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Discussione: Kali Yuga

  1. #1
    Ghibellino
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    Predefinito Kali Yuga

    Secondo l'interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, tra cui i Veda, il Kali Yuga (lett. Kàli=nero, Yuga=era[senza fonte]; corrispondente nei miti greci all'età del ferro), è l'ultimo dei quattro Yuga; si tratta di un'era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale.
    Essa cominciò con la morte fisica di Krishna (avvenuta, secondo il Surya Siddhanta, il trattato astronomico che costituisce la base del calendario indù, alla mezzanotte del 18 febbraio 3102 a.C.) e durerà 432.000 anni, concludendosi nel 428.899 d.C.: Kalki, decimo e ultimo avatara di Viṣṇu, apparirà in quell'anno, a cavallo di un destriero bianco e con una spada fiammeggiante con cui dissiperà la malvagità.
    Il Kali Yuga è l'ultimo dei quattro Yuga, e alla sua fine il mondo ricomincerà con un nuovo Satya Yuga (o Età dell'oro); questo implica la fine del mondo così come lo conosciamo (più di ciò che accadde alla fine degli altri Yuga, perché la Storia cadrà nell'oblio) e il ritorno della Terra ad un paradiso terrestre.
    Problemi che sorgono nel Kali Yuga [modifica]

    Durante quest’epoca si assiste ad uno sviluppo nella tecnologia materiale, contrapposto però ad un’enorme regressione spirituale. Kali Yuga è l’unico periodo in cui l’irreligione/ateismo è predominante e più potente della religione; solo un quarto di ognuna delle quattro virtù del Dharma (penitenza, veridicità, compassione e carità) sono presenti negli esseri umani. La nobiltà è determinata unicamente dalla ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del potente; parole come “carità” e “libertà” vengono pronunciate spesso dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste ad una generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la liberazione dall'ignoranza, il Moksha, si fanno sempre più rare a causa del generico declino spirituale dell'umanità.
    Guerre [modifica]

    La guerra “civilizzata” (con precise norme di correttezza e di onore) è stata dimenticata, e gli umani combattono come gli Asura e i Rakshasa. A differenza degli altri Yuga, in cui era normalità cessare i combattimenti dal tramonto all’alba, cremare le vittime e riflettere sulla guerra, i combattimenti dell’età di Kali si protraggono costantemente, spinti soltanto dal desiderio di vittoria. Aumenta inoltre il sadismo.
    Nobiltà / rispetto [modifica]

    Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto sia superficialmente molto manifestato tra le persone, nessuno rispetta sinceramente gli altri. Ognuno crede che lo scopo ultimo della vita sia quello di ottenere rispetto, quindi diventando ricco o fisicamente forte.
    Cambiamenti nelle persone [modifica]

    Nonostante l’età, gli esseri umani diventano inferiori in altezza e più deboli fisicamente, così come mentalmente e spiritualmente. C’è una diffusione di falsi dèi, idoli e maestri. Molte persone mentono, e si dichiarano profeti o esseri divini. Inoltre, ognuno modifica a propria discrezione i significati/concetti di digiuno, meditazione e austerità, così da indurre nelle persone la loro necessità; comunque, facendo questo, essi non seguono il rigoroso codice morale dei Veda, per cui difficilmente guadagneranno qualcosa.
    Cambiamenti nelle donne [modifica]

    Le donne in questa epoca diventano lascive ed immorali per natura. Nonostante in un primo momento siano trattate come inferiori ai maschi ed abusate, più avanti nel tempo cominciano a rivestire ruoli importanti in politica ed in altri affari, e questo culmina in sempre maggiori scontri di ego con gli uomini. Le donne cominciano a tradire i propri mariti e ad avere relazioni extra-coniugali. I divorzi incrementano, con sempre più bambini cresciuti da un unico genitore. Molte donne intraprendono l'adulterio e la prostituzione.
    Condizioni delle caste [modifica]

    Nella prima fase del Kali Yuga, si crea discriminazione tra le caste, in particolare contro gli shudra; gradualmente, però, la scala sociale, come il sistema della morale, si inverte, e i brahmini e gli kshatriya diventano i più discriminati, finché l'unica casta che rimane è quella degli shudra.
    Condizioni dei Brahmana [modifica]

