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  1. #4081
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    La guerra, spiace per i media asserviti, non fa quasi più notizia. Le sue immagini appaiono sullo schermo di casa come quelle di un film sul genere, ci siamo assuefatti, in fondo la cosa non ci tocca.
    Non ne viviamo direttamente il terrore.
    E senza terrore non si può vivere, perbacco!
    Ci hanno inculcato terrore per anni, nella mente, nella psiche, ormai il terrore è in noi, ogni avvenimento o notizia lo cela e può farlo riemergere da dietro l'angolo in qualsiasi momento.
    Ma non basta.
    Occorre sempre alimentarlo.
    E così ci risiamo. La guerra in fondo è stata quasi solo un momento di tregua tra un terrore e un altro.
    Nulla più della pandemia, per come ce l'hanno imposta e fatta vivere, può lavorare sulla psiche delle masse rendendole docili e serve. Persino complici.
    E così ci risiamo.
    Arriva l'anno nuovo e l'augurio che mi sento di fare quindi, con una certa dose di cinismo, è di un anno di buono, sano, giusto terrore a tutti.
    In fondo ci manca.
    Ormai ne sentivamo il bisogno.

  2. #4082
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #4083
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #4084
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Anno 1975. Quando la Campania e la Calabria dicevano no alla Padania. Dopo quasi 50 anni lo stesso stallo e il Sud non avanza
    8 GENNAIO 20237 GENNAIO 2023 OPINIONI LETTURA 7 MIN

    di Cuore Verde – In questi giorni la Lega di Salvini ha cercato nuovamente di rilanciare sul tavolo della politica di governo la sua proposta per l’autonomia. I fratelli e le sorelle d’Italia hanno subito tirato il freno a mano ricordando che questa iniziativa deve andare di pari passo con quella del presidenzialismo. Personalmente, non comprendo quale utilità possa avere per il Nord questo ‘presidenzialismo’, ovvero, un rafforzamento del centralismo romano. Specifico che ritengo l’attuale progetto di autonomia piuttosto debole rispetto ad una vera riforma federalista che preveda “stati-regioni” e “città-stato” autonome. Possibilmente federate tra loro in macroregioni.

    Qui interessa soltanto rilevare come basti pronunciare la parola AUTONOMIA per far scattare l’intera classe politica meridionale in difesa del Sud. Niente di nuovo. E’ poco noto che alla famosa intervista di Guido Fanti pubblicata da La Stampa il 6 novembre 1975 relativa alla proposta della super regione della Padania (“Fanti spiega la proposta per una grande «lega del Po»”) ne seguirono altre, sempre pubblicate dal quotidiano torinese, ad alcuni presidenti di regione dell’epoca sullo stesso argomento a cura del giornalista Francesco Santini. I presidenti delle Regioni del Nord dichiararono, con alcune distinzioni, di essere favorevoli, quelli del Sud, invece, nettamente contrari. I titoli di quelle interviste reperibili nell’archivio on-line de La Stampa sembrano delle vere e proprie profezie.

    Il primo ad essere intervistato fu Golfari, presidente della Regione Lombardia (“Padania? Milano risponde nì” – la Stampa, 08.11.1975): favorevole ad accordi cooperativi, su specifici argomenti ma non alla costituzione di una vera propria regione con un ‘patto federativo’.

    Il presidente della Regione Liguria, Carossino, nella sua intervista, dimostrò invece certamente più entusiasmo per la Padania del collega lombardo (“Alla Liguria, Padania va bene” – la Stampa, 09.11.1975). Carossino immaginava che il triangolo industriale (Milano, Torino, Genova) con la Padania potesse allargarsi e diventare un “pentagono” specificando che “Nessuno vuol far pagare al Mezzogiorno nuovi prezzi”. Tomelleri, presidente della Regione Veneto, dichiarò di essere anch’egli favorevole alla Padania (“Una Padania mitteleuropea” – la Stampa 29.11.1975) da realizzare con un’asse Venezia-Trieste.

    Il presidente della Regione Calabria, Perugini (“Un no alla Padania” la Stampa 06.12.1975), e quello della Campania, Mancino (“Anche la Campania dice no alla super lega dei ricchi” la Stampa 09.12.1975), si espressero invece inequivocabilmente contro la Padania. Gli argomenti di contrarietà erano gli stessi che ancora oggi vengono usati contro le rivendicazioni di autonomia del Nord. Perugini temeva che il “piano Fanti” avrebbe aumentato “lo squilibrio tra Nord e Sud”. Mancino, giudicando l’iniziativa “inopportuna e impolitica”, riteneva che “dividere l’Italia in grandi aree” non sarebbe servito “al riequilibrio nazionale” e avrebbe mantenuto il “Sud povero”.

