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  1. #11
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Sembra il regno di Biff Tannen in "Ritorno al futuro II"





    No, dico, anche lui..


    Rerum cognoscere causas

  2. #12
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Terza parte:

    La fontana di Bettino.
    Cadono anche i collettori di tangenti che facevano riferimento personale a Bettino Craxi: gli architetti Silvano Larini e Claudio Dini tra i primi. Larini è considerato una chiave di accesso privilegiata ai segreti finanziari di Craxi. Ma non solo. "Un giorno Di Pietro mi chiese della "questione fontana". Pensavo alludesse a un deputato di Bergamo, invece voleva sapere se fosse vero che Bettino aveva fatto smontare e trasportare nella sua casa di Hammamet una fontana che era a Milano in Piazza Castello", dice oggi.
    Nel castello di Tangentopoli non figurano solo gli uomini della formazione governativa del pentapartito. A Milano governano anche i comunisti. I fari dell'indagine inquadrano pure alcuni uomini che contano: Luigi Carnevale, vicepresidente della metropolitana; Roberto Cappellini, segretario cittadino, Epifanio Li Calzi, ex assessore ai lavori pubblici del Comune, Sergio Soave, ex sindacalista Cgil ed ex numero due della Lega delle cooperative in Lombardia. È Carnevale a mettere gli ex comunisti sulla graticola. Con questa ammissione preliminare distrugge l'equazione Pci-Partito delle Mani pulite: "Solo nell'ambito della metropolitana ho avuto a che fare con il famigerato problema delle tangenti. Ho trovato un sistema ormai collaudato, secondo il quale, in linea di massima praticamente tutti i vincitori di appalti corrispondevano una tangente del 3 per cento, che poi venne portata al 4 per cento".
    Nelle prime settimane dell'inchiesta, mentre cresce il favore popolare e politico intorno al lavoro del pool, non c'è istituzione pubblica milanese e lombarda che resti fuori: il Comune, la Regione, gli ospedali, la Metropolitana, la Sea (gestisce gli aeroporti). I magistrati scelgono però di non toccare nessun politico con incarichi parlamentari. Ad aprile sono previste le elezioni politiche nazionali e non vogliono da una parte essere accusati di interferenza, dall'altra mettere in moto meccanismi di reazione tali da intralciare la loro marcia veloce verso verità di malaffare occultate per anni. Tanto che gli avvisi di garanzia ai primi parlamentari (e alcuni arresti eccellenti) vengono decisi solo nel momento in cui si chiudono le urne.
    Così anche la consegna del dossier al Parlamento con le richieste di autorizzazioni a procedere prende più tempo del previsto perché ogni volta che il quadro sta per essere definito saltano fuori nuove storie, nuove mazzette. Ma quel lungo lavoro di raccolta di prove, di testimonianze, di conferme bancarie, si rivelerà di fatto abbastanza inutile. Perché il fiume in piena è tale che il 10 luglio il Parlamento avvia le procedure per abolire quella parte dell'articolo 68 della Costituzione che prevedeva la guarentigia del voto in commissione per il via libera a un'indagine contro un deputato o un senatore.
    I primi segnali che il partito dei finanziamenti illegali e delle mazzette vuole provare a organizzare una resistenza arrivano il 26 giugno quando finisce in carcere Andrea Parini, il segretario regionale del Psi. "È un nuovo caso Tortora", accusano i più esaltati. "È totalmente estraneo alle accuse", precisano i più accorti. Non sanno che Parini, insieme a una lettera di dimissioni dal partito e di autosospensione dall'assemblea regionale, ha messo a verbale questa frase: "Ho preso i soldi da Martinelli, però pensavo che fosse un regalo". Oggi Parini è un avvocato, è entrato nelle file dei Ds e, dopo un'assoluzione per concussione e una prescrizione per i soldi passati al partito, ricorda: "Certo, lo vedevamo tutti che c'erano dei politici che avevano atteggiamenti gaglioffi, giravano con la macchinona e con la puttana al fianco. Non abbiamo fatto niente per evitare che ci trascinassero nel baratro. Avrei dovuto agire contro di loro con metodi stalinisti per cacciarli dal Psi, sarebbe stato comunque meglio che far finta di nulla".

    (continua)

  3. #13
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Quarta parte:

    Monetine all'Hotel Raphael.
    Passano un paio di mesi. la reazione più forte arriva dopo il suicidio del deputato socialista Andrea Moroni. Una tragedia che coagula un piccolo ma combattivo partito anti Mani pulite dietro lo slogan del garantismo negato. Il povero Moroni lascia un lungo messaggio scritto in cui difende se stesso e la sua militanza politica. Dove si legge: "Se vuoi contare in politica devi portare soldi al partito".
    Tutta la seconda parte del 1992 trascorre in attesa di un evento annunciato dai fatti: l'avviso di garanzia a Bettino Craxi. Che arriva il 15 dicembre. Il segretario socialista reagisce da par suo, bolla l'inchiesta come un complotto di giudici comunisti: le toghe rosse. Del resto, solo pochi mesi prima, Craxi aveva rivendicato in Parlamento (3 luglio) la politica dei finanziamenti illeciti invitando gli altri segretari di partito a raccontare i loro. Ma quell'avviso di garanzia - e la seguente richiesta di autorizzazione a procedere - segna l'inizio della fine di Craxi: prima le dimissioni dalla segreteria del Psi (11 febbraio 1993); poi, le monetine che gli vengono lanciate all'uscita dell'Hotel Raphael, la sua dimora romana. La reazione popolare al voto negativo della Camera per l'autorizzazione a procedere (29 aprile 1993) rischia di far naufragare il governo appena nato di Carlo Azeglio Ciampi.
    Craxi non resta l'unico leader a finire sotto il tiro della magistratura. Il 1993 è l'anno nero dei big di partito che cadono uno dopo l'altro come birilli. I socialisti Claudio Martelli e Gianni De Michelis (oggi riciclato come consigliere di politica estera di Silvio Berlusconi), il repubblicano Giorgio La Malfa (sopravvissuto passando con il centro-destra), i liberali Renato Altissimo e Francesco De Lorenzo, i democristiani Paolo Cirino Pomicino (oggi commentatore politico sui giornali del centro-destra) e Arnaldo Forlani, allora segretario del partito, la cui incriminazione fu annunciata dall'arresto del suo portavoce Enzo Carra (viene processato per direttissima per falsa testimonianza e l'arrivo in Tribunale in manette sarà seguito da un coro di proteste per l'inutilità palese della misura coercitiva), il faccendiere comunista Primo Greganti e quello multipartito Francesco Pacini Battaglia.
    Stessa sorte per alcuni big dell'industria e della finanza: si presentano spontaneamente (e fanno ammissioni importanti) l'amministratore Fiat Cesare Romiti come l'azionista di maggioranza del gruppo Espresso Carlo De Benedetti (finisce in cella per una notte quando l'inchiesta milanese approda a Roma). Altri subiscono l'onta delle manette: Gabriele Cagliari dell'Eni (arrestato per le mazzette Eni-Sai, inchiesta milanese ma parallela a quella del pool, si uccide in cella il 20 luglio), Salvatore Ligresti (assicurazioni e costruzioni), Giuseppe Garofano della Montedison. Finisce in carcere anche un giudice: Diego Curtò, strumento consapevole, e ben ripagato, delle manovre intorno a Enimont, dimostrando che anche la categoria dei magistrati ha degli esponenti di punta nel partito delle bustarelle.
    L'entità delle mazzette portate alla luce arriva a cifre astronomiche, saltano molti depositi clandestini custoditi nelle banche estere, con molti indagati che riconsegnano i soldi in cambio della libertà. Fino alla "madre di tutte le tangenti", i 150 miliardi legati alle manovre intorno a Enimont.


