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  1. #2351
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    L’ITALIA È UNA REPUBBLICA FONDATA SUGLI IMBOSCATI. SOPRATTUTTO AL SUD

    Di Leonardo , il 9 gennaio 2017 0 Comment



    di ARTURO DOILO

    Avete letto l’articolo di Guglielmo Piombini di oggi? Fatelo, poi capirete le ragioni per cui l’Italia sta nelle condizioni in cui sta. Leggendo quanto riportato di seguito, riportato dal quotidiano “la Repubblica”, capirete anche perché Piombini conclude ricordando che qualcuno dovrà pagare, prima o poi, per il disastro economico italiano.
    L’Italia è una Repubblica fondata sugli imboscati. A Palermo 270 netturbini hanno potuto esibire un certificato medico che vieta loro di spazzare le strade; quando in Calabria oltre la metà del personale sanitario riesce a farsi trasferire dietro una scrivania e il 50 per cento dei dipendenti della protezione civile lavora al centralino; quando a Como gli operai assunti dal Comune diventano di colpo impiegati; quando a Pescara 50 infermieri e operatori socio-sanitari svolgono mansioni solo amministrative; quando a Firenze il 40 per cento dei vigili urbani passa più tempo in ufficio che in strada?
    E’ la storia di chi, soprattutto nel settore pubblico, riesce senza fondate motivazioni a evitare, per “inidoneità parziale” o per abuso della legge 104, il lavoro per il quale è stato assunto. “Ma qui stiamo parlando dell’abuso che si fa di questi diritti – scrive Marco Ruffolo su la Repubblica – grazie a migliaia di sconsiderate autorizzazioni rilasciate dalle commissioni mediche. Beh, diritti si fa per dire, visto che il loro vero nome è privilegi! Così, il contribuente fa la figura del “cornuto e mazziato”: si creano vuoti preoccupanti nei lavori più richiesti (dagli infermieri ai vigili urbani) caricando un peso sempre più insostenibile sulle spalle di altri.
    Per tutto il resto della casistica (sicuramente limitata), vi la sciamo alla lettura dell’articolo originale .
    I ruoli vietati. Che il 12% dei dipendenti della sanità pubblica, circa 80 mila persone, per lo più donne – è riuscito a farsi riconoscere una serie di limitazioni alla propria idoneità lavorativa, con punte del 24% tra gli operatori socio-sanitari, seguiti dal 15% degli infermieri. La metà di quegli 80 mila – dice una ricerca a campione targata Cergas-Bocconi – ha diritto a non sollevare i pazienti e a non trasportare carichi troppo pesanti (un lavoro burocraticamente chiamato “movimentazione di carichi e pazienti”). Un altro 13 per cento non può lavorare in piedi, il 12 non lo può fare di notte. Il resto viene esentato da una lunghissima serie di operazioni: essere esposti a videoterminali, a rischi biologici, chimici e allergie, stare a contatto con i pazienti, fare lavori che producono stress, operare in taluni reparti, e così via. Certo, lavorare in una corsia di ospedale può sicuramente creare problemi anche gravi, e tuttavia è difficile considerare normali percentuali di lavoratori “inidonei” che toccano e superano in qualche caso il 25 per cento. Anche perché in settori privati ugualmente pericolosi (se non di più) non c’è la stessa possibilità di vedersi alleggerire il proprio carico di lavoro.