    Concludeva la serie di interviste l’editoriale di Carlo Casalegno “Nord e Sud un solo Paese”(la Stampa, 11.12.1975), nel quale si tentava, con vari argomenti, di ricucire l’evidente “strappo” causato dal ” PROGETTO DI “PADANIA” di Guido Fanti.

    Cito un passaggio tratto da questo editoriale “La lotta della « Padania » contro la «Borbonia» non servirebbe né all’una né all’altra parte. La proposta avanzata un mese fa da Guido Fanti, presidente dell’Emilia-Romagna, di un’alleanza tra le cinque Regioni dell’area del Po per affrontare insieme la crisi economica, e per trattare con Roma da una posizione di forza, è stata intesa nel Mezzogiorno come un tentativo di solitaria autodifesa dell’Italia «ricca», come un’astuzia per rafforzare una pretesa egemonia del Nord, ed ha persino evocato il rischio che il Sud si raccolga per rappresaglia in una «lega dei poveri». Le vivaci reazioni meridionali (e le riserve di autorevoli personalità settentrionali) sono state ampiamente illustrate da La Stampa attraverso l’inchiesta di Francesco Santini. Ma l’ipotesi d’un conflitto assurdo tra Nord e Sud è fuori della realtà; né il presidente emiliano si proponeva di isolare dalle miserie del Mezzogiorno le felici terre del Po. E’ per altri motivi che la proposta di Guido Fanti ci sembra non solo psicologicamente inopportuna, ma politicamente e tecnicamente sbagliata. E’ inopportuna, perché il progetto di una « lega del Po», ufficiale e istituzionalizzata, susciterebbe comunque — nonostante le buone intenzioni di chi la propone — il sospetto d’essere una «santa alleanza di Regioni forti », come ha osservato il presidente del Veneto; e susciterebbe risposte antagonistiche, nel Mezzogiorno e fors’anche nell’Italia centrale, aggravando i fattori disgregativi che già l’inarrestabile crisi dello Stato alimenta nel Paese. E’ sbagliata, a nostro giudizio, perché poco servirebbe a risolvere i problemi autentici della collaborazione interregionale, e porterebbe invece all’esasperazione il fenomeno negativo del « panregionalismo »: le Regioni sentite come antagoniste dello Stato, decise a usurparne certi poteri ben oltre i limiti costituzionali. (Ricordiamo che proprio Guido Fanti ha parlato al «supergoverno» di Bruxelles, quasi fosse titolare d’una qualche sovranità). (…) La collaborazione indispensabile tra le Regioni non esige la nascita di leghe ufficiali e permanenti, antagoniste ad altre e allo Stato unitario.”

    La retorica unitarista odierna contro le rivendicazioni di autonomia del Nord padano ricalca sostanzialmente le stesse obiezioni.

    Resterebbe tuttavia da chiarire per quale motivo, nonostante proposta la super regione della Padania non sia stata realizzata, dopo quasi cinquant’anni, non vi sia stato ancora il ” riequilibrio nazionale” e continui ad aumentare “lo squilibrio tra Nord e Sud” che mantiene il “Sud povero”. Per capire.

    https://www.lanuovapadania.it/opinio...ud-non-avanza/
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  5. #4085
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Le due Italie
    11 GENNAIO 202311 GENNAIO 2023 OPINIONI LETTURA 5 MIN

    di Raffaele Piccoli – Che esistano due Italie, credo non ci siano dubbi questa realtà è tale da sempre, dall’unità in poi non ha potuto che peggiorare. A nessuno sfugge che mentre le regioni Padane producono ricchezza e lavoro l’altra parte d’Italia utilizza in nome della solidarietà di “ Nazione “ e nell’ottica di un unico Popolo buona parte delle risorse prodotte.

    Il ruolo del centralismo romano è proprio questo, mediare tra chi produce più di quanto consuma, e chi consuma più di quanto produce.

    A nessuno dovrebbe sfuggire come l’efficacia comunicativa di chi consuma sia enormemente superiore a quella di chi produce. Il dibattito ormai consueto che si è acceso in queste settimane dopo la presentazione della modesta bozza Calderoli sull’autonomia differenziata ne è un eclatante esempio. Le fonti di stampa, e le dichiarazioni dei politici a questo proposito sono chiarissime quasi paradigmatiche.

    La Gazzetta del Sud si scaglia con forza contro la “ secessione dei ricchi”, cioè contro quelle regioni che, a loro dire, si rifiutano di mantenere il flusso di denaro che costantemente alimenta la macchina burocratica centrale e di conseguenza il sud, spaccando cosi l’unità nazionale. Stessa linea per il Mattino di Napoli. Interessante al riguardo anche un recente articolo del Messaggero dal titolo “Svuota Roma”.

    Qui si ipotizza il danno che l’autonomia differenziata potrà arrecare anche alla città eterna. La bozza infatti, prevede che a seguito del decentramento alle regioni che ne faranno richiesta, di competenze oggi in capo ai ministeri le risorse ora destinate al centro dovranno essere devolute alla periferia. Personale compreso. E’ evidente che il malcontento dei ministeriali non avrà difficoltà a coinvolgere la politica con conseguenze non difficili da immaginare. Naturalmente il ruolo e le risorse già definite da altri esecutivi saranno attribuite a Roma Capitale con una celerità ben diversa rispetto alle lunghe attese imposte alle Regioni Padane.

    Ma quello che è più difficilmente accettabile, sono le perplessità espresse, sull’autonomia differenziata, da diversi governatori del sud ed in particolare da quello siciliano. E’ bene sottolineare che la Sicilia è l’unica regione a statuto speciale a trattenere sul proprio territorio il 100% (cento per cento) delle tasse raccolte, a fronte del 90% delle provincie autonome di Trento e Bolzano del 70% della Sardegna e del “misero” 60% del Friuli- Venezia Giulia.

    Pur non entrando nel merito circa la polemica riguardante le regioni a statuto speciale non si può eludere il fatto che le provincie autonome alpine (solo per fare un’esempio) utilizzano i fondi raccolti sul territorio in modo decisamente più efficiente di quanto non avvenga altrove, in particolare in Sicilia. E’ anche bene ricordare, come lo Stato ha dovuto intervenire in maniera più o meno decisa per coprire buchi di bilancio della regione.

    Non mi addentro poi in commenti circa la lettera inviata dai sindaci della “Rete Recovery Sud”, indirizzata al Presidente della Repubblica, avente come obiettivo il blocco del progetto autonomista. Piuttosto che dell’iniziativa di alcuni politici campani finalizzata all’indizione di un referendum abrogativo dell’eventuale legge ancora da esaminare.

    La democrazia consente un dibattito anche serrato sulle scelte che un esecutivo e un parlamento sono chiamati a fare in relazione alle questioni importanti.

    Risulta altrettanto evidente come per le regioni più produttive, manchino quasi del tutto sia un sistema di media, quanto una classe politica in grado di tutelarne al meglio gli interessi, talora diversi rispetto a quelli di altre realtà italiane. E’ questo un problema antico che ancora non ha trovato soluzione. E’ infatti evidente come importanti giornali italiani, pur editi al Nord, per motivi forse comprensibili, hanno sempre avuto negli anni una posizione neutra o ancor meglio morbida, nell’affrontare le annose problematiche riguardanti le due Italie.

    Raffaele Piccoli, Grande Nord Ferrara

    https://www.lanuovapadania.it/opinioni/le-due-italie/
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  6. #4086
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Ci vorrebbe un altro “Junius”, alias Luigi Einaudi
    12 GENNAIO 202312 GENNAIO 2023 OPINIONI LETTURA 2 MIN

    di Roberto Gremmo – Non c’è vera autonomia se non si cambiano i rapporti fra poteri centrali e locali. Chiedere qualche competenza in più alla Regione, come propongono i ministri attuali, servirà a ben poco se prima non si elimina lo strapotere dei vertici centrali.

    Non e’ una gran scoperta.

    Nell’estate del 1944 usciva su un supplemento della “Gazzetta Ticinese” un breve ma chiarissimo articolo dal titolo, a questo proposito, estremamente esplicito: “Via il Prefetto”.

    Era scritto da un antifascista piemontese esiliato in Svizzera e prendeva decisamente il toro per le corna, proclamando perentoriamente che “finché esisterà in Italia il prefetto, le deliberazioni e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente, ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma”.

