Dopo Erdogan, impigliato in una rivolta persistente, dopo che l’emiro del Qatar è stato costretto ad abdicare, e dopo che il presidente egiziano Morsi il cui potere si flette davanti una società civile in gran parte ostile, sarà Hamas il prossimo a pagare un prezzo salato per il tradimento del “grande fratello siriano.” Un “Grande Fratello”, senza cui Hamas non sarebbe mai diventato una potente e strutturata organizzazione, politicamente e militarmente in grado di gestire la Striscia di Gaza con mano di ferro. Solo oggi, Hamas è intrappolato nelle proprie contraddizioni, contraddizioni derivanti dall’improvvisa inversione della strategia politica alla luce della crisi siriana, causando profonda confusione e divisione all’interno del movimento palestinese.
Una dopo l’altra, le fondamenta politiche di Hamas (appartenenza all’asse della resistenza Teheran-Damasco-Beirut, non riconoscimento dello Stato di Israele, rifiuto assoluto di porre fine alla lotta armata) vengono allentati in favore di un nuovo orientamento politico che tenga maggiormente conto delle istruzioni di Doha e dei sermoni di al-Qaradawi, piuttosto che degli interessi del popolo palestinese… Va ricordato che, all’inizio dei disordini in Siria, le manifestazioni dell’opposizione filo-siriana furono severamente vietate a Gaza, mentre recentemente gli abitanti di Gaza che protestavano contro i bombardamenti israeliani su Damasco furono violentemente repressi dalla polizia di Hamas. Questo fatto aneddotico riflette la realtà.Dalla resistenza a Israele alla “jihad contro Bashar”
Recentemente, Abdel Aziz Dwaiq il membro più importante di Hamas in Cisgiordania, ha detto al quotidiano al-Shuruq che è più urgente “fermare le uccisioni in Siria, piuttosto che la jihad per liberare la Palestina“… Fermano le uccisioni incoraggiando implicitamente i combattenti palestinesi che vogliono entrare nelle fila dell’ELS e del Fronte al-Nusra, che combattono contro l’esercito siriano. Questa dichiarazione è stata condannata sia da Fatah che dal FPLP e, probabilmente, non ha mancato di aggiungere confusione tra i membri di al-Qassam (l’ala militare di Hamas) che credono che la liberazione della loro patria prevalga su tutto il resto… Queste affermazioni hanno senso quando si viene a sapere che, ai primi di giugno, l’esercito arabo siriano, sostenuto da Hezbollah, ha trovato tra le rovine della città di Qusayr i corpi di una ventina di membri di Hamas, tra cui Bahaa Saqir, guardia del corpo personale di Khalid Mishaal. Hamas ha riconosciuto che molti combattenti morti accanto ad ELS e al Fronte al-Nosra erano membri di Hamas, ma ha sostenuto che non erano in missione ufficiale, ma semplicemente “individuale”… Allo stesso tempo, Mussa Abu Marzuq, leader di Hamas residente a Cairo, chiede non senza cinismo che Hezbollah rimuova i suoi uomini dalla Siria e si concentri nella lotta contro il nemico sionista.
I leader di Hamas, Khalid Mishaal soprattutto, hanno abbandonato gradualmente la loro precedente strategia politica, chiaro e coerente unico modo per raggiungere la vittoria (come Hezbollah, che è riuscito a liberare il Libano meridionale dopo un’aspra guerriglia contro le IDF) in favore di negoziati politici e del bigottismo religioso più pronunciato. Influenzati fin dalla tenera età dagli insegnamenti di Ibn Taymiyya e dalle prediche di al-Qaradawi, e da altri sceicchi predicatori radicali, apprendono che ciò che è più gradito a Dio è un salafita che versa “sangue sciita piuttosto che cristiano o ebreo“; l’ala politica di Hamas non dimostra solo supporto ai jihadisti del Fronte al-Nusra, ma che ha anche preso le distanze da Hezbollah, Iran e dalle altre forze della resistenza contro Israele nella regione.
Il 23 giugno, un evento senza precedenti ha avuto luogo nella Striscia di Gaza, per la prima volta un leader della Brigate al-Quds (il movimento di resistenza palestinese integrato all’asse della Resistenza) Raid Jundiya, veniva ucciso a casa non da un attacco israeliano, ma… da Hamas stesso! Caso o meno? Allo stesso tempo, voci insistenti, ma non verificabili, affermano che l’ala politica di Hamas prevede di disarmare e di porre fine alla lotta armata. Una cosa è certa, dall’operazione “Pilastro della difesa” e dall’assassinio di Ahmad al-Jabaari (ex capo militare di al-Qassam) nel novembre del 2012, Hamas è profondamente divisa e continua a crescente il divario tra l’ala militare e il braccio politico, rischiando una scissione definitiva.Traduzione di Alessandro Lattanzio
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