Sembra il regno di Biff Tannen in "Ritorno al futuro II"
No, dico, anche lui..


Sembra il regno di Biff Tannen in "Ritorno al futuro II"
No, dico, anche lui..
Rerum cognoscere causas


Terza parte:
La fontana di Bettino.
Cadono anche i collettori di tangenti che facevano riferimento personale a Bettino Craxi: gli architetti Silvano Larini e Claudio Dini tra i primi. Larini è considerato una chiave di accesso privilegiata ai segreti finanziari di Craxi. Ma non solo. "Un giorno Di Pietro mi chiese della "questione fontana". Pensavo alludesse a un deputato di Bergamo, invece voleva sapere se fosse vero che Bettino aveva fatto smontare e trasportare nella sua casa di Hammamet una fontana che era a Milano in Piazza Castello", dice oggi.
Nel castello di Tangentopoli non figurano solo gli uomini della formazione governativa del pentapartito. A Milano governano anche i comunisti. I fari dell'indagine inquadrano pure alcuni uomini che contano: Luigi Carnevale, vicepresidente della metropolitana; Roberto Cappellini, segretario cittadino, Epifanio Li Calzi, ex assessore ai lavori pubblici del Comune, Sergio Soave, ex sindacalista Cgil ed ex numero due della Lega delle cooperative in Lombardia. È Carnevale a mettere gli ex comunisti sulla graticola. Con questa ammissione preliminare distrugge l'equazione Pci-Partito delle Mani pulite: "Solo nell'ambito della metropolitana ho avuto a che fare con il famigerato problema delle tangenti. Ho trovato un sistema ormai collaudato, secondo il quale, in linea di massima praticamente tutti i vincitori di appalti corrispondevano una tangente del 3 per cento, che poi venne portata al 4 per cento".
Nelle prime settimane dell'inchiesta, mentre cresce il favore popolare e politico intorno al lavoro del pool, non c'è istituzione pubblica milanese e lombarda che resti fuori: il Comune, la Regione, gli ospedali, la Metropolitana, la Sea (gestisce gli aeroporti). I magistrati scelgono però di non toccare nessun politico con incarichi parlamentari. Ad aprile sono previste le elezioni politiche nazionali e non vogliono da una parte essere accusati di interferenza, dall'altra mettere in moto meccanismi di reazione tali da intralciare la loro marcia veloce verso verità di malaffare occultate per anni. Tanto che gli avvisi di garanzia ai primi parlamentari (e alcuni arresti eccellenti) vengono decisi solo nel momento in cui si chiudono le urne.
Così anche la consegna del dossier al Parlamento con le richieste di autorizzazioni a procedere prende più tempo del previsto perché ogni volta che il quadro sta per essere definito saltano fuori nuove storie, nuove mazzette. Ma quel lungo lavoro di raccolta di prove, di testimonianze, di conferme bancarie, si rivelerà di fatto abbastanza inutile. Perché il fiume in piena è tale che il 10 luglio il Parlamento avvia le procedure per abolire quella parte dell'articolo 68 della Costituzione che prevedeva la guarentigia del voto in commissione per il via libera a un'indagine contro un deputato o un senatore.
I primi segnali che il partito dei finanziamenti illegali e delle mazzette vuole provare a organizzare una resistenza arrivano il 26 giugno quando finisce in carcere Andrea Parini, il segretario regionale del Psi. "È un nuovo caso Tortora", accusano i più esaltati. "È totalmente estraneo alle accuse", precisano i più accorti. Non sanno che Parini, insieme a una lettera di dimissioni dal partito e di autosospensione dall'assemblea regionale, ha messo a verbale questa frase: "Ho preso i soldi da Martinelli, però pensavo che fosse un regalo". Oggi Parini è un avvocato, è entrato nelle file dei Ds e, dopo un'assoluzione per concussione e una prescrizione per i soldi passati al partito, ricorda: "Certo, lo vedevamo tutti che c'erano dei politici che avevano atteggiamenti gaglioffi, giravano con la macchinona e con la puttana al fianco. Non abbiamo fatto niente per evitare che ci trascinassero nel baratro. Avrei dovuto agire contro di loro con metodi stalinisti per cacciarli dal Psi, sarebbe stato comunque meglio che far finta di nulla".
