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  1. #2191
    Blut und Boden
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    La politica non è sporca. è lercia.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #2192
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Tutti quelli che non erano Caprotti
    Il patron di Esselunga si è battuto per tutta la vita contro i poteri forti che ingabbiano il nostro Paese: le procure che gli hanno dato la caccia, le Coop che ne hanno limitato la libera impresa, i sindacati contrari alle aperture domenicali. Lui ha resistito da eroe, ma ce n'era abbastanza per soccombere...
    di Stefano Magni
    Bernardo Caprotti muore lasciando in eredità un impero imprenditoriale in piena crescita, un caso più unico che raro nella persistente stagnazione italiana. Oggi la catena di supermercati Esselunga ha circa 8 miliardi di fatturato, dà lavoro a più di 22mila dipendenti in più di 150 punti vendita. Ma nonostante tutto, capitan Caprotti non è riuscito a godersi, come avrebbe meritato, i suoi ultimi anni di vita. È morto combattendo, contro la sua stessa famiglia sulla proprietà della sua Esselunga, ma soprattutto contro il … sistema Paese.
    Il Tribunale di Milano gli ha inflitto una condanna a sei mesi di carcere per diffamazione, appena lo scorso marzo, quando Caprotti aveva già 90 anni e ancora pochi mesi da vivere. La causa era nata da una campagna giornalistica del quotidiano Libero nel 2010, con la pubblicazione di intercettazioni abusive di alcuni dipendenti della Coop. “La Coop ti spia” era il titolo del primo servizio sull’oscura vicenda. La Coop aveva subito sporto denuncia in procura e al Garante della privacy contro la pubblicazione delle intercettazioni (Perché è insolito che un quotidiano pubblichi delle intercettazioni, in Italia…). Dopo sei anni, Caprotti è stato condannato a 6 mesi di carcere per diffamazione, ma assolto dall’accusa di ricettazione. Maurizio Belpietro (allora direttore di Libero) e il giornalista Gianluigi Nuzzi sono invece stati condannati a 10 mesi di carcere.
    Eppure le intercettazioni audio e video, pubblicate nell’inchiesta, esistevano davvero, ed erano agli atti del processo. Il dirigente Coop che le aveva ordinate ha giustificato il tutto con l’esigenza di monitorare le spese telefoniche di una filiale. La condanna è stata spiccata per l’inconsistenza delle accuse che nell’inchiesta di Libero venivano riservate personalmente a due dirigenti delle Coop. “E la cosa straordinaria – diceva Maurizio Belpietro dopo la lettura della sentenza – è che veniamo condannati per avere pubblicato una notizia vera. Le intercettazioni non ce le siamo inventate noi”.
    Quella di Caprotti contro le Coop è una battaglia nota a tutti, ormai. Da un punto di vista commerciale, fino al suo ultimo giorno è riuscito a battere la loro concorrenza. E questo nonostante denunciasse, con prove e circostanze molto dettagliate, numerose pratiche di concorrenza sleale da parte delle cooperative. Su questo aspetto della sua battaglia, aveva pubblicato il celebre Falce e Carrello, dove si raccontano gli ostacoli incontrati da Esselunga in tre città rosse: Bologna, Modena e Livorno. In pratica, Caprotti denunciava una vera e propria cupola, fatta di cooperative, sindacati e giunte rosse, capace di eliminare ogni concorrenza esterna.
    Quel che successe dopo, fu quasi la dimostrazione pratica della sua tesi. Le Coop lo portarono in tribunale e nel 2011 vinsero la causa, con la condanna a Caprotti per concorrenza sleale: una multa di 300mila euro e il libro Falce e Carrello venne inizialmente messo all’indice, nel senso antico del termine (ritiro da tutte le librerie e divieto di ripubblicarlo). La Corte d’Appello di Milano aveva poi sospeso la pena, constatando anche che il ritiro e il divieto di pubblicazione fossero forme di censura, provvedimenti che, anche secondo la legge sulla stampa italiana (che è tutto meno che liberale), possono essere attivati solo in presenza di casi veramente gravi, come stampa oscena, o plagio.
    Caprotti, almeno, è morto pochi mesi dopo aver vinto un’altra lunga battaglia contro i sindacati. Si erano sollevati contro la sua proposta di aprire i suoi supermercati il 25 aprile e anche la domenica. Ma in questo caso, dopo un duro braccio di ferro, il 22 gennaio scorso si è raggiunto l’accordo che prevede in via sperimentale una programmazione trimestrale del lavoro domenicale su base volontaria. Il 26 e 27 febbraio i lavoratori Esselunga sono stati chiamati a esprimersi sull’accordo. Il referendum si è concluso con il 60,3% di voti favorevoli e il 38,5% contrari. Al referendum hanno partecipato 15.190 addetti su 19.732 aventi diritto. A questo punto, sulla base dei risultati ottenuti, il nuovo accordo è entrato in vigore il 2 maggio e rimarrà in vigore fino al prossimo primo maggio.
    Magistratura, Coop e sindacati. Sono questi, alla fine, i veri poteri forti (senza virgolette, né complottismi) in Italia. Le inchieste e le condanne dei magistrati si basano su una legge che non garantisce né piena libertà di espressione, né pieno diritto di proprietà. Le Coop, con il loro rapporto simbiotico con la politica locale e nazionale, sono l’espressione più esplicita del sistema Italia. I sindacati, con la loro opposizione ad ogni forma di pratica competitiva, sono il cane da guardia di questo sistema. Un imprenditore che voglia farsi strada, con le sue sole forze, o ha le spalle larghe come Caprotti, o soccombe. Domandiamoci poi perché, in questo paese, “i privati scarseggiano” e lo Stato “è costretto a subentrare” per sostituirli.
    Tutti quelli che non erano Caprotti - L'intraprendente | L'intraprendente