    (continua)

  4. #14
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    Terza parte:

    La fontana di Bettino.
    Cadono anche i collettori di tangenti che facevano riferimento personale a Bettino Craxi: gli architetti Silvano Larini e Claudio Dini tra i primi. Larini è considerato una chiave di accesso privilegiata ai segreti finanziari di Craxi. Ma non solo. "Un giorno Di Pietro mi chiese della "questione fontana". Pensavo alludesse a un deputato di Bergamo, invece voleva sapere se fosse vero che Bettino aveva fatto smontare e trasportare nella sua casa di Hammamet una fontana che era a Milano in Piazza Castello", dice oggi.
    Nel castello di Tangentopoli non figurano solo gli uomini della formazione governativa del pentapartito. A Milano governano anche i comunisti. I fari dell'indagine inquadrano pure alcuni uomini che contano: Luigi Carnevale, vicepresidente della metropolitana; Roberto Cappellini, segretario cittadino, Epifanio Li Calzi, ex assessore ai lavori pubblici del Comune, Sergio Soave, ex sindacalista Cgil ed ex numero due della Lega delle cooperative in Lombardia. È Carnevale a mettere gli ex comunisti sulla graticola. Con questa ammissione preliminare distrugge l'equazione Pci-Partito delle Mani pulite: "Solo nell'ambito della metropolitana ho avuto a che fare con il famigerato problema delle tangenti. Ho trovato un sistema ormai collaudato, secondo il quale, in linea di massima praticamente tutti i vincitori di appalti corrispondevano una tangente del 3 per cento, che poi venne portata al 4 per cento".
    Nelle prime settimane dell'inchiesta, mentre cresce il favore popolare e politico intorno al lavoro del pool, non c'è istituzione pubblica milanese e lombarda che resti fuori: il Comune, la Regione, gli ospedali, la Metropolitana, la Sea (gestisce gli aeroporti). I magistrati scelgono però di non toccare nessun politico con incarichi parlamentari. Ad aprile sono previste le elezioni politiche nazionali e non vogliono da una parte essere accusati di interferenza, dall'altra mettere in moto meccanismi di reazione tali da intralciare la loro marcia veloce verso verità di malaffare occultate per anni. Tanto che gli avvisi di garanzia ai primi parlamentari (e alcuni arresti eccellenti) vengono decisi solo nel momento in cui si chiudono le urne.
    Così anche la consegna del dossier al Parlamento con le richieste di autorizzazioni a procedere prende più tempo del previsto perché ogni volta che il quadro sta per essere definito saltano fuori nuove storie, nuove mazzette. Ma quel lungo lavoro di raccolta di prove, di testimonianze, di conferme bancarie, si rivelerà di fatto abbastanza inutile. Perché il fiume in piena è tale che il 10 luglio il Parlamento avvia le procedure per abolire quella parte dell'articolo 68 della Costituzione che prevedeva la guarentigia del voto in commissione per il via libera a un'indagine contro un deputato o un senatore.
    I primi segnali che il partito dei finanziamenti illegali e delle mazzette vuole provare a organizzare una resistenza arrivano il 26 giugno quando finisce in carcere Andrea Parini, il segretario regionale del Psi. "È un nuovo caso Tortora", accusano i più esaltati. "È totalmente estraneo alle accuse", precisano i più accorti. Non sanno che Parini, insieme a una lettera di dimissioni dal partito e di autosospensione dall'assemblea regionale, ha messo a verbale questa frase: "Ho preso i soldi da Martinelli, però pensavo che fosse un regalo". Oggi Parini è un avvocato, è entrato nelle file dei Ds e, dopo un'assoluzione per concussione e una prescrizione per i soldi passati al partito, ricorda: "Certo, lo vedevamo tutti che c'erano dei politici che avevano atteggiamenti gaglioffi, giravano con la macchinona e con la puttana al fianco. Non abbiamo fatto niente per evitare che ci trascinassero nel baratro. Avrei dovuto agire contro di loro con metodi stalinisti per cacciarli dal Psi, sarebbe stato comunque meglio che far finta di nulla".

    (continua)
    The neverending story.
    «La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera con l'accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel Lodo Mondadori»

  5. #15
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    Ad usum bananas (ma non solo).

    Da usare "sul sintomo": alla prima comparsa di cloni e/o supercàzzole berlusconiche, "spalmare" il link sulla superficie del post "affètto" da bananismo.

    Cominciamo da qui:

    In questi 17 anni di Seconda Repubblica (o presunta tale), le leggi vergogna non si contano.
    Qui riepiloghiamo quelle, fra le tante, che salvaguardano gli interessi di pochi cittadini privilegiati, a discapito di tutti gli altri. Leggi ad personam/s, ad aziendam/s, ad mafiam/s, ad castam e così via.
    Ne abbiamo contate 80.
    Se ne abbiamo dimenticata qualcuna, i lettori ce la segnalino e colmeremo la lacuna.

    Ecco le prime 40.

    Centro-destra, governo Berlusconi 1

    1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi 1, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione, proprio mentre stanno per scattare gli arresti per le tangenti Fininvest della guardia di finanza. Così il blitz si blocca, intanto vengono scarcerati 2764 detenuti (di cui 350 colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli). Il pool Mani Pulite si autoscioglie. Le proteste di piazza contro il «Salvaladri» inducono la Lega e An a costringere Berlusconi a ritirare il decreto. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi, Salvatore Sciascia, capo dei servizi fiscali Fininvest, e Massimo Maria Berruti, consulente del gruppo.

    2. Legge Tremonti (1994). Il decreto 357/1994 detassa del 50 per cento gli utili reinvestiti dalle imprese, purché riguardino l’acquisto di «beni strumentali nuovi». La neonata Mediaset utilizza la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene poi una circolare «interpretativa» Tremonti che fa dire alla sua legge il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.

    3. Condono fiscale (1994). Camuffato da «concordato fiscale», il primo condono Tremonti dell’era berlusconiana viene approvato insieme al decreto Biondi il 13 luglio 1994: gli evasori potranno «patteggiare» le liti col fisco pagando una modica multa. Chi ha contenziosi fino a 2 milioni di lire può chiuderli pagando un obolo di 150 mila lire. Per le liti da 2 a 20 milioni, si deve versare il 10 per cento. Per quelle ancora superiori, invece, deve ricorrere alla «conciliazione»: sarà il giudice a stabilire la somma dovuta. Poi il concordato viene esteso anche alle società.

    4. Condono edilizio (1994). Firmato dal ministro dei Lavori pubblici, Roberto Radice, riapre i termini del famigerato condono Craxi del 1985: si possono sanare, a prezzi stracciati, le opere abusive ultimate entro il 31 dicembre 1993 pagando le vecchie ammende moltiplicate per 2 (se l’abuso risale a prima del marzo 1985) o per 3 (se commesso dopo).

    Centro-sinistra più Lega, governo Dini

    5. Manette difficili (1995). La riforma della custodia cautelare e non solo, varata nell’agosto 1995, in pieno governo Dini, da tutti i partiti (Lega esclusa), ripesca e in parte peggiora il decreto Biondi. Più difficile la custodia in carcere per i reati di Tangentopoli e non solo: abolito l’arresto obbligatorio per associazione mafiosa; accorciata la durata massima della custodia cautelare; abrogato l’articolo 371bis (arresto in flagranza del falso testimone).

    Centro-sinistra, governi Prodi 1, D’Alema e Amato 2

    6. Legge Maccanico (1997). La Consulta ha stabilito che Mediaset non può avere tre tv, ma deve scendere a due, entro il 28 agosto 1996. Ma il governo Prodi, grazie al ministro Maccanico, concede un anno di proroga, poi il 24 luglio 1997 fa approvare la legge sulle tv, che lascia tutto com’è: Mediaset dovrà cedere una rete solo quando s’insedierà la neonata Agcom, ma l’Agcom potrà insediarsi solo quando esisterà in Italia «un congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo». Che significhi «congruo sviluppo» nessuno lo sa, così Rete4 seguita a trasmettere sine die in barba alla Consulta.

    7. D’Alema salva-Rete4 (1999). L’Agcom si mette all’opera solo nel 1998, presenta il nuovo piano frequenze e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni nazionali. Rete4, essendo «eccedente», perde la concessione; al suo posto la vince Europa7 di Francesco Di Stefano. Ma il governo D’Alema, nel 1999, concede a Rete4 l’«abilitazione provvisoria» a trasmettere senza concessione, così Europa7 rimane senza le frequenze cui ha diritto per legge.

    8. Abuso d’ufficio (1997). Il 1° luglio 1997 sinistra e destra depenalizzano il reato di abuso d’ufficio «non patrimoniale»: quello del pubblico ufficiale che commette un atto contrario ai suoi doveri d’ufficio, ma non si riesce a dimostrare che ne abbia avuto un vantaggio quantificabile in denaro. Vengono così legalizzati i favoritismi, le lottizzazioni, i nepotismi, i concorsi truccati, le raccomandazioni nella pubblica amministrazione. L’abuso patrimoniale rimane reato, ma solo se commesso «intenzionalmente»: per punirlo, il giudice dovrà dimostrare che è stato commesso per favorire una persona e per sfavorirne un’altra. E la pena massima per quest’ultima fattispecie viene comunque sensibilmente ridotta, da 5 a 3 anni di reclusione, con tre conseguenze: niente più custodia cautelare; niente più intercettazioni; termini di prescrizione dimezzati (da 15 anni a 7 e mezzo). In 7 anni e mezzo concludere un’inchiesta e celebrare l’udienza preliminare e i tre gradi di giudizio è praticamente impossibile: di fatto, l’abuso è depenalizzato anche nella sua versione patrimoniale.

