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  1. #1961
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    La Ragioneria dello Stato: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna mantengono tutta Italia

    12 Feb 2016 · 0 Commenti



    Tre Regioni del nord tengono in piedi un Paese intero. Nelle scorse ore la Ragioneria dello Stato ha reso pubblici alcuni dati che anticipano il quadro della distribuzione geografica delle risorse erogate nel 2014 dal settore pubblico.


    Le cifre permettono di osservare lo Stato nel suo atteggiarsi dinanzi ai vari territori e quello che emerge è un quadro desolante, ma a ben guardare piuttosto edulcorato. Benché tutti abbiano riportato in modo acritico i dati della Ragioneria e abbiano evidenziato quanto sia bassa la spesa pubblica in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (in relazione ad altre aree), il trattamento subito da queste tre regioni è molto più vergognoso di quanto quelle stesse cifre non dicano.
    Esaminare la spesa senza informare sui prelievi, come la Ragioneria ha fatto, significa in effetti raccontare solo una mezza verità. È un’omissione grave, che emerge con chiarezza anche dal modo in cui tutti i media hanno presentato la notizia.
    In cima alla classifica, tra i reprobi ultraprivilegiati inondati di spesa pubblica, si collocano tre minuscole realtà dell’estremo Nord (Trentino, Tirolo meridionale e Valle d’Aosta), mentre le quattro maggiori regioni settentrionali (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte) sono certo in fondo alla classifica, ma a una distanza non poi abissale da quelle del Centro-Sud. Il «trucco», appunto, sta nel dare i dati della spesa ignorando quelli dell’imposizione fiscale.
    Per studiosi liberi da condizionamenti e curiosi di capire la realtà, non è comunque difficile trovare i dati corretti: basta elaborare la gran massa delle informazioni che la stessa Ragioneria fornisce. Ma è chiaro come questo doppio disastro lo sfruttamento di alcuni che serve a difendere politiche assistenziali (e distruttive) a favore di altri cerchi di essere nascosto dall’apparato politico e burocratico nazionale. Se l’occhio non vede e il cuore non duole, la ridistribuzione territoriale può proseguire senza intoppi.Quando però nei prossimi mesi lo Stato italiano ci renderà edotti in merito alla bilancia tra le risorse ricevute e quelle spese nei vari territori, la fotografia che emergerà (tenendo presente quanto è avvenuto negli anni passati) sarà quella di un’Italia divisa in tre fasce: con pochissime regioni che danno tantissimo ricevendo molto meno; talune realtà che grosso modo danno quanto ricevono; e, infine, un Sud che invece contribuisce in maniera molto limitata e riceve una gran quantità di denaro.
    Negli anni scorsi questa rappresentazione era facilmente riconoscibile in alcuni studi di Gian Angelo Bellati dell’Unioncamere del Veneto, ma in seguito a risultati assai simili è arrivato anche il sociologo Luca Ricolfi in un volume di successo significativamente intitolato Il sacco del Nord. Sul sito «Noise from Amerika» ha più volte trattato questo tema pure Lodovico Pizzati, che a proposito dei dati del 2007 rilevava, ad esempio, come ogni veneto perdesse 3.900 euro e ogni lombardo addirittura 6.000.In sostanza in questi anni è successo che di media un lombardo abbia dato allo Stato tra 5 e 6mila euro all’anno più di quanto non abbia ricevuto in servizi nazionali e locali. Il che significa che una famiglia lombarda standard composta da quattro persone ha perso più di 20mila euro ogni anno in opere di solidarietà a favore della spesa pubblica concentrata nel Sud. In un decennio si è vista sottrarre l’equivalente di un appartamento di proprietà.
    La spesa pubblica è alta al Nord e abnorme nel resto del Paese, generando una tassazione e un debito che ci stanno uccidendo. Provare a negarlo mettendo la polvere sotto il tappeto, però, non ci aiuta in nessun modo.