    La maggior parte dei brahmana cessa di ufficiare cerimonie religiose; come tutti gli altri, perdono la loro moralità, si cibano di carne (persino di quella di mucca), e assumono sostanze proibite; perdono rispetto e dignità, e quando i mleccha dovrebbero offrire sacrifici, non li offrono, o invece di offrire frutta, acqua, e altre sostanze pure offrono carne o ricchezze materiali. Solo pochi si isolano dal resto del mondo per seguire Dio, e il loro numero diminuirà a mano a mano che il Kali Yuga si avvia alla conclusione. L'ultima famiglia brahmana esistente vivrà a Shambhala, dove in seguito nascerà Kalki.
    Condizioni degli Kshatriya [modifica]

    Gli kshatriya, la casta regale e guerriera, diviene corrotta e perde il suo potere politico; i loro capi diventano furfanti, criminali e terroristi, e cercano di usare il loro residuo potere per sfruttare il popolo: gli stessi re diventano dei ladri, che preferiscono rubare dai loro sudditi piuttosto che proteggerli e difenderli. Dalle classi inferiori emergono nuovi capi, che fondano dittature e perseguitano i religiosi, gli intellettuali e i filosofi.
    Condizioni dei Vaishya [modifica]

    I vaishya, che rappresentano la borghesia, composta di mercanti e uomini d'affari, diventano disonesti e inventano nuovi crimini come frodi e contraffazioni; i commercianti diventano egoisti e pensano a soddisfare i propri desideri invece di quelli del consumatore, e quelli che non lo diventano non riescono a sopravvivere e falliscono.
    Condizioni degli Shudra [modifica]

    Gli shudra perdono ogni rispetto per le caste superiori, e diventano anzi loro la casta più rispettata nel Kali Yuga. Dopo i primi 10000 anni dello Yuga, diventeranno l'unico varna, o casta; anche se cambia il loro stato sociale non migliorano da un punto di vista spirituale.
    Altre interpretazioni del Kali Yuga [modifica]

    • Secondo Sri Aurobindo, il Kali Yuga durerà meno di 432.000 anni; per i seguaci del Purna Yoga, la Madre chiese e ottenne la fine anticipata del Kali Yuga nel 1969, e l'abolizione del pralaya (il consueto processo di distruzione dell'universo che segna la fine di un kalpa).[senza fonte]
    • Secondo Akilattirattu Ammanai, il testo sacro della religione Ayyavazhi, questo Kali Yuga è il settimo degli otto yuga. L'Asura di questo Yuga Kaliyan era il sesto frammento di Kroni, la primordiale manifestazione del malvagio.
    • René Guénon spiega come in realtà la cifra data per la durata del Kali yuga, 432.000 anni, sia semplicemente simbolica e debba, come tutte le cifre relative ai cicli cosmici e non solo, essere decriptata. In realtà la fine dell'attuale età del materialismo, iniziata oltre 4000 anni prima di Cristo e la cui durata è di 6.000 anni, va posta nei decenni dopo l'anno 2000. Se infatti si confrontano i nostri tempi con le sovversioni descritte sopra è facile capire come queste non abbiano nulla a che fare con tempi lontanissimi come quelli assegnati. Anche se la cronologia indù però colloca nel 3102 a.C. l'inizio dell' età qui trattata e ne stabilisce la durata in 5.000 e non in 6.000 anni. Questa tesi guenoniana prende spunto dalle cronologie di vari popoli antichi tra cui quella dei Maya, che indica la fine del lungo computo in corrispondenza del solstizio invernale del 2012. In realtà il 2012 non va inteso che come una data approssimativa. Guénon dubita, attribuendole alla controiniziazione, delle storie sull'età dell'Acquario e le collegate manipolazioni delle profezie.
    • Secondo i Vaishnava, Krishna si è manifestato nell'epoca di Kali come Shri Caitanya Mahaprabhu, che ha predicato come in quest'epoca non sia possibile seguire sistematicamente i Veda a causa del declino spirituale, indicando la Bhakti come l'unica via efficace in questa era[1]. La tradizione Vaishnava ritiene che nell'VIII millennio, cioè dopo diecimila anni dall'inizio dello Yuga, tutti i devoti abbiano già ottenuto la liberazione dal saṃsāra, abbandonando la Terra, in cui non rimarrebbe altro che il male, provocando il caos.
    • Secondo Sri Yukteswar, Il Kali Yuga ha una durata di 1.200 anni. La sua alba e il suo tramonto (ovvero i suoi sandhi) hanno entrambi la stessa durata di 100 anni (cioè: 100+1.000+100=1.200 anni). I sandhi sono i periodi di transizione tra i rispettivi Yuga.


