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  1. #2321
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Sardegna, pazienti italiani cacciati dagli ospedali per far posto ai clandestini

    Una circolare: "In previsione dello sbarco, bloccare i ricoveri e dimettere i pazienti". Matteo Salvini: "I 'migranti' prendono il posto dei pazienti... Follia!"



    di
    Redazione

    - 16 Dicembre 2016 alle 12:21


    La circolare in questione


    "In previsione dello sbarco dei migranti previsto per la giornata di oggi, si invitano le SS.LL. a voler provvedere a bloccare i ricoveri programmati e a dimettere i pazienti dimissibili, al fine di poter affrontare l'eventuale emergenza". Tradotto: cacciate dagli ospedali i pazienti italiani, perché è necessario far posto agli immigrati clandestini in arrivo. Questa la scioccante circolare diramata dall'Azienda Ospedaliera di Cagliari martedì 13 dicembre e inviata ai presidi ospedalieri del capoluogo sardo, a firma del direttore medico dott. Giuseppe Ortu.

    Il documento, che ha iniziato ad essere diffuso on line, ha attirato anche l'attenzione del leader leghista Matteo Salvini che ha così commentato sulla propria pagina Facebook: "I 'migranti' prendono il posto dei pazienti... Follia!". La circolare pare fare riferimento allo sbarco, avvenuto proprio martedì 13, di 854 clandestini scaricati al molo Ichnusa del porto di Cagliari dalla nave Diciotti della Guardia costiera, nonostante le quote previste per la Sardegna, le cui strutture sono al collasso, fossero già ampiamente raggiunte e superate con precedenti arrivi.




    http://www.ilpopulista.it/news/16-Dicembre-2016/8275/sardegna-pazienti-italiani-cacciati-dagli-ospedali-per-far-posto-ai-clandestini.html
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #2322
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Alessandra Moretti (Pd): "Sono malata, non lavorerò". Invece è a una festa di matrimonio in India
    La consigliera regionale del Veneto targata Pd avrebbe comunicato di essere malata e quindi non presenziare alla discussione sulla legge di stabilità. Peccato che pubblica foto mentre è in viaggio in India
    Gabriele Bertocchi
    Una bugia dell'ex candidata del Pd alla presidenza della regione Veneto e oggi consigliera regionale del Veneto, Alessandra Moretti, scuote Palazzo Balbi, sede della Regione.
    La consigliera avrebbe comunicato in consiglio regionale la sua assenza e quindi l'impossibilità a partecipare alla discussione sulla Legge di Stabilità per motivi di salute, insomma per malattia. Nessun problema, se non fosse che alcuni voci, come precisa Il Gazzettino, la davano "in India ad una festa di matrimonio". Dettagli confermato (involontariamente) da lei. Come? Postando una foto di lei su instagram a Jaipur. Come se non bastasse con l'aggiunta della didascalia "un viaggio che apre gli occhi sul mondo".
    Il matrimonio a cui partecipa la Moretti è quello di Jorge Sharma, un noto e ricco imprenditore del settore orafo che opera a Vicenza. Il quale ha organizzato 4 giorni di festa in India, invitando sia la consigliera che l’assessore alla sicurezza di Vicenza, Dario Rotondi. Alle malelingue la Moretti risponde ironicamente: "Sono fuori città e... ammalata da viaggio". Una battuta sicuramente, ma che non fa ridere pensando al fatto che dovrebbe adempiere ai suoi obblighi lavorati, tra l'altro pagati dai cittadini veneti. Non solo, la Moretti sul Fatto Quotidiano aggiunge anche: "Vale più una settimana in India che un anno a Palazzo". Ma non è finita qui: la ex candidata governatrice del Pd avrebbe affermato di aver accusato un malore, molto vago e non meglio precisato.
    Alessandra Moretti (Pd): "Sono malata, non lavorerò". Invece è a una festa di matrimonio in India - IlGiornale.it