    (da http://catenaumana.com/economia/lombardia-emilia-e-veneto-mantengono-tutto-il-paese/)



    - See more at: La Ragioneria dello Stato: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna mantengono tutta Italia | L'Indipendenza Nuova

    http://www.lindipendenzanuova.com/la-ragioneria-dello-stato-lombardia-veneto-emilia-romagna-mantengono-tutta-italia/
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #1962
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Questi sono Scemi. - Rischio Calcolato | Rischio Calcolato


    Amici miei, comunque la pensiate sulla questione delle unioni civili o delle adozioni per le coppie omosessuali, credo che sarete d’accordo con me che esiste un leggera separazione fra la realtà e il branco di mentecatti che infesta il parlamento. Uno spettaccolo immondo su un provvedimento di nessuna rilevanza, anzi proprio perchè è di nessuna rilevanza e dunque non lede interessi ecomomici e di potere costoro si permettono di fare il vergognoso e grottesco teatro a cui stiamo assistendo.
    Ovviamente cose come questa (report confcommercio odierno):

    Non sono degne neppure di un commento (se ne guardano bene) da parte delle scimmie nominate a fare i rappresentanti del popolo italiano.



    Vista da qui, dai giornali e dai media, appena al di la del confine l’Italia è un ridicolo zoo. Poi vai a spiegare agli autoctoni che “c’è differenza” fra i politici italiani e la gente comune.
    Che amarezza.


    Errore!
    NON c'è differenza!
    Semmai questi sono persino meglio.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #1963
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Vedete che per le unioni civili si menano, come un tempo lo facevano per gli immigrati, oggi sorpassati da quest'altri.

    La psicologia del sinistrismo è consona alle battaglie, anche con dose di violenza se occorre. Insomma le studiano tutte pur di vincere la loro battaglia, e alla fine sono vincenti.

    Loro se ne fregano delle buone o non buone maniere, a loro interessa il potere, il quale deve essere correlato con i loro ideali, i quali vengono sopra ogni cosa. Se facessero con gli italiani come fanno per i gai, io dico che i suicidi e la disoccupazione in parte, così come i suicidi si dimezzerebbero. Insomma se volessero, potrebbero creare un'identità sia pur malandata italica o padana. Se solo lo VOLESSERO....

  4. #1964
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    O la pensi come me, o DEVI pensarla come me, o sei morto.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #1965
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    O la pensi come me, o DEVI pensarla come me, o sei morto.
    E' la loro psicologia, il loro modo di vedere le cose in bianco e nero, tutto il loro modo di ragionare. Tutto il loro ardore e fanatismo, che poi è quello che li porta a vincere.

    Tra di loro sono pieni di livore e pronti a farsi le scarpe, ma quando si tratta di combattere il nemico, secondo il loro parametro, tutti solidali, quello che invece la psicologia destroide è incapace di farlo.


    Vedasi anche questa polemica che a me non interessa, ma solo per fare capire il basso intelletto delle psicologie destroidi.

    https://www.lastampa.it/2016/02/15/i...lJ/pagina.html


    Bertolaso poi un tempo alla giuda della protezione civile, è laureato in medicina. Ma per avere un incarico del genere non sarebbe più opportuno avere una specializzazione in ingegneria o materie affini.

    Comunque sorvoliamo questo, se una persona è capace, alla fine ben venga. Però marino quando si insediò a sindaco di Roma, venne elogiato in quanto ex medico, quindi dopo tutto lo si è sempre considerato
    una persona all'altezza di tale compito nonostante poi i fatti abbiano evidenziato altre realtà. Bertolaso andando con la destra naturalmente non può avere tali sonetti di capacità. Però in realtà a parte questa iniziale parentesi si noti e ragioni come è e sono partiti i destroidi liberal.

    Tutti i destroidi finiscono per fare i complimenti o i sonetti al sinistro psicologico. Leggesi: organizzato le campagne elettorali a Francesco Rutelli (cioè per la sinistra).