    Caprotti il caparbio. Uno che aveva il coraggio di giocarsela fino in fondo
    Renato Farina
    La morte di Bernardo Caprotti è accaduta come tutti vorremmo capitasse a noi stessi. A tarda età, ma mentre si vive. Al punto che a Boris pare di avere interrotto il suo discorso con lui un attimo prima. Sui giornali ci era finito ancora pochi giorni fa da protagonista, uno che tiene la frusta sul cavallo, non per colpirlo, ma per far vedere chi comanda, indicandogli una strada. C’è qualcosa in lui di diversissimo dai costumi italici, e di molto russo. Mi accorgo di aver usato l’indicativo presente, perché mi sembra impossibile si possa sotterrare uno così.
    Caprotti è stato l’uomo che ha inventato il supermercato in Italia. In viale Regina Giovanna trasformò una vecchia autorimessa in un grande negozio, con gli scaffali, dove i clienti potevano scegliersi le merci e posarle in un carrello. Era il 27 novembre 1957. Nasceva così Esselunga, un nome derivato dall’insegna Supermarket con la consonante sibilante che si estendeva sul resto della scritta. I bottegai – ne sono consapevole – non l’hanno amato, ma il passaggio a questa nuova dimensione, alla grande distribuzione, era inevitabile per lo sviluppo delle tecnologie. Alcuni negozi di vicinato hanno saputo resistere, tenere accese le vetrine, altri si sono arresi: in fondo l’innovazione punisce sempre chi non sa estrarre talenti dalla tradizione e si siede su di essa, invece che inventare, consorziarsi con amici e concorrenti, provare il nuovo sul suolo antico ma concimato dal proprio sudore e da quello delle nuove generazioni.
    Caprotti è stato grande in due sensi. La caparbietà dell’inventiva, il reggere alla concorrenza straniera. In un capitalismo italiano bravo solo a farsi sovvenzionare dallo Stato e a trovare accordi nei salotti buoni per non rischiare nulla, Caprotti ha avuto il coraggio di giocarsela. Ha puntato su se stesso e i suoi collaboratori (li chiamava così, non impiegati o dipendenti, e sono più di 22 mila), e cioè sul lavoro, invece che sulla finanza. Non ha venduto per godere plusvalenze miliardarie dalla vendita a francesi o americani del suo business. Di certo non avrebbe mai venduto alla Coop.
    Non sopportava il comunismo in teoria, ma soprattutto l’affarismo dei comunisti nella pratica. Nove anni fa scrisse Falce e carrello, dove dimostrò i legami ammorbanti tra le amministrazioni delle Regioni rosse (Emilia-Romagna, Toscana in primis) e la proliferazione di supermercati del medesimo colore. A lui, al suo modo di intendere l’imprenditoria, non si lasciava spazio. La sua denuncia fece sapere all’Italia molte cose. Le sanno benissimo anche gli altri imprenditori delle medesime regioni. Ma per quieto vivere non hanno potuto permettersi lo stesso coraggio.
    In che cosa è stato poco italiano e molto russo, il Caprotti? Non si è lasciato andare al familismo amorale, per cui si passa tutto ai figli, li si innalza alla guida di imperi grandi o piccoli, anche se non se lo meritano. In Guerra e pace si trovano figure così. Ha tre eredi, nati dai suoi lombi, Caprotti. Ha fatto in modo che non mettessero mano alla sua gioiosa macchina commerciale. È stato severo, ma non li ha diseredati. Semplicemente voleva alla fine realizzare con una vendita sonante una plusvalenza micidiale, ma consegnando la sua creatura e i suoi collaboratori in mani capaci. Che si godessero il denaro i figli, ma non tenessero tra le mani aziende da disfare.
    Non ha fatto a tempo a vendere, Caprotti. Ci auguriamo che le liti ereditarie non portino a tagliare in pezzi questo diamante unico. Riposi in pace, cavalier Bernardo. Anzi, venga giù a dare una mano.
    Caprotti il caparbio | Tempi.it

    Esselunga, il testamento di Caprotti: "Non vendete mai alle coop"
    Mr Esselunga, Bernardo Caprotti, lascia scritto nel testamento di evitare che l'azienda finisca in mano ad una cooperativa
    Claudio Cartaldo
    Il messaggio di Bernanrdo Caprotti dopo la sua morte è chiaro: "Non vendete mai Esselunga alle Coop".
    La disposizione contenuta all'interno del testamento aperto martedì scorso nello studio notarile Marchetti a Milano rispecchia l'infinita lotta che ha contrapposto mr Esselunga all'impero delle cooperative (rosse). "La società è privata, italiana, soggetta ad attacchi, può diventare una Coop. Questo non deve succedere".
    Mai Esselunga ad una coop
    Secondo Caprotti quindi è molto meglio guardare ad un compratore straniero, "Ahold sarebbe ideale. Mercadona no". "L'azienda è diventata attrattiva - scrive ancora - Però è a rischio. È troppo pensante condurlo, pesantissimo possederla. Attenzione: privata, italiana, sogetta ad attacchi, può diventare una coop".
    Anche se al momento il processo di vendita è stato bloccato dal cda. Più delicata invece la questione della divisione dei beni tra gli eredi. "Dopo tante incomprensioni e tante, troppe amarezze – si legge nel testamento - ho preso una decisione di fondo per il bene di tutti, in primis le decine di migliaia di persone i cui destini dipendono da noi". La priorità di Caprotti è infatti quella di mantenere il lavoro di circa 22mila dipendenti e i ricavi da 8 miliardi di euro. Un impero solido che anche dopo la morte del fondatore deve riuscire a resistere. Mr Esselunga ha così deciso di dare il 70% di Esselunga e 55% dell’immobiliare a Giuliana Albera e a sua figlia Marina, il restante 30% di Esselunga e il 45% dell'immobiliare verrà invece diviso in parti uguali ai figli di primo letto, Giuseppe e Violetta. "Famiglia non ci sarà – scrive Caprotti - ma almeno non ci saranno lotte. O saranno inutili, le aziende non saranno dilaniate". Così Caprotti ha blindato il futuro di Esselunga.
    Esselunga, il testamento di Caprotti: "Non vendete mai alle coop" - IlGiornale.it