(continua)


Quarta parte:
Monetine all'Hotel Raphael.
Passano un paio di mesi. la reazione più forte arriva dopo il suicidio del deputato socialista Andrea Moroni. Una tragedia che coagula un piccolo ma combattivo partito anti Mani pulite dietro lo slogan del garantismo negato. Il povero Moroni lascia un lungo messaggio scritto in cui difende se stesso e la sua militanza politica. Dove si legge: "Se vuoi contare in politica devi portare soldi al partito".
Tutta la seconda parte del 1992 trascorre in attesa di un evento annunciato dai fatti: l'avviso di garanzia a Bettino Craxi. Che arriva il 15 dicembre. Il segretario socialista reagisce da par suo, bolla l'inchiesta come un complotto di giudici comunisti: le toghe rosse. Del resto, solo pochi mesi prima, Craxi aveva rivendicato in Parlamento (3 luglio) la politica dei finanziamenti illeciti invitando gli altri segretari di partito a raccontare i loro. Ma quell'avviso di garanzia - e la seguente richiesta di autorizzazione a procedere - segna l'inizio della fine di Craxi: prima le dimissioni dalla segreteria del Psi (11 febbraio 1993); poi, le monetine che gli vengono lanciate all'uscita dell'Hotel Raphael, la sua dimora romana. La reazione popolare al voto negativo della Camera per l'autorizzazione a procedere (29 aprile 1993) rischia di far naufragare il governo appena nato di Carlo Azeglio Ciampi.
Craxi non resta l'unico leader a finire sotto il tiro della magistratura. Il 1993 è l'anno nero dei big di partito che cadono uno dopo l'altro come birilli. I socialisti Claudio Martelli e Gianni De Michelis (oggi riciclato come consigliere di politica estera di Silvio Berlusconi), il repubblicano Giorgio La Malfa (sopravvissuto passando con il centro-destra), i liberali Renato Altissimo e Francesco De Lorenzo, i democristiani Paolo Cirino Pomicino (oggi commentatore politico sui giornali del centro-destra) e Arnaldo Forlani, allora segretario del partito, la cui incriminazione fu annunciata dall'arresto del suo portavoce Enzo Carra (viene processato per direttissima per falsa testimonianza e l'arrivo in Tribunale in manette sarà seguito da un coro di proteste per l'inutilità palese della misura coercitiva), il faccendiere comunista Primo Greganti e quello multipartito Francesco Pacini Battaglia.
Stessa sorte per alcuni big dell'industria e della finanza: si presentano spontaneamente (e fanno ammissioni importanti) l'amministratore Fiat Cesare Romiti come l'azionista di maggioranza del gruppo Espresso Carlo De Benedetti (finisce in cella per una notte quando l'inchiesta milanese approda a Roma). Altri subiscono l'onta delle manette: Gabriele Cagliari dell'Eni (arrestato per le mazzette Eni-Sai, inchiesta milanese ma parallela a quella del pool, si uccide in cella il 20 luglio), Salvatore Ligresti (assicurazioni e costruzioni), Giuseppe Garofano della Montedison. Finisce in carcere anche un giudice: Diego Curtò, strumento consapevole, e ben ripagato, delle manovre intorno a Enimont, dimostrando che anche la categoria dei magistrati ha degli esponenti di punta nel partito delle bustarelle.
L'entità delle mazzette portate alla luce arriva a cifre astronomiche, saltano molti depositi clandestini custoditi nelle banche estere, con molti indagati che riconsegnano i soldi in cambio della libertà. Fino alla "madre di tutte le tangenti", i 150 miliardi legati alle manovre intorno a Enimont.
(continua)


«La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera con l'accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel Lodo Mondadori»




Ultima modifica di Saviano; 26-08-13 alle 14:10


Riprendiamo: quinta parte.
In tre giorni, due suicidi eccellenti.