    Lui poi prende le distanze da berlusconi, poi parla dei rom utilizzando il vecchio repertorio stereotipato del politicamente corretto. Leggesi: Io mi metto sempre dalla parte dei più deboli e i rom sono una categoria che è stata vessata e penalizzata».

    Insomma alla fine sono più spaccati che mai. Questi sono l'antitesi del sinistrismo psicologico. Questi non conoscono minimamente nessuna forma, dico nessuna forma di solidarietà interna che faccia quadrato, come fanno gli altri(sinistroidi) - mi riferisco ai destroidi contro il sinistrismo. I destroidi sono individualisti e autolesionisti che si scannano tra di loro e idolatrano il sinistrismo psicologico vincente.

    Gente senza una strategia, piena di paure e per nulla volitiva come gli altri. Poi storace attacca bertolaso, lui attacca storace, insomma guerra interna. Bertolaso aveva detto tempo fa che si sarebbe ritirato poi torna alla carica, facendoci capire di essere il "migliore" - in passato ombre poi si trasformano all' improvviso in gente che vuole fare, sbandierando un orgoglio illimitato. Un sipario alla vitali per dirla tutta. Così gli altri se la ridono.

  6. #1966
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Dov’è finita la cultura che ci doveva difendere?
    di Rino Cammilleri
    Secondo una recente indagine americana, le università e il mondo culturale statunitensi sono dominati, in percentuali che oscillano tra il 95 e il 98%, dalla sinistra. Va da sé che chi domina il caput mundi domina tutto il pianeta. La “sinistra” da quelle parti si chiama liberal, ma di liberista non ha niente. É statalista e giacobina, attratta da sempre dal marxismo, di cui ha ereditato (o guidato?) la deriva nichilista. Spirito borghese allo stato puro, come diceva Augusto Del Noce. Con, in più, l’antica vocazione robespierriana a regolamentare ogni aspetto della vita privata, a imporre il suo linguaggio, a terrorizzare chi non è d’accordo.
    Per capire come sia stato possibile questo dominio delle cattedre e, di conseguenza, delle menti, non c’è bisogno di ricorrere a complicate spiegazioni sociologiche. Già: non ci voleva un sociologo per sapere che al milanese interessava fare i danè e al meridionale il “posto fisso”. Risultato, i danè del milanese se li pigliava il vigile meridionale che li girava al Comune. Qualcosa del genere, ma più in grande, è accaduto a Berlusconi. Com’è noto, quando si limitava a fare affari nessuno lo disturbava; appena “sceso in campo” in politica, s’è tirato addosso lo tsunami. La sinistra mise in moto contro di lui tutta la sua potenza propagandistica. L’uomo venne dipinto come la quintessenza del male antidemocratico, e anche in campo internazionale venne di moda prenderne le distanze, tanto che perfino la Ciccone, in arte Madonna, ne collocò l’effigie tra i Grandi Cattivi del Novecento in uno dei suoi show.
