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  1. #481
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da animal Visualizza Messaggio
    Ritornando in tema quando sentite parlare di gas di scisto o fracking, ma senza fare confusione come i burloni ameriCani, ricordate che oltre ad essere nocivo per l'ambiente e la gente e' anche antieconomico e, come si vede dall'evoluzione dei giacimenti, una bufala montata ad arte.

    La economicita' o meno di una produzione dipende dai prezzi, ai prezzi attuali e' economicamente valido, nel caso dovessero scendere sotto i 70 allora non lo sarebbe, ma sto che produrre sotto i 70 non e' economico oramai da nessuna parte (dato che i governi che vivono delle entrate di tale getto, durante gli anni di aumento dei prezzi hanno aumentato fortemente le spese strutturali, dall' Arabia alla Russia (la Russia nel 2006/2007 con un prezzo al barile di $36 dollari era ok, oggi necessita di un prezzo di $117, non a caso al netto del gettito di tali esportazioni ha un deisti strutturale dell 11%).

    Quindi anche nel caso di un prezzo al barile di $70, il mercato avrebbe bisogno di raggiustassi, e quindi di aumentare i prezzi, dato che l produzione calerebbe, aumentando i prezzi la produzione degli scisti, oli pesanti e cosi via rtornerebbe economica.

    Per la nocivita' dell' ambiente, nessuna attività estrattiva e' "verde" o priva di potenziali problemi…. ad esempio, qualsiasi attività estrattiva può causare terremoti, un pozzo di petrolio tradizionale ha le stesse probabilità' di innescare un terremoto di un fracking, addirittura lo può' fare un fonte geotermica.

    Nel cracking si sta sviluppando, ed oramai e' commercialmente utilizzato il dry cracking, ovvero SENZA utilizzare l'acqua, a questo procedimento e' molto interessata la Cina, la cale ha enormi potenziali riserve di petrolio e gas shale, ma ha oca acqua utilizzabile, anche perhce le riserve le ha in zone dove e concentrata molta popolazione, quindi un intensivo uso di acqua non e' esattamente il massimo.

    Parlando di Cina, l'accordo che pare che verra' firmato dalla Russia e dalla Cina per le forniture di gas a partire dal 2018, la Russia necessita di almeno 13 dollari per unita' di misura per poter finanziare la costruzione del gasdotto e los viluppo dei giacimenti relativi (ma la Cina ne vuole pagare 11), a $13 dollari, anche le forniture di LNG non sono cosi antieconomiche, o se per quello la produzione di shale gas.
    Ultima modifica di Amati75; 27-04-14 alle 14:55
    Globalizzazione..... si grazie.

  2. #482
    Viva la piadina!!!
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    Globalizzazione..... si grazie.

  3. #483
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    No all'Italia petrolizzata: L'ENI abbandona il fracking in Polonia
    Scoppio di Santa Barbara, 1969. La madre dell'Earth Day Wednesday, January 15, 2014

    L'ENI abbandona il fracking in Polonia

    Concessioni ENI in Ucraina

    La Polonia al fracking


    “The geology has not worked out”

    Paul Stevens, oil analyst, Chatham House Londra


    Il quotidiano ecomico polacco Puls Biznesu annuncia che l'ENI si ritira dalle estrazioni di shale gas con la tecnica del fracking in Polonia.

    La notizia e' stata subito ripresa dall'Agence France Press, che riporta che pero' l'ENI non ha confermato i suoi intenti. Anche il New York Times riporta la stessa notizia.

    L'ENI e' entrata in Polonia nel 2010 e possiede tre concessioni, di cui la "Mlynary" che e' scaduta il giorno 5 gennaio e le altre due con scadenze non troppo lontane nel tempo.

    Secondo le fonti di Puls Biznesu, l'ENI non ne chiedera' il rinnovo.

    A causa dell'abbandono delle concessioni, L'ENI ha anche deciso di non partecipare ai programmi di dialogo con le popolazioni locali sulle conseguenze del fracking e sui propri intenti, come proposto da un programma governativo guidato da Anna Miazaga con lo scopo di allentare le tensioni fra residenti e trivellanti. Proprio come in Romania infatti, anche in Polonia ci sono dei movimenti dal basso di opposizione al fracking, sotto la sigla Occupy Chevron.

