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  1. #4421
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Quanto ha perso l’Italia con l’euro in 20 anni
    Maurizio Blondet 1 Aprile 2025
    @Frenkie_Woody

    studio del Centro per la politica europea (Cep)” Il rapporto “Vent’anni di euro: vincitori e perdenti” rivela quali Paesi hanno visto le proprie casse e le tasche dei cittadini riempirsi grazie alla moneta unica e quali, al contrario, sono sprofondati.

    Lo studio ha stimato il PIL pro capite che ogni Paese avrebbe avuto senza l’Euro. L’Italia, con una perdita totale di 4.325 miliardi di PIL bruciati, si piazza all’ultimo posto per crescita economica nella zona euro.

    Nessuno peggio di noi. Gli esperti del Cep sono categorici: “In nessun altro Paese l’Euro ha portato a perdite così elevate di prosperità come in Italia”.

    Il PIL pro capite italiano è rimasto stagnante dall’introduzione dell’Euro, con una perdita pro capite di 73.605 euro dal 1999 al 2017.

    Al contrario, la Germania ha guadagnato in totale 1.893 miliardi di euro, ovvero 23.116 euro per abitante nello stesso periodo.

    Dietro la Germania troviamo i Paesi Bassi, e, ironia della sorte, perfino la Grecia ha subito perdite minori rispetto all’Italia.

    Questo dato è emblematico e ci fa riflettere su quanto l’introduzione dell’Euro abbia avuto effetti devastanti sulla nostra economia. Grazie Mortadella.



    I risultati dell’adesione a UE ed Eurozona: privatizzazioni, liberalizzazioni, deindustrializzazione, riforme regressive del mercato del lavoro e deflazione salariale. Un suicidio annunciato.

    ovviamente, nessuna correlazione con

    Istat, la fecondità in Italia raggiunge il minimo storico: nel 2024 registrati 1,18 figli per donna. L’età media al parto si attesta a 32,6 anni. Sono 370 mila i bambini nati a fronte di 651 mila decessi

    “Gli italiani sono la maggioranza di chi vive per strada. Basta poco per perdere tutto. L’80% sono uomini”

    https://t.co/TlvMifi7rO

    https://www.ilpiccolo.it/cronaca/max...zzole-ak0es35f
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #4422
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Mai avrei pensato di dire una cosa simile.
    Da due giorni mi dico.
    Per fortuna che c'è la pubblicità in TV!

  3. #4423
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta







    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #4424
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Economia & LavoroLa miseria che ci cammina accanto
    In Italia nel 2024 quasi un cittadino su quattro vive in grave deprivazione. Le più colpite sono donne, giovani e famiglie. Il lavoro non basta più a garantire dignità e futuro.



    Donna rovista tra i rifiuti al mercato (© DDW)

    AvatarPubblicato 8 minuti fa il 3 Maggio 2025Da Angelo Zosima
    closeLogooverlay-clever

    Non si vede, ma si sente. Non urla, ma pesa. È la povertà che non fa rumore, quella che ti lascia in piedi sul tram mentre cerchi di nascondere i buchi nelle scarpe. Che ti fa dire di no a un figlio che chiede un gelato, perché hai già contato le monete per la cena. Quella che ti costringe a scegliere tra il cibo e i libri, tra il riscaldamento e la dignità.

    Italia, 2024: uno su quattro
    Quasi un italiano su quattro vive oggi in uno stato che l’Europa chiama “grave deprivazione”. È un modo elegante per dire che non può permettersi un pasto proteico ogni due giorni, che non ha soldi per un imprevisto, che non riesce a cambiare un mobile rotto né a riscaldare la casa d’inverno. È una povertà senza fame ma piena di rinunce, che entra in cucina e resta nel silenzio degli sguardi tra genitori e figli.


    Le più colpite sono le donne, ma anche i giovani tra i 18 e i 24 anni, con un’incidenza del 26,2%. E le famiglie con figli a carico, che pagano un dazio altissimo alla mancanza di welfare, al peso crescente delle spese scolastiche, alla fatica di conciliare tutto con salari da fame. Salari che, in Italia, sono tra i più bassi d’Europa, sotto il 60% della media UE.

    Lavorare non basta più
    C’è una verità che fa male: lavorare non basta più per evitare la povertà. Se sei occupato hai ancora una chance, ma se perdi il lavoro il rischio schizza al 66,6%. E questo non è un problema individuale, è una bomba sociale. Che prepara la frattura di domani, tra chi può permettersi una vita e chi invece, per vivere, deve ogni giorno rinunciare a qualcosa.


    Bankitalia l’ha scritto senza mezzi termini: se non si aumenta l’occupazione femminile e giovanile, entro il 2050 il PIL italiano crollerà del 9%. Un Paese che invecchia senza dare spazio ai giovani e senza mettere in condizione le donne di lavorare, è un Paese che sceglie di impoverirsi.

    La solitudine dei numeri veri
    Dietro ogni statistica, c’è un volto. Una madre che salta la cena per far mangiare i figli. Un ragazzo che non esce più con gli amici perché si vergogna delle sue scarpe. Un anziano che non accende il riscaldamento perché teme la bolletta. E poi ci sono i miliardari, quelli che non hanno costruito la loro fortuna ma l’hanno semplicemente ereditata. Una ricchezza “immeritata”, che fa da specchio distorto a chi, ogni giorno, deve scegliere tra vivere e sopravvivere.

    C’è infine una povertà che non si vede nemmeno nei dati, ma che trascina nell’isolamento: quella senza connessione internet, senza possibilità di fare una ricerca, inviare un curriculum, o semplicemente partecipare alla vita del Paese. È la povertà che disconnette, che spegne le luci del futuro, lasciando le persone sole nel buio del presente.

    Finché un quarto del Paese sarà costretto a vivere con l’ansia del prossimo pasto o della prossima bolletta, non potremo chiamarla società civile. Potremo al massimo definirla un insieme di solitudini, governate da chi non si accorge più che il vero potere è accorgersi degli ultimi.

    https://diariodelweb.it/economia/la-...h_dweb_friends
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  5. #4425
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #4426
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Draghi, prezzi energia sono minaccia a sopravvivenza industrie

    Se non ce lo pontificava lui non ci arrivava nessuno.
    Buffone.

  7. #4427
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Mattarella: 'Non vi può essere pace senza salari equi'
    Si abbassi il suo.

  8. #4428
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Garlasco.
    Ma davvero esiste un giudice che si mette contro la massoneria?
    Difficile crederlo.

  9. #4429
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Il ritorno dello Stato imprenditore. E perché non dobbiamo vergognarcene
    Il ritorno dello Stato nell’economia è una scelta strategica, non ideologica. Un intervento mirato può garantire stabilità e sviluppo, come accadde con l’IRI nel dopoguerra.

    Pubblicato 21 ore fa il 20 Maggio 2025



    «Nel 2022 aumenta il numero delle imprese a partecipazione pubblica attive nei settori dell’Industria e dei Servizi (+1,5 per cento), mentre diminuisce del 5,3 per cento il numero di addetti (839.025)».

    Così si apre il recente rapporto dell’Istat. Ed è bastata questa frase per riaccendere le solite lamentazioni sulla mano lunga dello Stato, sull’«economia drogata», sull’ennesimo passo verso la statolatria. Ma a ben vedere, forse – e sottolineo forse – è giunto il momento di capovolgere il ragionamento. Perché non è detto che la presenza pubblica nell’economia sia un vizio. Potrebbe, anzi, tornare ad essere una virtù.

    Una lezione che viene da lontano
    C’è stato un tempo in cui l’Italia cresceva a ritmi vertiginosi, esportava know-how e costruiva acciaierie in Asia e in Sudamerica. Quel tempo aveva un nome: IRI. Un acronimo che oggi fa storcere il naso agli ideologi del mercato a ogni costo, ma che allora significava eccellenza tecnica, visione industriale, efficienza manageriale.


    Benché fosse un ente pubblico, l’IRI non fu il carrozzone inefficiente di cui si favoleggia oggi, ma un’architettura industriale che ha traghettato il Paese dal disastro bellico al miracolo economico.

    La realtà del nostro tempo
    Ora veniamo all’oggi. Lo Stato torna a investire, a detenere quote, a salvare imprese strategiche, e subito si grida allo scandalo. Ma qual è l’alternativa? Lasciare che colossi strategici finiscano in mani straniere? Che aziende fondamentali per l’energia, la difesa o le infrastrutture scompaiano o vengano svendute al miglior offerente?

    Il Documento di Finanza Pubblica prevede privatizzazioni per lo 0,8% del PIL nel triennio 2025-2027, ma nessuno – fortunatamente – sembra avere fretta. Perché privatizzare non è un dogma, e mantenere quote pubbliche non è eresia.


    Non è statalismo, è responsabilità
    Il governo Meloni, al netto delle tante contraddizioni che la gestione quotidiana comporta, ha il merito di aver riscoperto il valore dell’intervento pubblico mirato. Non si tratta di tornare allo Stato gestore di tutto, ma di riprendere il controllo laddove il mercato ha fallito o non è stato in grado di garantire stabilità, visione e sviluppo.

    Anziché disturbare chi vuole fare, forse dovremmo aiutare lo Stato a fare meglio, mettendo in campo competenze, trasparenza e criteri manageriali.

    Serve uno Stato forte, non invadente
    C’è una differenza sostanziale tra lo Stato padrone e lo Stato stratega. Il primo soffoca, il secondo protegge. Il primo crea burocrazia, il secondo guida lo sviluppo.

    L’Italia ha bisogno di quest’ultimo. Di uno Stato che abbia il coraggio di entrare dove serve, restare finché è utile, e ritirarsi quando le condizioni lo permettono. Non per fede ideologica, ma per buon senso economico.


    Perché, e concludo, il mercato è un ottimo servitore ma un pessimo padrone. E a volte, anche i servitori, hanno bisogno di una guida.

    https://diariodelweb.it/economia/il-...h_dweb_friends
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  10. #4430
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    Predefinito Re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Mattarella: 'Dare continuità allo sradicamento della mafia'.

    Ha ragione.
    Da troppi anni è intoccabile.

 

 
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