    Il collaudato sistema serve a intimidire l’uomo della strada, il quale (come ai tempi della Dc) votò Berlusconi nel segreto dell’urna, ma si vergognava di dirsene sostenitore. Ma l’uomo della strada non è necessariamente uomo di princìpi, perciò tanti mangiarono la foglia: se sto a destra –ragionarono- passo i guai e nessuno mi difende; se mi butto a sinistra (come diceva Totò) avrò solo vantaggi e, in caso di problemi, il “soccorso rosso” mi aiuterà. Morale: l’egemonia culturale diventa per forza anche elettorale, è solo questione di tempo.
    Qualcuno, accortosene, disse al Cavaliere: ma come, hai le televisioni e non le sfrutti per una contro-propaganda? Lui rispose che le sue erano tivù commerciali che campavano di pubblicità. Cioè, non poteva usarle per far cultura di segno contrario perché gli sponsor pubblicitari si sarebbero ritirati. Invece l’esperienza insegna che gli sponsor pubblicitari vanno dove la propaganda “tira” (vedi il caso Barilla, e non solo). Così, i soldi guadagnati in inserzioni pubblicitarie Berlusconi li spese tutti in avvocati. Né ciò lo scampò dalle condanne e dalla disfatta politica. Morale: l’egemonia culturale diventa prima elettorale e poi anche pecuniaria. Insomma, conquistare la cultura è l’unica cosa necessaria; il resto, come l’intendenza, seguirà. Tutto il resto.
    Lo sapeva bene Togliatti, che lasciò ai miopi dc i ministeri economici e quelli che loro ritenevano “chiave”, limitandosi a seminare di uova di drago il mondo della cultura. A suo tempo le uova si dischiusero e fu il Sessantotto. L’allora Fiat completò l’opera assumendo nei suoi giornali le firme dell’estremismo rosso, credendo di stemperarne la carica rivoluzionaria. Così, quei giornalisti coraggiosi che l’avevano combattuto se lo ritrovarono a comandare nelle direzioni e nelle redazioni, nelle quali ultime l’”eskimo” finì col dilagare (perché anche i giornalisti ex coraggiosi tenevano famiglia).
    In campo cattolico, oggi, l’apologetica è stata messa fuori gioco e solo pochi “giapponesi” continuano a praticarla rifiutando di ammettere che il “giappone” si è arreso. Eppure, essa era la “cultura” da contrapporre al nichilismo edonista. Quando comparirà all’orizzonte la generazione di disadattati (per dire il meno) allevati da Lgbt, l’«ospedale da campo» con quali infermieri li curerà?
    Dov?è finita la cultura che ci doveva difendere?