    La lezione del Gran Lombardo
    La strepitosa lezione morale di Bernardo Caprotti: i valori nelle sue ultime volontà. Ora fatela studiare a scuola
    Vittorio Macioce
    Sono le diciotto e cinquanta del nove ottobre. Anno 2014. Quasi ventiquattro mesi fa. Bernardo Caprotti sta leggendo con voce non troppo alta, ma ferma, senza declamare, sincera, davanti al notaio Carlo Marchetti tredici fogli battuti a macchina, macchiati da appunti e considerazioni scritte a mano.
    Ogni tanto si ferma, sottolinea, spiega, riflette, apre ricordi, pezzi di vita, strati di dolore. È il suo testamento.
    Ha cercato di mettere a posto tutti i pezzi, con metodo. Sa che il futuro non si può ingabbiare. Non si comanda. Ma puoi cercare di intuire l'imprevedibile, per limitare i danni. È quello che fa da una vita, forse funziona anche dopo la morte. Il resto, oltre i numeri, i beni, le quote e le legittime, è la sua visione del mondo, i valori, lo stile, le idiosincrasie, le paure, quello in cui crede e quello che non si è riuscito a perdonare. Questo atto notarile, in apparenza burocratico, è il monologo di un Gran Lombardo, forse uno degli ultimi. Andrebbe studiato nelle scuole. Perché nelle parole di Caprotti c'è l'orma e l'anima di una schiatta d'uomini sempre più rara, quella che ha rimesso su un'Italia in macerie, testarda, burbera, doverista, intraprendente, che al termine della notte ha immaginato un futuro e se lo è preso, senza alibi, senza sconti, faticando attimo dopo attimo, oltre i limiti, senza arrendersi, come in una maratona, rischiando, con la passione che è un demone ossessivo e di notte ti manda a pezzi il cuore.
    Caprotti che pensa al suo funerale, «che sia al mattino, il più presto possibile, onde non disturbare il prossimo». Caprotti che non vuole necrologi, «sarebbero paginate di fornitori cortigiani». Caprotti sa che non esistono famiglie felici. Non gli tocca a quelli come lui. «Ma almeno non ci saranno lotte. O saranno inutili. Le aziende non saranno dilaniate». Caprotti sa, come Enzo Ferrari, che in questa Italia invidiosa e bigotta, ti perdonano tutto tranne il successo. Caprotti mette nero su bianco che Esselunga non dovrà mai finire nelle mani delle Coop. No, non è questione di concorrenza, ma di etica. Non teme la vendetta dei nemici sul suo cadavere. Non accetta semplicemente l'ipocrisia e i vantaggi di fare affari sotto la maschera dell'ideologia. È quello che racconta in Falce e carrello. È coerenza. È orgoglio. Caprotti che non si offende se lo chiamano droghiere, perché sa che dietro quella parola c'è una cultura antica e il commercio è fatto di coraggio e di esperienza e di saperi e di studi e di libri e di bellezza. E se lasci in eredità un De Chirico o un olio su tela di Zandomeneghi non è per quanto vale, ma perché lì dentro ci sei tu, ti ci specchi, ti ci riconosci.
    E la casa non sono solo quattro mura e neppure una costellazione di ville, ma quello che c'è dentro, come la biblioteca del bisnonno Giuseppe, quattromila volumi, e l'archivio di famiglia. «Il corpo di tutto questo costituisce il centro delle nostre origini, la nostra tradizione, quello che siamo. Questo ho tramandato a mio figlio Giuseppe, in questo conto ho tenuto questo mio figlio». Caprotti ti dice che dietro ogni impresa c'è molto di più di quello che appare. Per questo ogni volta che scompare un marchio, un negozio, un'officina se ne va un pezzo di universo.
    La lezione del Gran Lombardo - IlGiornale.it

    Quella sinistra che sputa su Caprotti
    Forza Italia propone che Milano dedichi una via al patron di Esselunga, datore di lavoro di ventiduemila persone. Eppure parte dei sinistrorsi dice no, mentre ci teniamo via Lenin, Stalin e Mao. Che tristezza
    di Federica Dato
    Ora noi lo chiediamo direttamente a loro, a quelli che si annunciano come difensori dei lavoratori di fronte alle angherie del “padrone”: Paolo Limonta, braccio destro di Giuliano Pisapia, lei quanti posti di lavoro ha creato in vita sua? Quanti stipendi ha versato, quanta ricchezza ha creato? Quanti mutui ha contribuito a pagare, quante libri per bambini ha permesso di comprare? Quante famiglie ha sfamato? Bernardo Caprotti di dipendenti, quelli che lui chiamava “collaboratori”, ne aveva 22mila. Ventiduemila famiglie, ventiduemila stipendi, ventiduemila tredicesime, ventiduemila tavole imbandite, ventiduemila affitti, ventiduemila individui liberi grazie al lavoro. E lo chiediamo anche a lei, già presidente del Consiglio comunale meneghino, Basilio Rizzo di Sinistra per Milano, declinazione locale di Sel: a quanti a fine mese dà dei soldi? Se, come ci tenete a bofonchiare in piazza a ogni manifestazione inconcludente, la Repubblica è fondata sul lavoro, lei quanto ne crea? Fatti, numeri, non chiacchiere. Quanti dipendenti sfama, Rizzo? Quali importi gira all’Inps, quante pensioni, quante auto contribuisce a comprare? Quanti cartellini da timbrare ha forgiato fino ad oggi. Bernardo Caprotti ventiduemila, per non parlare di quanti da lui hanno lavorato per un periodo e ora fanno altro. Ventiduemila. Ventiduemila che a lui devono la propria autonomia, dignità, possibilità di futuro.
    Questi due signori, che in termini oggettivi rispetto al patron di Esselunga venuto meno venerdì paiono un po’ meno utili all’esistenza dei lavoratori, non hanno firmato la mozione con cui Forza Italia ha proposto di dedicargli una via o un parco cittadino. Mariastella Gelmini ha apposto la prima firma, poi Stefano Parisi, Lega Nord, Cinque Stelle, Sala e la lista Milano Popolare. Loro no. Mozione passata. All’uomo che ha cambiato l’esistenza dei milanesi, anche e soprattutto dei suoi clienti, quella sinistra non sentiva l’esigenza di intitolare alcunché. Si stima che i regimi comunisti abbiano causato circa 100 milioni di morti, dai primi del ‘900 in poi. Quelli fatti in nome dell’uguaglianza e la parità, in nome dei lavoratori, appunto. Ne Il libro nero del comunismo lo storico Stéphane Courtois li divide così: 65 milioni in Cina, 20 milioni in Unione Sovietica, un milione in Vietnam, due milioni in Corea del Nord, 2 milioni in Cambogia, un milione nell’Europa dell’Est, 150mila in America Latina, un milione 700mila in Africa, un milione 500mila in Afghanistan e circa 10mila causati dal movimento comunista internazionale e partiti comunisti non al potere.
    Un viaggio nelle vie dedicate a gente che un po’ di cadaveri li ha lasciati dietro sé lo aveva già fatto il buon Gianluca Veneziani: in numerosi paesi e città italiane fioriscono ancora vie Lenin, da Roma a San Giuliano Terme (Pisa), da Paullo (Milano) a Sperone (Avellino) e abbondano anche le vie Che Guevara, da Zibido San Giacomo (Milano) a Montalto Uffugo (Cosenza) fino a Bisceglie, in Puglia. A Raffadali (in Sicilia) e Castelfidardo (nelle Marche) esiste ad esempio una “via Stalin”. E ancora via Mao e Karl Marx, quest’ultima a Sesto San Giovanni. Ma la sinistra milanese, parte di essa, quella con cui è impossibile dialogare, non firma a favore di una via dedicata a Bernardo Caprotti. Reo di quale colpa? Di distribuire lavoro, a differenza di quella sinistra che fino a prova contraria per Milano non ha fatto e non farà nulla paragonabile a ciò che Caprotti lascia dietro sé. La chiamano invidia sociale, qui temiamo sia peggio, ovvero banale incomprensione.
    Quella sinistra che sputa su Caprotti - L'intraprendente | L'intraprendente