    I record del Sud.
    E’ soprattutto al Sud che l’esercito degli “inidonei” si infittisce in misura anomala. Nell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, su 1.178 dipendenti, 652 (oltre la metà) lavorano a regime ridotto. Ottanta psicologi della sanità regionale – come più volte denunciato dal commissario straordinario Massimo Scura, invece di aiutare i pazienti, sono finiti negli uffici amministrativi. Tutto in Calabria sembra funzionare al contrario: più di cento medici lavorano nel reparto prevenzione, dove ne servirebbero meno della metà, e rimangono invece scoperti screening oncologici e assistenza domiciliare. Ma gli imboscati non sono solo nella sanità. Un terzo dei vigili urbani di Napoli ottenne tempo fa certificati medici che consentivano loro di evitare la strada. Qualcuno non poteva guidare l’auto di servizio, qualcun altro neppure rispondere al telefono o stare più di pochi minuti al computer.
    I veri e finti disabili. A Palermo sono tuttora circa 400 gli “inidonei temporanei”, tra autisti che non possono guidare, netturbini che non possono spazzare le strade, giardinieri che diventano improvvisamente portieri A Milano 4 dei 5 ispettori della società comunale Sogemi, che avrebbero dovuto controllare l’Ortomercato fra le tre di notte e le otto del mattino, hanno rapidamente ottenuto l’inidoneità al lavoro notturno. Fin qui alcuni degli innumerevoli casi di “imboscamento” per inidoneità. Ma c’è un altro strumento (di per sé sacrosanto) di cui si è fatto e si sta facendo un abuso che supera i livelli di guardia. Ed è la legge 104, una grande legge di civiltà, perché offre una serie di benefici ai lavoratori disabili gravi, o ai genitori, coniugi, parenti e affini entro il terzo grado di familiari disabili gravi. Oltre ai tre giorni di permessi retribuiti al mese per l’assistenza, la legge dà loro il diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, di rifiutare eventuali trasferimenti, eventuali lavori notturni e in alcuni casi anche lavori domenicali e festivi. Per le stesse categorie scatta anche il congedo straordinario retribuito di due anni. Tutto molto giusto, se non fosse che anche in questo caso c’è chi se ne approfitta. Sono i “furbetti della 104”, che accertamenti medici quanto meno superficiali hanno inserito e continuano a inserire tra i disabili gravi meritevoli di assistenza.
    I congedi e benefici. Prima anomalia: negli ultimi cinque anni – dice l’Inps – gli accessi alla legge, per la propria disabilità e per quella dei familiari, sono cresciuti rispettivamente del 22,5 e del 34 per cento. Seconda anomalia: Nel pubblico impiego – ancora dati Inps – i beneficiari della 104 e dei congedi straordinari sono 440 mila, ossia il 13,5 per cento di tutti i dipendenti, mentre nel settore privato sono appena il 3,3 per cento. Certo, in qualche misura può pesare il fatto che un dipendente privato, per timore di perdere il posto, sia meno propenso a chiedere quei permessi. Ma questo non basta a spiegare una differenza così macroscopica.
    Quando un anno fa si scoprì che nella scuola Santi Bivona di Menfi, un paese dell’agrigentino, addirittura il 41% dei docenti (settanta su centosettanta) usufruiva della legge 104, il ministero dell’istruzione fece partire un’inchiesta in tutta Italia. Risultati anche qui inquietanti, e questa volta a toccare i record negativi troviamo insieme al Mezzogiorno anche il Centro Italia. Così, mentre la Sardegna è in testa per docenti di ruolo disabili gravi o parenti di disabili (il 18,3 per cento), all’Umbria va il primato del personale non docente che beneficia della legge: il 26,3 per cento. Si posiziona bene anche il Lazio, con il 16 e con il 24,8 per cento. In Veneto, Piemonte e Toscana, al contrario, troviamo il minor numero di beneficiari.
    Le maglie della 104. Centro-Sud e Isole riescono dunque ad allargare a dismisura le maglie della 104, riuscendo per esempio a inserire tra i disabili gravi i figli celiaci, oppure le nonne residenti a centinaia di chilometri di distanza. C’è chi riesce addirittura a ottenere più di una 104. Se questo è il quadro generale, non è difficile capire perché soprattutto al Sud interi servizi pubblici essenziali restano solo sulla carta mentre quelli meno necessari traboccano di personale per lo più inutile. E perché gli stessi ispettori che dovrebbero verificare sul campo tutti questi abusi non di rado finiscono essi stessi tra le file degli imboscati.