    La ditta italiana non e' la prima a lasciare la Polonia. Gia' l'hanno fatto le americane Exxon e Marathon Oil e la canadese Talisman, a causa degli scarsi reali quantitativi di gas da scisti di fronte a quelli inizialmente prospettati.

    Adesso la patata bollente passa all'Ucraina, il prossimo cuore dello shale gas in Europa.


    Tre anni fa, questo titolo spettava alla Polonia. Nel 2011 le classifiche dell' United States Energy Information Administration vedevano la Polonia come il primo paese europeo per riserve estraibili, con addirittura il potenziale di alimentare la domanda interna per almeno 300 anni. In seguito, il Polish Geological Institute di Varsavia abbasso' le stime da 35 a 65 anni di riserve.


    Accanto a questi numeri anche una ottima dispozione del governo centrale
    che era molto favorevole alle trivelle perche' vedevano il gas locale come un modo per essere indipendenti dal gas di Russia.


    La Polonia consuma quattro volte piu' gas di quanto produce e la maggior parte delle importazioni arriva dalla Russia.


    Finora in Polonia hanno trivellato 51 pozzi da fracking.


    Nessuno di questi e' in produzione.


    Non e' tutto oro quello che luccica.


    Qui maggiori approfondimenti sulla grande bolla del fracking in Polonia.

    Qui le proteste dei contadini polacchi ed il movimento Occupy Chevron.


  4. #484
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Scoppio di Santa Barbara, 1969. La madre dell'Earth Day Friday, March 29, 2013

    La Polonia e il fiasco del fracking






    In Polonia le operazioni di fracking sono iniziate nel 2010 - con grande entusiasmo da parte del governo e dei trivellanti.

    I primi ad aprire la strada sono stati quelli della Halliburton che nell'Agosto 2010 hanno trivellato il primo pozzo, seguiti poi dalla Exxon, dalla Chevron, della ConocoPhillips e da altre compagnie minori. Si parlava di 2,200 trillioni di metri cubi di gas, e di cambiamenti epocali per la societa' e l'economia della Polonia.

    Sono passati quasi tre anni da allora, e quasi tutto quello che e' stato fatto finora e' stato di natura esplorativa. Al 18 Febbraio 2013 le varie ditte trivellanti hanno completato 40 pozzi esplorativi di shale gas. Ma mentre all'inzio c'era molto ottimismo e speranza, adesso invece ci sono molte piu' domande e dubbi.

    Da parte delle persone, le solite cose: paura di contaminazione dell'acqua - gia' di qualita' scadente a causa di cattiva manutenzione dall'epoca comunista ad oggi, di terremoti, di danni all'agricoltura e al bestiame.

    Da parte dei petrolieri invece la necessita' di costruire infrastrutture - oleodotti ma anche strade per trasporto di acqua e di gas da zone rurali - e poi la mancanza di personale umano addestrato per questi tipi di lavori. La fondazione “Czysta Energia” sottolinea che non ci sono sufficenti studi ambientali e dibattiti con i cittadini che sono spesso all'oscuro dei progetti fino alla fine.

    E soprattutto: iella delle ielle - per i petrolieri! - ... il gas polacco fa schifo anche quello!

    I test iniziali infatti non sono stati poi cosi soddisfacenti: la Exxon Mobil che aveva annunciato con cosi tanta fanfara il suo ingresso in Polonia, zitta zitta ha abbandonato il campo nell'estate del 2012 perche' il gas estratto era poco e di scarsa qualita'.

    Anche la ditta inglese BNK petroleum era giunta alle stesse conclusioni. Intanto, l'istututo polacco di geologia annuncia che invece dei 2,200 trillioni di metri cubi di gas ce ne sono solo 67.

    Un altra ditta, la canadese Talisman Energy (ma dove li pescano questi nomi?) ha annunciato il 14 Marzo 2013 che potrebbe anche lei lasciare la Polonia perche' "sta cambiando il mercato del gas e del petrolio" e che gli investimenti richiesti non giustificano i possibili margini di profitto.

    La Chevron e la ConocoPhillips sono ancora li.