  3. #2193
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Marcia della pace: partita da Perugia per 'vincere l'indifferenza' - Umbria - ANSA.it

    Non mi dire che hanno capito che non gliene frega un beato casso di niente a nessuno!
    Povero San Francesco!
    Se potesse risorgere li prenderebbe tutti a calci in culo.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #2194
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Def, Corte dei Conti: -3,2 mld entrate 2016 rispetto alle attese

    A parte che le attese erano basate in parte su cazzate, occorre dire che l'aumento delle tasse, che c'è eccome, nonostante le sparate di comodo, oltre certi limiti portano ad una riduzione delle entrate.
    Sembra paradossale invece è matematico in economia.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #2195
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Def, Corte dei Conti: -3,2 mld entrate 2016 rispetto alle attese

    A parte che le attese erano basate in parte su cazzate, occorre dire che l'aumento delle tasse, che c'è eccome, nonostante le sparate di comodo, oltre certi limiti portano ad una riduzione delle entrate.
    Sembra paradossale invece è matematico in economia.
    Non entra in testa a questi piccoli uomini , se tali sono .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  6. #2196
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    ATTACCO ALLA FAMIGLIA
    di Francesco Lamendola
    La famiglia – la sola vera famiglia che sia mai esistita al mondo, la sola umanamente possibile e pensabile: quella formata dall’uomo e dalla donna e aperta alla nascita dei figli – è sotto attacco, e l’attacco si svolge su molteplici direttrici e si serve di molteplici e astuti strumenti di offesa, materiali e intellettuali.
    La recente approvazione, da parte dei parlamenti di quasi tutti i Paesi occidentali, di una legislazione che, in pratica e de iure, equipara le unioni di fatto alla famiglia vera e propria, e che, addirittura, riconosce come “matrimonio” l’unione di due persone del medesimo sesso, e garantisce loro la possibilità di procreare mediante svariati artifici, o di adottare bambini, al pari di qualsiasi altra coppia regolare, cio'non è altro che l’ultimo episodio di questa offensiva, che parte da lontano e dura da decenni, se non da secoli - precisamente, dal libertinismo del XVII secolo -, e le cui precedenti tappe sono state il riconoscimento legale del divorzio, poi dell’aborto, della libertà di drogarsi, e ora dell’eutanasia, attuata, sui richiesta dei genitori, anche nei confronti di bambini e adolescenti ancora minorenni.
    Non è facile dire se una coppia di omosessuali che si sposano con grande clamore e spettacolarità, oppure dei genitori che decidono di procedere all’eutanasia del loro figlio, con pari spettacolarità mediatica (e pur nella ovvia, profonda differenza delle loro rispettive situazioni), siano coscienti di stare svolgendo una parte assai più grande di quella che, forse, immaginano: vale a dire, d’interpretare in prima persona l’attacco alla famiglia che potenti circoli e lobby massonico-gnostico-radicali stanno portando avanti, nel quadro di un disegno globale di destrutturazione della società, in vista di una ristrutturazione futura secondo i loro obiettivi (anche e soprattutto economici e finanziari), le loro finalità (anche politiche) e le loro convinzioni sociali, filosofiche e religiose, nonché secondo gli schemi di potere e le strategie di dominio da essi tenacemente perseguiti nel corso del tempo.
    Consapevoli o meno, sta di fatto che costoro servono la campagna in atto per delegittimare, screditare, indebolire, frantumare la famiglia naturale, e, a maggior ragione, la famiglia cristiana, o quel che resta di essa; e che la strategia privilegia di tale offensiva consiste nel premere al massimo sull’acceleratore della politica dei diritti individuali, eretti ormai a supremo e indiscutibile Vangelo di una società che sia “progredita”, “democratica” e “civile”, contrapposta alle società incivili, antidemocratiche e arretrate, nelle quali vi sono delle deplorevoli e inaudite perplessità ad accordare sempre nuovi diritti a ciascun soggetto, senza tener conto della stabilità dell’insieme e senza accompagnare l’acquisizione di essi con l’assunzione dei corrispettivi doveri.
    Si vuole distruggere la famiglia per portare la società verso il caos; e poi dal caos, con ributtante cinismo, i gruppi di potere in questione si ripropongono di ricostruirla, o meglio, di costruirne una interamente nuova: che non abbia più nulla che richiami a una identità, a un senso di appartenenza, a una specifica cultura. Solo cosi', essi pensano, sarà possibile costruire il mondo nuovo che è nei loro progetti.
    A sua volta, l’attacco alla famiglia è stato preceduto e preparato dall’attacco alla donna: alla sua identità, alla sua specificità, vale a dire alla sua maternità. Siamo arrivati al tasso d’incremento demografico zero, perché, per decenni, la donna è stata sottoposta a un bombardamento incessante mirante a convincerla che ella, come madre, non si realizzerà mai, sarà sempre una schiava e una prigioniera dei suoi figli e delle sue responsabilità materne, oltre che del marito; ma che ella puo'e deve cercare di realizzarsi come femmina, come animale da seduzione, in modo da avere qualsiasi uomo ai suoi piedi, ma senza mai farsi mettere il guinzaglio da nessuno: insomma, che non deve aspirare ad essere madre, ma amante.
    A sua volta, l’uomo è stato bombardato da una analoga campagna psicologica mirante a persuaderlo che, nella donna, egli non deve cercare la sua compagna di vita, la madre dei suoi figli, ma uno strepitoso animale da letto, un giocattolo erotico dalle prestazioni inesauribili; sicché ha incominciato a guardare con commiserazione le donne che aspirano “soltanto” a divenire spose e madri, il loro modo di vestire modesto, il loro modo di muoversi pudico, il loro naturale riserbo: la loro assenza di trucco, di abbronzatura, di muscoli modellati dalla palestra, di tatuaggi, tutto questo appare ad essi qualcosa di povero, di meschino, di provinciale.
    Si sono creati cosi' due nuovi tipi umani: la perfetta cretina e il perfetto cretino, degni l’uno dell’altra; non solo volgari e banali, ma convinti, nella loro inconsapevolezza, di essere speciali, anzi, unici, e di avere il diritto all’altrui ammirazione proprio in cio'che di meno originale possiedono.
    Se, poi, ci si chiede come sia stato possibile questo rimbecillimento, questo imbarbarimento, questo pauroso regresso, la risposta si presenterà quasi subito a una indagine spassionata: è stato l’effetto di una esasperata, programmata, scientifica erotizzazione dell’immaginario collettivo, e, un poco alla volta, della società stessa. Dopo un lavaggio del cervello pubblicitario, televisivo e cinematografico durato parecchi anni, i modelli erotizzanti di uomini e donne presentato dal piccolo e dal grande schermo, e perfino dai giochi elettronici del computer, hanno fatto la loro felice comparsa nel mondo reale: si sono incominciati a vedere uomini e donne conciati e truccati esattamente come i loro “eroi” mediatici, vestiti come loro, atteggiati come loro, parlanti come loro. Una specie di incubo divenuto realtà, in mezzo alla soddisfazione generale, e nel tripudio dei giovanissimi e delle giovanissime, sempre più felici di potersi “emancipare” mediante l’assunzione di modelli prefabbricati, dei quali, evidentemente, non percepiscono la natura totalmente posticcia, totalmente fasulla, o, per meglio dire, totalmente fantasmatica.
    Una volta incuneato l’erotismo esasperato in ogni piega più nascosta dell’immaginario, sia collettivo, sia, ovviamente, quello individuale, e una volta resi gli uomini e le donne schiavi della lussuria, anzi, dell’idea e del bisogno (anche solo virtuale) del piacere sessuale, è passata, con cio'stesso, nella società, una nuova filosofia di vita: quella dell’individualismo esasperato, con il suo logico, inevitabile corollario: la teoria dei “diritti” individuali garantiti a tutti e per qualsiasi cosa, per qualsiasi bisogno, per qualsiasi capriccio, per qualsiasi abuso. Un uomo o una donna ossessionati dal sesso non hanno altro in mente che la soddisfazione dei loro demoni privati: altro che famiglia, altro che bambini, altro che responsabilità. Cio'che essi vogliono, e lo vogliono ciecamente, testardamente, a qualunque costo, è di ottenere il riconoscimento del diritto di inseguire la loro privata ricerca della felicità, che coincide, per essi, con il piacere (edonismo radicale): cosi' si è voluto, e cosi' è stato. Oggi questa filosofia è entrata talmente a fondo nel modo di pensare e di sentire delle persone, che ben poche si rendono conto della sua arbitrarietà, della sua artificiosità e, in ultima analisi, della sua pericolosa, distruttiva assurdità.
    E come la mettiamo con le minoranze? Se, in via di principio, allo scopo di evitare odiose “discriminazioni”, si riconosce che tutti hanno diritto a tutto, è evidente che, prima o dopo, bisognerà riconoscere il diritto di un handicappato di guidare un treno o di pilotare un aereo; il diritto di un cieco di presiedere una giuria per l’assegnazione di un premio di pittura, di scultura o, magari, di danza; il diritto di un immigrato clandestino di divenire cittadino a pieno titolo, e di accedere a tutti i servizi sociali, la sanità, la scuola, i trasporti; il “diritto” di una persona omosessuale di ricoprire la carica di assessore per le “politiche familiari”. Sono situazioni che, in parte, già si sono realizzate, e senza che nessuno, o quasi, se ne meravigliasse, tanto meno tentasse di opporvisi; altre le vedremo realizzate nei prossimi anni, e non c’è da dubitare che, prima o poi, qualche giudice progressista finirà per riconoscere il buon diritto del signor Rossi di assumere droghe e poi mettersi al volante della propri automobile, perché, in fin dei conti, la strada è di tutti e lo Stato non deve essere uno Stato etico, ma deve riconoscere a ciascuno il massimo della libertà individuale: e quale libertà più evidente di quelle di assumere droghe o di mettersi al volante per andare in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento?
    Il matrimonio si basa su di una promessa definitiva: ma oggi chi ha voglia d’impegnarsi a fondo, e, soprattutto, chi non vedrebbe in un impegno di tal natura, un attentato bello e buono alla libertà individuale di ciascuno? Abbasso il matrimonio, dunque: prima, quello religioso, il più esigente, il meno addomesticabile; poi, quello civile, in quanto comporta pur sempre un impegno pubblico e solenne. E avanti con le libere unioni.
    ATTACCO ALLA FAMIGLIA