    L?ITALIA È UNA REPUBBLICA FONDATA SUGLI IMBOSCATI. SOPRATTUTTO AL SUD - Rischio Calcolato | Rischio Calcolato
    Ultima modifica di Eridano; 09-01-17 alle 21:32
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  2. #2352
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Cercasi assessora, l'ultima follia delle quote rosa
    di Andrea Zambrano
    Quote rosa un corno! A Casina, comune di poche migliaia di abitanti sull’Appennino Emiliano la giunta del neo sindaco Stefano Costi è composta da soli uomini. E la cosa non è andata giù al Difensore civico. Il quale ha preso carta e penna e ha scritto con sicumera al primo cittadino: manca una donna, devi provvedere al più presto con l’ingresso di una rappresentante di sesso femminile perché questo contrasta con le pari opportunità.
    Il poveretto, che guida una lista civica non di Sinistra, Casina Bene Comune, in questi giorni non sa che fare. Già è stata una fatica strappare alla sinistra un comune storicamente rosso, adesso ci tocca pure fare gli straordinari per cercare una signora in giunta. Le quattro donne candidate con lui in lista all’epoca delle elezioni dello scorso anno non hanno raggiunto i voti necessari neanche per entrare in consiglio e sembra non siano disposte a sobbarcarsi l’onere di entrare in giunta. Così il primo cittadino dopo aver fatto alcuni tentativi ha gettato la spugna: “Io non trovo nessuno”.
    Che fare? Il difensore civico ha agitato come una grida manzoniana l’articolo 1 comma 137 della legge 56/2014 che recita: “Nelle giunte dei comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento, con arrotondamento aritmetico”. Un bel problema. Così ha deciso d ricorrere allo scouting nudo e crudo: A.A.A. assessore (donna) cercasi. Questo l’annuncio che compare sul sito dell’amministrazione comunale che assomiglia così ad un vero e proprio bando pubblico. Che tale di fatto è.
    Alla candidata sono richiesti alcuni requisiti: essere donna, ovviamente, anche se di questi tempi forse una soluzione gender oriented potrebbe fare comodo al sindaco; i soliti requisiti di legge, condividere il programma della lista civica e avere delle esperienze pregresse amministrative. Chissà se ci riuscirà e chissà se magari questo bando ci consegnerà una Margaret Thatcher che ci eravamo persi, però la vicenda di Casina, al di là della stranezza, porta a due considerazioni sul mito delle quote rosa e su quello che uno vale uno, direbbero i grillini.
    Primo. E’ sparita da tempo la passione politica, cosicchè se mancano interessi o ambizioni di potere anche trovare un assessore per un comune di 3000 anime può diventare un’impresa. Anche perché con i chiari di luna odierni far parte di una giunta oggi non è il massimo della vita: lo Stato non dà più come una volta e regalie e prebende sono sempre più difficili da distribuire. Inoltre c’è un fattore competenze che andrebbe rivalutato, non diciamo riaprire le scuole di partito, anche se vista l’improvvisazione di certi amministratori, una qualche nostalgia delle Frattocchie ci viene. Fare l’amministratore è un mestiere come un altro che comporta spirito di servizio e attenzione al bene comune. Tolti questi principi rimane soltanto il mero interesse personale, se manca questo, addio politica.
    Secondo. Il provvedimento del difensore civico è fatto nello spirito del totem delle quote rosa. Ma forse il difensore in questione non si è accorto della solenne sciocchezza di una legge che costringe a volte ad andare contro natura. E che di fatto è la più discriminante delle leggi possibile. Ammettiamo che domani il sindaco abbia trovato la sua assessora. Bene. Tutti gli altri colleghi di giunta sono entrati per meriti politici o per una qualche passione che li ha animati; lei, l’assessora, saprà sempre che è entrata perché costretta dagli eventi. In fondo nessuno la voleva o l’avrebbe voluta a Casina per le sue competenze o per la sua bravura, ma solo perché una legge levantina l’ha costretta ad entrare. La assessora, a patto che non sia la reincarnazione di Golda Meir, resterà sempre con il dubbio di essere nel posto sbagliato, chiamata alle armi mentre magari stava facendo, egregiamente, la mamma e basta o altro. Se non è discriminazione questa, come la chiamiamo?
    Ipotesi, esperimento e tesi: la legge sulle pari opportunità che impone le quote rosa è ideologica e discriminatoria.
    Cercasi assessora, l'ultima follia delle quote rosa


    Il CAPO DELL'INPS
    L'attuale presidente dell'INPS e' Tito Boeri.
    Boeri e' stato consulente presso la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale (1) in mano ai Rothschild.
    E' professore presso la London School of Economics (2) il cui governatore emerito e' Evelyn Rothschild (3); da questa scuola sono usciti grandi criminali come Soros e David Rockfeller (4)
    Boeri collabora con La Stampa (5) degli Agnelli, imparentati, attraverso gli Elkann, con i Rothschild. E con il Financial Times (6) in mano alla Nikkei grazie ai Rothschild (7)
    L'INPS e' l'unico ente pubblico che ha quote presso la Banca d'Italia (8)
    Fonte:
    (1) https://it.wikipedia.org/wiki/Tito_Boeri
    (2) CEP | Staff
    https://www.inps.it/portale/default....u=1&iNodo=4923
    (3) Sir Evelyn de Rothschild : Coalition for Inclusive Capitalism
    (4) https://it.wikipedia.org/wiki/London...itical_Science
    (5) http://www.assogestioni.it/index.cfm...la_rotonda.pdf
    (6) http://www.assogestioni.it/index.cfm...la_rotonda.pdf
    (7) https://www.ft.com/content/d7e95338-...3-775ba7c2ea3d
    (8) https://www.disinformazione.it/banchecentrali.htm
    No a Massoneria e Nwo Macerata: UN SERVO DEI ROTHSCHILD A CAPO DELL'INPS

