
Originariamente Scritto da
Tular
A mio parere la metafisica non è astratta sottigliezza; o la si sente reale (non parlo per te ovviamente, parlo in generale, me compreso) , oppure è meglio lasciarla perdere ed assumere un punto di vista esclusivamente fisico, pena proprio il trasformarla in inutile sottigliezza e gioco mentale.
Se la si sente reale e se al tempo stesso ci si sente anima immortale allora non si fa proprio il punto di vista non duale; l’anima di chi? E perché ci dovrebbe essere una distinzione tra anima e non anima? E perché immortale? Immortale si contrappone e presuppone il mortale, ma da un punto di vista davvero non duale niente nasce e niente muore. Stesso discorso per il desiderio di perfezione, se questa è la nota dominante del proprio sentire allora si è perfettamente all’interno di un punto di vista duale, c’è un perfezionando ed una perfezione da raggiungere, come minimo.
Quindi, in questi ultimi casi a mio parere è molto più utile battere una strada stoica, o epicurea, o cristiana, tutte strade che puntano su diversi concetti di perfezione, ma appunto dal punto di vista di chi vede il due e non l'uno.
Se invece davvero si sente il due come falso, non resta che avere il coraggio di far proprio un punto di vista radicalmente non duale e lì non c’è anima immortale o corpo mortale, non c’è perfezione ed imperfezione, non c'è conseguimento e nemmeno paura, c’è poco da fare. Non devono proprio far parte del proprio orizzonte mentale, come minimo, altrimenti ci si contraddice.
Ci si sente corpo? Benissimo, non importa. Ci si sente anima immortale? Benissimo, non importa, perché prima di tutto ci si sente, ossia si è. C'è qualcosa da raggiungere? No; c'è qualcosa da perdere? No. Chi perde? Chi raggiunge? Se si fa proprio un punto di vista non duale la prospettiva è diversa da quella di chi ambisce a qualcosa, fosse anche la perfezione.
La conoscenza poi a mio parere viene sempre dopo l'essere, prima di tutto ognuno sa di essere e non ce lo dice nessuno, lo sappiamo e basta perché siamo. Perfino nello stato di coma in qualche modo ci "siamo", anche se non conosciamo un bel niente.
Prima si è e non serve raggiungere qualcosa per essere, poi si conosce, solo poi e si conosce sempre qualcosa di altro da noi. Noi siamo e basta.
Con questo non sto ovviamente dicendo che il punto di vista non duale sia senz'altro il mio, anzi, ma non è questo il punto; facevo soltanto notare un’ovvia conseguenza di alcune premesse.