    9. Articolo 513 cpp (1997). L’articolo 513 del codice di procedura penale regola l’utilizzabilità delle dichiarazioni raccolte dal pm durante le indagini. Il 31 luglio 1997 destra e sinistra lo modificano radicalmente: se prima i giudici potevano utilizzare le accuse lanciate da Tizio a Caio in fase d’indagine anche se Tizio patteggiava la pena o si faceva giudicare separatamente da Caio con il rito abbreviato e non si presentava a ribadirle nel processo a Caio, d’ora in poi le dovranno cestinare. La norma transitoria applica la nuova regola retroattivamente, costringendo i giudici a rifare da capo tutti i processi, specie quelli di Tangentopoli. Che, col tempo che si perde, finiscono quasi tutti in prescrizione, o addirittura in assoluzione perché le prove sono state abolite per legge.

    10. Giusto processo (1999). Nel 1998 la Consulta cancella il nuovo articolo 513 perché incostituzionale. Ma i partiti di destra e sinistra, terrorizzati dalla ricomparsa delle prove che speravano di aver seppellito per sempre, trasformano addirittura la legge incostituzionale in legge costituzionale e la infilano nella Carta a tempo di record (nove mesi per la doppia lettura Camera-Senato-Camera-Senato), all’articolo 111, ribattezzato «giusto processo»: è una delle prime mosse del governo D’Alema, sostenuto per l’occasione dal centro-destra. Le accuse, anche se a lanciarle è un semplice testimone, non valgono nulla se verbalizzate solo davanti al pm e non al giudice. Migliaia di processi in fumo, anche di mafia. Votano contro soltanto la Lega, il dipietrista Elio Veltri e cinque deputati prodiani.

    11. Simeone-Saraceni (1998). Alla vigilia della sentenza definitiva del processo Enimont che porterebbe in carcere Forlani, Citaristi, Pomicino, Sama e Bisignani, destra e sinistra approvano in gran fretta la legge Simeone-Saraceni (uno di An, uno del Pds) che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni. Con la legge Gozzini, chi deve scontare una pena o un residuo pena inferiore a 3 anni può chiedere, dal carcere, di farlo in «affidamento in prova al servizio sociale» (cioè fuori). Con la Simeone-Saraceni, il condannato definitivo a meno di 3 anni resta a piede libero: pena sospesa finché la polizia non riesce a notificargli la condanna di persona, brevi manu. Poi l’interessato fa domanda di affidamento, il giudice di sorveglianza la esamina e decide se accoglierla o no, poi la polizia deve rintracciarlo un’altra volta e notificargli a mano il provvedimento. Così, se è negativo, al condannato basta non farsi trovare per restare libero per sempre, con pena sospesa sine die.

    12. Carotti (1998). Le norme di accompagnamento al «giudice unico» istituito dal ministro Flick per sveltire i processi (abolite le preture e relative procure, giudice monocratico per i reati minori) sono raggruppate nel pacchetto Carotti (un deputato del Ppi), che allunga i processi. Infatti aggiunge una nuova fase di giudizio alle quattro già esistenti. Dopo le indagini preliminari e prima dell’udienza preliminare e dei tre gradi di giudizio, viene infilato il «deposito degli atti» (articolo 415bis del codice di procedura penale). Allo scadere delle indagini, anziché chiedere subito il rinvio a giudizio per gli indagati, il pm deve notificare loro un «avviso di conclusione delle indagini» con un riassunto delle accuse e depositare a loro disposizione tutte le carte dell’inchiesta. L’indagato ha 20 giorni per chiedere di essere sentito, presentare documentazione e memorie difensive, ordinare al pm nuove indagini. Così il pm deve riaprire le indagini per qualche altro mese o anno, e solo alla fine può finalmente esercitare l’azione penale. Col risultato di dilatare vieppiù i tempi già biblici della giustizia, vanificando l’effetto benefico della riforma sul giudice unico.

    13. Legge Sofri (1998). Appena la Corte d’Appello di Milano respinge l’istanza di revisione delle condanne di Sofri, Bompressi e Pietrostefani per il delitto Calabresi, un gruppo di senatori di destra e sinistra presentano subito una legge che sposta il giudizio sulla revisione dei processi nella Corte d’Appello più vicina a quella dove si sono celebrati. Relatore della norma ad personam, il senatore avvocato di An Giuseppe Valentino. Così la revisione per Sofri & C. può essere riesaminata a Brescia e di qui, una volta ri-bocciata, a Venezia, dove finalmente si rifà il processo e Sofri & C. vengono ricondannati.

    14. Legge Dell’Utri 1: patteggiamento in appello (1998). Nel dicembre 1998, in pieno processo d’appello al senatoreMarcello Dell’Utri, condannato a Torino a 3 anni in primo grado per le false fatture di Publitalia, l’avvocato senatore Valentino, reduce dalla legge Sofri, ne presenta una pro Dell’Utri nel silenzio del centro-sinistra (una mano lava l’altra). La norma ripristina il patteggiamento in appello cancellato nel 1990 dalla Consulta. Ma Dell’Utri in appello non patteggia e viene di nuovo condannato, stavolta a 3 anni e 2 mesi: in caso di conferma in Cassazione, finirà in galera.

    15. Legge Dell’Utri 2: patteggiamento in Cassazione (1999). Subito dopo, il 19 gennaio 1999, passa trasversalmente una norma transitoria alla legge Valentino che consente di patteggiare addirittura in Cassazione a chi non ha fatto in tempo in appello almeno per quei «procedimenti in cui è stata pronunciata sentenza di appello prima dell’entrata in vigore della legge». È proprio il caso del processo Dell’Utri, che sta per aprirsi in Cassazione. Così Dell’Utri patteggia, ottiene lo sconto, scende sotto i 3 anni e non finisce in galera.

    16. Gip-gup (1999). Berlusconi e Previti, imputati per corruzione di giudici romani (processi Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir), vogliono liberarsi del gip milanese Alessandro Rossato, che ha firmato gli arresti dei magistrati corrotti e degli avvocati Fininvest corruttori e chiesto invano l’arresto di Previti (salvato dalla Camera, a maggioranza Ulivo). Ora spetta a Rossato, in veste di gup, condurre le udienze preliminari e decidere se mandare a giudizio gli imputati. Su proposta dell’onorevole avvocato Guido Calvi, legale di D’Alema, il centro-sinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà più seguire l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che ovviamente non conosce la carte e perderà un sacco di tempo. Così le udienze preliminari Imi-Sir e Sme, già iniziate dinanzi a Rossato, proseguono sotto la sua gestione e si chiuderanno a fine anno con i rinvii a giudizio degli imputati. Invece quella per Mondadori, non ancora iniziata, passa subito a un altro gup, Rosario Lupo, che proscioglie tutti gli imputati per insufficienza di prove (la Corte d’Appello ribalterà il verdetto li rinvierà a giudizio tutti, tranne uno: Berlusconi, dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche).

    17. Finanziamento ai partiti (1997-99). Il finanziamento pubblico è stato abolito dal referendum dell’aprile ’93. Ma nel dicembre dello stesso anno, rientra dalla finestra camuffato da «rimborso per le spese elettorali»: ogni cittadino contribuirà alle spese elettorali dei partiti (solo se superano il 3 per cento) con 1.600 lire pro capite (circa 1 euro). Ma i partiti non si accontentano. Il 2 gennaio ’97 destra e sinistra cambiano la legge: i cittadini potranno devolvere ai partiti il 4 per mille dell’Irpef. Ma quasi nessuno lo fa. Nel 1999, per evitare la bancarotta, i partiti tornano alla chetichella al finanziamento diretto dello Stato: 1 euro pro capite per le elezioni della Camera, del Senato, delle Regioni, del Parlamento europeo (il quorum per accedervi scende dal 3 all’1 per cento): cioè 4 euro a quinquennio. Che ben presto raddoppia a 2 euro per quattro elezioni a legislatura. Risultato: nel 2001 i partiti incasseranno la bellezza di 92.814.915 euro.

