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  1. #861
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Mi raccomando sventolare il tricolore quando arrivano le autorità de roma...

    Ultima modifica di Freezer; 19-05-14 alle 09:18
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  2. #862
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Mi raccomando sventolare il tricolore quando arrivano le autorità de roma...

    Niànca morto!
    sklöpp & kanù

  3. #863
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Le bonifiche e gli amici di Visco

    LOBBY | Il presidente 80enne di Fondazione Cariplo ha liberato Bankitalia della partecipazione del 62,3% in Bonifiche Ferraresi, una delle poche aziende agricole quotate.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #864
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Italiani in fuga, balza +50% numero di emigrati in Germania

    SOCIETÀ | Cresce del 52% il numero di persone che raggiunge quota 32.000. In aumento anche gli spagnoli (+19%), primo gruppo i polacchi.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #865
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Banca Carige, è truffa. Sette arresti (tra cui vicepresidente Abi) e sequestro beni

    BANCHE | Perquisizioni in corso a Genova, La Spezia e Milano. Titolo reduce da crollo -17% per collocamento andato male.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  6. #866
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Cerimonia col napuli.
    Parte la nave della legalità.
    Punta dritta verso l'Africa.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #867
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #868
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Banca Carige, è truffa. Sette arresti (tra cui vicepresidente Abi) e sequestro beni

    BANCHE | Perquisizioni in corso a Genova, La Spezia e Milano. Titolo reduce da crollo -17% per collocamento andato male.
    Comunisti assassini.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #869
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Marco Biagi, la lezione di un eroe scomodo