    Per il Corriere della Sera il pedofilo è una vittima
    Guardate questo articolo della sezione semi-culturale di Corriere.it (27esima Ora): raccontano la storia di un pedofilo ‘pentito’ sottolineandone le difficoltà, le paure, quasi come fosse una persona sfortunata ad avere questa ‘inclinazione’. Sembra che il pedofilo – reo confesso – diventi la vittima stessa della pedofilia. Sembra che il pedofilo sia la persona da proteggere: ‘poverino, capita’.
    ------------------------------------------------------
    Eccolo, il cattivo del Web. Arriva trafelato, sotto la pioggia battente. Tuta da ginnastica nera, sguardo basso. Si presenta e non perde tempo perché non ne ha, deve lavorare anche se è domenica. Deve far stare in poco più di un’ora la sua storia di pedopornografo e cyber adescatore pentito quindi va dritto al punto. «Mi chiamo Roberto, ho 42 anni» attacca. «Un giorno di settembre del 2010 la polizia postale venne a prendermi…avevano scoperto tutto».
    Tutto. Cioè i file pedopornografici sul suo computer (video e fotografie) e il suo tentativo di adescare un minorenne via Internet. «Sempre e soltanto a livello virtuale» precisa lui, «perché, nonostante lo scambio di chat e messaggi, all’appuntamento vero e al contatto fisico non ci sono mai arrivato, per fortuna. Mi sono fermato prima, mi ha fermato il pensiero del ragazzino che sono stato e di quello che ho passato…». Pausa e sospiro: «…perché tutta questa storia», riprende Roberto, «in realtà è cominciata tanti anni fa, quando sono stato abusato due volte da un vicino di casa. Avevo 14 anni. Quegli episodi hanno azzerato in me gli interessi per qualunque tipo di relazione fisica, per molto tempo. E poi è finita che ho sviluppato curiosità e pulsioni per la stessa categoria, diciamo così, della quale ho fatto parte io stesso come vittima: i ragazzini minorenni».
    È passato molto tempo dai suoi 14 anni. Roberto – che non si è mai allontanato dalla città del nord Italia dove adesso ha una sua attività – da adulto si è ritrovato davanti a un computer e ha seguito l’orientamento sessuale dettato dai suoi istinti. «Ho sbagliato, me lo sono ripetuto un milione di volte. Il giorno dell’arresto per me e per la mia famiglia è stato devastante. Ricordo le loro facce…una bomba. Ho fatto tre mesi di carcere e tre agli arresti domiciliari, ho patteggiato la condanna a dieci mesi, ho scontato la pena e mi sono detto: mai più. Volevo uscirne, nonostante tutto».
    Così chiese aiuto al Presidio criminologico territoriale del Comune di Milano. Tre anni di incontri guidati, mesi e mesi di introspezione a cercare una via di fuga dall’uomo che era diventato. «Grazie a loro ce l’ho fatta davvero e oggi mi sento in debito con la società perché, pur non avendo fatto del male direttamente a qualcuno, so che ho commesso errori gravi. La società con me è stata tutto sommato magnanima e oggi, se potessi, vorrei in qualche modo essere utile a qualcuno che si può ritrovare in una delle persone che sono stato io: vittima, carnefice o anche potenziale carnefice. Per questo non ho difficoltà a parlare del mio passato, so che ci sono persone, là fuori, a cui può servire sapere che esiste il modo per provare a rimediare ai propri errori. E ci sono ragazzini che, come me, si tengono tutto dentro, si isolano».
    -------------------------------------------------------
    Questa storia ci sembra tanto lo stesso copione usato per introdurre e far accettare nell’Occidente moderno tante aberrazioni e porcherie che nascono dalle perversioni bestiale ed infime dei subumani che ci circondano.
    Piano piano, lentamente ci indoreranno la pillola: prima un’intervista, poi un’inchiesta, poi uno studio medico-scientifico, poi l’outing di qualche “autorevole vip” e poi vedremo nascere il partito a favore della pedofilia (già presente nella liberalissima Olanda), in cui sarà rivendicato il ‘diritto’ di amare, il ‘diritto’ del bambino magari. Poi qualche manifestazione tra carri arcobaleno nelle nostre strade, una leggina introdotta al Parlamento e alla fine, aspettiamocelo, ecco il diritto cristallizzato dal Parlamento. Senza troppo spingere, ma con un’azione sovversiva lenta e calcolata, si arriverà ad accettare anche questo abominio. E questo articolo ne è un primo segno.
    Prepariamoci: quando diremo che il cielo è azzurro, ci prenderanno per ‘medievali’. Ma le catene che ci metteranno, pur strette, non fermeranno la nostra battaglia per la verità.
    Per il Corriere della Sera il pedofilo è una vittima | Azione Tradizionale