    18. 41bis e supercarceri nelle isole (1997). Due dei 12 punti del «papello» consegnato nel 1992 da Totò Riina ai suoi referenti politici e istituzionali con le richieste dalla mafia allo Stato in cambio della fine delle stragi, dicevano così: «7) Chiusura super carceri. 8) Carcerazione vicino le case dei familiari». Detto, fatto. Nel 1997, il ministro Flick – con l’appoggio del centro-sinistra e nel silenzio del centro-destra – chiude le supercarceri di Pianosa e Asinara, che facevano impazzire i boss perché, reclusi nelle isole lontani centinaia di chilometri da casa, non riuscivano a comunicare i loro ordini all’esterno tramite parenti e avvocati. Compito molto più agevole ora che vengono tutti trasferiti nelle carceri continentali. E Pianosa e Asinara vengono «restituite al turismo».

    19. Abolito l’ergastolo (1999). Altra bestia nera dei mafiosi è l’ergastolo. Infatti il papello ne chiede l’abolizione in tre punti: «1) Revisione sentenza maxiprocesso [che condannava a vita molti boss mafiosi]. 5) Riconoscimento benefici dissociati – Brigate rosse – per condannati per mafia [con i benefici per la dissociazione, si ottengono sconti di pena]. 6) Arresti domiciliari dopo 70 anni». Detto, fatto. Il pacchetto Carotti estende il rito abbreviato a tutti i delitti, anche quelli più gravi (stragi mafiose comprese). Chi accede all’abbreviato ha diritto allo sconto di un terzo della pena e, al posto dell’ergastolo, rischia al massimo 30 anni. Che poi diventano 20 con i benefici della Gozzini. E, siccome la gran parte dei boss sono stati arrestati all’indomani delle stragi del 1992-93, ne dovrebbero scontare poco più di una decina e potrebbero sperare in tempi brevi nei primi permessi premio. Il tutto mentre a Firenze e a Caltanissetta si celebrano i processi di primo grado e di appello per le stragi del 1992-’93. Solo grazie alle vibrate proteste dei magistrati antimafia e dei familiari delle vittime, il governo Amato ingrana la retromarcia e il 23 novembre 2000 vara un decreto per ripristinare l’ergastolo almeno per i delitti più orrendi.

    20. Aboliti i pentiti (2001). Ancora il papello: «4. Riforma legge pentiti». Detto, fatto. Nel 2001 il governo Amato (ministro della Giustizia Piero Fassino) vara la «riforma» dei collaboratori di giustizia del 2001 che – sempre col consenso del centro-destra – stravolge un’altra delle conquiste che Falcone e Borsellino pagarono con la vita. La legge riduce sensibilmente i benefici per i mafiosi che collaborano con la giustizia; prevede una serie di sbarramenti per l’accesso ai programmi di protezione; e impone di raccontare ai giudici tutto ciò che sa nei primi 6 mesi di collaborazione. Del resto il ministro dell’Interno del governo D’Alema, Giorgio Napolitano, autentico ispiratore della legge, ha sostenuto che «i pentiti in Italia sono troppi». Non i mafiosi: i pentiti. «Con questa legge», commenta il procuratore di Palermo Piero Grasso, «al posto di un mafioso, non mi pentirei più». Infatti da allora molti vecchi pentiti ritrattano e tornano mafiosi; alcuni che stavano per parlare di trattative Stato-mafia e mandanti occulti delle stragi, si cuciono la bocca; e i nuovi pentiti si conteranno sulle dita di una mano.

    21. Meno scorte per tutti (2000). Nel settembre 2000 una circolare del ministro dell’Interno Enzo Bianco ritira i presidi armati sotto le case delle persone più a rischio nella lotta a Cosa Nostra, camorra e ’ndrangheta (magistrati, testimoni, uomini simbolo dell’antimafia), sostituendoli con «ronde» di scarsa o nulla efficacia. Non più vigilanza fissa, ma servizi di tipo «dinamico dedicato». Niente più piantoni 24 ore su 24, ma pattuglie che «girano» di casa in casa e qualche telecamera. Il tutto per soddisfare «la crescente domanda di sicurezza della collettività», che imporrebbe «l’impiego delle forze di polizia sul territorio». Durissime proteste dai pm di Palermo, ma vane. Nel 2001, col governo Berlusconi 2, il ministro Scajola proseguirà sulla strada inaugurata da Bianco, tagliando anche le scorte a tutti i magistrati a rischio.

    22. Indagini difensive (2001). Nella primavera 2001 Ulivo e Polo insieme votano la legge sulle indagini difensive, fortemente voluta dall’avvocatura organizzata nell’Unione camere penali: gli atti raccolti dagli avvocati difensori assumono lo stesso valore di quelli compiuti dal pm. Il quale però, per legge, ha l’obbligo di depositare tutte le carte, anche quelle favorevoli all’indagato, mentre l’avvocato ha l’obbligo deontologico di depositare solo gli elementi favorevoli al cliente che lo paga. In più, la legge consente al difensore di compiere addirittura «indagini preventive»: prim’ancora di essere indagato, chiunque abbia commesso un reato potrà far interrogare dal suo legale i testimoni del delitto. Quando poi gli inquirenti sentiranno il testimone, troveranno un uomo già «formattato» sulla versione della difesa, o in certi casi addirittura terrorizzato o comunque poco incline a collaborare con la giustizia. Una legge che incentiva l’inquinamento delle prove e l’intimidazione dei testimoni.

    23. Omologhe societarie addio (2000). Il 24 novembre 2000 un emendamento del governo Amato alla legge 340 sulla «semplificazione di procedimenti amministrativi» abroga le omologhe societarie. Finora spettava ai tribunali vigilare sulle società di capitali, autorizzandone la nascita e le principali operazioni (aumenti di capitale, ripianamenti delle perdite, modifiche dell’oggetto sociale eccetera). Se i giudici scoprivano qualcosa di illegale nelle deliberazioni, negavano l’«omologa» a tutela dei soci e dei risparmiatori. Ora invece l’omologazione viene sottratta ai giudici e affidata ai notai. Un altro passo verso la totale deregulation della finanza allegra e sporca.

    24. Fisco, carezze agli evasori (2001). Il 5 gennaio 2001 il governo Amato vara il decreto che riforma la legge penale tributaria e manda in pensione la 516/1982 («manette agli evasori»). Le «violazioni degli obblighi contabili», cioè le operazioni di sottofatturazione o di omessa fatturazione tipiche di commercianti, artigiani e professionisti, cioè le forme più diffuse di evasione, non integrano più il reato più grave di «dichiarazione feraudolenta» (pene fino a 6 anni), ma il più lieve di «dichiarazione infedele» (pene fino a 3 anni, con prescrizione assicurata e niente carcere). E poi, per commettere reato, il contribuente infedele deve superare una certa «soglia di non punibilità», altissima: la dichiarazione infedele è reato solo sopra i 100 mila euro di imposta evasa; la dichiarazione fraudolenta, superiore a 75 mila. Una gigantesca licenza di evadere. Da «manette agli evasori» a «carezze agli evasori“

    Centro-destra, governo Berlusconi 2

    25. Rogatorie (2001). Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C. La legge 367/2001 stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano «in originale» o «autenticati» con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.

    26. Falso in bilancio (2002). Avendo cinque processi per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la Casa delle libertà approva la legge delega 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 coi decreti delegati: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5 per cento del risultato d’esercizio, l’1 per cento del patrimonio netto, il 10 per cento delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie («il fatto non è più previsto dalla legge come reato»), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo.

    27. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Ue, il governo Berlusconi rifiuta di ratificare il «mandato di cattura europeo», ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Secondo Newsweek, Berlusconi «teme di essere arrestato dai giudici spagnoli» per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia ottiene di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.

    28. Il giudice trasferito (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il capodanno, il ministro della GiustiziaRoberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua «immediata presa di possesso» presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’Appello con una nuova «applicazione» di Brambilla in tribunale sino alla fine del 2002.

    29. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché a Milano l’intero tribunale sarebbe prevenuto contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono la «legittima suspicione» per motivi di ordine pubblico, vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei «porti delle nebbie» per riposarvi in pace. È la legge Cirami 248, approvata il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasferire i processi a Berlusconi: il tribunale di Milano è sereno e imparziale.

    30. Patteggiamento allargato (2003). Sfumato il trasloco dei processi, bisogna inventarsi qualcosa per rallentarli prima che arrivino le sentenze, intanto si inventerà qualcos’altro: ecco dunque, nell’estate 2003, una nuova legge ad personam, quella sul patteggiamento allargato, che consentirà a qualunque imputato di chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno, guadagnando tempo fino a dopo le vacanze. La norma diventa legge l’11 giugno 2003: Berlusconi ormai è salvo grazie al lodo Schifani, ma Previti no. Dunque annuncia che utilizzerà la nuova legge sul patteggiamento allargato. Così i giudici devono dargli un mese e mezzo di tempo per decidere se patteggiare o meno. Non lo farà, ovviamente, ma intanto i processi sono sospesi fino a settembre-ottobre.