L'inchiesta Enimont porta un'altra tragedia dopo quella di Cagliari: il suicidio di Raul Gardini (23 luglio) a poche ore da una consegna concordata nell'ufficio di Di Pietro. "Sono convinto ancora oggi che Gardini avesse deciso di togliersi la vita indipendentemente dalle notizie Ansa che anticipavano le dichiarazioni di un suo stretto collaboratore sul caso Enimont", è il ricordo dell'avvocato Marco De Luca. Dentro il calderone Enimont finisce anche Alessandro Patelli, il cassiere della Lega di Umberto Bossi, un partito che dall'inizio sostiene rumorosamente Mani pulite. "Per andare in carcere, mi ero messo un maglione comprato da mia madre al mercato. Di Pietro viene a interrogarmi, mi guarda e dice: "Sicuramente quei soldi non te li sei messi in tasca tu. Qui arriva gente vestita di cachemire"", ricorda oggi Patelli, che dopo un passaggio nelle fila di Forza Italia ha fondato una sua lega.
Lo sconquasso aveva creato la speranza che fossero vicini grandi cambiamenti. A cominciare dall'estensione di Mani pulite nelle più grandi città italiane per finire al rinnovo della classe dirigente messa fuori combattimento dalle inchieste. "È certo che il pool, sia pure forzando la legge, ha scoperto il sistema di corruzione tra imprese e politica. Ci aspettavamo che altre procure si sarebbero messe in moto. Ma le uniche inchieste aperte da altre procure sono legate all'invio di atti da parte di Milano per ragioni di competenza", è la constatazione dell'avvocato Vittorio D'Aiello. E anche sull'arrivo del nuovo ceto politico, la vera novità del 1994 si chiama Silvio Berlusconi, il padrone di Mediaset che deve le sue fortune al legame a doppio filo con Craxi (lo andò a trovare la sera in cui il segretario socialista si vide respingere la richiesta di autorizzazione a procedere). A febbraio fonda Forza Italia e quando, in primavera, vince le elezioni è ancora incerto se sostenere o meno il pool: per esempio, invita Di Pietro a entrare nel suo governo.


Sesta parte:
E Di Pietro si toglie la toga.
Berlusconi è da tempo nel mirino di Mani pulite. Il fratello Paolo è dal 1993 sotto inchiesta, la Fininvest visitata dalla Finanza i cui vertici finiscono poi nelle indagini per aver preso soldi anche da quella azienda in cambio di benevolenza negli accertamenti fiscali. E il 21 novembre, mentre Berlusconi presidente del Consiglio sta per inaugurare un summit internazionale a Napoli, viene informato di un avviso di garanzia per corruzione. Da quel giorno, è il muro contro muro con il pool e soprattutto contro Di Pietro che da ipotetico ministro si trasforma nell'icona da abbattere. La fine del 1994 si gioca tutta intorno allo scontro su Berlusconi. E la benzina sul fuoco sono le dimissioni di Di Pietro dalla magistratura il 6 dicembre: lo fa platealmente dopo aver concluso la requisitoria al processo sulle tangenti per Enimont. Ma commette l'errore di non raccontare apertamente perché ha deciso di mollare. Ai più spiega il gesto con la stanchezza. A un avvocato, solo due mesi prima, le aveva anticipate spiegando che lo faceva essendo arrivato finalmente a coloro che gestivano i conti esteri di Craxi, ricchi di decine di milioni di dollari frutto della corruzione. Ad altri fa intuire che sa di avere alle calcagna un gruppo di persone, tutti sodali dei fratelli Berlusconi, che gli vogliono far pagare alcune leggerezze, poco consoni per un magistrato che vuole apparire integerrimo: una macchina superscontata, un telefonino con il conto pagato da un'azienda, un appartamento a prezzo di favore nel centro di Milano anni prima, un prestito restituito in fretta quando già sta per grandinare. A molti non sfugge che Di Pietro già parla come un leader politico.
Mani pulite si trasforma per oltre due anni e mezzo in un dramma teatrale dove i protagonisti sono due. Da una parte Di Pietro con lo strascico di indagini penali che lo vedranno protagonista regolarmente prosciolto. Dall'altra Berlusconi con la sua corte di fedelissimi: Marcello Dell'Utri, storico braccio destro, Cesare Previti, l'avvocato di fiducia, Giancarlo Foscale, cugino di Berlusconi, Giorgio Vanoni, depositario dei segreti finanziari esteri della Fininvest, Massimo Maria Berruti, ex ufficiale della Finanza, ingaggiato per allestire la costellazioni di società nei paradisi fiscali. Si scioglie come neve al sole l'unanimismo, reale o fittizio che aveva contraddistinto la prima fase di Mani pulite. E la battaglia, la cui data di inizio può essere il secco no del pool di Mani pulite al decreto sulla carcerazione preventiva del 13 luglio 1994, il cosiddetto salvaladri, si trasferisce in tutto il paese. A cominciare dal Parlamento per finire nei media. Racconta il "cronista del tram" Paolo Brosio, allora in forza al Tg4 di Emilio Fede: "All'inizio dell'inchiesta Fede voleva sempre andare in onda. E quando c'eravamo gli indici di ascolto salivano, registravano picchi veri e propri. Quando poi Mani pulite coinvolse Silvio Berlusconi e alcuni manager della Fininvest, Fede si preoccupò, divenne ansioso. Mi chiamava e mi ripeteva: "Sei sicuro?". Finché una volta, in diretta, il Gabibbo mi venne vicino chiedendomi perché, a differenza di Andrea Pamparana del Tg5, non avevo fatto i nomi dei dirigenti Fininvest raggiunti da un ordine di custodia. Fede "spense" il video, pensava che volessi farmi pubblicità con il Gabibbo. Perfino Alba Parietti, che allora conduceva "Striscia la notizia", mi difese. E Fede le fece una scenata".


Intermezzo "ad personam":
È già successo tutto sette anni fa, quando la Camera doveva votare la decadenza di Cesare Previti e impiegò esattamente 14 mesi a fare ciò che avrebbe potuto e dovuto fare in un solo giorno. Il 4 maggio 2006, all’indomani della sua quarta rielezione a deputato al seguito di Berlusconi, Previti viene condannato dalla Cassazione a 6 anni per corruzione giudiziaria nel caso Imi-Sir e si vede annullare l’assoluzione per il caso gemello del lodo Mondadori, con rinvio a nuovo processo d’appello. L’indomani, l’onorevole neopregiudicato si consegna di buon mattino al carcere di Rebibbia.
E subito la sua cella, nel braccio G16 di Rebibbia, diventa meta di un pellegrinaggio incessante di esponenti della Casa delle libertà: il presidente emerito della Repubblica Cossiga, il presidente del Senato Pera, il senatore Guzzanti, gli onorevoli Cicchitto, Bondi, Pecorella, Lainati, Craxi (figlia), Gardini, Cantoni, Giro, Simeone, Marini, Jannarilli, Cicolani, Barelli, Antoniozzi, i sottosegretari Santelli, Grillo e Di Virgilio, l’europarlamentare Tajani, il capo della segreteria di Berlusconi, Valentino Valentini e Paolo Cirino Pomicino in veste di cicerone (lui conosce la strada).
Berlusconi invece preferisce restare a distanza di sicurezza da Rebibbia.
Non si sa mai.
Però invia all’amico detenuto un affettuoso telegramma: “Ci vediamo a casa martedì”.
Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, organo di Rifondazione comunista, pubblica un editoriale dal titolo“Salviamo Previti. Come? Con una legge ad personam: l’amnistia”.
Immediata l’adesione del vicecoordinatore forzista Cicchitto: “Può servire per chiudere una guerra civile fredda iniziata almeno dal 1992, che è tuttora in atto ed è durissima”.
La legge ex Cirielli riserva ai detenuti ultrasettantenni la possibilità di trascorrere la detenzione agli arresti domiciliari. Così, con fulminea rapidità e con un’interpretazione estensiva della legge, decide il giudice di sorveglianza Laura Longo (Magistratura democratica), che concede pure all’onorevole detenuto due ore quotidiane di libera uscita per “soddisfare le sue indispensabili esigenze di vita”.
Un beneficio di solito riservato ai diseredati senza famiglia e soli al mondo, dunque impossibilitati a mandare qualcuno a fare la spesa al posto loro. “Nelle due ore libere Previti potrebbe andare in Parlamento”, dice il suo legale. Ma, almeno per i primi tempi, l’illustre assistito preferisce altri itinerari.
