarda la tecnologia. Si sente dire, “sì, ma la tecnologia abbasserà i costi di estrazione e tutto andrà di nuovo a posto”. Be', ho paura che ciò non sia semplice. Ci sono limiti a ciò che la tecnologia può fare. Vi mostro una cosa:
    Quell'oggetto in cima all'immagine è un pezzo di scisto. E' il tipo di roccia dalla quale possono essere estratti il petrolio e il gas di scisto. Ma, come potete immaginare, non è facile. Non si può pompare petrolio dallo scisto; il petrolio è lì, ma è intrappolato nella roccia. Per estrarlo bisogna spezzare la roccia in piccoli pezzi, fratturarla (è da qui che proviene il termine fratturazione idraulica - “fracking”). E a destra vedete un esempio del tipo di attrezzatura necessaria. Potete essere certi che non è a buon mercato.E non è tutto: una volta che si comincia a fratturare, bisogna continuare a farlo. Il tasso di declino di un pozzo di fracking è molto rapido; parliamo di qualcosa come una perdita del 80% in tre anni. E anche questo è costoso. Notate, a proposito, che stiamo parlando del costo di produzione. Il prezzo di mercato è un'altra cosa ed è del tutto possibile che l'industria debba produrre in perdita se è stata troppo entusiasta nell'investire in queste nuove risorse. E' ciò che sta accadendo con il gas di scisto negli Stati Uniti. Troppo entusiasmo da parte degli investitori ha creato un problema di sovrapproduzione e prezzi troppo bassi per ripagare i costi di estrazione. Quindi, produrre questo tipo di risorse, il cosiddetto “nuovo petrolio” è un'impresa complessa e costosa. Sicuramente la tecnologia può aiutare a ridurre i costi, ma pensate a questo: in che misura, esattamente, può ridurre l'energia che serve per spezzare la roccia e ridurla in polvere? La prenderemo a martellate con uno smartphone? Condivideremo una sua foto su Facebook? La faremo passare attraverso una stampante 3D? Il problema è che per spezzare e frantumare un pezzo di pietra serve energia e questa energia deve provenire da qualche parte.Alla fine, il punto fondamentale è che esiste un equilibrio fra energia investita ed energia di ritorno. Serve energia per estrarre petrolio, possiamo dire che serve energia per produrre energia. Il rapporto fra le due energie è il “Ritorno Energetico Netto” di tutto il sistema, conosciuto anche come EROI o EROEI (energy return on energy invested). Naturalmente, vogliamo che questo ritorno sia il più alto possibile, ma quando si ha a che fare con risorse non rinnovabili, come il petrolio, il ritorno energetico netto declina nel tempo a causa dell'esaurimento. Ecco qualche dato.
    Come vedete, il ritorno energetico netto del petrolio greggio (in alto a sinistra) è calato da circa 100 a circa 10 in circa 100 anni (il valore di 100 potrebbe essere in qualche misura sovrastimato, ma la tendenza rimane corretta). E con energie nette più basse, si ottiene sempre meno energia da un pozzo di petrolio, come potete vedere nell'immagine in basso a destra.La situazione è particolarmente grave per il cosiddetto “nuovo petrolio”, petrolio di scisto, biocombustibili, sabbie bituminose e altri. E' prevedibile: questi tipi di petrolio (o comunque di combustibili liquidi) sono i più costosi e oggi vengono estratti perché stiamo finendo quelli più a buon mercato. Quindi non sorprende che i prezzi debbano aumentare se la produzione deve continuare ai livelli ai quali siamo abituati. Quando il mercato si rende conto che i prezzi sono troppo alti per essere accessibili, si verifica l'effetto opposto: i prezzi scendono per dire ai produttori di smettere di produrre una risorsa troppo costosa. Così, abbiamo un problema. E' un problema che si manifesta sotto forma di salti improvvisi del prezzo; su e giù, ma che ci sta portando gradualmente ad una situazione in cui non saremo in grado di produrre