    Il governo locale ha cercato di regolamentare per quanto possibile la materia per attirare investimenti, inclusa la questione royalties con forti incentivi per i petrolieri ed ammorbidendo le leggi sulla protezione ambientale.

    Ma i contadini polacchi non sono fessi e anzi spesso danno filo da torcere ai signori del petrolio, nonostante le promesse di petrolieri e politici. Le hanno provate tutte - regali, preti a benedire i pozzi, sponsorizzazioni alle scuole, tour, cene e champagne.

    Royalties basse e scarsa partecipazione popolare? Il copione standard in tutto il mondo.

    Vedremo come andra' a finire, ma come per tutte le cose "facili" non e' tutto oro quello che luccica, proprio per niente.

  5. #485
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Scoppio di Santa Barbara, 1969. La madre dell'Earth Day Sunday, June 9, 2013

    Polonia: Occupy Chevron

    la protesta e' ad oltranza da 9 giorni.



    La Chevron arriva in Polonia nel 2011 in un piccolo villaggio ai confini con l'Ukraina, Zurawlow nella concessione Grabowiec. La zona, neanche a farlo apposta e' soprannominata il polmone verde di Polonia.

    Hanno una concessione per fare ispezioni sismiche valida fino al dicembre 2013.

    Inizialmente i residenti non sono contro la Chevron o contro il fracking. Semplicemente nessuno gli ha detto niente. E poi, quando iniziano ad informarsi si rendono conto che forse non e' tanto una buona idea.

    Iniziano a mobilitarsi contro la Chevron - il quarto piu' grande colosso petrolifero del mondo. Si appellano ai politici, alle istituzioni governative ma nessuno gli da retta. La Chevron manda le ruspe.
    I contadini continuano a protestare. E alla fine, il miracolo. La Chevron misteriosamente rinununcia a trivellare.

    Passano 2 anni. Tutti pensano che sia tutto finito.

    Il 3 Giugno 2013 pero', proprio qualche mese prima della scadenza del permesso di ispezioni sismiche, nello stesso paesino ritornano i camion della Chevron. Vogliono riprovarci.

    Li vedono per primi dei ragazzini sulle biciclette. Ritorna l'allarme.

    E dal 3 Giugno fino ad adesso i contadini hanno assediato l'area dove la Chevron vuole trivellare. Sono in 300 e si danno i turni, con i trattori a tenere occupata l'area. Hanno messo su una tenda, hanno preso un fornello della seconda guerra mondiale e si sono accampati li. Vengono in tanti anche da fuori a condividere la lotta, a mangiare, a resistere.

    Le piu' agguerrite sono le donne che da un lato tengono il campo pulito e raccolgono i fiori, dall'altro rincorrono a male parole e pure a bastonate quelli della Chevron che ogni tanto cercano di avvicinare i contadini per trovare il famoso "compromesso".

    Hanno tutti sui 65/70 anni.

    Come gia' detto, lo shale gas della Polonia era una sorta di bolla - molte ditte se ne sono gia' andate perche' il gas e' molto meno di quanto si pensasse - o propagandasse.Fra le ditte partite dalla Polonia, le Americane North American oil, Talisman Energy Inc. e Marathon Oil, nonche' la ExxonMobil.

  6. #486
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Sentenza storica negli Usa. Famiglia risarcita per danni alla salute causati dal fracking