    31. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori incombono. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Casa delle libertà approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato, del Consiglio e della Consulta (il provvedimento contiene anche la legge Boato, trasversale, che vieta ai giudici di utilizzare senza la previa autorizzazione delle Camere le intercettazioni «indirette», cioè disposte su utenze di privati cittadini, quando questi parlano con parlamentari). I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il «lodo».

    32. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Casa delle libertà vara la legge ex Cirielli (l’ha disconosciuta persino il suo proponente), che riduce la prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15 anni, ma in 10).

    33. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1.800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.

    33. Condono ai coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta «interpretazione autentica» del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno «concorso a commettere i reati», anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.

    34. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per farla riapprovare tale e quale (legge 46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.

    35. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato una formazione paramilitare denominata Guardia nazionale padana, con tanto di divisa: le celebri camicie verdi, i guardiani della secessione. Processo che all’inizio vede imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni, Calderoli e altri quattro alti dirigenti che erano anch’essi parlamentari all’epoca dei fatti. I capi di imputazione formulati dal procuratore Guido Papaliasulla scorta di indagini della Digos e di copiose intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie, sono tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due vengono depenalizzati dal centro-destra con una leggina «ad Legam» nel 2005, con la scusa di cancellare i «reati di opinione», retaggio del codice «fascista»: così gli attentati alla Costituzione e all’unità e all’integrità dello Stato non sono più reati, salvo in caso di uso effettivo della violenza. Resta l’ultimo reato, la costituzione di banda armata a scopo politico, ma a questo – come vedremo – provvederà il terzo governo Berlusconi.

    36. Legge anti-Csm (2002). Castelli riforma subito il Csm, riducendone i componenti e le competenze con la scusa di colpirne il sistema correntizio. La legge passa il 27 marzo 2002: nuovo sistema elettorale (collegio elettorale unico, nessuna lista di corrente, candidature individuali) e taglio degli organici da 30 a 24 membri (8 laici e 16 togati, di cui 10 giudici, 2 magistrati di Cassazione e solo 4 pm). Il Csm era passato da 21 a 30 membri nel 1975, quando i giudici in Italia erano meno di 6 mila. Ora che sono, compresi gli onorari, 18 mila, si torna indietro e si scende a 24. Una controriforma fatta apposta per far collassare il Csm, svilirlo e ridurlo alla paralisi e al silenzio.

    37. Ordinamento giudiziario Castelli (2005). Il 1° dicembre 2004 la Casa delle libertà approva la legge delega del ministro Castelli che riforma l’ordinamento giudiziario. Il 16 dicembre Ciampi la respinge perché «palesemente incostituzionale» in almeno quattro punti. Ma la maggioranza la riapprova tale e quale, salvo lievissime modifiche, il 25 luglio 2005. Scompaiono soltanto le norme più dichiaratamente incostituzionali: quella che sgancia la polizia giudiziaria dal pm per sottoporla in esclusiva al governo; quella che affida al parlamento la scelta delle priorità dei reati da perseguire; quella che affida alla Cassazione un ruolo di guida e controllo gerarchico su tutta la magistratura, nelle progressioni in carriera e nelle scuole di formazione (dirette da un comitato di membri eletti col «concerto» del ministro). Per il resto, tutto confermato. Si torna agli anni più bui della giustizia italiana: una carriera selettiva che imbriglia i giudici in un’intricata rete di concorsi formalistici; uno svilimento delle competenze del Csm; una ristrutturazione verticistica e gerarchica delle procure, con il capo dominus assoluto dell’azione penale e il «potere diffuso» dei sostituti ridotto al nulla; una separazione surrettizia delle carriere di pm e giudici, accompagnata da «esami psico-attitudinali» per i neomagistrati, già previsti nel piano della P2; il divieto per i pm di spiegare le loro inchieste alla stampa; e infine l’obbligatorietà dell’azione disciplinare su qualunque esposto venga presentato contro un magistrato, anche il più infondato e pretestuoso. Per fortuna, la legislatura scade nel 2006 prima che il governo abbia il tempo di esercitare la delega con i decreti attuativi. Basterebbe che il centro-sinistra, come ha promesso agli elettori, cancellasse la Castelli e l’incubo svanirebbe. Ma non sarà così.

    38-39. Due norme anti-Caselli più una (2004-2005). Gian Carlo Caselli, procuratore a Palermo, ha osato processare anche i politici mafiosi. Bisogna punirlo. Il governo Berlusconi prima lo licenzia nel 2002 da rappresentante dell’Italia nella nascente procura europea Eurojust. Poi, nel 2004, quando si candida a procuratore nazionale antimafia al posto di Pier Luigi Vigna, approva tre norme (una contenuta nell’ordinamento giudiziario, più altre due) per sbarrargli la strada e favorire l’altro candidato, Piero Grasso. L’ordinamento Castelli stabilisce, di fatto, che per diventare procuratore nazionale antimafia bisogna avere meno di 66 anni. Caselli compirà 66 anni il 9 maggio 2005 e Vigna scade il 15 gennaio 2005. Dunque la Castelli proroga pure il mandato a Vigna fino al 1° agosto 2005, quando compirà 72 anni. Così Caselli avrà già 66 anni e non potrà concorrere a succedergli. Come abbiamo visto, però, Ciampi boccia la Castelli. E il procuratore torna in pista. Ma il 30 dicembre il governo infila nel decreto «milleproroghe» un articoletto di tre righe che riproroga Vigna fino ad agosto. Seconda norma ad personam contro Caselli. Alla Camera, in sede di conversione, le assenze nella Casa delle libertà consentono al centro-sinistra di bocciarla, ma Rifondazione si astiene e la norma passa. Senza il nuovo ordinamento Castelli, però Caselli può comunque concorrere perché non è ancora in vigore il limite dei 66 anni: basta che il Csm faccia subito la nomina e il problema è risolto. Ecco dunque un emendamento all’ordinamento giudiziario, firmato da Luigi Bobbio di An, che prevede l’immediata entrata in vigore dei nuovi limiti di età. Perché – spiega Bobbio, spudorato – «dobbiamo avere la certezza che Caselli non vada alla superprocura». È la terza e decisiva norma ad personam contro Caselli: il Csm nomina Grasso, unico candidato superstite. Nel 2007 la Consulta dichiarerà incostituzionale la legge anti-Caselli. Tra i primi a felicitarsene – con quasi due anni di ritardo – sarà Piero Grasso: «Sono contento, quella era una legge che non ho condiviso». L’ha semplicemente usata. Unico magistrato della storia repubblicana nominato da un governo. E che governo.

    40. Legge pro Carnevale (2004). Se Caselli non deve più occuparsi di mafia, la Casa delle libertà si prodiga per rimettere la toga a un giudice che ha ben meritato nel settore: Corrado Carnevale. L’ex «ammazzasentenze» si è dimesso dalla magistratura nel 2002 dopo la condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma poi la Cassazione ha annullato la condanna. Nel dicembre 2003 spunta una normetta ad personam che consente il rientro in servizio dei dipendenti pubblici sospesi o autopensionati in seguito a procedimenti penali e poi assolti. Proprio il caso di Carnevale. La norma è bipartisan: Santanchè (An), Maccanico (Margherita), Mastella (Udeur), Villetti (Sdi), Boato e Luana Zanella (Verdi). E viene approvata come emendamento alla finanziaria il 24 dicembre 2003 da tutti i partiti, Ds esclusi. Dal 2006 l’uomo che cassava le sentenze contro i boss, riceveva avvocati e imputati di mafia anche a casa propria, definiva «cretino» e «faccia da caciocavallo» Falcone e considerava Borsellino un incapace, è di nuovo un magistrato e viene reintegrato in Cassazione come presidente di una sezione civile per altri 6 anni e mezzo: cioè fino al 2013, quando ne avrà 83 (8 in più dell’età massima pensionabile per i magistrati). Per uno come lui, 83 anni non sono mai troppi. Per Caselli, invece, bastano e avanzano 66.

    [...]

    QUI
    Ottimo. Grazie.

  6. #16
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Citazione Originariamente Scritto da salvatoredell'espatrio Visualizza Messaggio
    ottima iniziativa

    si puo' utilizzare anche nei confronti dei monnezzari del centro sinistra?
    altro tread modello 'aglio' .... per i vapirla ....
    Ultima modifica di Saviano; 26-08-13 alle 14:10

  7. #17
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Riprendiamo: quinta parte.