tanto petrolio quanto quello a cui siamo abituati.La stessa cosa vale per il gas e credo che l'attuale crisi in Europa, che oggi è vista principalmente come politica, alla fine abbia le sue origini nel graduale esaurimento delle risorse di gas. Abbiamo ancora molto gas da produrre, ma sta diventando una risorsa costosa. La stessa cosa vale per il carbone, anche se finora lì non vediamo grandi problemi – in quanto al carbone, i problemi provengono più dalle emissioni e dal cambiamento climatico e questo è un problema persino più importante dell'esaurimento. Il carbone potrebbe (forse) essere considerato abbondante (o, perlomeno, più abbondante delle altre risorse fossili) ma non è una soluzione a nessun problema.Alla fine, abbiamo dei problemi che non possono essere “risolti” cercando di continuare a produrre risorse non rinnovabili, che a lungo termine diventeranno troppo costose. E' un problema fisico e non può essere risolto con metodi politici o finanziari. La sola possibilità è di passare a risorse che non soffrono di esaurimento. Cioè, a risorse rinnovabili. A questo punto, potremmo discutere di quale sia il ritorno energetico delle rinnovabili e confrontarlo con quello dei fossili. Questa è una cosa complessa ed è stata oggetto di molto lavoro. Ci sono molte incertezze nelle stime, ma penso che si possa dire che le “nuove rinnovabili”, che sono principalmente fotovoltaico ed eolico, hanno ritorni energetici per la produzione di energia elettrica che sono comparabili a quello della produzione dello stesso tipo di energia da parte di petrolio e gas. Forse le rinnovabili non raggiungono ancora il ritorno energetico dei fossili ma, mentre il ritorno energetico dei fossili continua a declinare, il ritorno energetico delle rinnovabili sta aumentando a causa delle economie di scale e dei miglioramenti tecnologici. Quindi, raggiungeremo un punti di incrocio ad un certo momento (forse lo abbiamo già raggiunto) e, anche in termini di prezzi di mercato, il costo dell'elettricità rinnovabile oggi è comparabile a quello dell'elettricità ottenuta dai combustibili fossili. Il problema è che la nostra società è stata costruita sulla disponibilità di combustibili fossili a buon mercato. Non possiamo semplicemente passare alle rinnovabili come fotovoltaico che, per esempio, non può produrre combustibili liquidi per il trasporto. Quindi ci serve una nuova infrastruttura per accogliere le nuove tecnologie e questa sarà terribilmente costosa da realizzare. Dobbiamo cercare di fare del nostro meglio, ma non possiamo aspettarci che la transizione energetica – la “energiewende” - sia indolore. D'altra parte, se non ci prepariamo a questa transizione, sarà peggio. Così, per tornare al tema di questa audizione, stavamo discutendo della sicurezza energetica dell'Europa. Vi ho fornito alcuni dati che mostrano che la sicurezza alla fine è legata all'offerta e che in questo momento stiamo avendo grossi problemi con la disponibilità di energia fossile. Il problema può soltanto aumentare in futuro a causa del graduale esaurimento delle risorse fossili. Quindi dobbiamo pensare in termini di forniture che non siano condizionate da questo problema. Di conseguenza, è vitale per la sicurezza energetica dell'Europa investire in energia rinnovabile. Non dobbiamo aspettarci miracoli dalle rinnovabili, ma saranno di enorme aiuto nei tempi difficili che abbiamo di fronte. Riassumendo, ecco i punti chiave sulle tendenze della produzione energetica:
    1. produrre energia richiede energia
    2. il ritorno energetico dei fossili declina a causa dell'esaurimento
    3. per mantenere l'attuale produzione servono prezzi alti
    4. i prezzi alti causano distruzione della domanda e recessione
    5. investire in rinnovabili è priorità cruciale per il futuro dell'Europa