  3. #2353
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Marcegaglia, Caltagirone, il socio di Verdini, De Benedetti e le coop rosse. Tutte le cifre e nomi dei grandi debitori di Mps e delle altre banche
    Tra i cattivi pagatori ci sono anche le società della famiglia Fusi, Terme Chianciano, Acea, Netro C e Atac Roma.
    Camera e Senato discuteranno la richiesta che viene dalle opposizioni (M5s a Palazzo Madama e Forza Italia a Montecitorio) di accelerare sull'istituzione di una commissione d'inchiesta che faccia chiarezza sulle crisi bancarie e sulle vicende che hanno portato al salvataggio pubblico di Mps mentre la stessa banca si dice pronta, se le norme lo permettono, a pubblicare la lista dei suoi principali debitori insolventi. Al momento ci sarebbero infatti ostacoli normativi che riguardano tutti gli istituti di credito a dare seguito al suggerimento arrivato dal presidente dell'Abi, Antonio Patuelli, che già aveva scatenato ampio dibattito. Intanto la direzione risorse umane di Mps, proprio mentre aumenta il pressing per avere la lista dei debitori, ha ricordato ai dipendenti gli obblighi di condotta, legati anche a normative, per garantire uniformità e correttezza nella diffusione di informazioni.
    I nomi degli insolventi e le cifre
    Se l’istituto di credito e una parte del nostro mondo politico tentenna, la stampa italiana è da tempo alla ricerca di nomi e cifre. Libero e La Verità sono in prima linea in questa caccia all’uomo. E proprio queste testate hanno cominciato a fare i primi nomi eccellenti e le cifre che costoro non avrebbero ai restituito e non solo a Mps. I primi nomi li aveva fatti Libero il 28 dicembre scorso in un articolo firmato Giuliano Zulin. Stando ai dati diffusi dal giornale diretto da Vittorio Feltri, il 70% dei cattivi debitori di Mps non sarebbero commercianti o artigiani, ma grandi gruppi industriali. Tra questi si distinguono la Sorgenia della famiglia De Benedetti e i Marcegaglia. La “prima tessera del Pd” ha chiesto e ottenuto senza mai restituirli 650 milioni di euro. I secondi, lo scorso marzo hanno beneficiato di un nuovo finanziamento da circa 500 milioni nonostante abbiano già debiti per 1,5 miliardi di euro. Nella stessa situazione si trovano altri importanti gruppi industriali del nostro Paese.
    Il soldi prestati e mai restituiti
    Uno dei casi più significativi di insolvenza è stato quello del gruppo Sansedoni Siena spa, cui Mps, spiega Libero, che proprio grazie ai soldi non restituiti è divenuto “parte correlata” della Mps. La banca ha infatti trasformato il credito vantato, 25.9 milioni, nei confronti della capogruppo nel 21.75 del capitale. La stessa cosa, ha spiegato il giornalista Franco Bechis, è accaduto per le società controllate a valle: Marinella Spa che non ha mai restituito 26,9 milioni. Lo stesso è accaduto con le controllate della Sansedoni: alla Sviluppo e Interventi è stata congelata la cifra di 48.4 milioni di euro. Lo stesso trattamento era stato riservato alle Robinie Spa, diventata proprio per questo proprietà Mps. Altre risorse, 20 milioni di euro, sono state inghiottite dalla fallita NewColle srl. Così è andata anche con gli 11,3 milioni prestati al gruppo Fenice della famiglia Fusi e alle relative controllate come Una spa, quella degli hotel, Euro srl e Il Forte spa. Non si sa neppure che fine faranno i soldi prestati a Menarini, per il quale è in corso un'inchiesta.
    Il settore pubblico non è da meno di quello privato
    Il settore pubblico non è da meno di quello privato. A non restituire il maltolto, fra le insolventi ci sono infatti le municipalizzate e società regionali toscane: la Fidi Toscana spa, che lo scorso agosto ha ricevuto un altro prestito da 98 milioni di euro, con Mps già al 27,46% del capitale. Nella lista le Terme di Chianciano, esposte per 10 milioni, e i 4,8 dell'Interporto Toscano A. Vespucci spa. Negli elenchi spuntano anche i nomi delle romane Atac e Metro C. Nei confronti della società di trasporto locale il Montepaschi, che nel 2013 aveva partecipato ad un pool di banche che concessero un finanziamento per oltre 200 milioni, poi rischedulato a 163 milioni, rischia circa 30 milioni. Altri nomi eccellenti li ha fatti La Verità. Colpiscono in particolare i nomi della Tassara di Romain Zalenski (un buco di 200 milioni), il Sole 24 Ore, i costruttori romani Toto, Luigi Zunino.
    Gli altri nomi
    Gli altri grandi nomi li ha fatti il Sole 24 Ore. Uno è quello di "Gianni Punzo azionista di peso di Ntv e patron e ideatore dell’interporto di Nola, la grande infrastruttura logistica del meridione. Da tempo la Cisfi, la finanziaria che sta in cima al complesso reticolo societario è in affanno per l’ingente peso debitorio. Anche qui le banche Mps in testa hanno convertito parte dei prestiti in azioni. Mps è oggi il primo socio della Cisfi sopra il 7% (con Punzo al 6,1%). Anche la Cisfi Spa che recepisce la crisi dell’interporto di Nola è un incaglio per Mps che ha titoli in pegno svalutati anch’essi per 11 milioni a fine del 2015. Ed ancora la ex banca di Mussari deve tuttora metabolizzare il disastro della BTp, il general contractor della ditta Bartolomei-Fusi, che aveva in Verdini un grande sponsor, protagonista più delle cronache giudiziarie recenti che di quelle economiche.
    E c’è il capitolo amaro della Impreme della famiglia di costruttori romani Mezzaroma che hanno portato i loro guai in casa Mps. E poi residua a bilancio dal 2007 il disastroso progetto immobiliare abortito di Casalboccone a Roma eredità dei Ligresti che vede Mps azionista (in cambio dei crediti non pagati) con il 22% del capitale. Il capitolo Coop vede Mps protagonista della ristrutturazione del debito di Unieco.
    Tra i dossier immobiliari c’è il finanziamento di alcuni fondi andati in default: come un veicolo gestito da Cordea Savills, finanziato con eccessiva leva da Mps, che aveva in portafoglio gli ex-immobili del fondo dei pensionati Comit. E infine c’è il capitolo della partecipate pubbliche. Mps è inguaiata con pegni o titoli in Scarlino Energia; Fidi Toscana; Bonifiche di Arezzo; l’Aeroporto di Siena e persino le Terme di Chianciano. La banca si ritrova a fare l’imprenditore di società in crisi quando avrebbe dovuto solo fare la banca".
    Cifre e nomi dei grandi debitori di Mps e delle altre banche - Tiscali Notizie

