L’amaca. Gli indici di popolarità
28 OTTOBRE 2019
DI MICHELE SERRA
La sinistra perde perché è impopolare, glielo dicono tutti, gli elettori e gli intellettuali. E dunque, se vuole risorgere, deve diventare popolare, glielo dicono tutti, gli elettori e gli intellettuali. Giusto. Ma come? Gli indici di popolarità, così come li traccia e/o li registra l’opinione dominante (che non è quella di sinistra, ammesso che lo sia mai stata) si impennano, per esempio, se si maledicono le tasse e si benedicono i consumi nocivi o inutili; se si parla in modo spiccio, “come la gente”, lasciando perdere i concetti complicati che sono solo una perdita di tempo; se di fronte ai delitti si invoca il carcere duro (“butta via la chiave!”), purché il delitto non sia l’evasione fiscale (in quel caso si grida contro “il partito delle manette”); se si chiudono le porte ai migranti, che vengono qui a rubarci il lavoro; se si invita a non farla troppo lunga, con il cambiamento climatico e la plastica negli oceani, perché le gente mica può smettere di vivere come ha sempre vissuto…
L’elenco è ancora lungo. E fa capire l’enorme difficoltà di una parte politica che coltiva una quantità abnorme di idee impopolari. A partire da quella di più insormontabile impopolarità, almeno in Italia, che è pagare le tasse. Per non dire dell’impopolarità sesquipedale della battaglia per i diritti dei carcerati, o per la legalizzazione delle droghe leggere, o per un’imposta sulle produzioni e i consumi più inquinanti, eccetera.
Per fortuna l’intero territorio della “popolarità” facile, quella della demagogia populista, è presidiato (in tutto il mondo) dalla destra. La sinistra si rassegni: la sua sola speranza è che l’impopolarità di oggi diventi popolare domani.