Non so voi, ma io fino a Lunedi mattina non dormirò tranquillo, troppo veicolata l'informazione, troppo tecnica la faccenda per essere capita dai più, troppo importante non farla passare, per il bene di tutti.


Non so voi, ma io fino a Lunedi mattina non dormirò tranquillo, troppo veicolata l'informazione, troppo tecnica la faccenda per essere capita dai più, troppo importante non farla passare, per il bene di tutti.
Da un grande potere derivano grandi responsabilità.


Chi sono i filosudici? Quelli che definiscono filoterroristi i difensori dei palestinesi.I MELONOMI, i sudditi della meloniIsraele=Paese Terrorista - Palestina libera dai terroristi dell'IDF




Robe da matti. Tu mi hai invitato mille volte a lasciare questo paese solo per il fatto perché non sono nata qui. Beh, "invitato" si fa per dire, ti sei esperesso in un modo assai maleducato.
E poi, ogni volta quando parli "di quelli dell'Est" tiri fuori l'invasione. Se parli dell'invasione, parli di razzismo.
Ti stanno bene i migranti economici sub sahariani, però guarda caso, ti stanno sulle p.... gli immigrati dell'Est Europa. Due pesi e due misure.
“Non prenderti a cuore guadagno e perdita”


Quando sento usare la parola "tribù" e la parola "tribale" a cazzo, mi sembra di stare al bar come Salvini.
"Salvini" non è riferito a te, precisiamo. Sto facendo un discorso generale, perchè questa parola si usa di continuo, ma sempre a sproposito.
(chi non ha voglia di leggere, vada infondo)
il termine tribù deriva dal latino tribus, che nell'antica Roma indicava inizialmente un insieme di famiglie, e successivamente (almeno a partire dal VI secolo a.C.) un raggruppamento amministrativo-territoriale comprendente una popolazione ripartita in gentes, ciascuna delle quali era costituita da individui con la stessa ascendenza (anche fittizia) patrilineare. Pare che originariamente anche la tribus fosse concepita come un raggruppamento genealogico, poiché lasciava presumere l'esistenza di un legame di parentela consanguinea tra le famiglie che ne facevano parte. L'etnoantropologia classica, cui si deve lo sviluppo delle prime teorie sistematiche sull'organizzazione sociale dei popoli extraeuropei verso la metà del XIX secolo, riprese il termine tribù nel suo probabile significato originario, denotandolo cioè in senso genealogico e non amministrativo. Il primo caso rilevante di utilizzazione del termine tribù in antropologia è da far risalire all'americano L.H. Morgan (v., 1851), il quale pubblicò uno studio dettagliato dell'organizzazione sociopolitica della 'confederazione' irochese. Costituita da sei 'nazioni', questa confederazione politica di Indiani nordamericani si reggeva, oltre che sull'istituzione di un'assemblea di capi (sachem), anche sull'esistenza di legami parentali trasversali alle sei nazioni. (...)
L'analisi della tribù irochese svolta da Morgan gli consentì di elaborare, sulla base di una comparazione con le 'tribù' di altri popoli, specialmente dell'antichità, una teoria del posto occupato dagli Indiani nordamericani (nella fattispecie dagli Irochesi) nel processo evolutivo complessivo della storia umana. Morgan (v., 1877), che era fortemente incline a proporre ai propri connazionali un'immagine positiva degli Indiani, riteneva che il sistema politico degli Irochesi fosse largamente simile a quello dei Greci e dei Romani dell'età arcaica, e quindi testimonianza dell'alto grado di sviluppo raggiunto autonomamente dalle genti del Nuovo Mondo (in contrasto con la visione di costoro come 'selvaggi').
[In seguito l'antropologia abbandona il paradigma evoluzionista, chiaramente etnocentrico ed incapace di spiegare i fenomeni, e con Malinowski, passa ad un approccio funzionalista in cui le categorie descrittive si trasformano, ad esempio il termine "tribù"]
Da un lato esso verrà impiegato al livello del 'senso comune', come qualificazione generica delle società studiate dall'antropologia, le società 'tribali' appunto, e quindi fondate, come già accennato, su principî organizzativi differenti da quelli tipici della società dell'osservatore. In tal modo la sua utilizzazione permetterà di distinguere (ancora una volta) i 'primitivi' dai 'civilizzati'. Dall'altro lato esso costituirà uno strumento concettuale analitico capace di disporre i dati etnografici in vista di comparazioni e classificazioni tipologiche dell'organizzazione sociale 'primitiva'. Di conseguenza, come è stato fatto osservare, l'utilizzazione del termine tribù in riferimento a questo duplice contesto, ideologico e metodologico, consentì di rendere ferma la differenza tra 'noi' (civilizzati) e 'loro' (primitivi) e, al tempo stesso, di ribadire la fondamentale somiglianza tra tutte le diverse forme che la 'loro' società era capace di assumere (v. Jenkins, 1986, p. 173).
