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Sta frase è da farci una maglietta
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L'assistenza ai propri cari malati è sempre stato un dovere delle famiglie.
Non da quando c'è la 'Dichiarazione dei diritti dell'uomo', ma quando ancora avevamo l'Ordine teutonico e il Sacro Romano Imperatore.
E se proprio la famiglia non ce la faceva, c'era pur sempre la Chiesa con le sue strutture.
Molti fra i tenuti in vita da macchinari in stato di oggettiva incoscenza in altre epoche sarebbero morti. Come spesso accade la tecnologia serve (non solo in questo ma anche in altri campi: inseminazioni artificiali, provette, clonazioni ecc...) ad andare contro natura, arrogandosi il diritto di trattenere un'anima convocata dal Padre. Sotto questo aspetto sono favorevole alla sospensione dell'alimentazione ovviamente in casa con veglia di preghiera durante il tempo dell'agonia ultima battaglia fra bene e male e la costante per quanto possibile presenza di un sacerdote.
Questa è un'argomentazione notevole. In effetti......gli strumenti che la scienza oggi ci offre, non servono a guarirti, ma solo a tenerti in vita (che non è la stessa cosa che "vivere". Vivere è un atto di sensibilità volontà, azione, interazione......non solo un cuore che meccanicamente batte).
Christopher Reeve per esempio (la storia è nota ai più credo) : in teoria, lui sarebbe dovuto morire nell'incidente che ebbe. Sul colpo. Fu per caso che fu salvato e fatto sopravvivere. Nel modo che tutt sanno.
Ora......senza le apparecchiature di supporto vitale non sarebbe sopravvissuto nemmeno 12 ore dopo l'incidente.
Nessuno naturalmente avrebbe potuto togliergliele. Ma se lui avesse voluto farne a meno.......ne avrebbe avuto il diritto.
In fondo.....vivere attaccato ad un ventilatore, è vita artificiale.
No,è un argomentazione che si contorce su se stessa. Allora i milioni di diabetici che vivono con le tre fiale al giorno di insulina artificiale? O i cardiopatici col bypass? Eppure tolto loro quel supporto crepano come mosche.
Nel modo che tu non sai, invece. Non avrà "fatto i salti di gioia "per la propria condizione, ma lo sapevi che invece è divenuto un idolo per i paraplegici di tutta America, proprio per la dignità con cui affrontava la sua condizione e di come sia riuscito ad acquisire un grado sempre maggiore di autosufficienza e tramite riabilitazione aveva ricominciato a muovere gli arti superiori?Citazione:
Christopher Reeve per esempio (la storia è nota ai più credo) : in teoria, lui sarebbe dovuto morire nell'incidente che ebbe. Sul colpo. Fu per caso che fu salvato e fatto sopravvivere. Nel modo che tutt sanno.
No.
Lui ha resistito per tutti gli anni che si è visto SOLO ed unicamente nella lontana speranza che la sienza offrisse qualcosa che potesse rimetterlo in piedi.
Questo è il motivo che più o meno apertamente spinge TUTTI i para (e soprattutto tetra)plegici ad andare avanti. Solo questo. La speranza.
Non di certo per accettare con allegria la sofferenza come i cattolici vorrebbero.
Le stesse associazioni di mielolesi, si guardano bene dall'abbattere tali speranze (fondate o meno che siano scientificamente) perchè SANNO, che togliendogli la speranza, anche solo ipotetica, di vivere un giorno in modo normale, li porterebbe a suicidarsi (paraplegici che possono materialmente farlo) o a chiedere l'eutanasia (tetraplegici che sono costretti a domandarla).
Nessun può accettare passivamente una vita del genere. Se lo fa........è perchè spera che un giorno la cosa finisca (o perchè è stata trovata un cura, o grazie all'eutanasia per l'appunto)
Cosa centri il Cattolicesimo, nel ragionamento che facevo , lo sai solo te.
Certo c'è il discorso dell'affrontare con Stoicità il dolore e di sublimarlo come esperienza che avvicini al Trascendentale.
Ma non credo che da nessuna parte ci sia scritto che uno non debba curarsi, ne , soprattutto che non debba sperare in un miglioramento. Anzi, tutt'altro, la speranza è indispensabile sia in chiave metafisica che molto più terrena, legata alla guarigione.
Cardiopatici e diabetici che ricorrono a cure, utilizzano dei rimedi per ovviare una condizione di infermità ed allontanare l'ora della loro morte in vista di un esistere relegato, con le dovute moderazioni, al mondo dei viventi sentire, pensare, volere essere. Ciò accade da sempre, cioè da sempre l'uomo ha tramite rimedi più o meno efficaci ha sperato ed ottenuto l'allungamento del proprio essere. Nell'altro caso cioè quello di vita artificiale data da macchine in soggetti più o meno incoscenti, il rimedio serve a prolungare il non essere cioè una condizione più riguardante il mondo dei morti che quello dei vivi tantè che la volontà cessa di esistere.
Da qui l'impossibilità dell'argomentazione di Miles sopracitata.