    Gli imitatori della Boschi: dimissionari soltanto a parole
    Padoan, Franceschini, Carbone e Fedeli: hanno tutti promesso che sarebbero andati a casa. Sono ancora lì
    Anna Maria Greco
    Si fa presto a dire «me ne vado», ma alla fine nel vecchio governo in pochi hanno seguito l'esempio di Matteo Renzi.
    Eppure, si sprecavano prima del referendum le promesse di lasciare il governo, lasciare il parlamento, lasciare la politica finanche. Tornare a casa, fare un altro lavoro.
    Tutti pronti ad «assumersi la responsabilità» della probabile sconfitta, prima, tutti pronti a restare, magari promossi, dopo. Forse era una forma di minaccia, l'idea di prefigurare un cataclisma e spingere i cittadini in massa a confermare la riforma costituzionale. Non ha funzionato. Ma, salvo Renzi che proprio non poteva rimangiarsi la promessa, gli altri ora fanno finta di niente.
    Maria Elena Boschi è quella che ha segnato la strada. Da ministra del governo Renzi e «madrina» proprio della riforma bocciata, aveva spiegato di giocarsi tutto sul Sì. Infatti, quando il No ha stravinto è entrata nel nuovo governo Gentiloni, nel ruolo chiave di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. «Anche io lascio se Renzi se ne va: ci assumiamo insieme la responsabilità. Abbiamo creduto e lavorato insieme ad uno stesso progetto politico», aveva detto su Rai3, a In mezz'ora di Lucia Annunziata. Ma era un'altra vita.
    Una nuova ha iniziato Pier Carlo Padoan, rimanendo al timone del ministero dell'Economia nell'esecutivo appena varato. Dimenticando che, i primi di giugno, si era lasciato sfuggire a SkyTg24: «Osservo una cosa banale: se il presidente del Consiglio va a casa, tutto il governo va a casa». Da mesi si parlava di sue mire per una poltrona europea o para-europea, ma lui aveva precisato: «Il mio impegno futuro è tornare all'università».
    Nell'ultimo week end di campagna elettorale, in un'intervista a L'Aria che tira, su La7, pure l'allora vicepresidente del Senato Valeria Fedeli aveva assicurato: «Io non sono attaccata alla poltrona». Dopo la nomina a ministro dell'Istruzione nel governo Gentiloni, il video è diventato virale in rete e i commenti sono più che salaci. D'altronde, la deputata Pd era stata chiara nel preannunciare il suo addio alla politica, in caso della vittoria del No, fustigando i cattivi costumi italiani: «Basta alibi, è giusto rimettere il mandato anche per i parlamentari. Quelli che pensano solo alla propria sedia non pensino di arrivare al 2018».
    E poi c'è lui, il campione del «ciaone», il renziano che imperversa su Twitter, Ernesto Carbone. Alla domanda di Myrta Merlino a L'Aria che tira su La7, già a maggio aveva promesso: «Sì, lascio la politica. Non si tratta di personalizzare il referendum, si tratta di essere seri. Per vent'anni abbiamo sentito quelli che io avrei voluto..., e alla fine nessuno ha mai fatto nulla». Io non sono come gli altri, giurava Carbone, se non riesco a cambiare la Carta costituzionale, «è certo che vado a casa, perché vuol dire che ho fallito: grazie a Dio non campo di politica, nella vita ho un lavoro». Dieci giorni dopo l'esito del referendum, però, delle sue dimissioni da deputato non si parla affatto.
    Perché avrebbe dovuto farlo, direte voi, visto che è in così buona compagnia? L'allora e oggi ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, a maggio in un'intervista a Repubblica, spiegò: «Non è una minaccia, non è una personalizzazione. A me sembra una con-sta-ta-zio-ne. Questo governo, ed è agli atti, nasce per fare le riforme. Se le riforme non si fanno chiude bottega il governo e chiude anche la legislatura, mi pare ovvio. Anche perché non stiamo scegliendo tra due riforme diverse, che è il tema più surreale usato da alcuni costituzionalisti. Stiamo scegliendo tra la riforma e niente». Per lui, quindi, la fine del governo Renzi doveva coincidere con la fine della legislatura. Invece, è rimasto esattamente al suo posto, ma con Paolo Gentiloni.
    Gli imitatori della Boschi: dimissionari soltanto a parole - IlGiornale.it