    Kali Yuga - Wikipedia
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  2. #2
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Kali Yuga

    di Flores Tovo




    Già a poco più dell’inizio del Novecento grandi filosofi come Spengler, Heidegger, Guènon ed Evola, Junger ed altri ancora avvertivano dell’estremo pericolo che colpiva la forza spirituale dell’Occidente, la quale andava a precipitare verso un baratro in cui sarebbero crollate tutte le sue strutture, a causa di una moribonda cultura tutta imperniata su valori materiali (il denaro, il consumo) e su un consunto umanesimo cristiano-socialista partorito da un dio oramai morto che l’avrebbero fatta stramazzare al suolo nel pieno delirio della follia e dell’impotenza. I tentativi di fermare tale decorso sono falliti o per la preponderante potenza delle forze del nichilismo ( la volontà di potenza del nichilismo si è dimostrata invincibile per il momento) o per una inadeguatezza nel comprendere la complessità tragica verso cui ci si incamminava.

    Solo oggi (da parte di pochissimi in verità) si comincia a comprendere la complessità di una realtà di completo, debilitante nichilismo passivo all’interno della cui aura tutto è lecito a scapito della libertà delle proprie scelte (si è liberi di non essere liberi). Si vive in una società sotto assedio i cui nemici sono invisibili e nello stesso tempo vicini. Nietzsche pensava che in una dimensione di questo genere, in cui dio, le ideologie, i fanatismi sarebbero scomparsi, il super-oltre uomo avrebbe potuto trionfare. Ebbene il super-oltre uomo ha trionfato in un modo talmente potente come non si era mai visto nella storia. Ma tale persona d’eccezione non è, come pensava il filosofo, il Creatore, l’Artista ossia il Cesare, il Napoleone, il Leonardo o il Bruno, o se si vuole immaginarlo in una situazione più popolare il Conte di Montecristo (il modello dell’avventura umana per Nietzsche); il super-oltre uomo è invece in questo momento storico il Finanziere, il Capitalista monopolista, il Tecnico-scienziato al servizio dell’unica, vera e santa trascendenza: il profitto o se si vuole il guadagno usuraio. Mille persone dalla miseria spirituale prossima al demoniaco controllano direttamente o indirettamente il 90% del Pil mondiale: questi sono i giganti del nostro tempo. Uomini “seri”, in grisaglia, professorali che, senza battere ciglia, ma facendo premere un tasto di un qualsiasi computer in possesso di uno dei loro servi, possono decidere il destino di popoli interi, senza che questi, tenuti all’oscuro di tutto dai loro media altrettanto servili, siano in grado di capire o di ribellarsi ai loro comandi. Essi sono i mercati: dieci banche e multinazionali che coi loro sgherri “democratici” stabiliscono il nostro destino. E’ il cristianesimo realizzato: gli ultimi, i più abietti, alla guida del mondo. Darwin, come aveva capito perfettamente Nietzsche in “La volontà di potenza”, aveva completamente torto.


    Si è arrivati infine al dunque. Bisogna capire una volta per tutte che Il capitalismo è un sistema ormai incompatibile col pianeta: la crescita demografica e il consumo sfrenato che sono ad esso strettamente correlati anticipano ogni anno il cosiddetto “overshoot day” ovvero il sovraconsumo di risorse che la terra ci fornisce. Quest’anno tale giorno è caduto il 23 agosto, e ciò significa che tutto ciò che consumiamo fino al 31 dicembre non sarà più ricostruito. L’umanità è il cancro in fase di accelerata metastasi rispetto alla natura, un tempo nostra dea madre.


    Le domande a questo punto sono: è possibile uscirne? E di chi è la colpa? Sono domande epocali a cui è impossibile rispondere in questa sede. E’ evidente che ci troviamo storicamente alla fine del Kali-yuga, dell’età oscura o del ferro che dovrebbe chiudere i cicli del Manvantara (delle 4 Età). Il Kali-yuga, fra l’altro, dovrebbe essere l’età più breve rispetto alle altre tre, sebbene della sua durata non ci è dato di sapere nulla. Il regno della quantità ci sta portando inevitabilmente verso l’entropia, verso quel buco nero del collasso e dell’indistinto. Chi è tradizionalista dovrebbe quindi essere speranzoso, poiché da questa età dovrebbe poi nascere l’età dell’oro e della luce (del Krita o Satya-yuga).