    22 - 05 - 2014 Alessandra Servidori



    Il passato non torna perché non è mai passato. Brucia la pelle e l’anima ciò che sta accadendo dopo 12 anni dall’assassinio di Marco Biagi sul quale scese troppo in fretta un omertoso e colpevole silenzio. Ebbene ripartiamo dall’indagine in corso in queste ore per riallacciare la memoria scomoda di un amico Professore morto per il suo Paese e per mano di belve sanguinarie. Molte belve: chi ha premuto il grilletto della pistola uccidendolo e chi lo ha lasciato solo.
    LE LETTERE DI BIAGI
    Basta leggere i testi delle cinque lettere spedite dal professor Marco Biagi 1) Al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, 2) Al ministro del Lavoro Roberto Maroni, 3) Al sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, 4) Al prefetto di Bologna, 5) Al direttore generale di Confindustria Stefano Parisi che già nel giugno 2002 furono pubblicate dal quindicinale “Zero in condotta” e la versione integrale fornita a Repubblica dallo stesso Stefano Parisi allora Direttore Generale di Confindustria.
    LE OMISSIONI
    Lettere accorate che chiedevano ciò che uno Stato di Diritto doveva assicurare a colui che stava portando avanti con rigore e competenza una riforma del lavoro indispensabile per aiutare il nostro Paese. E oggi con che coraggio e senza vergogna, si ritorna sulle omissioni di tanti che non vollero dire la verità? Sulla mancata scorta al giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse proprio perché lasciato senza protezione delle forze dell’ordine, nuovi tasselli si aggiungono all’inchiesta che ha portato ad indagare Claudio Scajola di omicidio colposo per omissione.
    NUOVI TASSELLI
    Una delle lettere “vistata” dal segretario di Scajola inviata pochi giorni prima dell’omicidio di Biagi, il 19 marzo 2002, all’allora ministro dell’Interno, in cui si spiegava il serio pericolo che correva il giuslavorista, è stata scritta da Roberto Maroni, allora ministro del Welfare. E così oggi i procuratori bolognesi Alfonso e Gustapane stanno alzando il velo sulla vicenda indagando ancora per ora su ignoti. Ma tante furono le richieste a Scajola per la scorta di Biagi e perché solo ora Luciano Zocchi, segretario personale di Claudio Scajola, rivela che il 15 marzo – quattro giorni prima dell’azione eversiva delle nuove Br – Enrica Giorgetti, moglie di Maurizio Sacconi (ex ministro del Lavoro), gli segnalò al telefono la relazione dei servizi segreti con le minacce brigatiste, chiedendo di dare la scorta a Biagi. E poco dopo lo stesso Zocchi avrebbe ricevuto un’altra telefonata, quella dell’allora direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi, che segnalò lo stesso problema. Zocchi racconta di aver scritto i due appunti (a firma Sacconi e Parisi) e di averli consegnati a Scajola. L’ex ministro dell’Interno – spiega Zocchi – li aveva letti in quanto chiese al suo segretario come facesse a conoscere Sacconi e Parisi? E perché questo silenzio colpevole fino ad oggi???
    LA VULNERABILITA’ DI BIAGI IN UN DOCUMENTARIO RAI
    Noi ricordiamo bene che la RAI mandó in onda un documentario della serie LaStoriaSiamoNoi (ancora visionabile sul sito ufficiale) che ricostruisce gli avvenimenti principali attorno alla vicenda dell’assassinio di Biagi. Giá in quel documentario si capiva in modo cristallino dalle interviste a Maroni e Casini, che il “Ministero dell’Interno” (senza fare peró esplicitamente il nome di Scajola) era ben al corrente della condizione di pericolosa vulnerabilitá di Biagi. Dalla medesima ricostruzione, emergono inoltre, seppure in maniera molto rapida e superficiale, dei particolari che inducono a pensare che questa vicenda nasconde ancora oggi dei lati oscuri davvero inquietanti.
    SCORTA E COMUNICAZIONI
    Nella deposizione di una delle brigatiste che ha partecipato all’omicidio di Biagi viene detto che se Biagi avesse avuto la scorta, le BR non sarebbero state in grado di uccidere perché non erano sufficientemente preparati ad affrontare uno scontro a fuoco. Un altro particolare riguarda le comunicazioni: per esempio l’autore delle telefonate di minaccia ai danni di Biagi riusciva puntualmente a bypassare i tabulati degli operatori telefonici (come faceva ad avere informazione del genere?). Inoltre (fatto ancora non confermato) un tecnico informatico (Michele Landi) che pare stava lavorando alle indagini, riuscí a risalire all’origine dell’email di rivendicazione delle BR, che risultó essere stata spedita da un computer del Ministero dell’Interno. Michele Landi fu trovato “suicidato” nella sua abitazione. E la vicenda di Michele Landi e del suo “suidicio” insieme a quella della mail di rivendicazione é tutt’altro ancora oggi che chiarita.
    I LATI OSCURI