    FEDELI, DIMISSIONI. OLTRE 40 MILA FIRME IN POCHE ORE. IL SILENZIO DI CEI E AVVENIRE. IMBARAZZANTE.
    Marco Tosatti
    Non accenna a placarsi la tempesta intorno al neo-ministro della Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, che oltre ad aver scritto sul proprio curriculum vitae, sul sito del Partito Democratico, di essere titolare di una laurea inesistente, a quanto pare non ha neanche al suo attivo un diploma di maturità. Il che, se permettete, per un Ministro della Pubblica Istruzione è certamente un record, persino nell’Italia del 2016. Oltre all’imbarazzo della Presidenza della Repubblica e del Presidente del Consiglio, che l’hanno accettata e rilanciata come “dottoressa”. Episodio degno di un film comico, ahimè.
    Una petizione lanciata attraverso CitizenGo per chiedere che faccia un passo indietro e si dimetta in poche ore ha raccolto oltre quarantatremila firme, e il numero continua a crescere. Anche alcuni dei grandi quotidiani più vicini alla linea espressa dal PD hanno cominciato a dare conto della notizia, dopo qualche esitazione iniziale. Mentre sui social si esprimono in molti.
    Fra gli altri Oscar Giannino, che rinunciò alla presidenza di FARE dopo che si scoprì che non aveva mai ottenuto un Master all’università di Chicago. Ecco che cosa scrive Giannino su Facebook:



    Ma il commento forse più devastante, fra i tenti che in queste ore si affollano sui social, lo lasciamo al filosofo marxista Diego Fusaro:



    Stupisce, ma in fondo non più di tanto il silenzio sulla vicenda del quotidiano dei vescovi, Avvenire. Stupisce perché fra le ipotesi che si sono fatte sulla singolare, per non dire straordinaria scelta di Valeria Fedeli a guidare un dicastero, e un settore, in un campo di cui non aveva nessuna precedente esperienza (è stata sindacalista per buona parte della sua vita, ma nel settore tessile) c’è stata quella che si sia voluto mettere una paladina dell’ideologia gender per farla sbarcare nella scuola. Il che, se stiamo a quello che leggete qui sotto, forse non è sbagliato.



    Ora l’istruzione è un settore in cui la Chiesa italiana ha mostrato sempre molto interesse, e si sa che cosa il Pontefice pensi di certe “colonizzazioni”. Ma forse in questo caso ha prevalso la contiguità della segreteria della Conferenza Episcopale con l’area politica che ha espresso il precedente governo, e la sua simil-replica attuale. Imbarazzante, a dir poco.
    FEDELI, DIMISSIONI. OLTRE 40 MILA FIRME IN POCHE ORE. IL SILENZIO DI CEI E AVVENIRE. IMBARAZZANTE. ? STILUM CURIAE

