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Discussione: Il partito della BCE

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    Predefinito Il partito della BCE

    Il partito della Bce | Left Wing


    Il partito della Bce

    Matteo Orfini | 5 agosto 2013


    Due anni fa, il 5 Agosto 2011, la Banca centrale europea inviò una lettera al governo italiano a firma Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (allora, rispettivamente, governatore uscente e successore designato), intimando al nostro paese di applicare al più presto misure durissime. Sono passati appena ventiquattro mesi, ma a voltarsi indietro si riconosce a stento l’Italia di allora: Silvio Berlusconi era ancora al governo, Mario Monti ancora alla Bocconi, mentre Beppe Grillo si interrogava sulla possibilità di raggiungere un risultato a doppia cifra nelle elezioni che apparivano ormai imminenti, e a giudizio di molti inesorabilmente destinate a incoronare Pier Luigi Bersani presidente del Consiglio.
    Due anni dopo il panorama è cambiato parecchio: la crisi economica e sociale del paese si è aggravata, il centrosinistra si è sgretolato prima elettoralmente e poi politicamente, nei giorni dell’elezione del presidente della Repubblica, mentre il Pdl è stato sciolto con un videomessaggio dal suo fondatore nel giorno della sua condanna definitiva per frode fiscale.
    Sarebbe eccessivo attribuire esclusivamente a quella lettera la responsabilità di quanto accaduto in questi due anni. Il terremoto che ha sconvolto il sistema politico italiano ha avuto, evidentemente, ragioni endogene. Ma certo in quel frangente molto si è giocato e molto, quasi tutto, la sinistra ha perso, senza nemmeno rendersene conto. Lo ha fatto rinunciando a mettere in discussione l’assunto su cu si è fondata la strategia della destra europea in questi anni, cioè l’idea della neutralità delle soluzioni imposte da Bruxelles.
    Quante volte in questi anni ci siamo trovati a invocare un’Europa politica come risposta alla crisi, senza vedere che un’Europa politica c’era già, solo che aveva il segno della destra. Una destra abile e cinica, capace di convincere tutti che le sue ricette non fossero un’opzione tra le altre, ma l’unica possibile, rivestendole con l’aura sacrale del sigillo tecnico.
    La negazione di ogni alternativa si spinse fino al grottesco proprio quando il contenuto di quella lettera fu reso pubblico, e molti tra i principali leader del Partito democratico che oggi tuonano contro le politiche europee invitarono a fare di quel testo “il programma del Pd”. Corollario inevitabile di questo atteggiamento fu il richiamo a un indefinito senso di responsabilità che obbligava a proseguire in eterno su una strada senza uscita, a considerare la democrazia un lusso e l’impopolarità il primo sintomo del “buon governo”.
    La sinistra, dopo aver rinunciato al governo dell’economia e della finanza, rinunciava così all’idea stessa di un cambiamento possibile, accettando un commissariamento di fatto. Ma in tal modo diventava terribilmente simile alla caricatura che ne faceva Grillo: se le soluzioni sono già scritte e devono essere soltanto messe in atto dai governi, che essi siano presieduti da Berlusconi, Monti o Enrico Letta, che senso ha perdere tempo a scegliere? Se al Tesoro, ormai il più politico tra i ministeri, siederà sempre un tecnico, comunque vadano le elezioni, come si può sperare ancora in un minimo di discontinuità?
    E’ nella rinuncia a osare strade nuove la ragione più profonda del nostro fallimento. Draghi e Trichet ottennero quello che chiedevano, in un coro di elogi pressoché unanime. Il poco che manca, come la privatizzazione di quelle quattro o cinque aziende pubbliche che ancora garantiscono l’autonomia del paese sullo scenario internazionale, rischia di entrare adesso nell’agenda del governo Letta. E tutto ciò nonostante l’evidente fallimento della ricetta prescritta dalla Bce. Per averne la dimostrazione non c’è nemmeno bisogno di affaticarsi a volgere lo sguardo al di là del mare, verso la Grecia messa in ginocchio da quelle stesse politiche. Basta guardare a qualunque indicatore economico del nostro paese.
    Non era difficile prevederlo, eppure non furono in tanti, allora, i facili profeti che osarono mettere in discussione la linea dettata da Francoforte. Fin da quell’indimenticabile 5 agosto, la nostra è stata una battaglia spesso solitaria, che ci è valsa l’accusa di estremismo, passatismo e addirittura di dogmatismo (quando la nostra unica colpa consisteva proprio nell’avere messo in discussione i dogmi dell’ortodossia tedesca). Ci consola vedere come oggi quelle posizioni siano diventate patrimonio comune di un fronte molto più ampio, almeno a parole.
    Oggi che la legislatura è a punto di svolta e il Partito democraticosta per avviare una fase congressuale decisiva, riflettere su quello che è accaduto negli ultimi due anni è indispensabile. Perché questo è il nodo che il Pd deve sciogliere: continuare a subire per “responsabilità” le scelte della destra europea o essere fino in fondo il partito intorno a cui si costruisce un progetto alternativo. Quello di dare una via d’uscita a una strada che non ne ha.
    Non sarà facile. In molti vorrebbero consolidare un assetto di potere funzionale al mantenimento di rendite di posizione oligarchiche e corporative. Fuori dal Pd - e speriamo solo fuori dal Pd - c’è chi immagina che con l’allungarsi della legislatura, e con la progressiva e inevitabile uscita di scena di Berlusconi, il nucleo forte del governo Letta possa trasformarsi nell’embrione di un nuovo soggetto politico, in nome di un europeismo egoista e tecnocratico. Un’operazione insidiosa perché rischia di trovare un’inconsapevole sponda nell’insofferenza che il sostegno alle larghe intese suscita in una parte del popolo della sinistra, alimentando la suggestione di un ritorno al passato, a un soggetto politico diverso da quel Partito democratico con così tanta fatica costruito in questi anni.
    L’ambiguità nelle scelte di fondo, la difficoltà di ricostruire e difendere un punto di vista autonomo che contesti radicalmente il paradigma economico e politico dominante rischia di aprire la strada a questo disegno. L’effetto sarebbe la scomposizione del sistema politico e la spaccatura del Pd. Nel momento più difficile, l’Italia resterebbe così priva di quel soggetto riformista che, pur con tutti i suoi limiti, è l’unica speranza di un’uscita a sinistra dalla crisi.
    Tutto lascia pensare che il momento delle scelte si stia avvicinando a grandi passi. Sta dunque al governo Letta dimostrare, con i fatti, da che parte starà quando le decisioni fondamentali non saranno più rinviabili e occorrerà dare battaglia, in Italia e in Europa, per uscire dalla spirale tagli-recessione, tasse-recessione, privatizzazioni-recessione. Il sostegno del Pd al governo dipende dalla sua volontà di dare fino in fondo questa battaglia. E di darla dalla parte giusta. Perché il Partito democratico, non foss’altro che per il nome che porta, tutto può permettersi di diventare meno che il partito delle oligarchie.
    Il senso della vita è la pizza