    L’hanno definita una sentenza storica: la prima nel suo genere. Una famiglia statunitense ha ottenuto in tribunale un risarcimento di quasi tre milioni di dollari per i danni alla salute e alla proprietà causati dal fracking. La notizia viene dal Texas, ma riguarda direttamente l’Europa: la guerra in Ucraina serve infatti per convincere la riottosa Ue ad acquistare a caro prezzo gas americano da fracking al posto di quello russo, e magari anche ad accettare il fracking sul suo stesso territorio.
    Quella giunta a sentenza in Texas non è certo la prima azione legale contro il fracking negli Stati Uniti. Finora però, a quanto se ne sa, le altre sono semmai sfociate in accordi privati: come quello famoso con cui una famiglia della Pennsylvania (anch’essa lamentava danni alla salute ed alla proprietà) ha incassato 750 mila dollari in cambio dell’impegno a non parlare mai più di fracking.
    Stavolta però la causa è andata a sentenza. Si è pronunciato il tribunale. Bob e Linda Parr hanno ottenuto per sè e per la figlioletta un risarcimento di 2,95 milioni di dollari da Aruba Petroleum. La società aveva scavato una ventina di pozzi per il fracking accanto alla proprietà dei Parr. I Parr si sono ammalati: emorragie dal naso, battito cardiaco irregolare, spasmi muscolari, ulcerazioni sulla pelle. La loro acqua non era più potabile, i loro animali domestici sono morti.
    La corte ha stabilito che tutto questo è avvenuto proprio per via del fracking, altrimenti detto fratturazione idraulica. Consiste nel pompare nel sottosuolo grandi quantità di acqua e sostanze chimiche per frantumare le rocce e liberare il gas che vi è intrappolato.
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    Post scriptum. Io (a differenza di altri) non mi arrabbio se qualcuno scrive sugli argomenti di cui ho già trattato e-o attinge informazioni da questo blog. In questi casi il bon ton del web suggerisce di mettere un link al mio post: ma si tratta di buona educazione e ho constatato quanto essa sia sconosciuta.
    Mi scoccia però quando si pubblicano post retrodatati per farli sembrare precedenti al mio e poi si va a dire in giro che ho copiato. Se capita di nuovo non mi limito a scocciarmi. Chi ha orecchie per intendere, anche stavolta intenda
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    Articolo pubblicato in Energie e taggato gas, salute il 27 aprile 2014 da maria ferdinanda piva. Post navigation

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  7. #487
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Ritornando in tema quando sentite parlare di gas di scisto o fracking, ma senza fare confusione come i burloni ameriCani, ricordate che oltre ad essere nocivo per l'ambiente

    Ci spiegherai come.



    e la gente e' anche antieconomico e, come si vede dall'evoluzione dei giacimenti, una bufala montata ad arte.
    Certo infatti il crollo dell'import di gas e petrolio e' dovuto al fatto che adesso nei serbatoi delle auto mettono acqua, e per scaldarsi tagliano le sequoie del Parco Nazionale di Yosemite.


  8. #488
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Effetto Risorse: Il picco degli investimenti segnala l'imminente collasso della produzione petrolifera


    martedì 25 marzo 2014

    Il picco degli investimenti segnala l'imminente collasso della produzione petrolifera

    Posted by Massimiliano Rupalti

    Da “The Oil Crash”. Traduzione di MR


    Questo di Turiel è un post molto importante che va letto insieme a quello di Gail Tverberg sullo stesso argomento. In sostanza, stiamo vedendo un momento epocale nella storia planetaria del petrolio: sebbene la produzione totale di liquidi riesca ancora a mantenersi costante o anche in leggero aumento, l'industria non ce la fa più a reggere i tremendi costi necessari. Siamo al "picco degli investimenti" - preludio dell'inevitabile declino (o collasso produttivo). E ora che facciamo? Beh, il primo passo è capire qual'è la verità. (U.B.)


    di Antonio Turiel

    Cari lettori,

    l'inquietante articolo di Gail Tverberg sull'attuale tendenza delle grandi compagnie petrolifere a disinvestire nel cosiddetto upstream, cioè nell'esplorazione e lo sviluppo di nuovi giacimenti porta ad una riflessione profonda sul futuro immediato della nostra società. Nel momento più critico della crisi energetica, le compagnie petrolifere gettano la spugna. Non è una sorpresa. Quattro anni fa, su questo stesso blog, spiegavamo come alcune di queste compagnie stessero abbandonando l'investimento sull'upstream.