    Non è dato sapere se ci siano ancora indagini in corso. L’omicidio del nostro Professore é circondato da tanti interrogativi e lati oscuri. Per esempio ricordo Francesco Cossiga che in una esternazione rozza disse di trovare normale che il presidente della Repubblica (?) avesse ringraziato pubblicamente Beppe Grillo per un suo libro in cui Marco Biagi viene indicato come la causa del precariato e delle sue odiose conseguenze. Così come ricordo bene Beppe Grillo quando attaccò Marco Biagi perché accusato di essere il riformatore della società capitalistica. Ma chi non ricorda Francesco Caruso, esponente del movimento no global del sud Italia che dopo la mancata elezione di rappresentanti del partito di rifondazione comunista del 2008 si è dichiarato “sovversivo a tempo pieno”. Che a luglio 2011 è stato sospettato di essere “Spidertruman”, un anonimo attivista che dichiara su Facebook di essere un precario licenziato da Montecitorio, e di voler svelare tutti i segreti della “casta”, con un’operazione che raccoglie ancora migliaia di adesioni su Internet, e che fa parlare di sé in Italia e all’estero? E’ ben nitido sempre il ricordo del Francesco Caruso quando in modo abominevole dichiarò che se erano morti due operai, Marco Biagi con Tiziano Treu meritavano il titolo di assassini. Poi Caruso cercò di aggiustare l’infamia dicendo che Biagi e Treu con le loro riforme consentono agli assassini di assassinare benché uno dei due sia sepolto perchè assassinato. Una correzione codarda demenziale e insopportabile. Ma chi si ribellò allora di fronte al linguaggio sciacallesco e canagliesco di Caruso? Caruso con il suo repellente linguaggio vilipese un morto e aggredì in nome di una ideologia nemica della democrazia violata. Vergogna e un po’ di pudore ora sarebbe d’obbligo.
    IL PROCESSO
    Il ricordo scorre sugli assassini di Marco Biagi perché di quel processo ricordo parti indimenticabili per l’orrore che mi produssero. Nel processo di primo grado, il 1º giugno 2005, la Corte d’Assise di Bologna dopo ventidue ore di camera di consiglio, condannò a cinque ergastoli altrettanti componenti delle Nuove BR: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi, Simone Boccaccini. Il 6 dicembre 2006 in Appello la Corte d’Assise confermò in secondo grado l’ergastolo per Blefari Melazzi, Morandi, Lioce, Mezzasalma riducendo a 21 anni di reclusione la condanna per Beccarini, riconoscendogli le attenuanti generiche.
    Nel terzo ed ultimo grado di giudizio, l’8 dicembre 2007, la quinta sezione penale della Cassazione di Bologna confermò il verdetto emesso in secondo grado rendendo definitive le condanne ai cinque brigatisti responsabili, tranne che per Lioce, la quale non aveva presentato ricorso in cassazione. Risuona ancora nella nostra testa la testimonianza allora di Cinzia Banelli brigatista che ora vive protetta e a spese dello Stato in una località sconosciuta “Se Marco Biagi avesse avuto la scorta non saremmo riusciti ad ucciderlo”.
    La brigatista collaborò con gli inquirenti e testimoniò come Galesi e Morandi, Lioce Banelli Melazzi membri del commando assassino agirono. Informò che l’interesse nei confronti di Marco Biagi iniziò con la collaborazione con il Comune di Milano, con il ‘Patto di Milano’.
    Biagi diventò, poi, un vero e proprio obiettivo nell’estate 2001, “nel momento in cui il Libro Bianco, di cui lui era il principale autore, diventò un obiettivo politico”. La decisione finale di uccidere Biagi, disse Banelli, fu presa nel gennaio 2002. E fu facilitata, ammise, dal fatto che Biagi era senza protezione. “Per noi già due persone armate – raccontò – costituivano già un problema. Non erano abituati ai veri conflitti a fuoco”. Banelli ricordò l’articolo del settimanale Panorama redatto sulla base di un allarme terrorismo dei servizi segreti e pubblicato qualche tempo prima dell’omicidio del professor Biagi. “Leggemmo l’articolo e capimmo che poteva costituire un problema. Veniva indicata chiaramente una persona come Biagi come possibile obiettivo. Avremmo dovuto fare più attenzione, osservare possibili cambiamenti nella situazione del professore. Dovevamo controllare che non fosse solo. Invece arrivò alla stazione di Bologna da solo”.
    LA VITA DEI BRIGATISTI
    Ma come vivono ora questi brigatisti ? Banelli appunto è mantenuta dallo Stato in località segreta. Lioce in carcere con tre ergastoli sulla pelle: ha partecipato all’assassinio di Massimo D’Antona, Marco Biagi, e Petri, il poliziotto vittima nel conflitto a fuoco dove è morto anche il brigatista Galesi. Mezzasalma in carcere a Parma oggetto di manifestazioni ricorrenti di solidarietà di compagni, la Blefari si è suicidata a Rebibbia nel 2009, Morandi in carcere a Firenze, il 14 maggio 2012 – ha scritto una lettera choc “Onore al brigatista Mario Galesi”. E chi ora renderà onore al sacrificio di Marco Biagi e alla sua famiglia con la verità ? Chi è o chi sono i colpevoli per averlo lasciato morire ? La verità la vogliamo.