    In tre giorni, due suicidi eccellenti.
    L'inchiesta Enimont porta un'altra tragedia dopo quella di Cagliari: il suicidio di Raul Gardini (23 luglio) a poche ore da una consegna concordata nell'ufficio di Di Pietro. "Sono convinto ancora oggi che Gardini avesse deciso di togliersi la vita indipendentemente dalle notizie Ansa che anticipavano le dichiarazioni di un suo stretto collaboratore sul caso Enimont", è il ricordo dell'avvocato Marco De Luca. Dentro il calderone Enimont finisce anche Alessandro Patelli, il cassiere della Lega di Umberto Bossi, un partito che dall'inizio sostiene rumorosamente Mani pulite. "Per andare in carcere, mi ero messo un maglione comprato da mia madre al mercato. Di Pietro viene a interrogarmi, mi guarda e dice: "Sicuramente quei soldi non te li sei messi in tasca tu. Qui arriva gente vestita di cachemire"", ricorda oggi Patelli, che dopo un passaggio nelle fila di Forza Italia ha fondato una sua lega.
    Lo sconquasso aveva creato la speranza che fossero vicini grandi cambiamenti. A cominciare dall'estensione di Mani pulite nelle più grandi città italiane per finire al rinnovo della classe dirigente messa fuori combattimento dalle inchieste. "È certo che il pool, sia pure forzando la legge, ha scoperto il sistema di corruzione tra imprese e politica. Ci aspettavamo che altre procure si sarebbero messe in moto. Ma le uniche inchieste aperte da altre procure sono legate all'invio di atti da parte di Milano per ragioni di competenza", è la constatazione dell'avvocato Vittorio D'Aiello. E anche sull'arrivo del nuovo ceto politico, la vera novità del 1994 si chiama Silvio Berlusconi, il padrone di Mediaset che deve le sue fortune al legame a doppio filo con Craxi (lo andò a trovare la sera in cui il segretario socialista si vide respingere la richiesta di autorizzazione a procedere). A febbraio fonda Forza Italia e quando, in primavera, vince le elezioni è ancora incerto se sostenere o meno il pool: per esempio, invita Di Pietro a entrare nel suo governo.

  8. #18
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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Sesta parte:

    E Di Pietro si toglie la toga.
    Berlusconi è da tempo nel mirino di Mani pulite. Il fratello Paolo è dal 1993 sotto inchiesta, la Fininvest visitata dalla Finanza i cui vertici finiscono poi nelle indagini per aver preso soldi anche da quella azienda in cambio di benevolenza negli accertamenti fiscali. E il 21 novembre, mentre Berlusconi presidente del Consiglio sta per inaugurare un summit internazionale a Napoli, viene informato di un avviso di garanzia per corruzione. Da quel giorno, è il muro contro muro con il pool e soprattutto contro Di Pietro che da ipotetico ministro si trasforma nell'icona da abbattere. La fine del 1994 si gioca tutta intorno allo scontro su Berlusconi. E la benzina sul fuoco sono le dimissioni di Di Pietro dalla magistratura il 6 dicembre: lo fa platealmente dopo aver concluso la requisitoria al processo sulle tangenti per Enimont. Ma commette l'errore di non raccontare apertamente perché ha deciso di mollare. Ai più spiega il gesto con la stanchezza. A un avvocato, solo due mesi prima, le aveva anticipate spiegando che lo faceva essendo arrivato finalmente a coloro che gestivano i conti esteri di Craxi, ricchi di decine di milioni di dollari frutto della corruzione. Ad altri fa intuire che sa di avere alle calcagna un gruppo di persone, tutti sodali dei fratelli Berlusconi, che gli vogliono far pagare alcune leggerezze, poco consoni per un magistrato che vuole apparire integerrimo: una macchina superscontata, un telefonino con il conto pagato da un'azienda, un appartamento a prezzo di favore nel centro di Milano anni prima, un prestito restituito in fretta quando già sta per grandinare. A molti non sfugge che Di Pietro già parla come un leader politico.
    Mani pulite si trasforma per oltre due anni e mezzo in un dramma teatrale dove i protagonisti sono due. Da una parte Di Pietro con lo strascico di indagini penali che lo vedranno protagonista regolarmente prosciolto. Dall'altra Berlusconi con la sua corte di fedelissimi: Marcello Dell'Utri, storico braccio destro, Cesare Previti, l'avvocato di fiducia, Giancarlo Foscale, cugino di Berlusconi, Giorgio Vanoni, depositario dei segreti finanziari esteri della Fininvest, Massimo Maria Berruti, ex ufficiale della Finanza, ingaggiato per allestire la costellazioni di società nei paradisi fiscali. Si scioglie come neve al sole l'unanimismo, reale o fittizio che aveva contraddistinto la prima fase di Mani pulite. E la battaglia, la cui data di inizio può essere il secco no del pool di Mani pulite al decreto sulla carcerazione preventiva del 13 luglio 1994, il cosiddetto salvaladri, si trasferisce in tutto il paese. A cominciare dal Parlamento per finire nei media. Racconta il "cronista del tram" Paolo Brosio, allora in forza al Tg4 di Emilio Fede: "All'inizio dell'inchiesta Fede voleva sempre andare in onda. E quando c'eravamo gli indici di ascolto salivano, registravano picchi veri e propri. Quando poi Mani pulite coinvolse Silvio Berlusconi e alcuni manager della Fininvest, Fede si preoccupò, divenne ansioso. Mi chiamava e mi ripeteva: "Sei sicuro?". Finché una volta, in diretta, il Gabibbo mi venne vicino chiedendomi perché, a differenza di Andrea Pamparana del Tg5, non avevo fatto i nomi dei dirigenti Fininvest raggiunti da un ordine di custodia. Fede "spense" il video, pensava che volessi farmi pubblicità con il Gabibbo. Perfino Alba Parietti, che allora conduceva "Striscia la notizia", mi difese. E Fede le fece una scenata".

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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Intermezzo "ad personam":

    È già successo tutto sette anni fa, quando la Camera doveva votare la decadenza di Cesare Previti e impiegò esattamente 14 mesi a fare ciò che avrebbe potuto e dovuto fare in un solo giorno. Il 4 maggio 2006, all’indomani della sua quarta rielezione a deputato al seguito di Berlusconi, Previti viene condannato dalla Cassazione a 6 anni per corruzione giudiziaria nel caso Imi-Sir e si vede annullare l’assoluzione per il caso gemello del lodo Mondadori, con rinvio a nuovo processo d’appello. L’indomani, l’onorevole neopregiudicato si consegna di buon mattino al carcere di Rebibbia.
    E subito la sua cella, nel braccio G16 di Rebibbia, diventa meta di un pellegrinaggio incessante di esponenti della Casa delle libertà: il presidente emerito della Repubblica Cossiga, il presidente del Senato Pera, il senatore Guzzanti, gli onorevoli Cicchitto, Bondi, Pecorella, Lainati, Craxi (figlia), Gardini, Cantoni, Giro, Simeone, Marini, Jannarilli, Cicolani, Barelli, Antoniozzi, i sottosegretari Santelli, Grillo e Di Virgilio, l’europarlamentare Tajani, il capo della segreteria di Berlusconi, Valentino Valentini e Paolo Cirino Pomicino in veste di cicerone (lui conosce la strada).
    Berlusconi invece preferisce restare a distanza di sicurezza da Rebibbia.
    Non si sa mai.
    Però invia all’amico detenuto un affettuoso telegramma: “Ci vediamo a casa martedì”.
    Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, organo di Rifondazione comunista, pubblica un editoriale dal titolo“Salviamo Previti. Come? Con una legge ad personam: l’amnistia”.
    Immediata l’adesione del vicecoordinatore forzista Cicchitto: “Può servire per chiudere una guerra civile fredda iniziata almeno dal 1992, che è tuttora in atto ed è durissima”.
    La legge ex Cirielli riserva ai detenuti ultrasettantenni la possibilità di trascorrere la detenzione agli arresti domiciliari. Così, con fulminea rapidità e con un’interpretazione estensiva della legge, decide il giudice di sorveglianza Laura Longo (Magistratura democratica), che concede pure all’onorevole detenuto due ore quotidiane di libera uscita per “soddisfare le sue indispensabili esigenze di vita”.
    Un beneficio di solito riservato ai diseredati senza famiglia e soli al mondo, dunque impossibilitati a mandare qualcuno a fare la spesa al posto loro. “Nelle due ore libere Previti potrebbe andare in Parlamento”, dice il suo legale. Ma, almeno per i primi tempi, l’illustre assistito preferisce altri itinerari.
    Intanto la giunta per le elezioni della Camera, presieduta da un suo caro amico, l’onorevole avvocato forzista Donato Bruno, deve decidere sulla sua decadenza da parlamentare, visto che la condanna prevede la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ma, anziché prender atto della sentenza e applicarla, la giunta si arroga il diritto di sindacarla per mesi e mesi, invadendo le prerogative sovrane del potere giudiziario. Previti la butta in politica, ingaggiando un difensore molto speciale: l’avvocato Giovanni Pellegrino, dalemiano, presidente Ds della provincia di Lecce, già senatore per varie legislature ed ex presidente della commissione Stragi. Bruno se la prende comoda: il 7 giugno 2006, un mese dopo la sentenza, annuncia che la giunta si occuperà “quanto prima” del caso. Ma poi non dà più sue notizie fino alla pausa estiva. Invano il gruppo dei Verdi scrive ai presidenti della Camera e della giunta per sollecitare la decadenza di Previti da deputato, visto che oltretutto aveva “annunciato più volte che si sarebbe dimesso, ma a tre mesi dalla sentenza non c’è traccia della lettera di dimissioni” (la missiva, mai vista da alcuno, è ben custodita in un cassetto dal capogruppo di Forza Italia, Elio Vito).
    Nel frattempo si lavora all’indulto, che nell’originaria versione Buemi (centrosinistra) cancella addirittura le pene accessorie: quanto basterebbe per conservare il seggio parlamentare al deputato-detenuto domiciliare. Poi almeno quella vergogna viene cancellata. A fine luglio l’indulto più ampio della storia repubblicana – tre anni di sconto anche per i condannati per corruzione giudiziaria – è legge: votano sì il centrosinistra, l’Udc, Forza Italia e un pezzo di An, con la scusa del sovraffollamento delle carceri; votano no l’Idv, la Lega, il resto di An e si astengono i Comunisti italiani.