    Aveva perfettamente ragione, perché’ la struttura burocratica statale ha sempre rappresentato lo strumento fondamentale per la verticizzazione delle decisioni.

    E, detto chiaramente, lo sarebbe ancor più se dovesse venir attuato il presidenzialismo propugnato dai fratelloni infiammati ed avallato dalla pavida subalternità di capitan mohito.

    L’articolo sul giornale svizzero era firmato con il nomignolo “Junius”.

    Chi era questo intransigente anti-centralista ?

    Nientemeno che il liberale Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica Italiana.

    Che andava giù duro contro le tentazioni romanocentriche, scrivendo che “nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno la stamberga del portiere”.

    La restaurazione del Dopoguerra doveva spazzare via in fretta le generose speranze e le illusioni di far nascere anche da noi un regime federalista e l’elefantiaco esercito romanocentrico fa ancor oggi da padrone.

    Solo in Valle D’Aosta ed esclusivamente per fermare le pulsioni separatiste del 1945, non c’è un prefetto nominato da Roma ma i suoi poteri sono esercitati dal Presidente della Regione, eletto per volontà dei cittadini, e non imposto dall’alto.

    Non e’ poco.

    Specie oggi che i presidenti delle altre regioni non hanno, anche vengono pomposamente celebrati come “governatori” ma sono sotto stretto controllo dei colli fatali.

    Perché non hanno una vera autonomia.

    https://www.lanuovapadania.it/opinio...luigi-einaudi/
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  7. #4087
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Diamo un nome agli svarioni dei politici – seconda carica dello Stato – sull’unità d’Italia: assenza di epistocrazia
    13 GENNAIO 202313 GENNAIO 2023 CRONACA LETTURA 3 MIN

    di Stefania Piazzo – Svarione storico. Ovvero, confondere un evento, una data con altro. E’ successo, come ampiamente documentato, scritto, commentato in ogni dove in aula al Senato. Reo di aver incastrato l’unità d’Italia oltre il 1863 è niente meno che il vicepresidente del Senato, ovvero viceseconda carica dello Stato.

    Maurizio Gasparri, la viceseconda carica dello Stato, appunto, ha affermato, durante le dichiarazioni di voto sull’Ucraina, che “Senza fare una lezione di storia, non ho questa presunzione come altri, però qualche libro è bene leggerlo, ogni tanto. Il caso più recente è la guerra di Crimea, che nel 1861-63 vide impegnato il Regno di Piemonte, non c’era ancora l’Italia unita, e Cavour mandò i Bersaglieri, che già esistevano, a una guerra per inserire il Regno di Piemonte nel contesto internazionale, per avere l’appoggio per il processo di unificazione italiana che era in corso con le guerre del Risorgimento. Andarono i Bersaglieri in Crimea a combattere guerre tra Russia e la comunità internazionale. Purtroppo questo problema non è nuovo”.

    Un errore storico da bocciatura alle scuole medie.

    Carlo Calenda, un po’ più attento di altri sui dettagli, non si è lasciato scappare il ghiotto boccone.

    “Oggi Gasparri, in risposta al mio intervento, ha voluto mostrare la sua profonda conoscenza della storia moderna, citando la famosa guerra di Crimea del 1861. Il busto di Cavour è caduto dal piedistallo”, ha twittato il leader di Azione a termine lavori. Ma non contento, Gasparri ci ha messo ancora del suo: “Sono lieto di avere costretto Carlo Calenda ad aprire un libro per scoprire cosa fosse stata la guerra di Crimea a cui partecipò il Regno di Sardegna. Ma forse si è limitato a consultare Wikipedia. Lui i libri non sa manco cosa siano”, ha replicato su Twitter il vicepresidente del Senato.

    Calenda twittando: “E’ Parlamentare da 20 anni ma non conosce la data dell’Unità d’Italia. Poi ditemi che non abbiamo un problema di istruzione in questo Paese”.

    Sarebbe stato il massimo se però Calenda avesse dato un nome a questo vuoto: assenza di epistocrazia. Sdoganiamo, forza, il valore di questo principio. La democrazia dei competenti al potere.