Intanto la giunta per le elezioni della Camera, presieduta da un suo caro amico, l’onorevole avvocato forzista Donato Bruno, deve decidere sulla sua decadenza da parlamentare, visto che la condanna prevede la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ma, anziché prender atto della sentenza e applicarla, la giunta si arroga il diritto di sindacarla per mesi e mesi, invadendo le prerogative sovrane del potere giudiziario. Previti la butta in politica, ingaggiando un difensore molto speciale: l’avvocato Giovanni Pellegrino, dalemiano, presidente Ds della provincia di Lecce, già senatore per varie legislature ed ex presidente della commissione Stragi. Bruno se la prende comoda: il 7 giugno 2006, un mese dopo la sentenza, annuncia che la giunta si occuperà “quanto prima” del caso. Ma poi non dà più sue notizie fino alla pausa estiva. Invano il gruppo dei Verdi scrive ai presidenti della Camera e della giunta per sollecitare la decadenza di Previti da deputato, visto che oltretutto aveva “annunciato più volte che si sarebbe dimesso, ma a tre mesi dalla sentenza non c’è traccia della lettera di dimissioni” (la missiva, mai vista da alcuno, è ben custodita in un cassetto dal capogruppo di Forza Italia, Elio Vito).
Nel frattempo si lavora all’indulto, che nell’originaria versione Buemi (centrosinistra) cancella addirittura le pene accessorie: quanto basterebbe per conservare il seggio parlamentare al deputato-detenuto domiciliare. Poi almeno quella vergogna viene cancellata. A fine luglio l’indulto più ampio della storia repubblicana – tre anni di sconto anche per i condannati per corruzione giudiziaria – è legge: votano sì il centrosinistra, l’Udc, Forza Italia e un pezzo di An, con la scusa del sovraffollamento delle carceri; votano no l’Idv, la Lega, il resto di An e si astengono i Comunisti italiani.
Salvato dal carcere grazie all’ex Cirielli e liberato dai domiciliari grazie all’indulto, Previti dovrà scontare solo 3 anni su 6, dunque può accedere in “affidamento in prova ai servizi sociali”. Cioè scontare la pena a piede libero. Il 3 ottobre il presidente Bruno e il capo del comitato sulla incompatibilità, il ds Gianfranco Burchiellaro, sostengono di non potersi occupare del caso finché la Cassazione non depositerà le motivazioni della sentenza.
Ma è una scusa che non sta in piedi: le sentenze della Cassazione sono immediatamente esecutive fin dal deposito del dispositivo. Il 7 ottobre comunque arrivano anche le motivazioni. Ma la giunta temporeggia per un altro paio di settimane. Bruno preannuncia “un’istruttoria per il cui svolgimento ci sono fino a quattro mesi di tempo”. Poi, il 26 ottobre, finalmente si comincia. Ma per rinviare subito al 9 novembre, quando sarà ascoltato Previti. O, meglio, dovrebbe. Infatti non si presenta. E chiede di sospendere il giudizio per un altro mesetto, per quattro motivi: 1) ha chiesto l’affidamento ai servizi sociali e sostiene che, se gli fosse concesso, questo estinguerebbe l’interdizione; 2) la sua condanna definitiva non avrebbe “il carattere dell’irrevocabilità” perché l’ha impugnata, in quanto viziata da “errore materiale o di fatto”; 3) il mandato di parlamentare non può essere assimilato “tout court alla nozione di pubblico ufficio” visto che il legislatore fa “esclusivo riferimento alle amministrazioni locali” (un consigliere circoscrizionale condannato deve andarsene, un deputato no); 4) ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la sentenza “persecutoria”, e se questo venisse accolto “legittimerebbe un giudizio di revisione” del suo processo.
L’onorevole usa e getta
In attesa del quadruplice miracolo, i capigruppo del centrosinistra decidono di “non accelerare e non ritardare i tempi”.