    De Benedetti primo debitore Una voragine da 600 milioni
    Fabrizio De Feo
    La notizia è di quelle che non può passare inosservata dalle parti della politica, nel momento in cui il Parlamento mette mano al decreto salvabanche.
    La Sorgenia, società elettrica della famiglia De Benedetti (fino al riassetto dell'enorme debito che l'ha trasferita sotto il controllo delle banche), figura come primo debitore insolvente del Monte dei Paschi di Siena, per complessivi 600 milioni di euro, come rivela IlSole24Ore. Un fardello che fa notizia, visto che ora lo Stato si appresta a intervenire con la ricapitalizzazione precauzionale di Mps.
    Il primo a puntare il dito è Augusto Minzolini: «Sole24Ore: De Benedetti ha succhiato a Mps 600 milioni per Sorgenia. Ora pagati da noi. Adesso inaccettabili morali da lui e dal suo giornale», twitta il senatore in mattinata. Sullo stesso social network interviene anche Danilo Toninelli del Movimento 5 Stelle a polemizzare: «Poi dicono che MPS non è la banca del Pd e del giglio toscano di Renzi».
    Decisamente tranchant l'approccio di Maurizio Gasparri: «É uno scandalo, segnato anche emendamenti sospetti da parte del Pd». Duro anche l'azzurro Alessandro Cattaneo: «Dietro al fallimento Mps c'è un pezzo di sistema di potere della sinistra italiana. Responsabilità che hanno nomi e cognomi di persone che dovranno essere chiamate a rispondere personalmente di questo disastro». Sempre dentro Forza Italia c'è chi, come Fabrizio Di Stefano, si prepara a presentare un emendamento per subordinare l'intervento pubblico alla pubblicazione dell'elenco dei debitori. «Il decreto non prevede come far ripagare i danni a chi è stato artefice del debito. Bisogna intervenire». Per il senatore Lucio Malan «Sorgenia evidentemente ha trovato collaborazione dentro la banca, magari da parte di qualche funzionario inflessibile con un piccolo imprenditore o un artigiano insolvente per poche migliaia di euro».
    Parole dure arrivano anche da Fratelli d'Italia. Per Giorgia Meloni «la banca di riferimento del Pd presta alla tessera numero uno del Pd centinaia di milioni per salvare una delle sue aziende fallite. Poi il governo Pd salva la banca fallita coi soldi degli italiani. Un classico del capitalismo caro alla sinistra: privatizzare gli utili e socializzare le perdite (degli amici)». Giovanni Donzelli parla di «vicenda indecente». «La verità è che sono sempre pronti a fare i maestrini e i moralisti, ma quando si tratta del proprio portafoglio non esibiscono la medesima sensibilità e il medesimo pudore». E ora anche nella Commissione Finanze del Senato si apre uno spiraglio affinché la «blacklist» venga resa nota.
    In realtà i nomi dei grandi debitori continuano a filtrare. Oltre alla Sorgenia c'è la società senese New Colle Srl o il gruppo Fenice della famiglia Fusi o l'Atac di Roma. E poi ancora le partecipate riconducibili nella stragrande maggioranza alla Toscana. Libero cita il gruppo Marcegaglia che sarebbe esposto con la Banca agricola mantovana, controllata da Mps. Repubblica fa i nomi del Gruppo Merloni e di Alitalia mentre Il Corriere della Sera la famiglia Mezzaroma per poi passare al Comune di Colle Val d'Elsa, nel senese, per il fallimento di una costosa operazione immobiliare. Infine il Sole24ore cita Gianni Punzo con la sua Cisfi Spa che avrebbe titoli in pegno con la banca senese per un ammontare complessivo di 11 milioni di euro.
    De Benedetti primo debitore Una voragine da 600 milioni - IlGiornale.it

    L'11 ottobre del 2002 Renato Altissimo compare come testimone al processo SME. Racconta che nel 1986 aveva detto a Romano Prodi, allora presidente dell'IRI, che alcuni svizzeri erano interessati all'acquisto della SME. Ma Prodi gli aveva risposto che non se ne parlava. La Sme era un colosso dell'alimentazione da mille miliardi di vecchie lire e non si vedeva all'orizzonte nessuna privatizzazione. Dopo qualche tempo, pero', la SME venne svenduta a Carlo De Benedetti per meno della metà, e cioè per 497 miliardi. Allora Altissimo chiese conto a Prodi della vendita.
    "Perché Romano? Perché hai venduto una cosa che valeva mille ad appena quattrocentonovantasette?"
    Risposta di Romano Prodi, agli atti nei verbali della deposizione di Altissimo al Processo SME:
    "Perché Carlo De Benedetti ha un taglio sul pisello che tu non hai."
    "Come? Scusa puoi ripetere?"
    "Perché Carlo De Benedetti ha un taglio sul pisello che tu non hai."


  4. #2354
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta



    Fisiognomica lombrosiana.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Virilità/femminilità
    di Irma Marzuoli
    Rapidissima è stata la discesa nella quale le forze del male hanno precipitato il mondo contemporaneo. Rapidissima e devastante; rapidissima e, a viste umane, incredibile.
    La sovversione è iniziata con un atto dagli effetti apparentemente limitati: la negazione del bello e l’affermazione del volgare nel vestire, nel linguaggio, in una parola, nello stile.
    Le mie congeneri, devastate dalla propaganda, hanno indossato, negli anni della rivoluzione sessantottina, i panni sciatti delle compagne ed hanno iniziato a concedere non troppo, ma tutto, “aiutate” dalla pillola anticoncezionale che ha fatto di loro “animali sterili” o dall’aborto libero, che le ha rese comodamente “sterilizzabili” all’occasione!
    L’apostolato massonico ha poi spinto perché diventassero anche sessualmente maschi mancati… e dei peggiori: libertini con la gonna!
    Le conseguenze oggi, nella loro ampiezza, oscenità e profondità, paiono devastanti e irreparabili: la femmina del Duemila confonde sensualità e volgarità, gonfia il labbro pensando di meglio apparire, silicona i seni nei quali ripone quelle speranze di conquista che le nostre bisnonne conservavano gelosamente, assieme al corredo, nelle buone maniere, nella dolcezza e nella “virtù”.
    Sessualmente più intraprendente di lui, negli atteggiamenti più mascolina di lui, nell’eloquio più volgare di lui, la donna “liberata” è una schiava costretta a proporsi come povero oggetto di seduzione, a vent’anni anni e, più pateticamente, a cinquanta.
    Nel deserto della virilità, la quale, prima che sessuale, deve essere emotiva e caratteriale, cresce un povero maschio, incapace di apprezzare davvero la donna, perché ormai introvabile chi, nei modi, nella mentalità, nei comportamenti anche sessuali, abbia accettato di essere e, in effetti, sia profondamente diversa da lui; una donna che, in quanto tale, possa educarlo a diventare un uomo, cioè cavalleresco, capace di darsi un ordine, di contenersi, di rispettare, di attendere o, se è il caso, di rinunciare.
    In questa assenza femminile e nella latitanza assoluta dei padri, il maschio rimane, spesso fino all’età che dovrebbe essere matura, un ragazzino capriccioso assuefatto al “tutto e subito”, grazie muliebri in primis, visto che la femmina “liberata” non attende neppure le presentazioni per dare quel che le nostre antenate concedevano, forse, dopo attese estenuanti.
    Maestre di seduzione, tra l’altro, da rivalutare con attenzione, a voler esser maliziose, perché quel procrastinare il piacere o addirittura negarlo del tutto era, di per sé, un atto erotico quasi maggiore della mera consumazione sessuale.
    Non avendo mai avuto la grazia di poter desiderare davvero la donna ed ottenuti subito i suoi già scontati favori, come subito si ottengono le cose di poco conto, questo uomo mancato valuta le donne per le loro “prestazioni” e, quando queste gli vengono negate, davanti al dolore e alla frustrazione dell’abbandono, reagisce per quel che è: un adolescente incontrollabile e quindi feroce, bestiale, che, come accaduto qualche giorno fa, affoga le sue pene nella benzina e nel fuoco.
    Colei che ha tradito se stessa non sa più essere d’ispirazione per gli uomini, i quali sono naturalmente portati ad elevarsi (o abbassarsi) al livello della donna della quale si innamorano, e se c’è stato un mondo nel quale ancora si ricordava l’etimologia della parola “donna”, se c’è stato un mondo in cui eravamo “madonne”, oggi accettiamo d’esser chiamate MILF, l’acronimo aberrante (Mothers I Like Fucking) preso a prestito dal mondo del porno.
    Non ci si meravigli se accanto abbiamo solo inetti, smidollati ed effemminati che, pensando di dimostrare d’essere uomini, scappano con la badante del nonno appena questa, ingolosita da una buona mancia, sollecita il loro ego e solletica non so cos’altro!
    Virilità/femminilità ? di Irma Trombetta Marzuoli | Riscossa Cristiana