  7. #1967
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #1968
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Chi firmò contro Calabresi oggi dispensa consigli etici
    Il caso di Luigi Calabresi è un’ombra nera onnipresente per molti attuali dispensatori di etica e moralità, rigorosamente laica, sui principali quotidiani e canali televisivi italiani. Si cerca di non parlarne più, ma una fiction televisiva su Rai Due sta riportando alla luce un passato che si voleva dimenticato.
    Il commissario Calabresi, addetto alla squadra politica della questura di Milano e spesso incaricato di controllare le manifestazioni dell’estrema sinistra, convocò nel 1969 il ferroviere Giuseppe Pinelli in quanto indagato per la strage di piazza Fontana. Il 15 dicembre Pinelli morì dopo essere precipitato dalla finestra dell’ufficio del commissario. Luigi Calabresi si dichiarò estraneo ai fatti, aggiungendo di non essere stato nemmeno presente nella stanza. Cinque poliziotti confermarono la loro presenza e l’assenza del commissario, chiamato a rapporto dal suo superiore. Nell’ottobre del 1975 la sentenza sulla morte di Pinelli, dopo l’inchiesta, escluse sia l’ipotesi del suicidio e definì la morte come accidentale, a causa di un malore. Venne anche confermata l’assenza di Calabresi al momento della morte di Pinelli.
    Tuttavia diversi quotidiani, in particolare “L’Espresso” e “L’Unità”, imbastirono, senza alcuna prova, una campagna diffamatoria contro Calabresi, accusandolo di omicidio e di torture. 800 intellettuali, ben prima della sentenza definitiva (il 13, 20 e 27 giugno 1971 sull’Espresso) sull’accaduto, firmarono una lettera di accusa contro Calabresi in cui lo identificarono come il responsabile della morte di Pinelli, definendolo «commissario torturatore». In seguito a tale lettera il clima si infiammò ulteriormente, comparvero minacce sui muri e intimidazioni via lettera, fino a che il 17 maggio 1972 fu assassinato da due sicari. Anni dopo si scoprì che i mandati furono Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, allora leader del movimento e oggi, quest’ultimo, collaboratore di “Repubblica”.
    Molti degli 800 intellettuali che firmarono la famosa e calunniosa lettera aperta, oggi tengono banco sui quotidiani, spesso pontificando moralismi contro la Chiesa (molti dei quali sono oggi collaboratori attivi e responsabili di “Repubblica”). Alcuni di essi: Marco Bellocchio, Tinto Brass, Furio Colombo, Roberto D’Agostino, Margherita Hack, Dario Fo, Umberto Eco, Dacia Maraini, Massimo Teodori, Eugenio Scalfari e Franca Rame (e tanti altri). Nomi dall’altissimo tasso di anticlericalità, come si può notare. Dario Fo addirittura mise in scena (per ben 750 volte) Morte accidentale di un anarchico, laddove Calabresi era un “dottor Cavalcioni” che imponeva all’’interrogato di porsi, appunto, a cavalcioni di una finestra, quando ha saputo la verità, però ha ammesso: «Sono andato in crisi, per questo». Un gruppo oggi ben affiatato, vittima di una “sbornia ideologica”, come la definì Montanelli. «Ciucca che a quanto pare la società civile, allergica alle crisi di coscienza, ancora non ha smaltito. E così, sempre alticcia, seguita a tenere banco e lezione. Facendo un po’ schifo, per la verità», si legge su “IlGiornale”. Luciano Garibaldi, storico, giornalista e autore delle opere da cui è tratta la fiction in onda in questi giorni, parla di “mandanti morali“, la cui «stragrande maggioranza ricopre tutt’ora incarichi strapagati e percepisce pensioni dorate».
    Renato Farina ha scritto: «Nessuno dei firmatari ha pagato con un minimo rallentamento della sua corsa questa infamia di uccidere con le parole un uomo il cui destino ne risultò segnato. Come mai nessuno, salvo scuse private o tenui di quei quattro gatti, ha pagato o almeno rende conto di questo scivolamento paraterroristico?». Parla di «manifesto assassino» che «firma la condanna a morte di Calabresi». Giampaolo Pansa ha invece parlato di «un veleno cucinato e diffuso dalle teste d’uovo della sinistra italiana: il meglio del meglio della cultura, dell’accademia, del giornalismo, del cinema. Signore e signori che per anni ci hanno spacciato un mare di bugie. Forti di un’arroganza che quanti di loro sono ancora in vita seguitano a scagliarci addosso». Rispetto alla lettera di accusa su “L’Espresso”: «Rileggere oggi quell’elenco mi provoca un disgusto profondo per chi l’ha sottoscritto. Scorrere le firme una per una, ti induce a pensare che la “meglio gioventù” partorita dal Sessantotto aveva alle spalle il peggio del vippume di sinistra. Molte di quelle eccellenze sono scomparse, a cominciare da Norberto Bobbio per finire a Giorgio Bocca. Ma tanti big sono ancora in vita. E da ben poco venerati maestri seguitano a impartirci lezioni burbanzose. Qualche nome? Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Dario Fo, Furio Colombo, Lucio Villari, Bernardo Bertolucci, Toni Negri, Dacia Maraini… Basta, mi fermo qui. Forse è vero che stiamo diventando un paese per vecchi, a cominciare da me. Ma un po’ di pudore non farebbe male a nessuno».
    Chi firmò contro Calabresi oggi dispensa consigli etici | UCCR