D'altra parte questa fondamentale somiglianza che le società tribali sembravano avere, se messe di fronte a quella dell'osservatore occidentale, contrastava con la varietà degli elementi che parevano distinguerle l'una dall'altra a livello empirico. Il riconoscimento di questo fatto portò dapprima a tentativi di classificazione delle forme che l'organizzazione sociale primitiva, e quindi 'tribale', poteva assumere in diversi contesti etnografici e, quasi parallelamente, all'insorgere delle prime perplessità relative alle capacità euristiche di un concetto come quello di tribù.
[Poi si scoprono le società segmentarie, ossia] una organizzazione sociopolitica acefala, priva cioè di una autorità politica centralizzata, articolata in gruppi di discendenza (i lignaggi) politicamente indipendenti e legati tra loro da rapporti genealogici (non importa se reali o fittizi) i quali servono da criterio regolatore delle dinamiche delle alleanze in caso di conflitto. Benché già noto fin dai tempi delle osservazioni di F.C. Volney (v., 1787) e di J.L. Burckhardt (v., 1831) sui Beduini del Vicino Oriente, questo tipo di organizzazione sociopolitica fu studiato per la prima volta in maniera sistematica da E.E. Evans-Pritchard (v., 1940) in relazione ai Nuer del Sudan, una popolazione agropastorale organizzata in tribù, ognuna delle quali suddivisa in sezioni e sottosezioni (i lignaggi nella loro diversa ampiezza genealogica).
(...) lo studio sui Nuer sottopose all'attenzione degli antropologi un nuovo modo di intendere le società 'segmentarie' e il principio della 'segmentazione'.
Lo studio di Evans-Pritchard sull'organizzazione sociopolitica nuer fu tuttavia all'origine di un fenomeno di 'routinizzazione' nell'uso del termine tribù (come del resto nell'uso del cosiddetto 'modello segmentario'). Tale routinizzazione riguardò soprattutto - anche se non esclusivamente - l'antropologia di ispirazione funzionalista. L'idea che con il termine tribù fosse possibile designare delle entità sociali fondate sulla presenza di segmenti politici a loro volta costituiti sulla base di legami genealogici (tanto reali quanto fittizi) si affermò soprattutto in Gran Bretagna nel corso degli anni quaranta e cinquanta. Ciò avvenne in concomitanza con l'adozione, da parte degli antropologi, di una rappresentazione della tribù come entità definibile sulla base di un'omogeneità linguistica e culturale in grado di distinguerla da altre tribù vicine.
Quest'idea complessiva della tribù come aggregato sociale, culturale e linguistico non si diffuse però soltanto tra gli antropologi funzionalisti. Essa era infatti retaggio di un'epoca in cui i non occidentali, specialmente i popoli privi di tradizioni scritturali e quindi di norma considerati 'senza storia', erano definiti in opposizione ai popoli 'civilizzati' (occidentali e non, come gli Arabi, gli Indiani e i Cinesi). Tuttavia, tra gli antropologi del primo dopoguerra, l'adozione di tale idea della tribù rispondeva, più che a un atteggiamento di superiorità nei confronti dei popoli a lungo ritenuti 'inferiori', alle esigenze imposte dalla ricerca accademica che prescriveva inchieste sul campo finalizzate alla descrizione di una particolare società o cultura. Per gli antropologi funzionalisti, soprattutto britannici, si trattava di studiare il 'funzionamento' dell'organizzazione sociale di una determinata comunità. Per gli antropologi americani, più propensi allo studio delle espressioni culturali che non delle relazioni sociali, l'obiettivo era quello di pervenire alla descrizione di una 'configurazione' culturale, tipica di una certa popolazione e distinta da quella di tutte le altre (v. Benedict, 1934).
Un effetto importante di quest'uso del termine tribù fu che esso contribì all'affermarsi, nell'antropologia, di un approccio 'discontinuista', tale cioè da presentare le realtà socioculturali studiate dagli antropologi come isolati praticamente privi di connessioni reciproche rilevanti per la comprensione di ciascuno di essi. Gran parte degli studi raccolti in due opere classiche dell'antropologia sociale britannica, pubblicate rispettivamente nel 1940 e nel 1950, African political systems (curato da M. Fortes e da E. Evans-Pritchard) e African systems of kinship and marriage (a cura di A.R. Radcliffe-Brown e D. Forde), contengono dati di indubbia rilevanza etnografica e analisi di notevole spessore sul piano teorico. Tuttavia i contesti sociali cui fanno riferimento i saggi contenuti in questi volumi sono presentati dai rispettivi autori come coincidenti con realtà sociali, politiche, culturali e linguistiche del tutto indipendenti da flussi economico-sociali, relazioni politiche, scambi culturali significativi con altri gruppi vicini e del tutto simili. Questa rappresentazione della tribù come entità politica, sociale, culturale e linguistica raggiunse forse l'effetto di massima routinizzazione nel volume a cura di J. Middleton e D. Tait del 1958, intitolato Tribes without rulers, dove una serie di società 'segmentarie' africane venivano analizzate come altrettanti universi distinti.
