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  1. #3831
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    La chiamavamo tutti dittatura.
    Poi è arrivato Giorgetti dal viaggio in USA ed ora si chiama semipresidenzialismo di Draghi.
    Bisogna sempre aggiornarsi.

    Quello era la puttana di Napolitano, ed è tutto detto., e non cambierà mai.

  2. #3832
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Daspo a Puzzer.
    Non c'è nessun bisogno del semipresidenzialismo, vero Giorgetti?
    La dittatura feroce è già qui.

  3. #3833
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Gualtieri presenta la giunta: metà donne e scozzese vicesindaco.
    Le pari opportunità anche per i kilt.
    Mi pare giusto.

  4. #3834
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    La condanna a morte delle botteghe di paese. Allo Stato piace di più mantenere i fannulloni
    3 NOVEMBRE 20213 NOVEMBRE 2021 CULTURA LETTURA 5 MIN

    di Gianluca Comerio – Ogni giorno una luce si spegne. No, non intendo addentrarmi nell’affascinate mondo astrologico e tantomeno in quello in quello medico.

    Sto parlando di attività commerciali. Quelle attività che tutti più o meno abbiamo frequentato, anche da bambini, magari mano nella mano con la propria nonna. Quelle botteghe di paese per le quali la gente un tempo effettuava una piccola via crucis quotidiana; il panettiere, la lattaia, il giornalaio, il calzolaio, la piattaia, il vetraio ecc ecc. Quei negozietti dove si sentivano i profumi, dove ci si sentiva parte di una comunità e dove ci si scambiavano anche pettegolezzi. Ecco proprio quelle attività commerciali lì.

    Nella sola Lombardia, locomotiva per eccellenza (troppo spesso sfruttata e spremuta) dell’economia italiana, nel 2020 hanno abbassato per sempre le saracinesche, o le clér visto che siamo in Lombardia, 53.707 imprese. Di queste 22.613, ovvero il 42%, sono piccole attività commerciali, manifatturiere e artigiane.

    Il dato numerico è di per sé angosciante ma non vorrei soffermarmi su questo. Vorrei evidenziare il fenomeno della migrazione delle piccole attività. Il negozio di periferia ormai è una realtà in via d’estinzione. Sempre più spesso si nota un vero e proprio esodo. Un viaggio breve solitamente, dai rioni al centro città.

    Certo il Covid non ha aiutato, l’avvento dei colossi del web nemmeno, e poi si sa, la mentalità del consumatore si americanizzata, meglio acquistare tutto in unico posto e avere meno rapporti sociali possibili con la gente che perdere tempo a salutare e fare due chiacchiere con il negoziante che vende (solitamente) prodotti di qualità. E comunque, l’importante al giorno d’oggi è avere l’ultimo modello di smartphone, fa niente se poi si è costretti a mangiare nei piatti di plastica per far fronte alla rata mensile.

    Oltre a tutte queste valide e ovvie ragioni ne esiste un’altra. Molto più sottile all’apparenza, che solo parlando e sapendo scorgere tra le parole di chi una partita iva ce l’ha da anni si riesce a constatare. Esiste un problema sociale. E quasi sempre il problema sociale è correlato al problema della sicurezza. Piazze, strade, interi quartieri lasciati in mano alla delinquenza e al degrado. Non è una bella esperienza fermarsi in una piazza piena di spacciatori per entrare dal tabaccaio a prendere le sigarette. Non è piacevole passeggiare e fermarsi dal fornaio mentre accanto a te abbonda la sporcizia e il lerciume, creato dall’inciviltà di alcuni individui, ed è difficile deambulare su marciapiedi talmente sconnessi da far invidia a Beirut durante la guerra civile.

    La maggior parte delle amministrazioni comunali sembra essere sorda davanti alle continue lamentele dei cittadini, e le forze dell’ordine sembrano essere cieche davanti all’evidenza della criminalità, continuando ad alimentare il loro parassitismo patriottico. Insomma le istituzioni mutilate sembrano nascondersi – è proprio questo il termine corretto: NASCONDERSI – rispettivamente dietro alla mancanza di fondi e alle poche tutele. E così i tanti piccoli/grandi imprenditori decidono di trasferire i loro interessi dai sobborghi ai centri, solitamente molto più curati in termini di pulizia e frequentazioni, abbandonando gli ormai emarginati centri abitati al loro triste destino; il predominio di delinquenti e vagabondi. Il risultato è un cimitero di locali vuoti, ormai riempiti solo dei ricordi di chi passa osservando senza essere distratto da un mondo menefreghista.

    Senza entrare in polemiche puramente Salviniane (quelle le lasciamo volentieri a lui), sarebbe magari propositivo incentivare queste piccole realtà a rimanere dove sono sempre state, nei quartieri storici, senza pagare affitti soffocanti per una vetrina nel corso principale del paese. Sarebbe costruttivo far tornare la gente a passeggiare serenamente per le viuzze dei borghi facendo compere. Sarebbe indubbiamene produttivo stanziare delle importanti risorse economiche per chi apre la propria bottega in un quartiere invece di dissanguare le tasche statali per il reddito di cittadinanza. E forse, luce per luce, insegna per insegna, si potrebbero illuminare di nuovo tutte le città che ora sembrano essere preda del buio. Spesso le idee giuste non sono complesse. Riflettiamo. O forse è meglio essere fannulloni?

    https://www.lanuovapadania.it/cultur...-i-fannulloni/
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #3835
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rialzi a valanga sul carrello della spesa. Aumenti sino a 10 volte per il pane
    3 NOVEMBRE 20213 NOVEMBRE 2021 ECONOMIA LETTURA 3 MIN

    Le quotazioni record raggiunte dal grano si trasferiscono a valanga sul carrello della spesa con i prezzi che aumentano di 10 volte dal campo al pane sugli scaffali. E’ l’allarme che lancia la Coldiretti sulla base di un’analisi dalla quale si evidenzia che il prezzo del grano tenero per la panificazione ha raggiunto i valori massimi del decennio a sulla base dei contratti future nei listini del Chicago Bord of Trade (Cbot), il punto di riferimento internazionale per il mercato future delle materie prime agricole. Un chilo di grano tenero in Italia è venduto a circa 32 centesimi mentre un chilo di pane è acquistato dai cittadini ad un valore medio di 3,2 euro al chilo con un rincaro quindi di dodici volte, tenuto conto che per fare un chilo di pane occorre circa un chilo di grano, dal quale si ottengono 800 grammi di farina da impastare con l’acqua per ottenere un chilo di prodotto finito. Ad incidere sul prezzo finale sono altri costi come dimostra anche l’estrema variabilità dei prezzi del pane lungo la Penisola mentre quelli del grano sono influenzati direttamente dalle quotazioni internazional

    i Se a Milano una pagnotta da un chilo costa 4,25 euro, a Roma si viaggia sui 2,65 euro mentre a Palermo costa in media 3,07 euro al chilo secondo elaborazioni Coldiretti su dati dell’Osservatorio prezzi del Ministero dello Sviluppo economico a settembre. Peraltro, i prezzi al consumo non sono mai calati negli ultimi anni nonostante la forte variabilità delle quotazioni del grano, che per lungo tempo sono state al di sotto dei costi di produzione. Con il grano sottopagato agli agricoltori negli ultimi 4 anni si è passati da 543.000 ettari di grano tenero coltivati in Italia agli attuali poco meno di 500.000 ettari per una produzione di circa 2,87 milioni di tonnellate con l’aumento della dipendenza dall’estero che ha raggiunto addirittura il 64% del fabbisogno, sul quale ora pesa il calo delle produzioni in Russia e Ucraina per effetto del clima.

    E a preoccupare sono le prossime semine con i costi che sono raddoppiati per gli agricoltori che, spiega la Coldiretti, sono costretti ad affrontare rincari fino al 50% per il gasolio necessario per le attività che comprendono l’estirpatura, la rullatura, la semina e la concimazione ma ad aumentare sono pure i costi per l’acquisto dei fertilizzanti delle macchine agricole e dei pezzi di ricambio per i quali si stanno verificando addirittura preoccupanti ritardi nelle consegne. Per ridurre la volatilità e stabilizzare i prezzi occorre realizzare rapporti di filiera virtuosi con accordi che valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto ”equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti. Una necessità, conclude la Coldiretti, per ridurre la dipendenza dall’estero da dove oggi arrivano oltre 6 chicchi di grano su 10 consumati in Italia.

    https://www.lanuovapadania.it/econom...o-della-spesa/
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  6. #3836
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  7. #3837
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  8. #3838
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Caro Galli della Loggia, il nazionalismo non unisce Italia. La destra perde colpi e Nord e Sud restano due nazioni immensamente lontane
    5 NOVEMBRE 20214 NOVEMBRE 2021 OPINIONI LETTURA 9 MIN

    di Stefania Piazzo – Chissà cosa scriverebbe oggi Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera a distanza di quasi due anni dal suo editoriale del 14 novembre 2019 quando spiegava le ragioni del successo del nazionalismo nell’editoriale “Perché la destra è forte”… Oggi è altrettanto forte la destra, quella destra? Non si tratta del ritorno del fascismo, quanto piuttosto di un contenitore rifugio in cui strati sempre più disagiati della popolazione cercano quelle certezze che la modernità ha spazzato via. E’ la reazione alla globalizzazione che ha impoverito, tolto diritti, nazionalismo insomma come “rifugio culturale” e recupero di una identità che viene appannata da dinamiche incontrollabili. Per questo la sinistra, che crede nel progresso come momento di affrancamento dal passato conservatore, si è trovata in ritardo e paradossalmente dall’altra parte della strada. Perché la modernità la sta seppellendo. (https://www.corriere.it/editoriali/19_novembre_14/perche-destra-cosi-forte-europa-c434b524-0717-11ea-8c46-e24c6a436654.shtml).

    PRECIPITARE NELL’ABISSO

    Fin qui la spiegazione filosofica sociologica del boom del nazionalismo. Ma è solo così? La paura del nuovo? Il crollo delle sicurezze sociali? In realtà era lo stesso Galli della Loggia a spiegare come davvero stavano le cose sempre sul Corriere in più occasioni, a cominciare dal 23 ottobre 2013 (“Il potere vuoto di un Paese fermo”, ndr). Vediamo di fare un po’ di giornalismo d’archivio, quello che fa figo oggi chiamare storitelling. (https://www.corriere.it/editoriali/13_ottobre_20/potere-vuoto-un-paese-fermo-1e477e6a-394d-11e3-893b-774bbdeb5039.shtml)

    “L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi (…). Tutte le reti del Paese (autostrade, porti, aeroporti, telecomunicazioni, acquedotti) sono logorate e insufficienti quando non cadono a pezzi. Come cade a pezzi tutto il nostro sistema culturale: dalle biblioteche ai musei ai siti archeologici (…). Anche il tessuto unitario del Paese si va progressivamente logorando, eroso da un regionalismo suicida che ha mancato tutte le promesse e accresciuto tutte le spese”.

    NORD E SUD DUE POLI LONTANISSIMI

    “Mai come oggi il Nord e il Sud appaiono come due Nazioni immensamente lontane”.

    Ma qui la globalizzazione centra come i fichi secchi. E’ la responsabilità di una classe politica che ha negato le riforme, che non ha fatto il federalismo, che ha maciullato l’autonomia, che ha trasformato Nord e Sud come porti in cui pescare e/o dirottare solo tasse e fondi dall’area più produttiva alla classe politica del mezzogiorno. Infatti aggiunge ancora della Loggia: “Non sappiamo se l’Italia serva ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una nazionale di calcio e a pagare gli interessi del debito pubblico”. Figuriamoci a cosa può servire il nazionalismo. E’ solo un nuovo abito dei politici che la ruota della fortuna ci propina.

    SENTIMENTO NAZIONALE?

    Prima ancora, nel 2013, ed era il 22 febbraio, l’editorialista del Corriere tornava sul tema dell’Italia con una serie di valutazioni sul “sentimento di una nazione” (https://www.corriere.it/editoriali/13_febbraio_22/galli-della-loggia-sentimento-di-una-nazione_2136a438-7cc0-11e2-a4ef-4daf51aa103c.shtml) per non restare imbrigliati solo nel dogma del “vincolo esterno” ovvero gli obblighi verso l’Europa, l’europeismo come riempitivo per legittimare chiunque volesse fare politica in Italia. Essendo vuota la politica nazionale, l’unico alibi era presentarsi europeisti per salvarsi la poltrona.

    Non finisce qui. Perché il 21 dicembre 2015, Galli della Loggia esce con un altro editoriale: “Il governo e il Sud che non c’è”. Allora vuol dire che il problema del paese è che esiste un Paese duale governato da chi dissipa risorse dentro l’abito immarcescibile del dogma unitario. “… è la maggior parte dell’intera classe dirigente italiana che ormai non sa più che cosa sia il Sud; che sempre più spesso neppure vi mette piede(…)”. (https://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_21/governo-sud-che-non-c-e-74ba6972-a7ac-11e5-927a-42330030613b.shtml)

    LOMBARDIA E CALABRIA PIU’ DISTANTI CHE GERMANIA E GRECIA

    …”Così, nella sostanziale indifferenza degli italiani (compresa, tragicamente, gran parte degli stessi meridionali e delle loro scellerate rappresentanze parlamentari), il Mezzogiorno è giunto dov’è oggi: sull’orlo del collasso. Da anni il suo distacco dal Nord non fa che accrescersi, sicché ormai, per esempio, il gap economico tra la Lombardia e la Calabria è maggiore di quello tra la Germania e la Grecia”.

    Evviva lo Stato unitario e centrale, che toglie da una parte e finge di dare all’altra. Ma andiamo avanti, e arriviamo al 30 dicembre 2018. Galli della Loggia cerca di spiegare la vittoria elettorale dei 5stelle e il sentimento populista. E’ colpa delle cattive élite, quelle che hanno governato non per merito bensì per privilegi tramandati di partito in partito. Insomma, qui il populismo e il suo fratello maggiore, il nazionalismo, nascono non per colpa della globalizzazione ma per il cattivo governo.

    ITALIA, C’E’ TANFO DI CHIUSO NELLO STATO CENTRALE

    Memorabile questo passaggio dell’editorialista del Corriere, editoriale “Le elite senza ricambio” (https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_30/elite-senza-ricambio-27d7f932-0c6a-11e9-a68b-18db728c9ce6.shtml)

    “Dove maggiormente si respira il tanfo del chiuso è in quel settore dell’élite costituito dall’insieme dei vertici dei gabinetti ministeriali e degli uffici legislativi, dal Consiglio di Stato, dai consigli d’amministrazione dei più vari enti pubblici, agenzie e «Autorità», dalle alte burocrazie addette agli organi costituzionali dello Stato. Sono gli ambiti per l’accesso ai quali molto o tutto dipende assai spesso più che dall’affiliazione politica in senso stretto (che tra l’altro può mutare con la massima disinvoltura), dalla capacità di equilibrismo e di vantaggioso posizionamento tra i diversi clan, dai padrinaggi, dalle consorterie o dalle filiere di cui si è parte o da cui si è sponsorizzati, dall’essere stati allievi di, nello studio di, dall’aver lavorato nella fondazione di. Da tutto questo deriva la natura sostanzialmente chiusa, iperomogenea e autoreferenziale delle élite italiane, con i suoi tre caratteri tipici: l’età perlopiù avanzata (…), l’assai scarsa presenza di donne (…); e infine la basica formazione o provenienza ideologica di centrosinistra di quasi tutti”. Memorabile questo passaggio dell’editorialista del Corriere, editoriale “Le elite senza ricambio”(https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_30/elite-senza-ricambio-27d7f932-0c6a-11e9-a68b-18db728c9ce6.shtml).

    E’ L’ITALIA IL PROBLEMA

    Ci fermiamo qui. Non c’è un passaggio in cui non emerga la prepotenza dello Stato centrale, la presenza irrisolta di un Paese diviso in due, la negazione della responsabilità di spesa, un qualsiasi anelito federalista. Tutto sommerso ovunque, e non lo diciamo a Galli della Loggia, dalla globalizzazione come capro espiatorio di qualsiasi malessere e povertà. Gli altri Stati europei, nonostante la Cina e le frontiere aperte, crescono, generano ricchezza. Noi no. Solo divisioni, tenute insieme con la forza della retorica e dei prefetti. Se neppure una bandiera col leone di San Marco può sventolare in uno stadio (come è accaduto, ndr) e se Venezia è il pisciatoio di mezzo secolo di governi di nullafacenti, la colpa non sta a Pechino o su internet. E’ l’Italia il problema.

    https://www.lanuovapadania.it/opinio...mente-lontane/
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  9. #3839
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  10. #3840
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Ci fosse uno dei mille venduti in tv che non rigiri immediatamente, sistematicamente e volutamente il discorso no green pass sui no vax.
    Ultimo, e anche peggiore di altri, Zaia.

 

 
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