Una ragazza di 17 anni freddata sotto casa a revolverate dal fidanzato geloso, e il killer che dopo due anni e mezzo gira libero per strada.
Il padre disperato chiede giustizia con una lettera al Corriere della Sera, e il ministro della Giustizia Angelino Alfano risponde: «Evidentemente c’è qualcosa che non va». E promette accertamenti per capire come sia potuto accadere che un assassino reo confesso torni così presto a piede libero.
La storia risale al febbraio del 2007.
Barbara Bellerofonte, 17 anni, era a cena con i genitori nella sua casa di Montepaone, in provincia di Catanzaro.
Il fidanzato, Luigi Campise, allora 22enne, le citofona.
Lei scende a parlargli. Voleva lasciarlo proprio per la sua ossessiva gelosia, ma lui sotto casa si presenta armato, e scarica la pistola sulla ragazza: quattro colpi, tre raggiungono Barbara. Uno dei proiettili le resta nel cervello.
Venti giorni di agonia, poi la morte.
Lui finisce in carcere poche ore dopo, è reo confesso.
Dice di essere pentito, di aver agito per gelosia, di non aver premeditato l’esecuzione, sostiene che voleva solo «spaventare» la ragazza.
Ma la sua versione non convince, il suo dolore sembra il tentativo di trovare una scappatoia.
Eppure in attesa della sentenza Campise lascia il carcere poco più di un anno dopo, il 28 aprile del 2008, per scadenza dei termini di custodia cautelare.
Torna dentro un mese dopo, perché condannato a 4 anni per altri reati, legati all’operazione antidroga «Pit Stop».
E il 17 gennaio di quest’anno il gup di Catanzaro lo condanna a 30 anni con rito abbreviato, riconoscendo premeditazione e futili motivi.
Per i genitori di Barbara è una magra soddisfazione, ma almeno pensano che il killer della loro bambina ora debba pagare:
«È stata fatta giustizia, anche se nessuna sentenza potrà mai ripagarmi del fatto che non ho più con me mia figlia», spiega lasciando l’aula la madre della 17enne, Lucia Cosentino.
Ma pochi mesi dopo, a fine luglio, Campise lascia di nuovo il carcere. In attesa dell’appello, e grazie all’indulto e a sconti per «buona condotta», l’assassino torna a spasso per le strade del suo paese, Soverato.
La Procura di Catanzaro non emette una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere perché, spiega l’avvocato del ragazzo, «non hanno ritenuto che ci fosse il pericolo di fuga».
Per i genitori è una mazzata tremenda.
Loro, che avevano già denunciato a giornali e tv la prima scarcerazione di Luigi Campise, ad aprile dell’anno scorso, non possono sopportare quest’altro affronto.
Così Giuseppe, il papà di Barbara, scrive una lettera al Corriere:
«Ignoro i motivi che hanno indotto la giustizia italiana a liberare l’omicida, ma quello che mi chiedo da padre, da cittadino, da uomo, è se è giusto tutto questo. Se è giusto additare ai nostri giovani questo esempio di comportamento, e far capire che in Italia tutto è permesso, tutto è possibile, compreso un omicidio, tanto poi si riesce sempre a trovare il modo di essere liberati».
Uno sfogo, quello del padre della ragazza uccisa, che, come detto, è stato immediatamente raccolto dal Guardasigilli Alfano.
«Ho immediatamente incaricato i miei ispettori di fare degli accertamenti preliminari per acquisire delle informazioni in tempi rapidissimi e per comprendere subito, già oggi, come è potuto accadere. E dunque ho inviato gli ispettori in via d’urgenza»,
ha spiegato il titolare del dicastero di via Arenula ieri in un’intervista al Tg5.
Alfano, che ha voluto esprimere «forte vicinanza» con i familiari di Barbara, ha manifestato i suoi dubbi sull’iter della vicenda. Spiegando che «a volte l’ossequio formale della legge contrasta fortemente con il senso profondo di giustizia di ciascuno di noi».
E concludendo che «quando ciò accade evidentemente qualcosa non va».
Massimo Malpica sul IlGiornale.it - Le ultime notizie, attualità, politica, economia, meteo
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Commento.
Gli ispettori del ministero dovranno con tutta urgenza verificare come sia potuto accadere che un assassino condannato in primo grado a trent’anni di reclusione sia stato rimesso in libertà, due anni e mezzo dopo la sentenza, per scadenza dei termini di custodia cautelare.
Ma è inutile farsi illusione.
L’inchiesta approderà a poco o niente sia per lo sbarramento di principi costituzionali, di norme processuali e di cavilli regolamentari che le verrà opposto, sia perché - è doloroso dirlo - il caso di Luigi Campise, omicida passeggiante per le strade d'Italia, non è una drammatica eccezione.
Altri innumerevoli colpevoli d’innumerevoli reati, riconosciuti tali da una pronuncia giudiziaria, non si macerano nelle celle dei penitenziari ma possono godersi il sole d’agosto al mare o in montagna.
La maggior parte di questi obbrobri non ha, per fortuna, la gravità di quello denunciato dal padre di Barbara Bellorofonte o di quello di cui Stefano Zurlo riferisce sul Giornale oggi.
Ma tutti, anche i minori, dimostrano che nel Bel Paese il crimine paga.
Il difensore di Campise ha lodato come ineccepibile la scarcerazione del giovanotto, e si è appellato a valori democratici e di libertà.
Altri, molti altri, ritengono che la democrazia sia ben tutelata se chi ha ammazzato una ragazza è in galera, non a spasso.
Molti elementi concorrono - lo scrivo da profano, non da addetto ai lavori - a determinare questa situazione.
Uno di essi è sicuramente l’insufficiente laboriosità dei magistrati.
Troppi delinquenti sono rilasciati per ritardi nell’adozione di provvedimenti indispensabili.
Ma al di là di questo - che già appare intollerabile - c’è una farraginosità paralizzante dei meccanismi legali.
I termini di custodia cautelare debbono essere ragionevolmente fissati avendo in mente i tempi d’una giustizia normale.
Se quella giustizia arriva a una pronuncia definitiva dopo dieci anni, l’intera logica del delitto e del castigo va in frantumi.
Aggiungo una considerazione che scatenerà le ire di quanti avvocati la leggeranno.
La formula sacrale del presunto innocente fino a sentenza passata in giudicato diventa - quando il giudicato tarda anni e anni - un grazioso omaggio ai poco di buono e una beffa ai galantuomini.
Dopo i trent’anni per aver accoppato Barbara Bellorofonte il Campise se n’è visti appioppare altri quattro - virtuali come i trenta - per vicende legate a droga o altro.
E dovremo continuare a considerarlo un presunto innocente, dovremo sentirci ripetere fino alla nausea che quella presunzione è motivo d’orgoglio per la giustizia italiana?
Sono - gli avvocati mi subisseranno di critiche - d’avviso opposto.
Il condannato è colpevole, restando apertissime per lui tutte le possibilità di appello grazie alle quali potrà eventualmente dimostrare d’essere stato vittima d’un errore giudiziario.
Allo stesso modo il Pm potrà fare ricorso contro le assoluzioni.
L’impedirglielo potrebbe a mio avviso provocare situazioni inaccettabili. Lorenzo Bozano che uccise Milena Sutter e fu inspiegabilmente prosciolto in primo grado, se la sarebbe cavata per sempre.
Per l’autunno è prevista la discussione d’una riforma del processo penale che dovrebbe almeno attenuare alcune delle sue più evidenti disfunzioni. Si tratta di misure che ritengo in buona parte condivisibili (come il concedere maggiore autonomia agli organi di polizia, attualmente troppo soggetti alla supervisione di magistrati non di rado giovani, inesperti, presuntuosi).
Sono meno d’accordo su altre norme che, volendo limitare la discrezionalità del Pm e dei giudici quando dev’essere deciso un arresto, impongono che la richiesta di custodia cautelare abbia il visto del capo della Procura o una conferma collegiale.
Accade senza dubbio, ed è deplorevole, che un arresto sia deliberato con leggerezza. Ma il male profondo della giustizia italiana non sta, diciamocelo francamente, nei troppi mandati di cattura immotivati, sta nelle ben più immotivate messe in libertà.
Mario Cervi sulla stessa copia del Giornale.
saluti




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