    Liberté, egalité, sexualité
    Lucia Scozzoli
    I francesi continuano spediti sulla via della liberté, egalité e sexualité per declinare la laicità e integrare i moltissimi immigrati che affollano il suolo d’oltralpe. Come ha sostenuto anche il Corriere della sera con la sua triennale dedicata alla sessualità delle donne, i cosiddetti valori che abbiamo da opporre all’avanzata musulmana in Europa, che si manifesta sia come colonizzazione ideologica che, ahimè, in violenza e attentati, si riassumono tutti nello slogan “sesso per tutti”. Sembra proprio che gli illuminati (nel senso di illuministi) governanti europei abbiano deciso che cio'che identifica con pregnanza e chiarezza il popolo europeo sia il suo atteggiamento libertino verso il sesso.
    Cio' che ci caratterizza di fronte al gruppo coeso e autoghettizzato dei musulmani che affollano le nostre città è la libertà di (s)vestirci come ci pare, di indossare gli shorts e la canotta in autobus o il topless in spiaggia, di fare video porno e postarli sui social ridacchiando, di cambiare partner ogni tre per due, di abortire gratuitamente e velocemente grazie al servizio sanitario nazionale ogni volta che un preservativo fa cilecca, di commissionare figli in provetta, magari scegliendo anche qualche caratteristica fisica di rilievo, di sbaciucchiarci in pubblico, anche uomo uomo, donna donna (anzi, per loro l’applauso è d’obbligo), di pretendere il rispetto a prescindere dal fatto che uno se lo sia meritato, sostenendo che ogni atteggiamento è lecito, a priori. Questo, in soldoni, il riassunto dei “nostri valori” cosi' come li intendono i capi di stato quando, all’indomani di qualche attentato, si accalcano a sostenere che ci opporremo alle derive estremiste coi nostri valori.
    Nel solco di questa consapevolezza, i francesi ne hanno escogitata un’altra: ecco apparire sui banchi di scuola un nuovo misterioso attrezzo, per esplicare meglio la materia durante l’ora di educazione sessuale: la stampa 3D in plastica di un clitoride a grandezza naturale.
    E’ la prima volta, ci informano i promotori dell’iniziativa con entusiasmo, che l’organo più (s)conosciuto del corpo delle donne viene ricreato in maniera anatomicamente corretta e questa era proprio una necessità, secondo la ricercatrice in scienze biomediche Odile Fillod, autrice dell’oggetto. Ora finalmente gli studenti di elementari e superiori potranno finalmente capire cosa sia e a cosa serva, durante le ore di educazione sessuale. Soprattutto, dico io, i bambini delle elementari. Fino a questo momento sui libri mancava una riproduzione accurata del famoso organo, tanto che l’Alto Consiglio sull’Uguaglianza francese a giugno aveva sentenziato che l’educazione sessuale delle scuole francesi era sessista e inaccurata.
    Secondo Carla Lonzi, teorica del femminismo e autrice de «La donna clitoridea e la donna vaginale», il clitoride sarebbe addirittura «L’organo in base al quale “la natura” autorizza e sollecita un tipo di sessualità non procreativa», quindi ha un’importanza fondamentale nel processo di emancipazione femminile e la Fillod si augura che la sua opera aiuti le donne a capire che «il piacere non è una magia che solo i partner riescono a scatenare». Insomma, una specie di istigazione alla masturbazione.
    Io vorrei solo timidamente ricordare che la masturbazione non è una pratica sanissima, che puo'sconfinare nella compulsione e generare una dannosa dipendenza.
    L’epifisi è una ghiandola deputata al rilascio di due ormoni: la serotonina nelle ore di luce e la melatonina nelle ore notturne. Tra le altre attività, grazie soprattutto a questi ormoni, l’epifisi rende vigili e attenti, aumenta il grado di concentrazione, stimola l’apprendimento e la memoria, stimola la fisiologia del corpo e ne coordina il livello energetico, regola l’equilibrio emozionale e stimola il buon umore, regola e gestisce importanti funzionali ormonali. Il problema è che le attività stressogene che conduciamo, uno stile di vita sregolato e un’alimentazione industriale portano alla calcificazione di questa ghiandola. Anche la masturbazione, se compulsiva, si presenta come un’attività che tende ad atrofizzare l’epifisi e a rallentarne l’emissione di melatonina, ormone assolutamente essenziale per molteplici funzioni psico-fisiche. Tra queste rientrano il rallentamento dell’invecchiamento precoce, il contrasto alla stanchezza cronica, alla perdita della concentrazione ecc. Questi processi sono gli stessi che sono presenti nella persona che fa un uso compulsivo della masturbazione.
    Il famoso detto che la masturbazione rende ciechi ha un suo fondamento: si tratta infatti di una cecità non tanto a livello visivo, quanto a livello interiore. Non è un mistero che il porno dipendente si presenta solitamente come una persona poco empatica, con uno sviluppo interiore e un livello di integrazione delle sue parti indebolito. Pensare quindi che un semplice atto come la masturbazione, se protratta nel tempo e connotata compulsivamente, possa avere effetti nocivi solo a livello fisico è completamente errato. La masturbazione, comunque la si veda, ha degli effetti difficilmente misurabili anche su dei piani che non sono “visibili” all’occhio esteriore, ma che non sfuggono a chi pratica l’osservazione di sé e dei suoi spazi interiori.
    Quindi auspicare che anche le donne, generalmente più immuni degli uomini a questa pratica, si lascino trascinare nella pericolosa dipendenza mi pare un atteggiamento piuttosto irresponsabile, tanto più se il messaggio è divulgato dentro le scuole.
    Per quanto riguarda il clitoride in sé, se l’umanità è sopravvissuta finora senza avere il modellino 3D, forse tutta questa necessità non c’era: io, ad esempio, ho passato la quarantina e in tutta sincerità devo dire che l’ho vissuta assai bene da questo punto di vista, nonostante la mia riconosciuta ignoranza in merito alla forma specifica dell’organo in oggetto. Per vivere una normale, sana ed edificante sessualità di coppia, nel reciproco amore e rispetto, non serve nessun modellino anatomico, la natura ha già predisposto con sufficiente cura istinti e incastri.
    Certo che, se invece stiamo parlando di professionisti del sesso, di quelli da video porno su you tube, che devono ottenere il massimo risultato nel minor tempo, con partner occasionale e senza coinvolgimento emotivo possibilmente, allora servono tutti i meccanicismi a disposizione, con la più alta precisione e accuratezza, soprattutto in campo femminile, perché si sa che la donna malauguratamente si eccita più con un’atmosfera che con una palpata approssimativa ed è meno impegnativo specializzarsi nei tecnicismi che parlare d’amore. Se sapessero, gli uomini, che una donna non resiste al fascino senza tempo di un uomo elegante e ben educato che le apre la portiera!
    Ho come l’impressione che sarebbe stato più utile il modellino di un cervello, piuttosto che quello del clitoride, per evidenziare quanti neuroni femminili si attivano quando un uomo le fa un complimento galante, quanta endorfina si libera nel corpo per una mano sfiorata con grazia.
    Ma davvero, come complicare una cosa semplice.
    Liberté, egalité, sexualité | Informare per Resistere