    Bonus cultura, rivenduti online a metà prezzo i buoni da 500 euro per i 18enni
    La denuncia da Bari dopo la scoperta delle trattative su un gruppo Facebook dedicato al commercio e allo scambio di testi usati: "Una pratica illegale, ingiusta e dannosa per la collettività"
    di SILVIA DIPINTO
    Il mercato delle trattative è la piazza virtuale. "A chi è interessato vendo buoni rimanenti del Bonus Renzi a metà prezzo, per l'acquisto di libri sui siti Mondadori, Feltrinelli, Libraccio e Amazon", scrive Alex su un gruppo Facebook dedicato al commercio e allo scambio di testi usati. L'accordo si chiude nelle chat private. "Scegli i titoli, mi fai la ricarica Postepay e quando arriva l'accredito ti faccio l'ordine", è l'affare proposto da Gennaro su Messanger. E così, in pochi clic, i diciottenni svendono il Bonus cultura: 500 euro messi a disposizione dal governo Renzi per 600mila neomaggiorenni, da spendere in libri, musei, concerti e spettacoli teatrali.
    A lanciare l'allarme sono gli amanti della lettura, che quotidianamente s'incontrano nei gruppi social per scambiare consigli e proporre offerte. "Da qualche tempo compaiono annunci di ragazzini che si propongono, per acquistare libri col Bonus Renzi da rivedendere a metà prezzo", racconta la barese Antonella Paparella. Trentadue anni, laureata in lettere e precaria, guida il coro di proteste contro una pratica "illegale, ingiusta e dannosa per la collettività".
    Truffare lo Stato è un gioco da diciottenni. Lo spiega bene Gennaro da Cosenza, contattato in chat dopo l'annuncio postato sul gruppo "Libri usati vendo - compro - scambio", che conta quasi 20mila iscritti. "Il meccanismo è semplicissimo - racconta l'affarista in erba - tu scegli i titoli su Amazon, dividi per due il prezzo, mi fai la ricarica Postepay e, arrivato l'accredito, ti faccio l'ordine: tempo due o tre giorni, e il libro è a casa". A corredo della proposta, gli screenshot degli ordini già fatti per altri utenti. "A te conviene, perché compri a metà prezzo - incalza - e io ci guadagno, visto che non leggo". Come giustificare la spedizione dei libri a persone terze, considerando che il Bonus è nominale? "E' come se fossero regali", sorride. "Ho molte richieste e ho a disposizione altri 410 euro di mio cugino".
    Gennaro è in ottima compagnia. Gli annunci si susseguono a decine, tanto da scatenare la protesta degli stessi utenti dei social network. "Basta diciottenni che usano il loro bonus per comprare altro - è solo uno dei post comparsi sul gruppo utilizzato da Gennaro - sono la vergogna d'Italia e il simbolo di quanto siamo caduti in basso: 500 euro da investire nel loro futuro, buttati come fossero immondizia".
    Bonus cultura, rivenduti online a metà prezzo i buoni da 500 euro per i 18enni: "Noi non leggiamo" - Repubblica.it

  7. #2357
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da Erlembaldo Visualizza Messaggio
    Bonus cultura, rivenduti online a metà prezzo i buoni da 500 euro per i 18enni

    e in un "paese" del genere c'è gente che vuole andare al governo (M5S) con il cavallo di battaglia del reddito di cittadinanza, che andrà a finire nel SOLITO sperpero di miliardi pubblici con gli espedienti e le truffe che si verificheranno a "certe" latitudini

  8. #2358
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Mafia:Nazionale parlamentari in Calabria in partita legalità

    Questa è un'altra da massime e minime.
    E loro non si rendono neppure conto del ridicolo.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #2359
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    e in un "paese" del genere c'è gente che vuole andare al governo (M5S) con il cavallo di battaglia del reddito di cittadinanza, che andrà a finire nel SOLITO sperpero di miliardi pubblici con gli espedienti e le truffe che si verificheranno a "certe" latitudini
    Essendo una sorta di sinistra 2.0 , c'è questo gusto plebeo nell'arraffare , senza pensare al futuro.Ma come collante per l'idaglia funzionano egregiamente.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  10. #2360
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    "Ho avvisato i soccorsi ​ma non mi hanno creduto"

    L'incredibile testimonianza di Quintino Marcella, titolare di un ristorante a Silvi. È lui che ha ricevuto la prima richiesta di aiuto
    Luca Romano - Gio, 19/01/2017 - 12:23

    "Ho ricevuto una telefonata dal mio cuoco tramite Whatsapp che era lì in vacanza con la moglie e i bambini di 6 e 8 anni.

    Mi ha detto: è venuta una valanga l'albergo non c'è più, sparito, sepolto. Noi siamo in due, qua fuori, chiama i soccorsi, chiama tutti. Io tramite il centro la polizia riesco a mettermi in contatto con il centro di coordinamento della prefettura. La signora mi risponde in maniera "particolare": "Guardi ho chiamato due ore fa l'albergo ed era tutto a posto". A quel punto Quintino spiega di aver detto che il suo cuoco non scherzava, che era serio, ma "lei non ha voluto prendere sul serio la mia versione". È l'incredibile testimonianza di Quintino Marcella, titolare di un ristorante a Silvi. È lui che ha ricevuto la prima richiesta di aiuto da uno dei sopravvissutti alla slavina che ha colpito l'hotel Rigopiano. Soltanto dopo due ore hanno preso sul serio la sua chiamata. "Dopo mi hanno creduto. Mi hanno fatto le domande. Io sentivo il mio amico via messaggi...continuava a dire aiuto e che "gli altri sono tutti morti", ma io non so se è vero. Purtroppo la macchina dei soccorsi è partita con due ore di ritardo".

    "Ho avvisato i soccorsi ?ma non mi hanno creduto" - IlGiornale.it
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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