  6. #826
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  7. #827
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da Metabo Visualizza Messaggio
    Petrolio da sabbie bituminose, con prezzi bassi a rischio 9 barili su 10

    Con i prezzi molto bassi del barile e senza prospettive di rialzi sul medio periodo appare insostenibile lo sfruttamento di queste riserve di petrolio che sono quelle con i costi più alti dal punto di vista economico, oltre che da quello ambientale e per le sue emissioni di gas serra. Intanto negli Stati Uniti la Camera approva l'oleodotto Keystone XL.
    Redazione Qualenergia.it
    17 novembre 2014

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    Le compagnie petrolifere che stanno puntando sulle sabbie bituminose nei prossimi 10 anni rischiano di creare un buco da 271 miliardi di dollari, stima Carbon Tracker Initiative (CTI), il think thank specializzato nel fare luce sui rischi economici degli investimenti in fonti fossili.Qualche giorno fa pubblicavamo un'interessante analisi di Ugo Bardi su prezzi del barile e riserve fossili e, a conferma, i dati portati dal nuovo report di Carbon Tracker mostrano un esempio del fragile equilibrio tra costi di produzione e prezzo del barile su cui si regge il futuro delle fossili del quale parlava nel suo pezzo il professor Bardi, ex presidente di Aspo Italia.Con i bassi prezzi del barile che si stanno registrando, peraltro senza prospettive di rialzi sul medio periodo, emerge dall'analisi di CTI (vedi allegato in basso), che è insostenibile lo sfruttamento di queste riserve di petrolio che sono quelle con i costi più alti dal punto di vista economico, oltre che da quello ambientale e in termini di emissioni di gas serra.Dopo il crollo dei mesi scorsi ora siamo a 75 $ al barile e sembra difficile pensare a una ripresa significativa dei prezzi che lo riporti sopra i 95. Goldman Sachs, ad esempio ,prevede 80-85 $ al barile per il 2015 e l'ultimo Oil Market Report della International Energy Agency pubblicato qualche giorno fa definisce improbabile un equilibrio del Brent sopra gli 80 $/b.Secondo il report, il 90% dei nuovi investimenti in sabbie bituminose canadesi previsti per il prossimo decennio non sarebbero redditizi (cioè avrebbero un IRR inferiore al 15%) con prezzi del barile sotto ai 95 $ (vedi grafico sotto).
    Questo, come detto, significa che le compagnie petrolifere stanno rischiando di sprecare investimenti per circa 271 miliardi di dollari: la quasi totalità di quelli previsti in nuove riserve da sabbie bituminose in Canada. In totale gli attuali investimenti, che non si ripagherebbero con prezzi del barile sotto i 95 $/b, dovrebbero far salire la produzione di 2 milioni di barili al giorno.Ad essere più colpite (vedi grafico sotto e tabella a questo link) sarebbero ovviamente le compagnie relativamente piccole e specializzate in sabbie bituminose, ma potrebbero rischiare molto anche giganti come Shell. D'altra parte i progetti in tar sands accantonati nel corso dell'anno sono già molti: tra questi alcuni della stessa Shell, oltre a quelli di Total e Statoil.
    Tra i motivi che hanno portato ad abbandonare parte dei progetti in sabbie bituminose anche l'incertezza sulla realizzazione degli oleodotti necessari per l'export, primo fra tutti il Keystone XL. A tal proposito ricordiamo che la Camera statunitense ha approvato venerdì una legge per realizzare l'oleodotto che porterebbe il greggio estratto dalle sabbie dell'Alberta fino alle raffinerie Usa. Ora la palla passa al Senato che voterà domani. Se anche lì venisse approvata la legge, resterebbe comunque da risolvere la questione della legittimità del progetto che si dovrà stabilire nei tribunali del Nebraska, Stato attraversato dalla pipeline. In ultima istanza la condotta potrebbe anche essere fermata da un veto del presidente Obama.

    Che centrano le SABBIE BITUMINOSE del Canada, con lo Shale Oil?
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  8. #828
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da Amati75 Visualizza Messaggio
    Che centrano le SABBIE BITUMINOSE del Canada, con lo Shale Oil?

    "Ha capito tutto" come al solito.


  9. #829
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Stati Uniti, shale oil: acqua inquinata da gas e petrolio, è disastro ambientale
    Stati Uniti, shale oil: acqua inquinata da gas e petrolio, è disastro ambientale


    in Notizie Economiche
    di Flavia Provenzani | 19 Novembre 2014 - 090
    I campi di trivellazione con la tecnica del fracking hanno pompato 14 miliardi di litri di acqua inquinata nelle falde acquifere pulite della California, nessuna vera ammissione di colpa.

