



Riflessioni sulla “fuga” di Benito Mussolini.
La storia, si sa, la scrivono i vincitori. E sovente il loro inchiostro è il sangue dei vinti. Sono cose che sappiamo, con le quali ci siamo confrontati forse per tutta la vita, contro cui abbiamo lottato fieramente ma spesso senza risultati. Non è colpa dei vinti se la storia tramandata ai figli della nostra società è falsa, è un’invenzione storiografica, è pura fantasia senza alcuna prova fattuale. Tuttavia, nel momento in cui anche noi accettiamo le tesi che ci vengono propinate, le facciamo nostre e in fondo cominciamo anche a crederci (anche solo a causa del lento convincimento che induce la infinita ripetizione della menzogna) allora un po’ di colpa nella falsificazione della realtà è anche nostra.
In questi giorni in cui le nostre piazze sono piene delle bandiere della vergogna, delle rosse bandiere dei figli del tradimento, è nostra intenzione chiarire, 62 anni dopo, un episodio in particolare, quello della cosiddetta “fuga” di Mussolini, avvenuta dopo l’invasione di Milano da parte degli anglo-americani e dei ribelli italiani. Leggendo in tutti i resoconti “storici”, in tutti i libri di testo, in tutti i servizi giornalistici, troverete che Mussolini era in fuga verso la Svizzera. Proveremo ora a mostrare che questo è falso e che la vera destinazione di Mussolini era ben altra. Ma procediamo con ordine.
Il desiderio dei repubblicani era quello di costituire il cosiddetto “ridotto alpino” in Valtellina.
Lo scopo del ridotto era chiaro: passare dalla guerra in campo aperto nella pianura, che avrebbe certamente condotto alla sconfitta delle limitatissime forze repubblicane, alla guerriglia sulle colline della bassa Valtellina e della Valchiavenna, che avrebbe forse potuto condurre alla negoziazione di una resa dignitosa. L’imboccatura delle valli, pur ampia, era certamente più difendibile rispetto alle posizioni tenute prima in Milano e successivamente in Como (quest’ultima, città praticamente indifendibile dal punto di vista militare).
Inoltre, è del tutto probabile che Mussolini portasse con sé importanti documenti con le prove di una posizione leale ma relativamente defilata dell’Italia rispetto all’alleato germanico. I tentativi di una pace separata? La corrispondenza con Churchill e le conseguenti ipotesi (inoppugnabilmente provate almeno fino al ’44) di alleanza britannica con la RSI in chiave antibolscevica e antistalinista? Tutto ciò sarebbe anche avvalorato dalla frase di Mussolini riferita dai ribelli italiani presenti in quel di Dongo dopo l’arresto del Duce: «Fate attenzione a quella borsa, contiene documenti importanti per il futuro dell’Italia».
E’ chiaro come fosse sufficiente una resistenza di qualche settimana per far valere quelle prove e aver salva la vita, oltre che di Mussolini, anche delle migliaia di camerati poi caduti in Valtellina (v. infra). Una prova di questo tipo avrebbe anche certamente alleggerito le ritorsioni dei vincitori e le pesantissime condizioni di resa imposte all’Italia che, per dirla con le parole di Mussolini, non avevano precedenti nella storia della guerra. Fino all’ultimo Mussolini ha anteposto l’interesse del suo paese al proprio, quanti insegnamenti per i politici di oggi…
Non si dimentichi un altro fatto: l’importanza di cadere in mani americane, ed evitare così la cieca vendetta dei ribelli comunisti e la necessità inglese di occultare quegli scottanti documenti. La storia volle l’esatto contrario: saranno, e non è un caso!, gli inglesi ad assassinare il Duce, creando poi la patetica messinscena della doppia fucilazione e del “Comandante Valerio”, altra favola prediletta degli storici nostrani.
Tornando al tema principale. L’intenzione di costituire un ridotto alpino in Valtellina nasce già nel settembre 1944, ad opera del federale di Milano Vincenzo Costa. Risulta provato come il 16 dicembre 1944 il Costa illustrò la sua idea al Duce, il quale parve gradirla molto, «E’ giusto pensare anche al peggio» disse.
Tuttavia il vero teorico del ridotto fu il gerarca Pavolini, il quale presentò il progetto definitivo a Mussolini il 14 aprile 1945, coi nemici ad un passo da Milano. Mussolini lo approvò e diede l’ordine di trasferire in Valtellina 5000 uomini entro il 30 aprile, aggiungendo: «In un qualsiasi luogo, il Fascismo deve cadere eroicamente».
Nei successivi giorni dell’aprile arrivarono in Valtellina solo 4000 uomini ad attendere Mussolini, 3000 dei quali si fermarono in Sondrio e altri 1000 risalirono la valle fino a Tirano. A questi dobbiamo aggiungere centinaia di civili, donne e bambini in particolare, parenti dei militi repubblicani, fuggiti per paura di rappresaglie nell’Italia occupata dal nemico. Provenivano in larga parte dalla Toscana, ormai in mano bolscevica. Molti fra questi risalirono la Valle sino a Bormio.
Dopo il 25 aprile il CLNAI intima la resa a Mussolini. Egli rifiuta di rispondere alla richiesta e lascia, all’interno di una colonna germanica, il palazzo della prefettura di corso Monforte, a Milano, avviandosi lungo l’attuale provinciale 133, sul cui percorso i ribelli, pronti a tendere numerose imboscate, si dileguano ogni volta, alla comparsa della soverchiante colonna italo-germanica. La prima meta era Como, ove si diedero convegno per l’ora estrema migliaia di fascisti.