    La veduta ciclica comporta però l’accettazione della inevitabilità del destino, che diventa quindi un destino destinato in quanto al kali-yuga non si può sfuggire. Come del resto l’avvento dell’età dei sacerdoti sapienti scaturirebbe in modo altrettanto necessario.


    La stessa posizione filosofica di Heidegger non si discosta più di molto da questa veduta apparentemente fatalista. Egli, nel suo ultimo scritto pubblicato in vita, affermava che “ormai solo un dio ci può salvare”, avendo ben chiarito molti anni prima che tale dio non sarebbe mai stato quello cristiano, magari rigenerato, aggiungiamo noi, come spirito santo. Anzi egli fece proprio il detto di Nietzsche presente nell’ “Anticristo” che dopo duemila anni noi occidentali non siamo riusciti a “creare” nessun nuovo dio e che questo l’avremmo pagato molto caro, giacché quello che avevamo fece fuggire gli unici dei viventi che ci avevano accompagnato nei millenni. Abbiamo adottato il dio della natura morta, che esaltando l’Uomo, lo ha poi distrutto a causa della esaltazione che gli ha inoculato. Anche per questo pensatore, quindi, non ci resta che attendere, poiché di fronte al gigantismo della quantità, questo sarebbe l’unico atteggiamento da assumere. Attendere forse un nuovo dio incarnato, che all’interno dell’essere-natura sappia, assieme a nuovi titani, convergere su di sé l’ultima energia rimasta? Ma questo dio, poi, che sinora se ne è stato nascosto, quando dovrebbe intervenire, dal momento che non si nota nessun anelito spirituale che lo invochi o lo desideri? Non si vede in realtà nessun dio sull’orizzonte: e quelli rimasti sono gli dei della pandemia umana del crescete e moltiplicatevi. Divinità in preda alla totale follia. E del resto, dice Heidegger, l’esserci umano co-appartiene all’essere, in quanto egli è l’unico ente che ha il privilegio, almeno così si crede, di pensarlo, per cui l’essere stesso senza l’uomo non saprebbe di essere l’essere. Se è così si deve allora, per conseguenza, ritenere che la colpa di ciò che accade è principalmente dell’essere stesso.


    Anche in questo caso, però, la responsabilità umana verrebbe sminuita, perché la differenza ontologica fra noi enti e l’essere addebiterebbe a quest’ultimo il disastro attuale. Per cui se ci si rifà alla veduta ciclica tradizionale bisogna considerare ineludibile il kali-yuga, e se si considera l’ente umano di fatto subordinato all’essere, le nostre colpe sarebbero davvero minime. Heidegger afferma inoltre nel suo fondamentale saggio “La questione della tecnica”, che il “Gestell”, che è l’impianto tecnico inscindibilmente legato all’industrialismo capitalista, altro non è che la configurazione tecnica dell’essere nell’ente umano, in quanto l’essenza della tecnica sta nell’essere e non nell’esserci.


    Ecco che combattere a petto in fuori per dirla alla Junger, serve a ben poco in questo periodo storico. Semmai si tratta di saper cavalcare la tigre, cioè assecondare il proprio destino (il ming confuciano) conoscendo a fondo quello che accade e ci accade, poiché questo è l’unico modo per non venir travolti.


    Circa otto miliardi di individui anonimi sono il Fatto: la massa di perdizione, come la chiamava Albert Caraco, rischia davvero di portarci verso quella orribile strada che ci viene descritta, in una allucinante visione realistica, da Cormac McCarthy.




    Tovo Flores
    e-mail: f.tovo@libero.it

    EreticaMente: Kali-yuga
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

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    Predefinito Re: Kali Yuga