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    Succede negli Stati Uniti, California. Chi ha bevuto l’acqua del rubinetto questa mattina (o nelle ultime settimane/mesi) può ritenersi fortunato ad essere ancora vivo, continuano i danni dello shale oil.
    Il vice direttore del Dipartimento per la protezione ambientale della California, Jason Marshall, ha dichiarato alla NBC Bay Area che alcuni funzionari statali hanno permesso alle compagnie petrolifere e del gas di pompare fino a 14 miliardi di litri (o 70 milioni di barili, che dir si voglia) di acqua inquinata dal fracking nelle falde acquifere pulite.
    Il fracking è una tecnica di estrazione di gas naturale e petrolio dalle rocce nel sottosuolo, che permette l’estrazione dello shale oil. Le compagnie perforano il terreno, raggiungono le rocce, iniettano un getto ad alta pressione di acqua mista a sabbia ed altri prodotti chimici per provocare l’emersione in superficie del gas.
    Le falde, almeno sulla carta, dovrebbero essere off-limits per questo tipo di attività, e sono protette dall’EPA - un’agenzia governativa che, a quanto pare, è stata ampiamente compensata dalle stesse compagnie per aver chiuso un occhio, o forse due.
    Le parole più spaventose - di vaga ammissione di colpa - arrivano da un burocrate governativo:
    "Nelle varie parti del processo per le autorizzazioni, potrebbe essere stato commesso un errore."
    Sarebbe stato riduttivo chiamarlo “un disastro in piena regola”?
    L’errore più grande - e naturalmente omesso - è che qualcuno ci abbia guadagnato da tutto questo, andando contro la salute dei contribuenti americani, per far risparmiare agli azionisti delle compagnie petrolifere un paio di miliardi di dollari in spese generali.
    E ora che un’agenzia governativa è stata colta nell’illegalità, le altre agenzie, come anche i cittadini privati e le imprese, iniziano a urlare allo scandalo.
    "È imperdonabile", ha detto Hollin Kretzmann, del Centro per la Diversità Biologica di San Francisco. "In un momento in cui la California sta vivendo una delle peggiori siccità della storia, stanno consentendo alle compagnie petrolifere di contaminare quelle che sono risorse idriche molto utili per l’irrigazione del terreno e per bere. È possibile che le riserve d’acqua siano state contaminate irrimediabilmente. "
    Le compagnie petrolifere e del gas dovrebbero semplicemente ri-pompare le acque di scarto in profondità nel sottosuolo, dove l’estrazione di petrolio o del gas ha avuto luogo.
    Ma altre volte, le acque inquinate sono state ri-pompate nelle falde acquifere vicine alla superficie. Gli scarti dovrebbero andare a finire nelle falde acquifere che l’EPA chiama "esenti", in altre parole, non pulite abbastanza da poter essere utilizzate dagli esseri umani in sicurezza.
    Ma nella lettera dello Stato della California all’EPA, i funzionari affermano che da almeno nove cantieri l’acqua di scarico è stata pompata nelle falde acquifere "non esenti", ovvero contenenti acqua di alta qualità.
    Per l’EPA, le falde “non esenti” sono quei bacini sotterranei che contengono “acqua di alta qualità”, che può essere usata da tutti per essere bevuta.
    L’inserimento delle acque di scarico nelle falde non esenti è una violenza contro il diritto alla salute. Eppure è successo, per un totale di 14 miliardi di litri. E nessuno ha detto una parola per mesi. In molti hanno mentito.
    Secondo i registri di stato, ben 40 pozzi di approvvigionamento idrico, tra cui pozzi di acqua potabile per uso domestico, si trovano nel raggio di un chilometro e mezzo da un pozzo dichiarato “letalmente inquinato”. Vicino a case e campi coltivati.
    Il danno non è quantificabile, la domanda rimbalza sempre di più: vale la pena distruggere il territorio per l’estrazione dello shale oil?

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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    La bolla dello "shale gas" americano - Ticinonews
    La bolla dello "shale gas" americano


    Il ribasso del prezzo del petrolio sta minando la credibilità del mercato dei capitali che ha finanziato questa nuova mania statunitense