    Marco Biagi, la lezione di un eroe scomodo - Formiche
    Ultima modifica di Eridano; 23-05-14 alle 08:37
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  10. #870
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Ecco l'articolo di Cainarca incredibilmente (ma mica tanto) la scoperta dei Carabinieri sull'inaffidabilità dei tabulati Telecom passa sotto totale silenzio.

    LA PADANIA

    Sabato 29 marzo 2003 - Pag. 17

    DAI TABULATI NON RISULTARONO LE TELEFONATE MINATORIE CONTRO IL PROFESSORE

    Minacce a Biagi, i “buchi” di Telecom
    GIULIO CAINARCA

    L’inesattezza dei tabulati telefonici forniti da Telecom Italia alle autorità di pubblica sicurezza di Bologna fu una delle ragioni principali per cui venne negata la scorta a Marco Biagi, con conseguenze fatali per il giuslavorista bolognese che fu poi ucciso dalle Br.
    La notizia è clamorosa, ma è stata ignorata dai media. I tabulati telefonici di Telecom Italia giocano un ruolo fondamentale nella vicenda. Vediamo il perché.
    Marco Biagi per un certo periodo di tempo è sotto scorta, poiché è ritenuto un possibile obiettivo dei brigatisti. Perde la scorta proprio in un momento delicatissimo quando diventa consulente del Ministero del Lavoro nel ruolo che fu già di Massimo D’Antona, a sua volta ucciso dalle BR nel ‘99.
    Appena assunto questo incarico, il professor Biagi comincia a ricevere telefonate anonime con minacce di morte “Sappiamo dove sei”; “Adesso che non hai più gli angeli custodi (sc. la scorta), ti ammazziamo”.
    Biagi avverte la Questura di Bologna e sporge denuncia contro ignoti presso la Procura del capoluogo emiliano. La denuncia viene archiviata circa un mese prima che Biagi sia ucciso, perché nei tabulati forniti da Telecom Italia non si trova traccia delle telefonate minatorie denunciate dal professore. Biagi ha mentito, pensano gli inquirenti e le forze dell’ordine dopo aver esaminato i tabulati Telecom.
    IL PROFESSORE “ROMPE” LE SCATOLE
    Il professore viene reputato poco credibile un mitomane, un simulatore, un visionario, uno che vuole farsi proteggere per darsi importanza. Perfino il Ministro dell’Interno Scajola lo definirà un “rompicoglioni”. Quando Marco Biagi per l’ennesima volta va in Questura a Bologna a chiedere protezione, giunge ad avere una discussione molto accesa con il capo della Digos locale, il quale perde la pazienza e gli dice che dai tabulati di Telecom Italia non risulta alcuna telefonata alle utenze, nelle date e nelle ore da lui segnalate. Così, a Biagi non viene data la scorta.
    Il questore di Bologna Romano Argenio, il prefetto Sergio Iovino, Carlo De Stefano e Stefano Berrettoni, capi dell’Antiterrorismo a Roma, vengono poi indagati dalla Procura bolognese per la mancata concessione della scorta al professor Biagi, con l’imputazione del reato di cooperazione colposa in omicidio.
    Ma veniamo a poche settimane fa. Improvvisamente, si scopre che Marco Biagi non aveva mentito e non era un visionario malato di “protagonismo”. Insomma saltano fuori i tabulati telefonici “veri” e si scopre che quelle telefonate di minaccia Biagi le aveva davvero ricevute, contrariamente a quanto documentavano i tabulati forniti da Telecom in un primo momento.
    Saputa la notizia, la vedova di Marco Biagi piange di gioia l’onore del marito è salvo, sebbene post mortem, e nessuno potrà più mettere in dubbio che egli avesse detto la verità.
    Spuntano così quattro nuove utenze telefoniche dalle quali sarebbero partite le minacce e sulle quali stanno indagando i carabinieri del reparto operativo di Bologna.