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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Chiamarlo scandalo del Sole 24 Ore serve solo a minimizzare, quello che sta esplodendo è lo scandalo Confindustria. Durissimo il 'Fatto': è l'unico giornale riuscito a far schizzare le vendite e a far crollare i ricavi. E tutti sapevano tutto | Prima

    Il Fatto Quotidiano - 10/10/2016 – Giorgio Meletti – Lo scandalo economico del quotidiano finanziario è solo l ‘ apice di una questione molto più grande e grave che coinvolge l ‘ associazione degli industriali, molti iscritti ed ex presidenti inutile girarci intorno. Chiamarlo scandalo del Sole 24 Ore serve solo a minimizzare. Quello che sta esplodendo è lo scandalo Confindustria. Altro che i sindacalisti in crociera con i soldi dei pensionati. Altro che gli assessori a caccia di bustarelle. Altro che municipalizzate corrose dalle parentopoli. Altro che Monte dei Paschi e Banca Etruria. Qualunque pietra di paragone scegliate, anche la più purulenta, state sicuri che con il giornale della C on fi nd us tr ia sono riusciti a fare peggio. Con quella che presentavano come il gioiello dell ‘ i ndustria editoriale sono riusciti a perdere in nove anni più di un miliardo di euro. Il fatto che li abbiano persi non esclude che qualcuno sappia benissimo dove ritrovarli. Non li hanno persi, li hanno fatti sparire. Veri maghi.