Quale era la destinazione finale?
Qualche considerazione. Se Mussolini avesse voluto fuggire avrebbe certamente potuto farlo nei giorni precedenti, col nemico ancora lontano. Avrebbe potuto dirigersi indisturbato in Svizzera oppure, più probabilmente, avrebbe utilizzato in tutta tranquillità un aeroplano (che peraltro molti affermano fosse già predisposto) che lo avrebbe condotto nella amica e neutrale Spagna di Franco, per poi magari essere accolto con tutti gli onori in Argentina. Mussolini non lo fece. Perché? Per scappare all’ultimo minuto in Svizzera? Non solo non è da Mussolini ma non è neppure da persona mediamente ragionevole!
Una possibile obiezione è: perché seguire la sponda occidentale del Lago, quando, da Milano, la via più breve per la Valtellina condurrebbe a Lecco e lungo la sponda orientale? La risposta è fin troppo ovvia. È noto che tutti i fascisti dell’alta Italia che decisero fino all’ultimo di non tradire si riunirono in Como. Viene immediato pensare che la via più sicura per il ridotto sia quella, pur più lunga, che passa per Como stessa. In quella città si sarebbe poi decisa la mossa successiva. Si noti che da Como la via più breve alla Valtellina è proprio quella percorsa dal convoglio del Duce.
Non si può dimenticare, inoltre, che la città di Como dista poche centinaia di metri dal confine elvetico: perché Mussolini avrebbe dovuto avviarsi lungo la statale Regina, pericolosa e piena di insidie tese dai ribelli, al fine raggiungere la Svizzera da Chiavenna e dallo Spluga, quando essa si trovava qualche metro più ad ovest? Se Mussolini avesse davvero voluto fuggire, non avrebbe avuto altro da fare che una breve passeggiata (qualche minuto a piedi) dal centro di Como verso il valico di Chiasso. Passeggiata protettissima, Como era infatti in quelle ore il luogo forse più sicuro d’Italia per i fascisti in ripiegamento, protetti dall’esercito repubblicano e dalle camicie nere giunte in città da tutta Italia, oltre che dalle truppe dell’alleato germanico. E se, per qualche motivo sconosciuto, i fascisti avessero preferito un’altra via, come non pensare ai primissimi chilometri della statale Regina, a Cernobbio e agli innumerevoli sentieri che, attraverso i boschi del Monte Bissino, conducevano oltre il confine? Sentieri ben conosciuti alla gente del luogo, assiduamente battuti dai contrabbandieri e quindi ideali per una fuga comoda e sicura.
E invece no, quel “vigliacco” di Mussolini prosegue verso nord.
Il convoglio imbocca la Regina per essere fermato in quel di Dongo. Il seguito è storia nota. Il progetto del ridotto fallisce ed inizia la resa dei militi presenti in valle.
Dapprima si arresero i camerati acquartierati in Sondrio ed in seguito, il 27 aprile, dopo il fermo del Duce, dietro la minaccia di uccisione dei civili toscani presenti in valle, si arresero anche quelli accampati in Tirano. Inutilmente. Orrende stragi si consumarono tanto tra i militi arresi quanto tra i civili, a conferma del valore della parola d’onore d’un partigiano.
Alcune delle stragi più efferate si consumarono in: Ardenno, Buglio in Monte, Bagni del Masino, Castione Andevenno, nelle vicinanze di Morbegno ed in tutta la Valchiavenna.
Un’ultima testimonianza sulle vere intenzioni di Mussolini ci è fornita direttamente dal Duce. Era il 26 aprile, in serata. Mussolini da Como invia la sua ultima commovente lettera alla moglie Rachele. In tale documento si può leggere la frase: «Tu sai che dobbiamo andare in Valtellina». Seguono poi le raccomandazioni rivolte alla moglie ed ai familiari più cari affinché, essi sì, riparassero in Svizzera.
La storia, la geografia e la logica, oltre ai documenti ed alle testimonianze, mostrano le vere intenzioni di Mussolini.
In fondo si tratta di una piccola cosa, di una menzogna meno grave di altre, o di molti colpevoli silenzi riguardanti Mussolini, e certamente meno grave dell’umiliante spettacolo che ogni 25 Aprile va in scena nelle piazze d’Italia. Ma è una questione di principio, un’altra prova della bassezza morale e spirituale dei vincitori. Chissà fino a quando i telegiornali ed i libri di testo continueranno a descrivere Mussolini come il vigliacco che voleva scappare in Svizzera?
Tratto da La Nazione d’Italia
Informazioni su questi ad
https://nazioneditalia.wordpress.com...ito-mussolini/
_Non rinnegare e non restaurare__
Difendi la nazione come nei tempi passati, in modo moderno:" fotti lo Stato antifascista! "(Giò)
L'invidia ha due bocche; con una sputa miele , con l'altra sputa veleno e fiele![]()




Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Gli omosessuali sono stati perseguitati anche in UK (vedi Turing) e negli US. Durante il maccartismo essere comunista comportava non pochi guai sempre in US, negli anni '50 fu anche proibitala pubblicazione di certi libri (vedi Howl di Ginsberg). Ah scordavo una cosa: lo schiavismo.
Quindi ?
![]()
«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij


Teniamoci stretti, che c'è vento forte.
Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.
{;,;}


«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij




Ada, ma che dici, ma se Mussolini chiese garanzie anche a Schuster?!