    Il miraggio del fracking (soprattutto nella ricerca di petrolio leggero di roccia compatta, LTO nell'acronimo inglese) è stato l'ultimo tentativo di continuare in questo busisness. Come diceva recentemente un analista del mondo del petrolio, gli Stati Uniti avevano la necessità di cercare una risorsa da sfruttare perché non potevano permettersi il lusso di lasciare all'industria dell'estrazione degli idrocarburi più potente del mondo senza lavoro, visto che le conseguenze sociali ed economiche sarebbero inaccettabili. Così, si sono inventati il miracolo del fracking e con questa chimera hanno mantenuto l'illusione che si potesse continuare ad andare avanti sulla stessa strada per questi quattro anni; grazie alle sabbie bituminose del Canada, ai petroli ultrapesanti del Venezuela e al LTO, la produzione di petrolio si è potuta mantenere stabile intorno ai 76 milioni di barili al giorno (Mb/g) per tre anni e quella di tutti i liquidi del petrolio (che comprende i liquidi del gas naturale, PG nei grafici che seguono) intorno ai 90 Mb/g, come mostrano i seguenti grafici di un file di Burbuja.info:



    Tuttavia, gli stessi grafici mostrano che il petrolio convenzionale, dopo un lungo plateau di produzione di poco più di 70 Mb/g di media all'anno iniziata verso il 2004 e con forti saliscendi che hanno seguito il ciclo economico, sembra aver già iniziato la sua inesorabile discesa. Niente di nuovo: il plateau produttivo risulta già dal rapporto del 2010 della IEA (che tende ad essere un po' più ottimista della EIA) e nel rapporto del 2012 si riconosce l'inizio del declino del petrolio convenzionale. Peggio ancora, come abbiamo già spiegato analizzando il rapporto del 2013 la IEA avverte che se non si producono gli investimenti in tempo, la produzione di petrolio può scendere rapidissimamente, creando problemi seri.

    E qual è la reazione a questo avvertimento? Comincia ad essere evidente persino per il mondo degli affari il LTO da fracking sta arrivando alla sua fine e questa era l'ultima scommessa. Fine. Non c'è nient'altro; siamo realmente rimasti senza opzioni.

    Naturalmente continuerà la ripetizione assurda degli stessi meme, le stesse chimere (gli idrati di metano un giorno, gli scisti bituminosi un altro, il petrolio Artico o persino quello Antartico, i giacimenti pre-sale in Brasile, le sue controparti sull'altro lato dell'Atlantico... la stessa cosa che si va dicendo da un paio di decenni o più) mentre altri sognano che le rinnovabili ci tireranno fuori dalla buca (cosa poco verosimile alla luce dei problemi che abbiamo discusso nella serie di post “I limiti delle rinnovabili”), o con i reattori nucleari a fusione (che probabilmente non saranno mai fattibili, che sia per la via ITER o per confinamento inerziale – diffidate dei comunicati stampa falsificati!), o quelli di quarta generazione (sui quali si sperimenta da 70 anni senza che si siano risolti i problemi cruciali che li affliggono) o con l'uso del gas naturale per autotrazione (che richiederebbe un investimento ingente non per la motorizzazione, ma per la distribuzione, quando il picco del gas è a sua volta dietro l'angolo), o con qualsiasi altra distrazione che paresse avere a che fare con l'energia (che siano tecnologie per batterie, grafene, magnesio o concentratori di energia infrarossa). Il fatto è che le aziende petrolifere sono esauste, come si spiegava nel post precedente ed hanno cominciato un'aggressiva politica di disinvestimento (guardate, per esempio, questa presentazione della Shell che riassume i suoi risultati del 2013 e le sue strategie per il 2014) Nel post di Gail Tverberg si mostrava il grafico di Steve Kopits che sintetizza la previsione di diminuzione dell'investimento delle compagnie multinazionali:


    Nel grafico sopra, la linea grigia orizzontale rappresenta l'investimento in beni di capitale delle compagnie petrolifere private che si prevedeva di recente, a ottobre dello scorso anno, appena sei mesi fa; la linea grigia che scende, rappresenta la revisione fatta questo stesso mese, la linea nera tratteggiata, la previsione attuale e la rossa punteggiata quella che indicano le ultime dichiarazioni delle compagnie multinazionali: una caduta totale di circa un 30% in un solo anno. Pensate che in realtà, per conservare lo status quo, l'investimento in beni comuni dovrebbe crescere col tempo, visto che le risorse che rimangono sono sempre peggiori e richiedono uno sforzo maggiore, così che una caduta di un 30% dell'investimento anticipa una caduta molto più grande della nuova produzione. E non dimenticate che i giacimenti attualmente in produzione diminuiscono già di un 6% all'anno (come riconosceva a novembre la stessa IEA). Qualche specialista di energia furbo si è precipitato a dire che qui non succede niente, che il disinvestimento è frutto di un ciclo di sovra-investimento. Questa interpretazione ha un errore fondamentale, come evidenziava l'altro giorno Juan Carlos Barba: quando si produce un eccesso di investimento in un'attività produttiva (perché gli investitori vedono un buon affare e lo fanno crescere troppo in fretta) la produzione sale molto, più di quello che in realtà chiede il mercato, pertanto alla fine il prezzo scende. In quel momento gli investitori escono dall'affare e crolla l'investimento finché la cosa non sis tabilizza. Tuttavia, quello che succede qui è che mentre l'investimento saliva e saliva, la produzione è caduta e il prezzo è rimasto stabile.