    Umberto Eco: l’Ur-Antifascista che ridusse il pensiero a vigilanza democratica
    Adriano Scianca
    Umberto Eco ci odiava. Odiava noi in senso ampio: quelli che non sono di sinistra, che non sono antifascisti. Quelli che non sono Umberto Eco. Ci odiava perché l’odio è stata la cifra del suo impegno metapolitico. Un odio mai triviale, si badi, bensì raffinato, colto, ironico. Il peggiore.
    Se noi oggi immaginiamo l’intellettuale democratico, il firmatore inesausto di petizioni, la firma tagliente che stabilisce il bene e il male tramite dotte citazioni e sofisticati giochi di parole, il progressista disprezzatore del popolo che non è alla sua altezza – ecco se immaginiamo questo tipo umano, noi oggi inevitabilmente ricreiamo mentalmente l’immagine di Umberto Eco, e lo facciamo anche qualora non l’avessimo mai conosciuto, perché egli ha saputo dare il suo volto a una figura tipica.
    Non poteva mancare la sua firma, quindi, nella “lettera di autodenuncia” pubblicata nell’ottobre 1971 dal quotidiano Lotta Continua e indirizzata al Procuratore della Repubblica di Torino, che così recitava: “Quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società ‘l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe’, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono ‘se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato’, lo diciamo con loro. Quando essi gridano ‘lotta di classe, armiamo le masse’, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a ‘combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento’, ci impegniamo con loro”. Ma Eco non impugnerà mai le armi, preferendo piuttosto avventurarsi nella “guerriglia semiologica”, come lui stesso dichiarava in un seminario con questo titolo tenuto nel 1967 a New York.
    La passione per gli appelli democratici, in compenso, non gli passerà mai. Nel 1993 sarà di nuovo tra i firmatari di un testo, “Appel à une Europe de la vigilance contre l’extrême droite”, comparso su Le Monde e volto soprattutto a isolare intellettualmente gli esponenti della Nouvelle Droite, che in quegli anni cominciavano a intrattenere scambi culturali anche con pensatori di opposto schieramento. In un’intervista rilasciata tempo dopo, Eco spiegava che “il pensiero è una vigilanza continua, uno sforzo per discernere ciò che è pericoloso anche in circostanze e discorsi in apparenza innocenti”. La riduzione dell’intero sforzo critico alla paranoia sbirresca, praticamente.
    Umberto Eco: l'Ur-Antifascista che ridusse il pensiero a vigilanza democratica

    Casa Pound contro Eco: "Voleva rieducare gli elettori di destra"
    Simone Di Stefano, vicepresidente di Casa Pound, pubblica su Facebook un epitaffio polemico nei confronti del noto scrittore deceduto ieri
    Francesco Curridori
    "È morto uno che firmava appelli alla lotta armata per il comunismo, uno che affermava tranquillamente l'inferiorità culturale degli elettori di destra proponendo una loro "rieducazione"...Stile gulag sovietici per intenderci. Ciao Umberto, prova a fare lo spocchioso con Caronte stanotte". È l'epitaffio postato su Facebook che Simone Di Stefano, vicepresidente di Casa Pound, dedica all'intellettuale Umberto Eco.
    Al militante che gli fa notare che Eco fosse comunque un valido scrittore, Di Stefano risponde a muso duro: "Tu per lui eri feccia. Il giudizio 'artistico' è soggettivo, l'arte non conosce colore politico. Però di fronte alla apologia che lo dipinge come una specie di santo è giusto che si sappia cosa pensava veramente".
    Casa Pound contro Eco: "Voleva rieducare gli elettori di destra" - IlGiornale.it


  9. #1969
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Un comunista in meno.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #1970
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Molto di più.
    E di peggio.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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