



le sudamericane:
“Il 70 per cento senza marito e quasi tutte disinformate”
Donne immigrate, le loro storie - Attualità - D - la Repubblica
Le ucraine:
In Italia l’80% degli immigrati ucraini sono donne, principalmente impiegate nei lavori domestici o come assistenti familiari, meglio note come colf e badanti.
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i bambini “left behind”, lasciati a casa, subiscono un peggioramento nei risultati scolastici e nel comportamento, si sentono abbandonati dalla mamma, che a poco a poco viene considerata semplicemente una mamma-bancomat. Nelle situazioni di maggiore abbandono, per esempio quando non c’è neppure la figura del padre come riferimento, della nonna, o di altri parenti stretti, i bambini possono diventare l’obiettivo di gruppi criminali: eccessivamente ricchi e soli, cominciano ad assumere droghe e alcolici, diventano giocatori d’azzardo, vengono coinvolti in attività pornografiche fino al turismo sessuale.
UCRAINA: Donne emigrate in Italia. Ma chi bada alle loro famiglie? - East Journal
«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij






Poi se volete numeri più precisi ..........
Dalle ricerche che mettono a confronto l’esperienza delle donne migranti, cittadine di paesi europei
e non, ed il loro rapporto con i figli, risulta che il distacco tra madri e figli, e quindi l’esperienza di
“madri a distanza”, rappresenta una realtà diffusa tra le lavoratrici impiegate nel settore domestico
in Italia. Infatti, recenti studi compiuti in varie regioni italiane riportano dati simili per esempio
nelle Marche dove il 53,3% delle migranti intervistate hanno lasciato i figli in patria (Pavolini,
2005), in Lombardia dove l’80% delle intervistate ha figli, ma solo una su tre li ha in Italia (Mesini,
et al. 2006), o nel Trentino dove il 50,8% ha figli al paese di origine (Ambrosini e Boccagni, 2007).
Tra queste sono soprattutto le donne provenienti dall’Europa Orientale ad avere più spesso i figli
ancora in patria (Ambrosini e Boccagni, 2007). Un dato simile si evince anche da una ricerca svolta
nelle regioni dell’Italia meridionale dove nel 65% dei casi le donne intervistate avevano figli nel
paese di origine (Bichi, et al. 2006). Anche in questi casi, coloro che hanno lasciato i figli nel paese
d’origine sono soprattutto lavoratrici che provengono dall’Europa dell’Est (Ucraina e Romania).
Anche in Emilia Romagna (Cossentino e Mottura, 2005) tra le assistenti domiciliari intervistate
provenienti da paesi dell’Europa dell’Est vi è una maggioranza che una famiglia propria rimasta al
paese di origine.
In Ucraina, la maggior parte dei casi di cosiddetti children left-behind è presente nelle regioni
dell’ovest del paese dove la migrazione femminile per lavoro è particolarmente intensa e su ampia
scala soprattutto verso paesi come l’Italia e la Spagna. Una testimonianza dell’intensità di tale
fenomeno è la diffusione, in queste aree del paese, del termine “bambini italiani” in riferimento ai
figli di persone che sono emigrate per lavoro, non sempre in Italia, ma anche in altri paesi
dell’Unione Europea (Tolstokorova, 2007).
Nel 2003, l’organizzazione ucraina “Women’s Perspective”, una ONG che opera nella regione
occidentale dell’Ucraina, ha portato a termine uno studio sulla condizione delle donne ucraine
immigrate in Italia e sulle conseguenze della loro migrazione (Tolstokorova, 2007). Dai risultati di
questa indagine risulta che il 94% delle donne intervistate ha lasciato i figli in Ucraina. Nel caso di
single mothers o nel caso in cui entrambi i genitori lavorano all’estero, invece, 66% delle donne
intervistate hanno lasciato i figli con i nonni, e 33% da soli. Quando, invece, all’interno della
coppia, è stata soltanto la donna ad emigrare, la maggior parte delle donne ha dichiarato di aver
lasciato i figli con i loro padri. Un dato interessante, quest’ultimo, che si troverebbe in sintonia con
altre ricerche relative all’impatto della migrazione femminile nelle regioni dell’ovest dell’Ucraina,
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tradizionalmente caratterizzate da una cultura familiare patriarcale, che mostrano un cambiamento
delle dinamiche familiari e del ruolo maschile. I mariti delle donne che migrano per lavoro in Italia,
trovano infatti accettabile, stando a queste indagini, prendersi cura dei bambini, anche se solo per il
periodo della migrazione delle proprie mogli (Yarova, 2006).
La ricerca svolta in Trentino (Ambrosini e Boccagni, 2007), invece, evidenzia come nelle mansioni
di accudimento dei figli, il contributo dei mariti rimasti in patria rimane marginale nel caso delle
ucraine ed ecuadoriane che riconoscono un ruolo centrale ad altre figure come i nonni. Viene invece
riconosciuto con una certa frequenza il contributo dei mariti dalle migranti romene (insieme a quelle
moldave).
http://www.cespi.it/WP/WP41-TORRE.pdf
«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij




Stai paragonando un feto ad un tumore.... e questo fa capire la tua "forma mentis".
Per me un nascituro non è un "ammasso di cellule", ma un essere umano in divenire... dei tuoi ragionamenti da materialista neoilluminista me ne fotto bellamente, io vivo su un altro piano spirituale e ho un estremo rispetto per il "miracolo" della vita e non c'è modo di convincermi che un nascituro sia una "proprietà" da trattare come un fastidio.
When history comes to you enforced by law, only one thing is certain: IT'S A LIE!
"Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme." (Charles Bukowsky)






Per me non ce l'hai nemmeno tu... ma non ti ammazzerei per questo.
Comunque... se credi alle superstizioni semite, la tua domanda può essere capovolta e potrebbe valere come risposta: puoi dimostrare che un essere umano in divenire non abbia un'anima???
Drunizzandomi ti direi che l'articolo indeterminativo femminile "una" prevede l'apostrofo quando la "a" viene elisa, ma siccome non sono Druuna non ci faccio caso.
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