    Un suggerimento al leader di Azione-Italia Viva. Batta il ferro finché è caldo e proponga un test culturale ai parlamentari. Così, su base volontaria. Basta partire dai fatti più recenti, magari dalla Costituzione. E poi pubblicare i risultati. Magari si sveglierebbero dal sonno anche gli elettori.

    https://www.lanuovapadania.it/cronac...-epistocrazia/
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  8. #4088
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Perché la bolletta al Nord costa di più?
    23 GENNAIO 2023 ECONOMIA LETTURA 1 MIN

    Nell’infografica di GEA, l ‘aggiornamento del Gme (Gestore Mercati Energetici) sul mercato elettrico. Prezzo dell’energia in Italia in lieve aumento: il Pun (Prezzo unico nazionale) del 24 gennaio si attesterà a 202,07 euro/MWh, stabile rispetto ai 204 odierni. Si assottiglia il divario tra le macrozone: oltre 205 euro/MWh al Nord rispetto ai 194 di Sud e Isole.

    Perché la bolletta delle famiglie e delle imprese del Nord deve costare di più?

    https://www.lanuovapadania.it/econom...-costa-di-piu/
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  9. #4089
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta



    Il Gioco dell’Oca Padana
    22 GENNAIO 2023 OPINIONI LETTURA 1 MIN

    di Cuore Verde – Autonomia. I Fratelli d’Italia non hanno fretta. Ovviamente. A loro interessa il presidenzialismo tricolore. E’ doveroso ricordare che l’MSI, commemorato in questi giorni da taluni “patrioti”, a suo tempo votò contro l’istituzione delle Regioni. Mi domando sempre a che cosa dovrebbe servire questo “presidenzialismo” e, soprattutto, quale utilità pratica potrebbe avere per la Padania. Ma non riesco a trovare una risposta.

    I “fratelli italiani”, dal loro punto di vista, hanno le loro buone ragioni per sostenere con vigore questa riforma costituzionale dal momento che, alle ultime elezioni, hanno letteralmente trionfato mentre i “salvinisti” hanno perso la metà dei voti rispetto alle elezioni del 2018.

    I cittadini padani, nel frainteso gioco della rappresentazione delle parti contrapposte che ho già altre volte descritto, hanno votato per avere “più destra” rispetto a quella della Lega di Salvini che, fino a tre mesi fa, governava con Draghi, il PD e i Cinquestelle.

    I Fratelli d’Italia, coerentemente, sono sempre stati all’opposizione. I cittadini padani, con il loro voto, hanno letteralmente spalancato le porte della Padania ai “patrioti” che, nel loro credo ideologico fondante, hanno il centralismo romano. Certo, in queste ore “si è definito il percorso tecnico e politico per arrivare, in una delle prossime sedute del Consiglio dei ministri, all’approvazione preliminare del disegno di legge sull’autonomia differenziata”, ma se questa battaglia politica fosse paragonabile al gioco dell’oca, in questo momento, direi che, ancora una volta, è capitata nella infausta casella “ritorna alla partenza”. Il Gioco dell’Oca Padana.

    In apertura il primo gioco dell’oca della Padania, attualmente ancora in vendita

    https://www.lanuovapadania.it/opinio...elloca-padana/
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  10. #4090
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Zaia, in Calabria un Comune in dissesto ogni due. Autonomia necessaria per il Veneto
    23 GENNAIO 2023 VENETO LETTURA 1 MIN

    “In Veneto non c’è un Comune in dissesto. In Calabria – e non me ne vogliano i calabresi – uno ogni due. E non per colpa dell’Autonomia “. Lo ha affermato Luca Zaia, presidente del Veneto, a margine di un’inaugurazione a Codognè (Tv). Ai giornalisti che gli chiedevano se il Governo stava rispettando gli impegni sull’Autonomia , Zaia ha risposto di si. “L’ autonomia parte dal Veneto e non solo da quel 22 ottobre 2017, ma da molto prima. L’ Autonomia in Veneto dice che in questi 5 anni dopo il referendum, vedo che un Governo che è lì da quasi 100 giorni, è un Governo che ha portato nella manovra finanziaria un articolo che obbliga alla definizione dei Lep. Adesso c’è la legge di attuazione a Palazzo Chigi. Si dice che entrerà in Cdm e questo è assolutamente positivo, visto che è il percorso che deve fare questa legge – ha aggiunto Zaia -. L’ Autonomia non è la secessione dei ricchi, non è una messa in discussione internazionale, e chi lo dice non legge le carte, non rispetta la Costituzione, ma soprattutto si dimentica che Paesi che sono percepiti come grandi Nazioni – penso agli Stati Uniti o la Germania – sono paesi federali”.

    https://www.lanuovapadania.it/veneto...per-il-veneto/
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