    Paolo l’insonne: ritratto del «conte rosso» Gentiloni
    di Giorgio Enrico Cavallo
    Molti – e sono tra di loro – si sono domandati come abbia potuto un soggetto politicamente insignificante come il conte Paolo Gentiloni Silverj diventare presidente del Consiglio. Un uomo dallo sguardo diversamente sveglio, dal sorriso diversamente allegro e dalla loquela diversamente coinvolgente. Insomma, roba da far andare in brodo di giuggiole Maurizio Crozza.
    E dai e dai, la domanda arriva inevitabile: ma perché proprio Gentiloni? Nel Pd avevano un fior fiore di sinistri politicanti ai quali affidare la poltrona del fu Renzi: perché proprio l’insonne Gentiloni? Avrà forse avuto un curriculum di alto livello; ma, dando una rapida lettura a Wikipedia, salta fuori che il “conte rosso” ha svolto due soli incarichi di governo: quello di ministro alle comunicazioni del governo Prodi II e quello di ministro degli Esteri con il suo guitto predecessore. Nessuna delle sue riforme della televisione entrò mai in vigore e, per quanto concerne la sua esperienza alla Farnesina, basti ricordare alcune perle da lui disseminate con generosità da quando è succeduto all’altrettanto incolore Federica Mogherini.
    C’è innanzi tutto la questione di Greta e Vanessa, le due sessantottine in ritardo generazionale, volate in Siria ufficialmente come cooperanti e di fatto liberate con il pagamento di un ingente riscatto che nemmeno l’austero Gentiloni ha mai negato, pur affermando che i 12 milioni di dollari erano troppi. E va beh, saranno stati 11 milioni e mezzo, che mai sarà. C’è poi stato il gelo diplomatico con l’Egitto in seguito alla morte di Regeni. Mentre infuriava la polemica con Il Cairo, Gentiloni si è inventato la nuova figura dell’enigmatico “profugo climatico”, per il quale “serve riconoscimento giuridico”. Già. Sono aperti dibattiti per capire se le sdraio e la crema solare siano requisiti necessari per il loro riconoscimento. E che dire della sua brillante operazione diplomatica nel martoriato Medio Oriente e in Africa? L’Italia è rimasta a guardare, priva di iniziative di rilievo, in un contesto in cui il ministero degli Esteri doveva essere determinante per il futuro del paese. E invece niente, il ruolo dell’Italia è stato semmai quello di servire gli alleati atlantici in ogni desiderio: speranzoso che le elezioni americane fossero vinte da Hillary Clinton, Gentiloni si è apertamente dimostrato un suo sostenitore, tra l’altro asservendo l’Italia ai folli deliri bellicisti dell’amministrazione Obama acconsentendo l’invio di 140 militari in difesa della Lettonia. Sì, della Lettonia. Un paese seriamente minacciato. Da chi? Da Putin. Gentiloni e Pinotti hanno accolto la richiesta di Jens Stoltenberg, segretario dell’Alleanza Atlantica, da bravi e mansueti servitori che non riescono a capire che la politica di scontro con Mosca è semplicemente masochistica.
    Insomma, a bocce ferme: un uomo che ovunque è stato messo si è distinto per aver lasciato di sé un ricordo grigio e annebbiato è perfetto per il ricoprire il ruolo del dopo-Renzi. Roba da far rimpiangere lo scalpitante Matteo Nazionale, che dietro le quinte prepara il terreno per il suo ritorno. Tanto, al governo c’è Gentiloni, la sua ombra silenziosa ed ubbidiente, che lascerà palazzo Chigi quando Renzi glielo ordinerà. O quando glielo ordinerà l’Europa. Perché il sospetto è che questo silente personaggio sia l’uomo ideale anche per applicare misure fortemente impopolari – le brutte acque nelle quali navigano le banche italiane non lasciano presagire nulla di buono – volute dai padroni del vapore di Berlino e Bruxelles. Insomma, il governo Gentiloni è perfetto sia per non oscurare il protagonismo incontrollato di Renzi sia per accontentare il protagonismo degli eurocrati. Non ci credete? Ci pensa lui, il torpido Gentiloni, a rispondere al vostro dubbio: circola un suo tweet nel quale afferma: «esatto, dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica». A buon intenditor, poche parole.
    Paolo l?insonne: ritratto del «conte rosso» Gentiloni ~ CampariedeMaistre

  3. #2323
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta



    Il governo dei belli e dei colti.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #2324
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Essi non conoscono vergogna .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  5. #2325
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #2326
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    ma tanto la Raggi ha chiesto scusa e ha promesso che da adesso farà la brava ...

    ... e c'è almeno un 30% di esaltati (al sud anche molti di più) pronti a consegnare il "loro paese" al M5s