    BASTA SCORRERE i bilanci del Sole 24 Ore per capire che sono forse falsi (questo lo sta già verificando la procura della Repubblica di Milano), sicuramente fantasiosi. È l ‘ u n ic o giornale da Gutenberg in poi che è riuscito a dichiarare di non sapere esattamente quante copie vende, l ‘ unico che è riuscito a far schizzare le vendite e a far crollare i ricavi. Contemporaneamente. Veri maghi. Tutti sapevano tutto. Non solo per i bilanci ma anche perché da anni si susseguono gli esposti al collegio sindacale e alla Consob. È datato 11 maggio 2010 l ‘ esposto firmato da quattro giornalisti del Sole 24 Ore (Donatella Stasio, Nicola Borzi, Alessandro Galimberti, Giovanni Negri) che si sono spesi personalmente per denunciare le imprese dei loro blasonati editori. In quell ‘ esposto c ‘ è di tutto.
    Esemplare il caso della Gpp, società editoriale di cui il gruppo Telecom Italia si libera nel 2004 perché va male. La vende per 14,6 milioni al fondo Wyse Equity che fa capo alla De Agostini. Ed ecco che nel 2006 arriva il Sole 24 Ore , che fa uno shopping forsennato per risultare più grande e più bello in vista della quotazione in Borsa. Compra dalla Wyse la Gpp per 40 milioni di euro. In quel momento, sottolineano i quattro giornalisti, la società Kpmg risulta essere impegnata nella revisione dei bilanci della società venditrice, della compratrice e della compravenduta, ma è anche incaricata dal Sole 24 Ore della due diligence (verifica del valore) della Gpp. La Consob non fiata. Nel frattempo nell ‘ azionariato della Gpp sono entrati con il 10 per cento misteriosi soci ” l us se mb ur gh es i ” che dalla vendita incassano 4 milioni senza fatica, e benché Il Sole sia una società quotata nessuno sa chi siano i fortunati. Miracolo: in due anni una società triplica il suo valore producendo perdite. A fine 2009, prendendo atto che la Gpp in nove anni di vita ha accumulato quasi 40 milioni di perdita (10 dei quali nell ‘ ulti mo anno), il cda del Sole 24 Ore decide di svalutare di 14 milioni la partecipazione e poi di fonderla nella capogruppo con la stessa destrezza con cui si seppelliscono i cadaveri. I bilanci parlano chiaro. Il 6 dicembre 2007, giorno della quotazione, Il Sole 24 Ore va leva in Borsa 750 milioni, oggi ne vale 51; aveva 347 milioni di patrimonio netto (capitale e riserve), oggi ne ha 28 milioni; aveva una posizione finanziaria netta, cioè soldi in cassa, di 149 milioni, oggi ce l ‘ ha negativa, cioè ha debiti netti per 30 milioni. Sommando grossolanamente, si sono volatilizzati 1,2 miliardi. Soldi principalmente della Confindustria di cui oggi le aziende associate non sanno a chi chiedere conto. I presidenti che si sono succeduti in questi anni (Luca Montezemolo, Emma Marcegaglia, Giorgio Squinzi) sembrano non essersi accorti di nulla, e sono quelli che vorrebbero insegnare ai politici come si gestisce un Paese.
    LETTO L’ESPOSTO dei quattro giornalisti del Sole 24 Ore , l ‘ al lora presidente della Consob Lamberto Cardia non ha fatto una piega. Impassibili anche i consiglieri d ‘ a mmi ni str az ione del Sole che l ‘ hanno ricevuto: tra loro il presidente Giancarlo Cerutti, produttore di macchine per la stampa, azionista e consigliere di Mediobanca quando la banca d ‘ affari ha curato la quotazione in Borsa del Sole 24 Ore (ma forse nel 2007 in Confindustria non conoscevano ancora i conflitti d ‘ interesse); e poi c ‘ era Luigi Abete, tipografo e banchiere; c ‘ era Francesco Caio, oggi alla guida delle Poste, allora (dicono) autore di una lettera di fuoco ai vertici della società seguita da silenziose dimissioni. E chi altro ha letto l ‘ esposto dei quattro giornalisti? Vediamo. C ‘ era Piero Gnudi, il commercialista d ‘ oro, l ‘ uomo che sussurrava al ministro Federica Guidi e adesso sta salvando l ‘ Ilva, sicuramente con lo stesso rigore con cui ha amministrato Il Sole 24 Ore ; ecco Antonello Montante, il fedelissimo di Emma Marcegaglia, campione dell ‘ antimafia in Sicilia fino al giorno in cui è stato indagato per mafia; ecco Giampaolo Galli, allora direttore generale della Confindustria, in seguito nominato da Pierluigi Bersani a Montecitorio ma renziano il giorno dopo. Tutti si sono voltati dall ‘ altra parte. Così questa classe dirigente manda a picco l ‘ econo mia: sa tutto, sente, vede, alza gli occhi al cielo, sospira, butta la polvere sotto il tappeto, spera che passi e aspetta di lasciare la rogna al successore. I nostri industriali sono fatti così. Quando devono spezzare le reni ai loro dipendenti e ai sindacati mettono pancia in dentro e petto in fuori e recitano la litania imparata nelle sacrestie confindustriali sulla responsabilità dell ‘ impresa, un uomo solo al comando, la tragica solitudine del decidere per tutti, licenzio voi per salvare gli altri, lo faccio per i vostri figli, le notti insonni di chi si fa carico. Tirate le somme sono peggio dei peggiori politici. Il Sole 24 Ore è stato gestito peggio della peggiore municipalizzata.