    La notte oscura del Kali Yuga secondo Julius Evola

    di Adriano Scianca

    «È la presente l’epoca ultima, la notte oscura del Kali Yuga. All’avvicinarsi della catastrofe finale e di fronte all’accelerarsi del ritmo della crisi del mondo moderno, quali, a Suo parere, dovrebbero essere le direttive essenziali di un Ordine di credenti che intenda mantenere viva l’idea tradizionale e trasmetterla a coloro che vedranno la fine del presente ciclo?». Ti chiami Julius Evola, è il 1972 e sei immobilizzato su una sedia a rotelle senza la possibilità di attuare una rapida fuga e/o distribuire calci nel sedere: il minimo che ti possa capitare è di sentirti porre in tutta serietà anche domande come questa. Un vero supplizio, le visite degli schizoidi che – in mezzo a tantissime personalità dalla mente vivida e dal carattere esemplare – finivano per operare uno stalking continuo nei confronti del pensatore tradizionalista. Come quelli che si presentarono raccontando al maestro delle loro serate di lettura: il lunedì “Gli uomini e le rovine”, il mercoledì “Cavalcare la tigre” e il venerdì “Rivolta contro il mondo moderno”. Tagliente la replica evoliana: «E che giorno riservate a “Metafisica del sesso”?». Come a dire: va bene la Tradizione, ma trovatevi anche una donna. All’apocalittico intervistatore di cui sopra, invece, Evola rispondeva: «Lasciamo da parte “l’Ordine” e i “credenti” (!!). Si tratta semplicemente di mantenere la testimonianza della vita e della storia di contro al pensiero moderno e alla cultura profana, come più o meno noi facciamo. Non drammatizziamo troppo parlando di “catastrofe” e simili compiti “post-diluviali”». Lo scambio – ripubblicato in una delle ultime edizioni di “Cavalcare la tigre” per i tipi di Mediterranee, a cura di Gianfranco De Turris – testimonia bene dell’abisso che si staglia tra la mentalità del barone e tutta una certa nebulosa “tradizionalista” composta di circoli, rivistine e quasi-sette e che continua a ripetere a mo’ di mantra gli insegnamenti – ritenuti immortali, autosufficienti e definitivi – del maestro. È la differenza tra essere evoliano ed essere “evolomane”. Se la destra di oggi ha dimostrato di non saper vincere, in effetti, è forse colpa anche di una certa destra di ieri che ha dimostrato di non saper perdere (culturalmente parlando). Tirando per il braccio un Evola che in verità aveva offerto solo un dito, certi ambienti hanno in effetti costruito una sorta di “metafisica della sconfitta” in cui perdere non era più una possibilità da evitare ma, all’occorrenza, da affrontare virilmente, quanto piuttosto il discrimine tra “nostri” e “loro”. Si inventava di sana pianta, quindi, un partito metastorico degli sconfitti la cui appartenenza era un titolo d’onore, giacché tutte le battaglie perse sarebbero state vendicate nel domani che, certo, sarebbe appartenuto a noi non appena lo Spirito del mondo avesse voltato l’angolo del Kali Yuga verso la nuova alba che ci si immaginava “nostra” per decreto metafisico. Ha scritto giustamente Sandro Consolato che i neofascisti «furono indotti dai libri di Evola a sentirsi l’ultimo anello di un eonico “ciclo dei vinti” di cui facevano parte gli Ari primordiali espulsi dal paradiso artico della Thule, Giuliano Imperatore sconfitto dai “Galilei”, i ghibellini medievali sconfitti dall’alleanza guelfo-mercantile, la nobiltà dell’ancien régime travolta dalla Grande Rivoluzione e dall’avanzare del liberalismo e della democrazia, gli Imperi Centrali abbattuti dall’Intesa, quindi l’Asse annientato dall’alleanza tra sovietismo e liberal-democrazie, le quali ultime erano destinate a conoscere un universale trionfo del comunismo, secondo il principio che la “sovversione” non si può fermare a un grado intermedio». Quanto, di tutto ciò, era diretta espressione del pensiero evoliano effettivo? Qui si aprirebbe una parentesi sterminata di ermeneutica tradizionalista su cui già troppi litri d’inchiostro sono stati versati. Basterà solo ricordare che se qualche pagina particolarmente pessimista di Evola lasciava trasudare il veleno, egli non di meno portava con sé anche l’antidoto, la possibilità sempre latente della rigenerazione di quella storia che pure si voleva chiusa una volta per tutte in un determinismo negativo scandito dalla tetrapartizione perfettissima e definitiva di esiodea memoria. Lungi dall’essere monolitico come i suoi seguaci più dogmatici ritengono, il pensiero evoliano contiene differenti direzioni, soluzioni e possibilità ivi compresa quella di una riappropriazione creativa e plastica della contemporaneità. È, quest’ultima, la via meno battuta e certo il pertugio più stretto, ma si tratta comunque di un percorso presente e concreto. Maya permettendo.

    La notte oscura del Kali Yuga secondo Julius Evola | Secolo d'Italia
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 

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