Bronzi di Riace, la guerra per bande della cultura italiana
Simone Cosimi
Gli scatti di Gerald Bruneau ai Bronzi di Riace fanno schifo. Con gli anni ho imparato a usare pochissimo questa formula, oscena nella sua assoluta povertŕ intellettuale. D’altronde, ho sempre lottato – anche quando ho insegnato, ragazzo ai ragazzi – per starne alla larga. Ma, per fortuna assai di rado, non mi rimane che questa scelta definitiva.
Tuttavia quella manciata d’immagini con velo nuziale, boa di piume fucsia e perizoma leopardato hanno generato reazioni notevoli sui social network, sui giornali e, come non succede poi cosě spesso, sotto gli ombrelloni.
Unita alla proposta di Vittorio Sgarbi – “Portiamo i Bronzi all’Expo di Milano” – ha prodotto un esempio di quei dibattiti culturali estivi che mancavano da un po’ di tempo. Roba da spiaggia: un tema che parte dall’alto dei due metri e rotti di quei colossi greci e scende alle infradito dell’ultimo fagottaro della domenica. Poi a settembre non succede niente, tranquilli.
C’č chi, come Tommaso Labate, ha ringraziato il fotografo ed ex allievo di Andy Warhol per “aver fatto piů di decine di soprintendenti” e chi, senza troppi giri di parole, ha etichettato l’operazione come una “porcheria”.
Ognuno ha evidentemente il suo pensiero perché l’arte č il regno della soggettivitŕ nel quale convivono indisturbati cialtroni senza idee e geni assoluti. Il lavoro di critici e storici dovrebbe essere sostanzialmente quello di separarli. Ci riescono di rado. Ma non č questo il problema.
Ci sono invece due elementi che meritano attenzione, se vogliamo sfruttare al massimo questa mesta occasione per trarne una qualche lezione agostana.
Primo: la gestione proprietaria e personalistica del patrimonio culturale italiano. Č vero, l’uno-due costituito dalla proposta di Sgarbi e dalla pubblicazione delle immagini da Dagospia dopo il niet della Soprintendenza č quantomeno curioso. Soprattutto perché a confermare il dubbio č oggi, su Repubblica, proprio la Soprintendente Simonetta Bonomi: “Non ci vuole un luminare per capire che era una cosa orchestrata per screditarmi, ma per quanto mi riguarda i Bronzi non si muovono da qui”.
Non sono a favore di uno spostamento dei Bronzi. Ma com’č evidente – non solo dal pasticcio calabrese – la cultura italiana č vittima di una spietata guerra per bande fatta di screzi personali, insulti, sospetti, interessi, dietrologismi e colpi bassi non meno purulenti dei piů insopportabili movimenti politici. Anzi: il sistema nel suo complesso č da anni uno dei campi di colonizzazione piů deprimenti della peggior politica. Poltronificio alla pari delle municipalizzate, dall’ultimo museo di paese ai grandi incarichi ministeriali.
Questo č il vero scandalo, non le foto di Bruneau: quelle opere sono patrimonio dei popoli che le hanno prodotte e in ugual misura dell’umanitŕ. Non sono cosa vostra.
Secondo aspetto, decisamente piů di dettaglio: gli accessori femminili con cui sono stati bardati, manco fossero cavalli da palio, i capolavori ritrovati nel 1972. Mi pare che sia saltato fuori nelle critiche che ho letto un velato, ma neanche tanto, spirito machista davvero insopportabile. Come se, abbigliati di un papillon o un paio di bermuda maschili, l’effetto sarebbe stato diverso. E quasi giustificabile. Figuriamoci. Riservai lo stesso giudizio a certe campagne pubblicitarie di qualche tempo fa che mortificavano le due statue, una se non ricordo male proprio della regione Calabria.
Č evidente che il punto, almeno per quanto mi riguarda, non č quello. Piů semplicemente l’idea che la potenza iconografica di opere uniche al mondo venga biasimata con una manciata di accessori da retrobottega televisivo. Non c’č tweetstorm o presunto guadagno di marketing che possa salvare il cattivo gusto e il tafazzismo imperante dei burocrati italioti.
L’arte parla da sola: basterebbe liberarla dal cappio del provincialismo.
Bronzi di Riace, la guerra per bande della cultura italiana - Wired