    Pertanto, spiegazione volgare secondo la quale si tratta di un normale ciclo di sovra-investimento non sta in piedi. Non preoccupatevi: sicuramente i nostri analisti economici di punta troveranno una qualche spiegazione contorta per giustificare la loro visione aprioristica; Qualsiasi cosa pur di non accettare che il picco del petrolio è già qui, perché il picco del petrolio era questo in realtà, che semplicemente è questa la puzza che fa il picco del petrolio. Certamente stiamo parlando del disinvestimento delle compagnie private e queste coprono solo un terzo del mercato mondiale del petrolio, ma le compagnie nazionali che forniscono gli altri due terzi hanno bisogno delle multinazionali per rilanciare la propria produzione, visto che hanno perdite più che significative (per esempio la messicana Pemex o la norvegese Statoil, ma è un fenomeno generalizzato – pensate a questa curiosa notizia sull'Arabia Saudita). E la ricetta per uscire da questo pantano, la stessa che viene ripetuta insistentemente in tutti i paesi con problemi di produzione di petrolio, che sia il Messico, il Venezuela, il Brasile, l'Argentina, il Bahrein, la Libia, l'Iran o la Norvegia, è quella di aprire all'investimento straniero. Naturalmente, chi proverà a investire in questa pletora di nuove e dubbie opportunità? Gli investitori naturali sarebbero le grandi multinazionali del petrolio, ma proprio queste stanno scappando dai giacimenti di dubbia redditività e concentrandosi sui benefici e sul buttare i dividendi, nel continuare ad aumentare la propria redditività ad ogni costo, anche a costo di diminuire l propria dimensione. Peggio ancora, queste si stanno disfacendo dei loro beni più problematici. Tanti giacimenti in vendita da un lato insieme a tanti paesi che cercano l'investimento per le proprie estrazioni nazionali dall'altro formano un eccesso di offerta che proietta più dubbi sulla redditività e scaccia la maggior parte degli investitori. E' pertanto ovvio che i problemi delle multinazionali del petrolio vanno a causare una forte diminuzione nel petrolio su scala mondiale tanto nel settore privato quanto in quello pubblico.

    La conseguenza più diretta di tutto questo a breve termine è che non ci sarà un quarto ciclo di investimento come si ipotizzava nel post del mio amico Antonio García-Olivares: siccome la società non può tollerare prezzi più alti, le compagnie non possono andare avanti nell'estrazione delle risorse più care. Pertanto, se non cambia la tendenza attuale di disinvestimento non ci sarà un plateau di produzione di petrolio fino al 2040 come diceva Antonio García-Olivares (per quanto sarebbe un male già quello), ma il declino della produzione di tutti i liquidi del petrolio (non solo il petrolio convenzionale) comincerà subito. Di fatto, se non si agisce rapidamente, la perdita di investimento che stanno già applicando le compagnie multinazionali ed i movimenti prevedibili che faranno quelle nazionali possono condurre ad un crollo della produzione di tutti i liquidi del petrolio fra i 5 e i 10 milioni di barili al giorno (fino ad un 11% di quello che si produce adesso) in un lasso di tempo inferiore ai due anni. Se un crollo così rapido di questa dimensione si materializza, gli effetti sull'economia possono essere devastanti e la capacità di adattamento dei diversi paesi dipenderà dalla loro capacità di mettere mano ad altre risorse.