  7. #2327
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    PER MPS NON VALGONO NEMMENO LE BUONE ABITUDINI
    Dallo scoppio della crisi finanziaria ad oggi, la strategia della politica italiana, in fatto di banche, è stata una: la minimizzazione dei problemi. Si capisce l'istinto della prudenza, non soffiare su un fuoco che può divampare, si capisce di meno il nazionalismo bancario, quella specie di esercizio di autoillusione per cui i nostri istituti di credito sarebbero più prudenti, meno spericolati, meglio gestiti, anche perché fino a tempi recenti vi si parlava poco l'inglese.
    Per questioni di orgoglio nazionale, Mario Monti evitò di ricorrere, come fatto dagli spagnoli, al fondo salva-stati per ricapitalizzare le banche italiane. Prima di lui, per Monte Paschi erano stati utilizzati strumenti ad hoc. Con il governo di Matteo Renzi, la banca senese è stata oggetto di forte attenzione.
    Il governo si è occupato di quella banca con tutta la sollecitudine di un azionista, quale ormai è. Ma sappiamo bene che gli interessi di un azionista di una banca non coincidono necessariamente con quelli del sistema del credito, o del Paese nel suo complesso.
    A noi sembra che, nel balletto di ipotesi sul futuro di MPS, stiamo smarrendo persino quel poco di rispetto per il denaro dei contribuenti che ha contrassegnato, sino ad ora, la prassi dei bail out bancari in Italia.
    Prima ancora della direttiva europea sul bail in, prima del testo unico bancario, prima delle direttive europee in materia di adeguatezza del capitale delle banche, fin dal 1936, ci siamo attenuti a una regola senza eccezioni: ogni qual volta al contribuente è stato è stato chiesto di mettere i suoi soldi in una banca, si è prima azzerato il capitale. Così è stato per la Banca Privata di Sindona, per il vecchio Banco Ambrosiano, per il Banco di Napoli, e per tutti i casi minori che si sono verificati negli scorsi ottant'anni. Il principio era semplice: se mi costringi a mettere soldi pubblici, tu vecchio azionista ci rimetti il tuo investimento, e vieni estromesso dalla gestione. Si salva la banca, non gli azionisti della banca. Addirittura nel caso del Banco Ambrosiano, lo Ior non solo ci rimise il proprio investimento in azioni, ma anche un di più legato al quasi-capitale, costituito dalle lettere di patronage che aveva rilasciato al Banco.
    In parte, MPS è già stata un'eccezione a questa regola: con i Tremonti Bonds prima e con i Monti Bonds dopo. Ma all'eccezione non c'è fine, se è vero che si sta pensando a una vera iniezione di capitale che riconosca un valore residuo alle azioni già in circolazione. Il salvataggio della banca comprende quindi il salvataggio dei suoi azionisti. Altro che bail in degli obbligazionisti subordinati!
    La crisi doveva insegnarci che un sistema finanziario più stabile è prima di tutto un sistema nel quale viene fatta rispettare l'aurea regola del chi rompe paga. Il governo italiano sembra invece essersi orientato a premiare l'irresponsabilità. Quel che è peggio, coi soldi di tutti.
    Per MPS non valgono nemmeno le buone abitudini



    Kultur Kampf
    Quando Pound esaltava il Monte dei Paschi
    Giacomo Crasti
    Oggi il Monte dei Paschi naviga in un mare di guai. Ma fino a pochi decenni fa era additato come un fiore all’occhiello tra le banche italiane, tanto che persino Ezra Pound ne elogiò la saggezza nei suoi celebri Cantos. Sembra che il poeta si sia innamorato del Monte nel periodo della grande depressione, quando bazzicava la Biblioteca dell’Accademia Chigiana senese e s’imbatté nei documenti pubblicati per celebrare il terzo centenario (1625-1925) di una delle banche più nobili e più antiche del mondo. In questo istituto, sorto sulla base degli insegnamenti francescani dei Monti di Pietà, per contrastare l’usura si stabilì nei suoi statuti che gli interessi sui prestiti non potessero superare il 5%. Pound, entusiasta, annotava che «la base era il frutto della natura e la volontà dell’intero popolo».
    Niente maneggi di alta finanza, ma solido ancoraggio all’economia reale. Il poeta riprende gli statuti del Monte e li riporta nel suo Canto 42, scritto in Italia negli anni Trenta: «che il denaro si dia/ a chi sia per impiegarlo più utilmente / a prò delle case loro, o a benefitio / de’ negotii di campo, come ancora di lana, di seta». E poi «che i sopravanzi… si devino ogni cinque anni.. /distribuire dal Collegio di Balìa… / ai lavoratori del Contado”. Niente lauti stipendi ai dirigenti, ma distribuzione delle ricchezze al popolo. Insomma «un Monte per il bene futuro della città /Giusto mezzo a degno fine» (Canto 43).
    Ecco quindi la «banca, ottima, in Siena». Al modello positivo del Monte, il poeta contrappone la fonte di tutti i mali, quella Banca d’Inghilterra che «trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla» (Canto 46). I giochi della City per Pound s’identificano con l’usura, simbolo di sterilità, mentre l’istituto senese si fonda sulla natura, sulla fertilità. E' un vero peccato che il Monte dei Paschi si sia così tanto allontanato dalle sue origini.




    La sovranità N O N appartiene al popolo
    Il Conte Paolo Gentiloni Silverj di Filottrano è il quarto Capo del Governo nominato dall’alto e non eletto dal popolo. Un filotto che comincia ad inquietare per chi abbia minimamente a cuore la democrazia.
    Qualcuno, poi, dovrebbe anche ricordare che esiste pure l’articolo 1 della Costituzione, il quale afferma che la sovranità appartiene al popolo e viene da questo esercitata attraverso libere elezioni. Un articolo che da qualche hanno pare essere finito nel dimenticatoio.
    Ora, comunque, nella girandola dei premier nominati è il turno di Gentiloni, uno che, dopo aver giocato, da “figlio di papà”, al rivoluzionario assieme a Mario Capanna, durante gli anni spensierati dell’università, si è poi accomodato tranquillamente nei salotti buoni della politica paludata e serva della dittatura in salsa europea. Celebre il suo cinguettio su Twitter in cui arrivò ad affermare: «Esatto, dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica».
    Grigio, inespressivo, anodino, Gentiloni sembra avere proprio il physique du rôle del burocrate di Bruxelles. Niente a che vedere col piglio guascone del suo predecessore, il guappo Matteo.
    Da una quindicina d’anni, nella piena penombra, la carriera politica di Gentiloni ha sempre registrato una lenta progressione a dispetto dalla sua assoluta insignificanza politica. Fino a farlo diventare Capo del Governo. Un’ipotesi che solo qualche hanno fa avrebbe fatto semplicemente sorridere. Eppure, un’invisibile manina ha sempre spinto in avanti il Conte, nonostante egli, con le sue indubbie incapacità, abbia fatto di tutto per ostacolare l’avanzata dell’inarrestabile carriera politica. Basti pensare a le ultime omeriche gaffe diplomatiche che si è fatto scappare quando guidava la Farnesina, sulle quali è meglio stendere un velo pietoso. Ora ce lo troviamo Presidente del Consiglio dei Ministri, e in questo ruolo non può che apparire decisamente gradito dalle parti delle brumose Fiandre.
    Il Conte Paolo Gentiloni Silverj di Filottrano, con la sua plumbea aurea da funzionario europeo, potrebbe essere l’uomo ideale per liquidare definitivamente quel poco di sovranità che è rimasta al nostro Paese. Ha proprio l’aria, lo stile, il contegno, lo sguardo del curatore fallimentare. Quello che spegne la luce, chiude a chiave e porta i libri in tribunale.
    La sovranità N O N appartiene al popolo



    PAOLO GENTILONI, UN'ALTRA MARIONETTA SIONISTA
    Paolo Gentiloni, nuovo presidente del Consiglio, e' un sostenitore di Israele
    ed ha posizioni anti-Assad (1)
    E' a favore dell'eurodittatura-Rothschild (2)
    L'anno scorso ha partecipato al meeting della Trilaterale che lavora per un Governo Mondiale (3)
    Ha partecipato ad un Workshop dove erano presenti criminali come Kissinger e Soros, e supermassoni come Draghi, Monti, Amato, Monti e Letta (4)
    Partecipa a convegni dell'Aspen Institute lobby mondialista dei Rockefeller (5)
    E' cugino di Francesco Massi Gentiloni Silveri iscritto ad una lobby massonico sionista (Rotary Tolentino) (6) (7)
    E' a favore dell'invio di militari italiani aderenti alla NATO in Lettonia (8)
    Fonti :
    (1) No a Massoneria e Nwo Macerata: GENTILONI UN SERVO DELL'IMPERIALISMO SIONISTA
    (2) Quando Paolo Gentiloni diceva: "Cedere sovranità all'Europa" - Libero Quotidiano
    (3) Dopo 33 anni la Trilateral torna a Roma, invitati anche i ministri Boschi e Gentiloni
    (4) Consiusa
    (5) Il nuovo ordine mondiale al femminile ? La Voce di New York
    (6) Tolentino, Gentiloni in pole per il governo: ricevuto due volte a Palazzo Chigi | Cronache Maceratesi
    (7) Elenco Soci
    (8) Nato, Gentiloni: «Nei prossimi mesi soldati italiani schierati in Lettonia»
    No a Massoneria e Nwo Macerata: PAOLO GENTILONI, UN'ALTRA MARIONETTA SIONISTA