    Il presidente della Confindustria Montezemolo affida la società per la quotazione a un manager formidabile, Claudio Calabi, che ha già guidato la Rcs-Corriere della Sera, dunque ha la giusta esperienza editoriale. Anche troppa: nel 2000, mentre con Rcs comprava in Francia la casa editrice Flammarion, Calabi fece un insider trading da manuale, comprando azioni Flammarion a 37-42 euro e rivendendole a 78 euro venti giorni dopo. Un guadagnuccio da 365 mila euro per arrotondare, forse lo pagavano poco. Fatto sta che la Cob (la Consob francese) lo beccò subito, e il presidente della Rcs Cesare Romiti lo mise alla porta in 48 ore. Nessun giornale scrisse una riga. Montezemolo però sapeva tutto e, forse per solidarietà (anche lui fu cacciato da Romiti perché chiedeva soldi per propiziare incontri con l ‘ avvo cato Agnelli) decise che Calabi era l ‘ uomo giusto per portare in Borsa Il Sole , e in particolare per fare lo shopping di aziende con cui gonfiare il prodotto da piazzare agli investitori. Il clima di rigore imposto da Montezemolo si riconosce da lontano. Quando designa il cda che dovrà accompagnare Calabi verso l ‘ esaltante sfida del mercato sceglie fior di imprenditori con un criterio preso di peso dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith: ” Quat tro rappresentanti delle associazioni territoriali degli industriali del Nord, due del Centro, uno del Sud e due delle categorie ” . Calvinismo puro, animal spirits allo stato brado. Tra i prescelti Abete, mai più uscito dal cda del Sole e oggi vicepresidente nonché presidente in pectore ; Matteo Colaninno, oggi deputato Pd; Maurizio Beretta, allora direttore generale della Confindustria, oggi dirigente di Unicredit e presidente della Lega Calcio. Di quel collocamento in Borsa restano memorabili almeno due notazioni del presidente dell ‘ Adusbef Elio Lannutti, oggi promotore dell ‘ in chiesta giudiziaria con i suoi esposti alla Consob e alla procura di Milano, affidate a un ‘ interrogazione del 2011. La prima: ” Morgan Stanley, una delle più importanti banche d ‘ affari del mondo, sostenne che per rendere attraente il titolo sarebbe necessario collocarlo a un prezzo vicino ai 4 euro: sarà poi quotato a 5,75 eu ro ” . La seconda: l ‘ uti liz zo della famigerata clausola detta claw back (per non far capire che cos ‘ è). Montezemolo disse che il collocamento era diretto principalmente agli investitori istituzionali, cui era riservato l ‘ 80 per cento delle azioni offerte. Invece all ‘ ultimo momento, visto che gli istituzionali si erano ben guardati dal prenotare un prodotto che conoscevano bene, gli amici di Mediobanca ficcarono più della metà delle azioni nelle tasche del cosiddetto retail , come i banchieri chiamano i poveri fessi. Questa truffa della buona fede dei risparmiatori se la chiami claw back fa tutt ‘ altro effetto. Dal giorno della quotazione è stata una sarabanda di bugie, riassumibili in questi dati: nel 2008 Il Sole ha dichiarato in bilancio di aver diffuso (tra carta e digitale) 335 mila copie al giorno incassando 207 milioni; nel 2015 le copie sono salite a 375 mila e i ricavi sono scesi a 144 milioni.
    A L L ‘ A SS E M B L E A dei 23 aprile 2012 l ‘ azionista Giovanni Esposito chiese come mai le copie salivano e i ricavi scendevano nonostante l ‘ au men to del prezzo a 1,50 euro che da solo avrebbe dovuto comportare almeno un 20 per cento di incremento delle entrate. Memorabile la risposta del presidente Cerutti: i dati diffusionali sono forniti dall ‘ Ads (Accertamento diffusione stampa), quindi ” se il signor Esposito è soddisfatto della risposta siamo contenti altrimenti non possiamo farci nulla ” . E più non dimandare. Peccato che mesi fa la stessa Ads abbia cancellato dai conteggi del Sole 109 mila copie digitali perché ritenute fasulle. Molte di queste risultano acquistate dalla misteriosa società londinese Di Source, sulla quale si stanno per accendere i fari della magistratura, sulla scorta di due dettagliati esposti presentati nei giorni scorsi alla Consob dal giornalista Nicola Borzi. Lo scandalo Confindustria è solo all ‘ inizio.

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  8. #2198
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Morto premio Nobel Dario Fo, 90 anni - Ultima Ora - ANSA.it

    Per questo essere non avrei voluto sprecare parole, ma qui si parla di politica e quindi una sintesi va fatta.
    E parla da sola.
    Ebreo.
    Fascista di Salò.
    Komunista.
    Grillino.
    Morto.
    Non c'era più spazio per altre capriole.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #2199
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Però il 4 dicembre avrebbe fatto comodo...

  10. #2200
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Pace all'anima sua, anche se l'ho sempre trovato insopportabile.
    sklöpp & kanù

 

 
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