  2. #2
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    SOLUZIONE DELLA CRISI

    5 agosto 2013 | Autore Andrea Cavalleri | Stampa articolo



    di Andrea Cavalleri


    Prendendo spunto dal recente libro di Paul Krugman e successivi commenti, vorrei sottolineare alcuni aspetti di quella che fu la più memorabile soluzione a una terribile crisi economica negli ultimi secoli.
    Si tratta della Germania degli anni 30, oppressa da un immane debito di guerra, flagellata prima dalla fin troppo famosa inflazione e poi dalla troppo facilmente dimenticata deflazione sotto il cancellierato di Bruning, circondata dalla tempesta della Grande Depressione che scuoteva tutto il mondo economicamente avanzato. La situazione era quella di uno Stato in condizione di bancarotta mal camuffata, in cui la miseria si espandeva e in cui, su 25 milioni di potenziali lavoratori, 6 milioni erano privi di qualunque impiego: praticamente un uomo su quattro era disoccupato.
    Quando Hitler andò al potere nel gennaio del 1933, chiese al Governatore della Reichsbank quanti fondi erano disponibili per creare occupazione, in ottemperanza ai programmi del partito e alle promesse elettorali. Hans Luther (così si chiamava il dirigente dell’epoca), a fronte dei miliardi che il Governo tedesco spendeva in sussidi per tamponare una catastrofe umanitaria che avrebbe visto morire di fame milioni di persone, rispose che poteva offrire 150 milioni di marchi.
    Hitler lo licenziò e mise al suo posto Hjalmar Schacht (ebreo, successivamente insignito del titolo di “ariano ad honorem”).
    Schacht, per finanziare la ripresa, cominciò a pagare i lavori pubblici con dei bond garantiti dallo Stato (i certificati Mefo, analoghi ai Bot italiani), che quindi si impegnava a creare moneta a seguito di lavori compiuti, secondo lo schema sotto riportato (tratto dal saggio di Guido Giacomo Preparata: “Hitler’s Money”).