[dopo il '45 inizia a cambiare la prospettiva]
In genere gli studi di cui si è parlato fino ad ora trascuravano le osservazioni, per la verità sempre piuttosto incidentali e asistematiche, di quanti avevano cominciato a esprimere dubbi sulla possibilità di attribuire alla nozione di tribù un potere referenziale diretto. Tra questi è da ricordare S.F. Nadel, che nel suo studio sui Nuba (Sudan) del 1947 mise seriamente in dubbio l'idea che fosse possibile riscontrare sul campo qualcosa che potesse corrispondere in maniera univoca a ciò che veniva normalmente definito tribù. Mettendo l'accento sulla definizione di tribù come prodotto di un sentimento di comune appartenenza, sostenne che tale autopercezione non trovava riscontro in fenomeni empirici quali la cultura, la lingua e l'organizzazione sociale. Egli faceva infatti osservare come individui che si consideravano appartenenti a gruppi diversi (ossia a ciò che gli antropologi avrebbero definito tribù differenti) erano in realtà culturalmente e linguisticamente omogenei, mentre altri che si consideravano appartenenti allo stesso raggruppamento non possedevano quelle comuni caratteristiche culturali e linguistiche normalmente considerate come elementi costitutivi di un raggruppamento tribale. Le conclusioni di Nadel erano di conseguenza drastiche: "L'idea tribale perciò è radicata in una teoria della diversità culturale, la quale ignora o scarta le variazioni esistenti come se non esistessero, e ignora e sottovaluta le uniformità al di là dei confini che essa stessa si è data. La tribù esiste non in virtù di una qualche unità o somiglianza oggettiva, ma in virtù di un'unità ideologica, e di una somiglianza accettata come un dogma" (v. Nadel, 1947, p. 13).
(...)
[ultimo spunto, ma non conclusivo]
Nel 1970 l'antropologo sudafricano A. Southall intitolò significativamente un suo lavoro The illusion of tribe, mettendo l'accento sulla natura appunto 'illusoria' di questa forma di organizzazione sociale, nata dallo sguardo 'pre-giudiziale' dell'antropologo. Per Southall, "qualunque definizione di tribù venga scelta [tra quelle proposte], le divergenze empiriche sono così grandi, diffuse e frequenti da rendere il concetto di tribù, così come questo esiste nella letteratura, improponibile" (v. Southall, 1970, p. 32). La 'tribalizzazione' dei popoli studiati dall'antropologia, egli aggiungeva, aveva coinciso con una operazione non diversa, nei risultati, dalla frammentazione della realtà etnografica in tante 'società' e 'culture' distinte. Due anni prima della pubblicazione del lavoro di Southall, nel 1968, uscì negli Stati Uniti una raccolta di scritti intitolata molto significativamente Essays on the problem of tribe (v. Helm, 1968), i quali ridiscutevano da vari punti di vista, e in relazione a contesti etnografici molto differenti, la validità teorica della nozione. Da questa discussione, nata sull'onda delle obiezioni teoriche sollevate in precedenza da più parti (v. Fried, 1967), emergeva non solo la definitiva consapevolezza dello scarsissimo potere analitico della nozione, ma anche la stretta affinità esistente tra i problemi posti dall'utilizzazione di questo termine e da quella di un termine utilizzato spesso con un significato analogo: quello di etnia.
ora siccome non voglio fare i post chilometrici (come questo già è), lascio a chi ha veramente voglia di capire qualcosa di ciò che sta intorno alla parola "tribù" il link della voce Treccani, che non sarà l'oro colato, ma è certo qualcosa in più delle chiacchiere da bar.
Tribu in "Enciclopedia delle scienze sociali"
«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij


Trump non deve combinare niente, sono quelli prima di lui che hanno combinato i guai
Il fascista Reagan fece scomparire le dittature sudamericane in poco tempo,
così come in poco tempo precipitò il prezzo del petrolio
Gli ostaggi in Iran vennero subito liberati
e la Cina raddoppiò il proprio prodotto
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle








«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij