Maivs


IVPPITER presiede al mese nel suo aspetto di MAIVS accompagnandosi a MAIA, “la sua potenza di MAIESTAS” (Kal. Victrix MMDCCLIX a.V.c., cit.). In questo mese, la Maiestas Iouis si esplica nella sua pienezza, alla germinazione di Aprilis succedendo la fruttificazione di Maius sacro a Maia (ma anche al figlio MERCVRIVS), Dea eponima il cui nomen è strettamente legato alla radice indoeuropea *ma-/*mag- esprimente l’idea di crescita.
Ricaviamo da Macrobio (Saturnalia, I 12,21, ma anche I 12,20: “Ecce occasio nominis, quo Maiam eandem esse et terram et Bonam Deam diximus”) che nel III sec. e.v. Cornelio Labeone, sulla scorta dei Libri pontificali, identificava Maia con Bona Dea, Ops, Fatua e Fauna, vale a dire con Divinità accomunate dal legame con la dimensione ctonia oltrechè da una notevole antichità. E Dea antichissima del mondo latino è Maia, se una tradizione la vuole paredra di Volcanus cui avrebbe dato alla luce il mostruoso Caco, poi sconfitto da Ercole; il legame con Vulcano è infatti indice di rilevante antichità, come dimostra anche la tradizione, alternativa alla “ufficiale”, che vuole i Divini Gemelli figli di quest’ultimo Dio anziché di Mars (si consideri anche che il Volcanal nel Comitium è il luogo in cui la tradizione riferisce sia avvenuta la morte di Rex Romulus e la sua “assunzione in Cielo” con successiva identificazione con il dio Quirinus).
Sic stantibus rebus, è comprensibile la dedica delle Kalendae al culto di Bona Dea, tassativamente riservato (specularmente ai riti notturni previsti per il terzo giorno di December, Sacra Bonae Deae) alle matronae, presidente la Vestalis Maxima.Ma il medesimo giorno vede anche la celebrazione della stessa Maia, cui significativamente è il Flamen Volcanalis a sacrificare una scrofa pregna, nonché l’anniversario della dedica dell’ara dei Publici Lares (Lares Praestites), protettori della Città e dello Stato. Come rileva Renato del Ponte (La religione dei Romani, Rusconi, p. 67),
“In tutte e tre le occasioni ritroviamo l’elemento <<fuoco>>, quello <<terra>> e quello <<antenati>>. I Lari Protettori sono gli antenati custodi del focolare dello Stato. Maia, eponima del mese di maggio, prima che una tarda interpretatio greca la designasse come madre di Mercurio, è un’antica dea latina, paredra di Vulcano, il fuoco maschile di difesa esterna, che una tradizione voleva padre dei divini gemelli.”
Unitamente alla levata delle Iadi, il giorno successivo vede la celebrazione degli ultimi Ludi in onore di Flora, le cui festività iniziate nei giorni a chiusura del mese di Aprile (28, IV Kal., FLORALIA) continuano nei primi del mese sacro a Maia (Ov., Fast. V, 183-186: “Mater, ades, florum, ludis celebrando iocosis! / distuleram partes mense priore tuas. / incipis Aprili, transis in tempora Maii: / alter te fugiens, cum uenit, alter habet”): la Dea che porta a termine la fase di germinazione nell’atto del pieno sbocciare della Manifestazione, sì che si può dire che in un certo senso Maius è il mese in cui più di ogni altro è dato riscontrare nel mundus il tangibile svolgimento, la concreta espressione del virgiliano Iouis omnia plena, fa da ponte al compimento di ogni potenzialità, la fruttificazione, “essendo di tua pertinenza i confini dei due mesi” (Ov., Fast. V, 187).
Le Nonae, naturalmente sacre a Iuno Couella, preludono a una serie di dies religiosi che vedono lo svolgimento dei LEMVRIA (dal 9 –VII Idus, N- al 13 –III Idus, N-). A giorni alterni il Pater Familias si alza per tre notti a mezzanotte per recitare lo scongiuro rituale volto ad allontanare dalla domus i Lemures mediante l’offerta di fave nere.
Il sostantivo Lemures (lat. per rèmures, radice *ram, riposare) indica genericamente le anime dei trapassati (“corpori renuntiantes”, nella lezione di Apuleio apud Serv., Aen. 3. 63), apparentemente caratterizzati da una facies negativa che sembra avvicinarli alle Laruae, spiriti che infestano la casa; in realtà Dùmezil (La religione romana arcaica, BUR, p. 323) ha chiarito che
“I lemures di maggio non si identificano con le laruae, che in qualsiasi momento dell’anno vengono non a visitare, ma a tormentare i viventi”.
Dunque gli “antenati, con il nome di lemures, uscivano e, più arditi che in febbraio, tornavano a visitare la casa in cui erano vissuti”, il che implica che le entità in parola non si qualificano negativamente; ciononostante, il mos impone l’utilizzo di formule di scongiuro al fine di “placarli ed allontanarli” (Dùmezil, La religione, cit.), onde evitare ch’essi trascinino con sé nella morte i vivi (“i viventi/frutti”, Kal. Victrix, cit.): è questo il senso dell’attirare i Lemures verso la porta dell’abitazione gettando dietro di sé fave nere. Probabilmente la contemplazione di un ciclo rituale relativo al mondo dei morti è all’origine dell’interdizione dei matrimoni per tutta la durata del mese (che, pure, è mese consacrato alle dinamiche della fruttificazione).
Il 12 (IV Idus, NP), anniversario della dedica del Tempio di Mars Ultor da parte del Divo Augusto, si svolgono Ludi in onore di Marte nel Circo, mentre il 14 (Pridie Idus) vede lo svolgersi dell’enigmatico rito degli ARGEI, che sembra in qualche modo stabilire un ulteriore collegamento col mondo dei morti (“Circa il rito degli Argei di metà maggio […] abbiamo sottolineato come la loro violenta espulsione nelle acque del Tevere stesse implicitamente a significare un ri-lancio nel mondo dei morti”, R. del Ponte, cit., p. 94 n. 184) in funzione di lustratio del territorio: in questa occasione, Pontefici e Magistrati recano in solenne processione attraverso ventisette -o ventiquattro, secondo alcuni Autori- sacelli detti Argei (o Argea, o ancora sacella Argeorum) dei fantocci rappresentanti uomini con mani e piedi legati che poi le Vestali lanciano nel Tevere dal Ponte Sublicio. Il rito si presenta come una reminiscenza di usanze religiose tra le più antiche (si noti anche il percorso della processione, che tocca tappe simbolicamente ricollegate ai Primordia) e non è peregrina l’ipotesi del già citato del Ponte relativa al rito degli Argei come “ricordo sacralizzato (forse a scopo esorcistico) di antichissimi abitatori (se si vuole, trasformati in entità tutelari) di quei colli più primitivi, là dove sorgeranno i nuclei, separati, della prima città” (La religione, cit., p. 28); antichissimi abitatori che la mitologia tarda identificò con gli Argivi, i mitici compagni di Ercole al tempo in cui Evandro era Re dei Latini.
Le Idi (NP) sacre a Iuppiter vedono altresì la celebrazione di riti in onore di Maia, ma soprattutto di Mercurius, nato, secondo un mito recepito dal mondo greco e risalente all’Inno omerico a Hermes, dall’unione tra il Padre degli Dei e la Divinità che dà il nome al mese. Figlia del titano Atlante reggente il mondo sulle proprie spalle per decreto divino, Maia è dal mito identificata con una delle sette Pleiadi (dal gr. plèin, navigare, o peleiàdes, colombe) insidiate da Orione e trasformate in costellazione da Zeus; unendosi a quest’ultimo, Maia genera Hermes/Mercurius, “Intelletto Mediatore plastico del Mvndvs, Asse del Cielo che va dal Cielo/Ivpiter alla Terra/Maia” (Kal. Victrix, cit.). Esso è “Spirito dell’Anima del Mvndvs, segna l’Alba della Sapientia Vera, Il Fanciullo Divino che nasce, Messaggero degli Dei, Verbo Agente” (ibid.).
Lo stesso Mercurius, il cui Tempio –antichissimo- sorge ai piedi dell’Aventino, consente (in singolare aderenza alla sua “funzione”) di operare un collegamento con il Lazio primitivo ed i suoi mitici abitanti, nello specifico quegli Arcadi “proselenòi” che unitamente ad Euander ed alla sua divina madre Carmenta giunsero sulle rive del Tevere:
“exul ab Arcadia Latios Euander in agros
venerat, impositos attuleratque deos.”
Inoltre, continua Ovidio (Fast. V, 99-100), “sacraque multa quidem sed Fauni prima bicornis / has docuit gentes alipedisque dei(“e alle genti del luogo insegnò molti riti sacri, e per primi / quelli del bicorne Fauno e del dio dai piedi alati”).
Si evidenzia dunque in Mercurius (si veda l’Hermes itifallico dei Pelasgi) uno dei più potenti traits-d’union con le “Romae ante Romam”, importante traccia d’indagine ai fini di un graduale disvelamento del Mistero che lega la Roma storica ai popoli che, nel bacino del Mediterraneo, ne hanno preceduto la manifestazione.
L’ingresso di Sol in Gemini (21, XII Kal., NP) vede la celebrazione di AGONALIA speculari a quelli di Ianuarius (9, V Idus, NP), con il sacrificio –da parte del Rex- di un ariete a Ianus nella Regia (evidenziamo il dato enigmatico della simultanea consacrazione, secondo quanto riportato dal Kalendarium Victrix, dei giorni a seguire a Vediovis), rito che introduce sacralmente la seconda metà del mese svolgentesi nel segno della lustratio (eccezion fatta per i riti del 25, VIII Kal., in onore di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium): delle tubae, le trombe di guerra, nel TVBILVSTRIVM del 23 (X Kal., NP) speculare tanto al QVINQVATRVS di Martius quanto -a contrario- all’ARMILVSTRIVM di October; e degli arua, purificati dal sodalizio dei Fratres Aruales negli AMBARVALIA del 29 (IV Kal., NP). Al fine di propiziare il raccolto dei frutti della terra, i Fratelli Arvali “custodenti il segreto del seme della spiga, connesso ai Saturnia Arva” (Kal. Victrix, cit.) compiono la circumambulazione rituale dei campi coltivabili intonando il Carmen Aruale, complesso di formule magiche con il quale invocando Marte (nell’aspetto di difensore armato), i Lari e i Semones, i Sacerdoti “erigono intorno all’ager […] una barriera invisibile, invalicabile – posto che sia custodita – non solo dai nemici umani, contro i quali sono già pronte le mura e le truppe, ma dalle potenze malefiche, pur esse invisibili, e innanzitutto da quelle che provocano malattie.” (Dùmezil, La religione, cit., p. 210)
Il rito apre la via alla fase ultima della maturazione, che nella AESTAS (Iunius-Iulius-Augustus), stagione del Trionfo, trova la sua perfetta esplicazione.
“enos Lases iuvate (3 v.)neue lue, rue, Marmar, sins incurrere in pleores (3 v.)satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber (3 v.)Semunis alternei advocapit conctos (3 v.)enos Marmor iuvato (3 v.)triumpe (5 v.)”
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