    Lo schema era abbastanza semplice e otteneva l’effetto di emettere moneta, non per consumi tout-court o per comprare case a debito, ma per nuove realizzazioni. Quindi questo sistema selezionava la finalità dell’emissione, quella produttiva, escludendo quelle consumistiche o speculative.



    Qualcuno trovò il programma molto keynesiano e quel qualcuno fu John Mainard Keynes,che scrisse nella prefazione all’edizione tedesca della sua “Teoria Generale”, che la Germania era il Paese che la applicava meglio. La cosa funzionò talmente bene, che la disoccupazione si dimezzò nel giro di un anno (tre milioni di posti di lavoro!) e scomparve nel giro di quattro, mentre il potere d’acquisto dei salari fu in costante aumento. Questo quando negli Stati Uniti la depressione durò fino al 1940. Nella seconda metà degli anni trenta la Germania conobbe un autentico boom, mentre gli altri Stati arrancavano nelle secche della crisi.

    Nonostante la damnatio memoriae a cui sono stati sottoposti Hitler e il nazismo, è stato impossibile ignorare i loro risultati da parte degli economisti moderni (ad esempio Stephen Zarlenga in “The lost Science of Money”, citato con encomio nei paper del FMI). Tuttavia, come per un riflesso condizionato, frutto della loro formazione intrisa di liberismo monetarista, gli economisti del giorno d’oggi chiamano il piano-Schacht un sistema di “monetizzazione del debito”. Questo termine è assolutamente improprio, infatti ciò che avvenne in Germania fu un’altra cosa, ovvero una monetizzazione dell’investimento. Infatti un conto è se lo Stato si indebita per ottenere una liquidità che si disperde in mille rivoli di spesa, altra cosa è se si indebita per eseguire dei lavori, che creano occupazione, che sostiene i consumi, che creano nuova occupazione e così via, in un circolo virtuoso che sortisce anche il piacevole (per lo Stato) effetto collaterale di aumentare gli introiti fiscali.

    Apro una parentesi su questo concetto, di monetizzazione dell’investimento, che è ciò che, faticosamente, con ampi giri di parole, solenne prosopopea e inutili formule matematiche, vorrebbe propugnare la MMT. Tuttavia, confrontando l’esempio passato con la teoria recente, risulta, da vari dettagli che vedremo, che il piano-Schacht fosse superiore per ingegno e per effetti alla moderna teoria.

    Un elemento importante del metodo di finanziamento nazista fu quello che gli imprenditori monetizzavano (scontando presso le banche) solo la quota spese dei certificati, mentre conservavano la quota utili direttamente in forma di bond. Questo accorciava la filiera del debito (al contrario di oggi, allorquando lo Stato sconta tutti i bond presso le Banche, che poi li rivendono ai risparmiatori) e tendeva a separare il mezzo di scambio dal mezzo di risparmio, in quanto i certificati Mefo tesaurizzati non erano ancora stati usati come collaterale per produrre moneta, inibendo così le possibili spinte inflazionistiche.

    Ma c’è di più: tra imprenditori divenne usanza corrente effettuare pagamenti direttamente in certificati Mefo che presero a circolare liberamente, costituendo di fatto una forma di moneta complementare (forse la prima della storia). A conferma, in un suo testo del 1941, Keynes scrisse: “Il dottor Schacht è inciampato per disperazione in qualcosa di nuovo che aveva in sé i germi di un buon accorgimento tecnico. Laccorgimento consisteva nel risolvere il problema eliminando luso di una moneta con valore internazionale e sostituendola con qualcosa che risultava un baratto, non però fra individui, bensì fra diverse unità economiche. In tal modo riuscì a tornare al carattere essenziale e allo scopo originario del commercio, sopprimendo lapparato che avrebbe dovuto facilitarlo, ma che di fatto lo stava strangolando”.