    Se tutto questo fosse poco, c'è un altro problema: la forte dipendenza dal petrolio dell'estrazione di altre risorse naturali, energetiche e non. Alcuni dei giacimenti più estremi di carbone, gas e uranio richiedono l'uso di un'ingente quantità di carburanti per spostare tutti i macchinari necessari. E siccome il carbone, il gas e l'uranio a buon mercato si stanno a loro volta esaurendo, il peso del combustibile sui costi di produzione sta salendo: pensate per esempio che proprio ora il costo del diesel usato nell'estrazione rappresenta il 10% del prezzo dell'uranio. E questo senza entrare nel merito dell'impatto sul settore agricolo, fortemente dipendente dal petrolio, che colpisce non solo la redditività nulla dei biocombustibili, ma l'alimentazione umana. Per quanto riguarda l'estrazione dei minerali in generale, i costi crescenti di produzione (riflesso del maggior consumo di combustibile nella misura in cui i filoni rimanenti hanno concentrazioni di minerale più povere) compromettono la fattibilità dello sfruttamento di molti minerali (come mostra questo articolo, le miniere d'oro potrebbero chiudere in sei mesi se non sale il prezzo).

    Alicia Valero ha scritto una tesi estesa e dettagliata qualche anno fa che a volte cito in questo blog, la quale usa un'approssimazione interessante per affrontare il problema della scarsità di materie prime, che siano energetiche o meno. L'idea consiste nel calcolare l'exergia di qualsiasi materia, quantificata come la quantità di lavoro utile che rappresenta per la società. Questa approssimazione exergetica permette di trattare il picco del rame o dell'oro allo stesso modo che il picco del petrolio o del carbone. Essenzialmente, il nostro problema non è solo che l'energia utile che ci arriva dal petrolio e dall'uranio sta già diminuendo e che quelle del carbone e del gas sono dietro l'angolo, ma che inoltre l'exergia di molte materie prime fondamentali per la nostra società (che sia rame, neodimio, acciaio o cemento) sta già diminuendo o non è lontana dal farlo.

    L'approssimazione economicistica che domina la visione della nostra società, tanto lontana dalla Termodinamica, vede solo i costi monetari e i cicli di investimento ed è incapace di riconoscere che i tetti di produzione si stanno abbassando. Credono semplicemente che con più investimenti si potrebbe ottenere un aumento della produzione, senza comprendere che un mucchio di banconote verdi non afferrano la pirite o un pezzo di carbone dal fondo di una miniera. Nel momento in cui la diminuzione della produzione sia evidentemente minore dei livelli attuali i guru di questo credo che chiamiamo Economia tireranno fuori qualche loro assurda teoria ad hoc, riedizioni della vecchia falsità del Peak Demand, e ci diranno che i gusti della società sono diventati più austeri e che abbiamo deciso di usare meno di tutto per coscienza ecologica o altri motivi, come se la penuria fosse una scelta. Niente di nuovo dai tempi di Esopo, insomma.

    Lasciando da parte questo pensiero sociopatico e ignorante della realtà fisica, lo scenario che si profila per il nostro futuro immediato è quello della Grande Scarsità. Se non si agisce subito, la probabilità di sperimentare nei prossimi anni, persino nell'arco di non troppi mesi, una transizione fortemente non lineare è molto elevata. Il livello di stress del sistema ora è altissimo. In tutto il mondo stanno scoppiando conflitti in cui l'energia, anche senza essere sempre il fattore fondamentale, è uno dei fattori importanti. Ciò aumenta il rischio di un crollo repentino del flusso di energia e materiali; pensate, per esempio, cosa succederebbe se aumentassero le ostilità con la Russia, paese che si alterna con l'Arabia saudita al primo posto della produzione mondiale di petrolio e che fornisce il 26% del gas naturale e più del 40% del petrolio che si consuma in Europa. Pensate cosa succederebbe se l'instabilità attuale e crescente in Bahrein o in Yemen finissero per degenerare ion guerre civili e contagiassero un'Arabia Saudita in cui i costi di produzione crescono con l'invecchiare dei suoi giacimenti, compromettendo la sua stabilità di bilancio e la pace sociale. O se l'Iran, il Venezuela o l'Algeria finissero in una guerra civile. Oltre alla tragedia nei paesi disgraziati che soccombessero, vi immaginate dove finirà il benessere dell'occidente quando questi smettono di mandarci puntualmente il loro petrolio e il loro gas naturale?