    Cos’è successo? I pm della Procura bolognese Giovanni Spinosa e Antonello Gustapane, che indagano sulla mancata scorta al professore, a un certo punto si pongono un quesito è possibile che i tabulati forniti da Telecom Italia siano inesatti, parziali e incompleti? Per rispondere a questa domanda, i magistrati – con la collaborazione dei carabinieri - decidono di “mettere alla prova” Telecom Italia.
    Sotto mentite spoglie, si abbonano a Telecom per aprire un’utenza telefonica del tutto nuova, come farebbe qualsiasi cittadino che volesse attivare una linea di telefonia fissa. I carabinieri cominciano poi a chiamare questa utenza “civetta” da diversi luoghi d’Italia e dall’estero, avvalendosi di tutti gli operatori telefonici nazionali e stranieri e annotando meticolosamente il luogo di partenza, la data, l’ora e la durata di ogni singola chiamata.
    MA LA TELECOM E’ AFFIDABILE?
    Queste telefonate vengono effettuate per circa quaranta giorni. A questo punto, a Telecom Italia - che è l’unica proprietaria delle linee telefoniche e perciò registra anche le chiamate effettuate con altri gestori - i pm chiedono i tabulati relativi al numero da loro chiamato, adducendo come motivazione della richiesta lo svolgimento di un’indagine.
    I tabulati Telecom arrivano sul tavolo dei magistrati, che fanno una scoperta inquietante dalla documentazione emerge che per l’utenza “civetta” su cinquanta telefonate in uscita e in entrata, annotate nel dettaglio dai carabinieri, ne risultano poco più della metà! Inoltre, alcune telefonate vengono registrate sui tabulati Telecom ad un’orario diverso da quello in cui furono effettuate dai carabinieri.
    In sostanza i tabulati Telecom non documentano il traffico telefonico reale, perché sono incompleti e parziali. Ne nasce un vero e proprio terremoto fra magistratura inquirente bolognese e vertici Telecom. Vengono convocati d’urgenza in Procura a Bologna alcuni alti dirigenti di Telecom Italia, ai quali vengono mostrati i tabulati “inesatti”. I magistrati vogliono sapere dai responsabili dell’azienda perché i tabulati non recano traccia completa e precisa delle chiamate relative all’utenza telefonica utilizzata nell’indagine.
    Si spargono anche voci circa la possibilità di aprire un’inchiesta sui dirigenti Telecom, anche se ad oggi non risulta che la magistratura abbia proceduto in tal senso. Potrebbe scoppiare una “bomba” di devastante potenza, ma si cerca di tenere nascosta l’intera storia. Perché tanta cautela? Il motivo è facilmente intuibile. Se i tabulati Telecom non sono affidabili e non documentano realmente il traffico telefonico, dovrebbero essere riviste innumerevoli vicende processuali e investigative, presenti e passate, basate su consulenze telefoniche o su alibi, prove o indizi derivanti dalla documentazione di chiamate fatte o non fatte, ricevute o non ricevute; bisognerebbe insomma “riscrivere” le sentenze di molti processi e riaprire le indagini su molti casi giudiziari.
    Perciò, la notizia dell’inattendibilità dei tabulati Telecom emersa nell’inchiesta sulla mancata scorta a Biagi non viene divulgata. Ma è ben conosciuta nell’ambiente giudiziario, tanto che da circa un mese – cioè da quando è scoppiata la grana Telecom a Bologna – la Direzione Antimafia ha inviato una lettera alle diverse Procure della Repubblica per metterle in guardia circa la possibilità che i tabulati forniti da Telecom Italia all’autorità giudiziaria siano incompleti!
    MOLTE DOMANDE SENZA RISPOSTA
    Fino a un mese fa, prima della “scoperta” fatta a Bologna, nessun magistrato aveva messo in dubbio che i tabulati forniti da Telecom potessero essere inesatti. Gli inquirenti si sono sempre fidati degli archivi di Telecom Italia, della cui affidabilità è invece lecito dubitare, alla luce di quanto è emerso dall’indagine della Procura bolognese. Occorre anche precisare che proprio a Bologna esiste uno dei più grossi archivi nazionali dei dati relativi ai tabulati Telecom.