    Il forte ribasso del prezzo del petrolio è solo l’espressione dei meccanismi di mercato? Insomma, il calo di un quarto del prezzo del greggio (oggi per la qualità Brent sceso al di sotto degli 80 dollari il barile) è dovuto alla tenuta dell’offerta nonostante l’instabilità politica di molti Paesi produttori (dalla Libia all’Iraq) e a un calo della domanda dovuta al forte rallentamento economico non solo dell’Europa, ma anche dei grandi Paesi emergenti ed in primis della Cina? Questa lettura della forte diminuzione del greggio appare limitativa e sicuramente non basta a spiegare la discesa del greggio. Infatti il perdurare della debolezza del prezzo del petrolio è da ricercare in ragioni di natura politica.
    E questo calo, che indubbiamente favorisce i Paesi consumatori, è però foriero di grandi turbolenze sul mercato dei capitali dove i “petrolieri” americani si sono ampiamente approvvigionati, approfittando anche del basso costo del denaro, per finanziare gli enormi investimenti nella nuova manîa del nostro tempo, ossia lo “shale gas” e lo “shale oil”, ossia il gas e il petrolio ottenuto tramite la tecnica di fatturazione. Ma procediamo con ordine.
    Indubbiamente il calo del prezzo del greggio è un chiaro sintomo delle condizioni di salute sempre peggiori dell’economia internazionale. Il mercato del greggio è però un mercato dominato da alcuni Paesi e in principale modo da Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo. Questi Paesi hanno spesso calmierato il mercato, aumentando la produzione per frenare la salita del prezzo o diminuendola per evitarne una caduta. Oggi, sia i sauditi sia gli emirati non danno segni di vita e sembrano ben contenti di vedere scendere il prezzo del greggio.
    Quali sono le ragioni di questo atteggiamento che indubbiamente decurta anche le loro entrate petrolifere? La risposta è ovvia: la ragione sta nelle tensioni crescenti tra questi arabi e gli Stati Uniti che stanno seriamente perseguendo un accordo con Teheran sulla questione nucleare e che di fatto romperebbe l’isolamento dell’Iran, facendolo ritornare ad essere la potenza principale della regione. I timori sauditi di un voltafaccia americano sono aumentato con la guerra contro il Califfato, in cui di fatto in Iraq gli Stati Uniti stanno assistendo le milizie sciite irachene nella lotta contro i tagliagole islamici e in Siria stanno affiancando le truppe del regime di Assad.
    La prospettiva, che sta diventando ogni giorno più concreta, di una normalizzazione delle relazioni tra Washington e Teheran rappresenterebbe una sconfitta di portata strategica per la monarchia saudita e per i Paesi del Golfo che hanno sempre finanziato e sostenuto sotto banco gli estremisti islamici e fomentato lo scontro tra sunniti e sciiti. Lo spazio di manovra dei sauditi non appare ampio, ma sicuramente un’arma è rappresentata dal prezzo del petrolio. Lasciar scivolare il prezzo del petrolio favorisce a prima vista i consumatori americani, europei, giapponesi e cinesi e quindi le loro economie.
    Quindi sembrerebbe una manovra senza grande senso. In realtà, l’obiettivo è chiaro far esplodere la grande bolla speculativa che si è formata negli Stati Unirti attraverso la diffusione delle nuove tecniche di estrazione del petrolio e del gas che addirittura – stando agli elogiativi studi delle banche di investimento americane - dovrebbero tra pochi anni rendere nuovamente indipendenti gli Stati Uniti dal profilo energetico.
    Il cosiddetto “shale gas” e lo “shale oil” sono in realtà una nuova bolla, paragonabile a quella delle dot.com e dei mutui subprime. Si fonda su due condizioni: un costo del denaro molto basso per poter finanziare gli enormi e continui investimenti e su un prezzo del petrolio elevato. Inoltre si fonda pure sulla passività di tutti coloro che hanno a cuore l’ambiente. Infatti per produrre un metro cubo di gas occorrono circa 100 kg di sabbia, 2 tonnellate d’acqua e una grande quantità di solventi chimici.
    Ma in questa sede ciò che ci interessa è che il costo di estrazione è non solo nettamente superiore a quello dei pozzi petroliferi tradizionali, ma richiede una continua estensione e moltiplicazione delle trivellazioni. Sta di fatto che il calo del prezzo del petrolio sta già cominciando a provocare forti tensioni sul mercato dei junk bond (obbligazioni spazzatura) attraverso i quali si sono finanziati questi investimenti. I rendimenti di questi titoli stanno salendo (e quindi i corsi stanno scendendo), molte società hanno drasticamente ridotto gli investimenti ed emettono nuove obbligazioni per ripagare quelle in scadenza e alcune società sono già con l’acqua alla gola, come la Continental Resources del miliardario Harold Hamm che ha venduto tutte le protezione contro un ulteriore ribasso del prezzo del greggio per finanziare la continuazione della sua attività.
    Dunque, i sauditi stanno cercando di far saltare quello che è stato venduto come il miracolo americano di una nuova indipendenza energetica e continueranno a farlo fino a quando continuerà la luna di miele tra Teheran e Washington. L’effetto collaterale di questa operazione potrebbe essere l’avvio di una nuova crisi finanziaria che indubbiamente partirà dalla bolla formatasi nel mercato dei capitali a causa dei bassi tassi di interesse.
    Lo scoppio della bolla dello “shale gas” e dello “shale oil” servirà anche per ricordare che pure il livello di indebitamento di molti Paesi europei è insostenibile, soprattutto se si considerano la stagnazione economica e la bassissima inflazione del Vecchio Continente. Insomma basta una scintilla per ricordare che viviamo in una situazione irreale fatta da un castello di carte finanziario che non è crollato finora solo grazie alle continue iniezioni di liquidità delle banche centrali. Ma i giochi di prestigio delle autorità monetarie stanno esaurendosi proprio perché il volume dei debiti privati e pubblici è enorme (si ritiene che sia sei volte il PIL mondiale) e non puo’ essere né onorato né rimborsato a causa della cattiva crescita economica. Anche in Europa all’improvviso si avrà consapevolezza che questi debiti dovranno essere ristrutturati o cancellati e la scommessa geopolitica dell’Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo potrebbe rivelarsi la miccia che diffonde questa consapevolezza e che avvia la caduta di questo enorme castello di carte (spesso carta straccia) su cui si reggono i mercati finanziari.
    Redazione | 19 nov 2014 05



 

 
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