    Questo è un punto di non ritorno nella Storia dell'Umanità. Le contraddizioni del nostro sistema economico non possono essere ignorate ancora per molto, ma i nostri leader continuano a sognare l'uscita dalla crisi e al ritorno alla crescita economica. Ma in pochissimo tempo dovranno prendere misure d'urgenza per evitare che la società collassi. E' facile prevedere che nel momento in cui nostri governanti si rendono conto che il petrolio necessario sta smettendo di arrivare, a causa del disinvestimento delle grandi compagnie, gli Stati entrino nel capitale di queste imprese per prendersi in carico i progetti meno redditizi. Tale misura garantirà un flusso minimo di base per l'attività economica, ma sarà possibile a costo di mettere tasse molto superiori a quelle attuali, per cui questa ultima intenzione di mantenere lo status quo allargherà rapidamente la povertà e la miseria nella società. In aggiunta, dato il costo eccessivo che implicherà questo intervento per ogni paese, il commercio del petrolio soffrirà, poiché i paesi saranno riluttanti a condividere una materia tanto essenziale e che costa loro tanti sacrifici.

    Ora guardatevi attorno. Su che risorse può contare il vostro paese? Quale sforzo sociale implicherà il loro sfruttamento autarchico? Come vi condizionerà la miseria che viene, che potenziale avete per resistere alla prossima onda?

    Si può tratteggiare il caso della Spagna come un caso tipo. Se si conserva la modalità di reazione dimostrata durante questi primi anni di crisi energetica, nel prossimo decennio la Spagna si appoggerebbe al proprio carbone autoctono. Le centrali elettriche in attività sarebbero principalmente quelle idroelettriche, eoliche e termiche a carbone, le quali permetteranno di mantenere un livello di fornitura non molto inferiore all'attuale, anche se il consumo crollerebbe considerevolmente, per cui non ci si dovrebbero aspettare grandi cadute della rete durante i prossimi decenni. Il problema è, come abbiamo ripetuto tante volte, che l'elettricità è solo il 21% del consumo di energia finale nella Spagna di oggi. Per il resto degli usi energetici si convertirebbe il carbone nazionale in idrocarburo liquido usando il processo di Fisher-Tropsch anche se si perderebbe per strada il 50% della sua energia. Siccome la produzione sarebbe insufficiente a coprire la domanda attuale, si restringerebbe progressivamente il suo uso, che si concentrerebbe nell'agricoltura, nell'Esercito e nei servizi essenziali e si abbandonerebbe la mobilità privata, alla portata soltanto di più ricchi. Questo farebbe sprofondare la maggior parte dell'attività economica attuale del paese e condannerebbe una gran massa della popolazione alla povertà ed alla sopravvivenza nei limiti più miserabili della società. Un fenomeno che abbiamo già descritto qui: la Grande Esclusione. Col tempo, l'organizzazione sociale potrebbe diventare un nuovo feudalesimo.

    Questo è inevitabile? No, perbacco. Non abbiamo motivo di seguire una strada così triste. Non è il nostro destino inesorabile finire schiavizzati, né molto meno, come non lo è nemmeno il collasso della società o l'estinzione della razza umana; sicuramente non deve finire in Apocalisse. Ma se non facciamo attenzione il nostro destino può essere davvero poco brillante. Possiamo ancora evitarlo. Per questo il primo passo è quello di riconoscere la verità, una verità dura che deve essere detta in faccia. E infine passare dall'idea all'azione. Ma alla svelta, non c'è più molto tempo..

    Saluti.

    AMT
    Ultima modifica di Metabo; 28-04-14 alle 18:44

  9. #489
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Doppio post
    Ultima modifica di Metabo; 28-04-14 alle 18:44

  10. #490
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    La causa vinta dai Parr riguarda non il "fracking", ma la presenza di numerosi pozzi di gas e relative attivita di estrazioni prima del 2011.

    Come al solito riportare articoletti ridicoli senza informarsi.

 

 
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