    Salvato dal carcere grazie all’ex Cirielli e liberato dai domiciliari grazie all’indulto, Previti dovrà scontare solo 3 anni su 6, dunque può accedere in “affidamento in prova ai servizi sociali”. Cioè scontare la pena a piede libero. Il 3 ottobre il presidente Bruno e il capo del comitato sulla incompatibilità, il ds Gianfranco Burchiellaro, sostengono di non potersi occupare del caso finché la Cassazione non depositerà le motivazioni della sentenza.
    Ma è una scusa che non sta in piedi: le sentenze della Cassazione sono immediatamente esecutive fin dal deposito del dispositivo. Il 7 ottobre comunque arrivano anche le motivazioni. Ma la giunta temporeggia per un altro paio di settimane. Bruno preannuncia “un’istruttoria per il cui svolgimento ci sono fino a quattro mesi di tempo”. Poi, il 26 ottobre, finalmente si comincia. Ma per rinviare subito al 9 novembre, quando sarà ascoltato Previti. O, meglio, dovrebbe. Infatti non si presenta. E chiede di sospendere il giudizio per un altro mesetto, per quattro motivi: 1) ha chiesto l’affidamento ai servizi sociali e sostiene che, se gli fosse concesso, questo estinguerebbe l’interdizione; 2) la sua condanna definitiva non avrebbe “il carattere dell’irrevocabilità” perché l’ha impugnata, in quanto viziata da “errore materiale o di fatto”; 3) il mandato di parlamentare non può essere assimilato “tout court alla nozione di pubblico ufficio” visto che il legislatore fa “esclusivo riferimento alle amministrazioni locali” (un consigliere circoscrizionale condannato deve andarsene, un deputato no); 4) ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la sentenza “persecutoria”, e se questo venisse accolto “legittimerebbe un giudizio di revisione” del suo processo.

    L’onorevole usa e getta

    In attesa del quadruplice miracolo, i capigruppo del centrosinistra decidono di “non accelerare e non ritardare i tempi”.
    Il 9 novembre, per non parlare di Previti (peraltro assente), la Cdl s’inventa un diversivo e inscena una rissa col centrosinistra a causa di alcuni articoli pubblicati dall’Unità su presunti brogli alle ultime elezioni. Il 16 novembre nuova riunione, ma solo per convocare Previti il 23. L’Unione (centrosinistra) propone di sospendere fin da subito Previti dallo stipendio che continua indebitamente a percepire dal Parlamento (13 mila euro al mese, al netto dei gettoni di presenza e benefit).
    Ma non se ne fa nulla.
    Il 22 Previti annuncia che l’indomani non verrà perché sarà a Milano a discutere la sua richiesta di revisione della sentenza di Cassazione. E chiede un rinvio a dicembre. Sempre disponibile, la giunta lo riconvoca per il 6 dicembre. Belisario (Idv) si dimette per protesta. Il 6 dicembre, sette mesi dopo la condanna, Previti si materializza dinanzi al comitato incompatibilità della giunta. Ma solo per chiedere un mese in più per studiare le carte. Poi esce e fa per tornare a casa. Ma poco dopo rientra: ha appena saputo proprio in quegli istanti, che la Cassazione ha deciso che l’altro processo a suo carico, lo Sme-Ariosto, deve traslocare da Milano a Perugia e lui vuole chiederle di rimangiarsi il verdetto Imi-Sir dichiarando anche l’incompetenza dei giudici ambrosiani. Bruno si affretta a dargli ragione. La giunta si riconvoca per il 14 dicembre, quando il comitato incompatibilità si esprime a maggioranza per la decadenza. Ma intanto c’è Natale, poi Capodanno, poi l’Epifania. Se ne riparla il 25 gennaio 2007. E ricomincia la manfrina. Burchiellaro illustra alla giunta perché il comitato ha deciso per la decadenza. Pecorella ribatte che bisogna congelare tutto finché la Cassazione non si sarà pronunciata sul ricorso straordinario di Previti. Burchiellaro propone un compromesso: Previti decade dal mandato parlamentare, ma non per sempre. Con effetti reversibili: viene sostituito provvisoriamente dal primo dei non eletti di Forza Italia, per poi rientrare in Parlamento nel caso in cui il servizio sociale estinguesse la pena accessoria, o la Cassazione accogliesse il ricorso contro la condanna. Nascerebbe così la figura del deputato supplente, “usa e getta”.
    È una boiata pazzesca, smentita da tutte le norme, ma in giunta, per seguitare a perdere tempo, si finge che la tesi regga e si continua a discutere della “decadenza reversibile”, con biglietto di andata e ritorno, quasi che il Parlamento fosse un hotel a porte girevoli. Il 1° febbraio nuovo rinvio. Previti scrive a Bruno: “Auspico che la giunta possa concludere la discussione non prima del 15 febbraio 2007”. Infatti il Tribunale di sorveglianza ha fissato l’udienza sulla sua richiesta di servizio sociale per il giorno 14. Subito accontentato. La giudice Longo decide il 19: Previti lascia i domiciliari e viene affidato “in prova” a una comunità di recupero per tossici e alcolisti del Ceis di don Mario Picchi, come “consulente legale”: potrà uscire di casa dalle 7 alle 23. Il 23 febbraio la Corte d’appello di Milano condanna Previti ad altri 18 mesi per Mondadori, poi confermati in Cassazione. Passa un altro mese e in giunta non accade nulla di importante. Barbieri dell’Udc ricorda che “il deputato missino Sandro Saccucci, condannato per l’uccisione di un giovane comunista, fuggito in Spagna dopo la condanna di primo grado, portò regolarmente a termine il suo mandato parlamentare”; e pure Toni Negri, condannato per banda armata, Massimo Abbatangelo, condannato per un assalto a colpi di molotov a una sede del Pci, e Francesco Moranino, condannato per vari omicidi e fuggito in Cecoslovacchia prima di essere graziato dal presidente Saragat. Dunque anche Previti deve restare deputato. Il 21 marzo la giunta torna a riunirsi, ma i tre deputati di An che si erano iscritti a parlare non si presentano. Tutto rinviato. Il 28 marzo l’an Gamba propone di studiare una forma di“sospensione temporanea”.Il 4 aprile l’an Consolo chiede che Bruno investa il presidente della Camera Bertinotti della questione. Bruno promette di approfondire la questione con gli uffici della Camera. Consolo chiede di rinviare il voto a dopo il 23 maggio, quando la Cassazione discuterà il ricorso di Previti per “errore di fatto”. Alla fine, ed è la prima volta dopo molti mesi, la giunta decide qualcosa. Non la decadenza di Previti, ma la data in cui si voterà in merito: nella settimana che inizia il 17 aprile. Cioè quella di Pasqua. Il 17 Nespoli diede garanzie sul fatto che Previti rientri in Parlamento subito dopo il servizio sociale e invoca una bella riforma della materia. Pecorella chiede altri chiarimenti. Sembra il momento di votare, ma Bruno si ricorda che deve riunire urgentemente l’ufficio di presidenza. E poi Barbieri chiede di parlare di nuovo. Ma ovviamente è assente e si rinvia. L’ultima replica di Burchiellaro è rinviata a maggio, anche perché la giunta ritiene molto più urgente occuparsi di altri due deputati in odor di decadenza. Il 4 maggio Previti compie un anno d imandato parlamentare abusivo. L’Udeur diserta la giunta e minaccia di ritirarsene per le beghe politiche di Mastella col resto della maggioranza. La seduta decisiva del giorno 8 slitta a fine mese: il Parlamento chiude dal 20 al 27 per le elezioni amministrative. Il 23 maggio la Cassazione respinge il ricorso di Previti contro la sentenza Imi-Sir in quanto palesemente “inammissibile”. I suoi legali, per tutta risposta, annunciano una richiesta di revisione del processo a Brescia.Intanto,quando non si rieduca in comunità, Previti è libero di muoversi come meglio crede – a bordo delle sue numerose automobili con autista (una Mercedes, una Range Rover e una Nissan) – dalle 7 alle 23 nella provincia di Roma.
    Salvo qualche permesso premio per ritemprarsi nella villa all’Argentario, dove un tempo veleggiava sul mitico “Barbarossa” nelle acque dell’allusiva Cala Galera. Nel tempo libero, a parte qualche partitella al circolo Canottieri Lazio e “la ginnastica agli attrezzi di cui si è dotato in casa”, frequenta il suo studio in via Cicerone. Il 29 maggio la giunta approva (17 sì dal centrosinistra, 8 no dal centrodestra) la proposta Burchiellaro per la contestazione dell’elezione di Previti. Ma non è finita: ora dovranno passare 20 giorni per convocare Previti e il suo avvocato in udienza pubblica. Poi la giunta dovrà di nuovo votare per decidere se trasmettere all’aula la proposta di decadenza. Ma i 20 giorni diventano 40. Siamo al 9 luglio. Previti interviene un’altra volta in giunta per dichiararsi vittima di “una vergognosa persecuzione giudiziaria”. Cita “Sansonetti che, da autentico garantista, ha scritto che la mia condanna è avvenuta senza prove”.

    “La nobiltà d’animo”

    Poi parla il suo avvocato, il dalemiano Pellegrino: il processo Imi-Sir fu “condizionato all’origine” dalle idee politiche di giudici “parziali” (si presume di sinistra, cioè della stessa parte di Pellegrino), dunque “non si tratta di difendere la persona Previti, ma lo status di parlamentare. Barabba fu assolto, il Nazareno fu condannato. E Socrate fu costretto a bere la cicuta”.
    Alla fine la giunta si pronuncia per la decadenza di Previti con 16 voti a favore (Unione, assente l’Udeur) e 11 contrari (Cdl, assenti Nespoli e Pezzella di An). Ma non è ancora finita. Manca il voto dell’aula. Il 31 luglio la Camera è finalmente convocata per votare sulla decadenza. Previti gioca d’anticipo e abbandona il campo prima di esserne espulso: fa leggere una lettera di dimissioni dal capogruppo Vito (che ne elogia la “nobiltà d’ani- mo”), chiedendo che l’aula si pronunci con voto palese. Lo scopo è chiaro: evitare l’onta di vedersi dichiarare decaduto per effetto di una condanna definitiva. Il che, manda a dire, sarebbe “un atto di sottomissione del Parlamento al potere non sovrano, ma sovrastante dell’autorità giudiziaria, riconoscendole un primato rispetto al Parlamento del tutto estraneo alla nostra Costituzione”. Ma, per il voto palese su una questione come questa, occorre l’accordo di tutti i gruppi parlamentari: invece uno si sfila, Marco Boato del gruppo misto. Dunque si procede a volto scoperto. Tutti i gruppi, compresa Forza Italia ed esclusi soltanto il Pri di La Malfa e la Nuova Dc di Rotondi, si pronunciano per il sì. Alle ore 167 le dimissioni vengono accolte, in un silenzio tombale, con 462 sì, 66 no e 4 astenuti (su 530 deputati presenti). Fini, in aula durante la discussione, esce platealmente prima dello scrutinio, seguito da 16 deputati del suo gruppo. Berlusconi non si fa proprio vedere, così come altri 12 forzisti e 8 dell’Udc. I quattro astenuti sono Laurini e Vitali di Forza Italia, Dionisi dell’Udc e Affronti dell’Udeur.

    Alla fine solo Di Pietro e Diliberto, fra i capipartito, esultano perché “finalmente giustizia è fatta”, mentre il resto dell’Unione tace imbarazzato. La Cdl si scatena, almeno a parole. Berlusconi grida all’“accanimento” ed esalta il “gesto nobile” dell’amico Cesare. La prima intervista da ex, Previti la regala a Libero . E fa i nomi di coloro che hanno causato la sua cacciata. Non gli esponenti dell’Unione, ma alcuni giornalisti e comici: “Questa gente voleva solo che me andassi perché dovevano dare soddisfazione ai vari Travaglio, Santoro, alle Iene, al blog di Beppe Grillo. Non si rendono conto che io ho solo fatto un piacere al Parlamento, che votando la mia decadenza si sarebbe squalificato da solo”. Andrea Romano, già direttore della rivista dalemiana Italiani europei e ora approdato all’Einaudi (Mondadori, Berlusconi), deplora sulla Stampa il vero scandalo del caso Previti. E cioè “la rapidità con cui Previti è stato accompagnato alla porta dalla Camera, rischiando proprio sul finale di apparirci simpatico”. Diventerà il braccio destro di Montezemolo e poi di Monti, of course.

    (M.T. su il Fatto Quotidiano di oggi)

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    Predefinito Re: Il thread della memoria.

    Riprendiamo: settima parte.

    Il teste Omega racconta.
    L'avviso di garanzia a Berlusconi è la spallata finale alle trame già in atto da tempo all'interno della sua coalizione e del suo governo. Ma quello che arriva in pochi mesi rende sempre più incandescente il clima. Lo spettro di Berlusconi si chiama Stefania Ariosto. Lui la conosce bene. Ci è andato insieme a cena, in vacanza, alle feste perché è la fidanzata di Vittorio Dotti, uno degli avvocati Fininvest elevato al rango di deputato e presidente del gruppo parlamentare di Forza italia. Lei racconta il sistema di potere e di corruzione del mondo berlusconiano. Soprattutto la pratica che se qualcosa non si può ottenere facilmente da un giudice, lo si compra. "Feci quello che ritenevo giusto, rispondere alle domande che i magistrati mi ponevano", commenta oggi l'Ariosto: "Ma solo tempo dopo, visto il modo in cui sono stata trattata, mi sono accorta che non ero stata io a tradire. Il vero traditore si chiama Dotti: ha tradito Berlusconi come suo avvocato e suo parlamentare e ha tradito me che ero la sua donna. Comunque, ancora oggi rifarei quello che ho fatto".
    I racconti del "teste Omega" hanno prodotto i processi Sme-toghe sporche, Lodo Mondadori e Imi-Sir. Contengono non solo le testimonianze dell'Ariosto, ma una valanga di documenti contabili e bancari che per la procura provano gli episodi di corruzione addebitati a Berlusconi (da altri processi il Cavaliere è uscito grazie a un'assoluzione o grazie alla prescrizione del reato) e a Previti. Ma le udienze vanno avanti a fatica, tra eccezioni e cavilli.
    Commenta l'avvocato D'Aiello: "Per anni, un legale serio, che ha rispetto di se stesso, è sempre stato un filtro tra le aspettative del cliente e i discorsi giuridicamente possibili. Oggi vedo avvocati che fanno i portavoce dei loro clienti e che in aula dibattono del sesso degli angeli, snaturando la propria funzione".
    Questo accade oggi, a 10 anni dal 17 febbraio 1992, ogni volta che c'è udienza.
    La tensione sale. E le lancette dell'orologio della storia girano all'indietro. Sembra quasi di essere tornati a quel 30 maggio, quando i primi dossier arrivarono in Parlamento. E riaffiora il desiderio che, per risolvere i conflitti su Mani pulite, si debba ripristinare il vecchio ombrello protettivo dei politici: l'autorizzazione a procedere.

 

 
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