    Tornando all’inchiesta sulle minacce telefoniche a Marco Biagi, i “veri” tabulati Telecom spuntano come per incanto soltanto poco tempo fa dalla documentazione emerge chiaramente che Biagi ricevette le telefonate minatorie proprio per le utenze e nelle date e alle ore da lui indicate.
    Ma Biagi è già stato ucciso da oltre un anno. Sono molte le domande che nascono da questa storia. È tollerabile per la nostra coscienza civile che la vita di Marco Biagi possa essere dipesa anche da un tabulato Telecom inesatto e sulla base del quale venne negata al giuslavorista bolognese la scorta che avrebbe potuto difenderlo dai brigatisti?
    Come mai la magistratura è dovuta ricorrere a un’indagine “parallela” per arrivare ad avere da Telecom i tabulati telefonici “veri”?
    Com’è possibile che perfino alla Questura e poi alla magistratura, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, Telecom Italia fornisca una documentazione incompleta e inesatta del traffico effettuato su utenze telefoniche tanto importanti da essere chieste dagli inquirenti?
    E ancora, da un punto di vista forse più prosaico, ma che riguarda più 25 milioni di cittadini che usano il telefono fisso in Italia come possiamo fidarci delle bollette Telecom ed essere sicuri che il nostro traffico telefonico corrisponda a quello realmente effettuato?
    Nessun organismo pubblico - dal Ministero delle Comunicazioni, all’Autorità garante delle Comunicazioni - si è mai posto il problema di come controllare che le bollette degli italiani, che versano a Telecom molti miliardi di euro all’anno, siano lo specchio del reale consumo telefonico?
    DUBBI SULLE NOSTRE BOLLETTE
    Dobbiamo “fidarci” di Telecom Italia quando in caso di contestazione sulle bollette ci dice che dai controlli effettuati sulla nostra linea emerge che il traffico telefonico addebitato corrisponde alla realtà, pur senza fornirci quasi mai i tabulati con la documentazione integrale del traffico telefonico? E anche se quei tabulati ci vengono forniti, chi ci assicura che siano “veri”?
    E infine chi verifica che questi benedetti tabulati non siano incompleti, come è accaduto nel caso delle minacce telefoniche a Marco Biagi, oppure, al contrario, “sovrabbondanti” rispetto alle chiamate realmente effettuate? In altre parole chi controlla un gestore di telefonia privatizzato che detiene il monopolio delle linee telefoniche e del pubblico servizio di telefonia fissa in Italia e che si è rivelato inaffidabile perfino per la magistratura (con un ulteriore dettaglio per fornire la documentazione alla magistratura, Telecom Italia viene anche pagata con denaro pubblico)? Perché i mezzi di informazione - specie la Rai che dovrebbe essere al servizio dei cittadini - tacciono?
    I vertici di Telecom Italia, il Governo, e in particolare il Ministro dell’Interno e il Ministro delle Comunicazioni, oltre che l’Autorità garante delle Comunicazioni e la Polizia postale e delle Comunicazioni devono agli italiani una spiegazione. La devono ai milioni di cittadini che pagano le bollette Telecom, ma anche alla memoria del professor Biagi, assassinato dalle BR anche perché ritenuto inaffidabile dalle autorità di pubblica sicurezza. Chi si è dimostrato veramente inaffidabile? Lo giudichino i lettori.

    I tabulati Telecom non documentano il traffico telefonico reale | Forum Radicali.it
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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