    Mattarella e il PD daranno al MES le chiavi dello Stato. Impariamo cos’è.
    Maurizio Blondet
    “IL VOSTRO PROGETTO È RENDERE IRREVERSIBILE LA PERDITA DELLA SOVRANITÀ: PER QUESTO VI APPOGGIANO I POTENTATI FINANZIARI”. Così Nino Galloni apostrofa, in questo video, Luigi Marattin, consigliere economico della presidenza del Consiglio Matteo Renzi. Non si può essere più chiari



    Questo scontro è avvenuto prima del referendum. Dopo il NO, un governo ancor meno responsabile verso gli elettori, teleguidato da Mattarella e Draghi, sta accelerando l’asservimento irreversibile.
    Può finalmente salvare a spese nostre (del contribuente) il MontePaschi, la banca comunista, senza che azionisti (comunisti) e depositanti (comunisti) paghino il prezzo delle loro malversazioni, incapacità e truffe. Si salva il PD, a spese dell’Italia. Attenzione: Draghi ha tenuto bordone. Contrariamente alle apparenze, rifiutando alla banca senese una ulteriore proroga per cercare investitori esteri, ha tolto alla banca comunista e al partito comunista le castagne dal fuoco: gli investitori esteri, dopo il NO e la caduta di Renzi, si sono volatilizzati. Quindi, ha offerto al PD la scusa perfetta: bisogna far presto, ‘salvare” la banca per scongiurare la crisi sistemica blabla bla. Come? Con denaro pubblico. Ma la UE non lo vietava? Non esigeva il bail-in?, ossia che a ripianare i buchi delle banche dovessero essere gli azionisti, i detentori di obbligazioni subordinate, i depositanti? Sì, ma sono tutti comunisti, sono il loro elettorato, non è il caso di tosarli.
    E la UE è ben disposta a fare un’eccezione, per una volta. Perché il governo irresponsabile chiederà l’aiuto del MES, l’orwelliano Meccanismo Europeo di Stabilità. Al MES, a cui noi italiani abbiamo contribuito con 125 miliardi, il no-governo teleguidato chiederà, diciamo, 15 miliardi – in prestito. Con ciò accettando le condizioni del MES, in pratica l’amministrazione fallimentare sovrannazionale. A governare l’Italia sarà il MES coi suoi funzionari, finché non restituiremo i miliardi (nostri) che ci ha prestato. Che cosa è veramente il MES e il suo grado di legittimità democratica, lo spiega qui sotto Claudio Messora di Bioblu. Io non potevo dir meglio. Guardatelo, cittadini (ma siete, siamo ancora cittadini?)



    se vi occorre una conferma, qui Lidia Undiemi che spiegava cosa è il carcere chiamato MES, già nel 2012. Non dite che non siete stati avvertiti.
    Mattarella e il PD daranno al MES le chiavi dello Stato. Impariamo cos'è. - Blondet & Friends


  8. #2328
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Pare che abbiano condannato formigoni a sei anni.

    Troppo pochi.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #2329
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Pare che abbiano condannato formigoni a sei anni.

    Troppo pochi.
    Ammesso che poi non glieli riducano.

  10. #2330
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio


    Il governo dei belli e dei colti.

    Gente purtroppo che piace a tanti padioti e italici.

    Si notino i volti delle due femministe, in modo particolare la rossa. Si guardi l'espressione oculare sempre della rossa. A voler parlare dell'anima senza tenere conto del corpo, grande errore. Certo filosofi asserivano certe teorie di separazione tra l'uno e l'altro.

 

 
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