    E “l’apparato strangolatore” fu effettivamente represso, tant’è che la riserva frazionaria delle banche fu portata al 20%, le operazioni rischiose vietate. La speculazione sui cambi fu stroncata grazie al baratto internazionale (importazione di materie prime pagate in prodotti finiti).

    La dirigenza tedesca era conscia di ciò che stava facendo? Leggendo le seguenti frasi di Hitler sembra proprio di sì: “La forza del lavoro germanico è il nostro oro. Solo il lavoro crea nuovo lavoro. Non è assolutamente il denaro che lo crea”. E poi: “non eravamo così stupidi da cercare di usare una moneta basata sull’oro, di cui non ne avevamo, invece per ogni marco che emettevamo richiedevamo l’equivalente di un marco di lavoro o di beni prodotti…e ridevamo dei finanzieri che sostengono che il valore di una moneta dipende dal suo contenuto d’oro e da riserve di valuta che risiedono nelle casseforti di una banca centrale…”

    Il piano-Schacht terminò nel 1937, quando Hitler decise di eliminare totalmente il debito nazionalizzando la Reichsbank (Banca Centrale), continuando però ad attenersi ai suoi precedenti propositi di buon governo economico. Probabilmente questo atto fu la causa occulta (e mai ammessa) della guerra.

    Ci si potrebbe chiedere come mai le potenze democratiche capitalistiche poterono allearsi al comunismo russo, che ufficialmente propugnava l’abolizione della proprietà privata, per stroncare la pericolosa “infezione” di denaro libero da debito, che sosteneva un popolo padrone del proprio destino, quale si stava delineando in Germania. La risposta la si trova in quello stesso 1937, anno in cui la Banca centrale sovietica venne privatizzata e divenne proprietà della solita cricca di miliardari ebreo-americani di Wall street. Ma qui si va oltre il campo di indagine dell’economia per entrare in quelli della storia e della politica.

    SOLUZIONE DELLA CRISI | STAMPA LIBERA
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  3. #3
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    Che scelta raccolta di cazzate e di menzogne fattuali......

    I buoni mefo furono usati per lo sforzo di riarmo e pernil tentativo autarchico tedesco, non per un qualche programma "keynesiano", e la riduzione della disoccupazione fu dovuta quasi interamente al riarmo - la parte restante ad un programma di lavori pubblici dovuto a bruning e finanziato da von schleicher

  4. #4
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    Citazione Originariamente Scritto da atvar51 Visualizza Messaggio
    Che scelta raccolta di cazzate e di menzogne fattuali......

    I buoni mefo furono usati per lo sforzo di riarmo e pernil tentativo autarchico tedesco, non per un qualche programma "keynesiano", e la riduzione della disoccupazione fu dovuta quasi interamente al riarmo - la parte restante ad un programma di lavori pubblici dovuto a bruning e finanziato da von schleicher
    Questa sì che è una corbelleria. Made in sion.
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  5. #5
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    M'è sempre piaciuta la fantascienza.

    Grazie, Hynkel.
    Grazie, Sirio figlio di Bossi.

  6. #6
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    Citazione Originariamente Scritto da Proteus Visualizza Messaggio
    M'è sempre piaciuta la fantascienza.

    Grazie, Hynkel.
    Grazie, Sirio figlio di Bossi.
    Fantascienza? Guarda che l'ha scritto Orfini, è dentro al PD. Quanto al resto, non ho letto.
    Il senso della vita è la pizza

  7. #7
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    Citazione Originariamente Scritto da Hynkel Visualizza Messaggio
    Fantascienza? Guarda che l'ha scritto Orfini, è dentro al PD. Quanto al resto, non ho letto.
    Made in ameba proteus.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  8. #8
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Made in ameba proteus.
    Probabilmente non capisce che la sinistra non dovrebbe avallare certe pratiche europee (oserei dire anche mondiali) che hanno l'obiettivo di preservare una certa elite.
    Il senso della vita è la pizza

  9. #9
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    Direi che Orfini è l'ultimo che puo' dare lezioni di economia agli altri.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  10. #10
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    Predefinito Re: Il partito della BCE

    Citazione Originariamente Scritto da Fuori_schema Visualizza Messaggio
    Direi che Orfini è l'ultimo che puo' dare lezioni di economia agli altri.
    Mi pare che l'articolo verta più che altro su che piega dovrebbe prendere la sinistra
    Ultima modifica di Hynkel; 06-08-13 alle 17:20
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