Il 9 novembre, per non parlare di Previti (peraltro assente), la Cdl s’inventa un diversivo e inscena una rissa col centrosinistra a causa di alcuni articoli pubblicati dall’Unità su presunti brogli alle ultime elezioni. Il 16 novembre nuova riunione, ma solo per convocare Previti il 23. L’Unione (centrosinistra) propone di sospendere fin da subito Previti dallo stipendio che continua indebitamente a percepire dal Parlamento (13 mila euro al mese, al netto dei gettoni di presenza e benefit).
Ma non se ne fa nulla.
Il 22 Previti annuncia che l’indomani non verrà perché sarà a Milano a discutere la sua richiesta di revisione della sentenza di Cassazione. E chiede un rinvio a dicembre. Sempre disponibile, la giunta lo riconvoca per il 6 dicembre. Belisario (Idv) si dimette per protesta. Il 6 dicembre, sette mesi dopo la condanna, Previti si materializza dinanzi al comitato incompatibilità della giunta. Ma solo per chiedere un mese in più per studiare le carte. Poi esce e fa per tornare a casa. Ma poco dopo rientra: ha appena saputo proprio in quegli istanti, che la Cassazione ha deciso che l’altro processo a suo carico, lo Sme-Ariosto, deve traslocare da Milano a Perugia e lui vuole chiederle di rimangiarsi il verdetto Imi-Sir dichiarando anche l’incompetenza dei giudici ambrosiani. Bruno si affretta a dargli ragione. La giunta si riconvoca per il 14 dicembre, quando il comitato incompatibilità si esprime a maggioranza per la decadenza. Ma intanto c’è Natale, poi Capodanno, poi l’Epifania. Se ne riparla il 25 gennaio 2007. E ricomincia la manfrina. Burchiellaro illustra alla giunta perché il comitato ha deciso per la decadenza. Pecorella ribatte che bisogna congelare tutto finché la Cassazione non si sarà pronunciata sul ricorso straordinario di Previti. Burchiellaro propone un compromesso: Previti decade dal mandato parlamentare, ma non per sempre. Con effetti reversibili: viene sostituito provvisoriamente dal primo dei non eletti di Forza Italia, per poi rientrare in Parlamento nel caso in cui il servizio sociale estinguesse la pena accessoria, o la Cassazione accogliesse il ricorso contro la condanna. Nascerebbe così la figura del deputato supplente, “usa e getta”.
È una boiata pazzesca, smentita da tutte le norme, ma in giunta, per seguitare a perdere tempo, si finge che la tesi regga e si continua a discutere della “decadenza reversibile”, con biglietto di andata e ritorno, quasi che il Parlamento fosse un hotel a porte girevoli. Il 1° febbraio nuovo rinvio. Previti scrive a Bruno: “Auspico che la giunta possa concludere la discussione non prima del 15 febbraio 2007”. Infatti il Tribunale di sorveglianza ha fissato l’udienza sulla sua richiesta di servizio sociale per il giorno 14. Subito accontentato. La giudice Longo decide il 19: Previti lascia i domiciliari e viene affidato “in prova” a una comunità di recupero per tossici e alcolisti del Ceis di don Mario Picchi, come “consulente legale”: potrà uscire di casa dalle 7 alle 23. Il 23 febbraio la Corte d’appello di Milano condanna Previti ad altri 18 mesi per Mondadori, poi confermati in Cassazione. Passa un altro mese e in giunta non accade nulla di importante. Barbieri dell’Udc ricorda che “il deputato missino Sandro Saccucci, condannato per l’uccisione di un giovane comunista, fuggito in Spagna dopo la condanna di primo grado, portò regolarmente a termine il suo mandato parlamentare”; e pure Toni Negri, condannato per banda armata, Massimo Abbatangelo, condannato per un assalto a colpi di molotov a una sede del Pci, e Francesco Moranino, condannato per vari omicidi e fuggito in Cecoslovacchia prima di essere graziato dal presidente Saragat. Dunque anche Previti deve restare deputato. Il 21 marzo la giunta torna a riunirsi, ma i tre deputati di An che si erano iscritti a parlare non si presentano. Tutto rinviato. Il 28 marzo l’an Gamba propone di studiare una forma di“sospensione temporanea”.Il 4 aprile l’an Consolo chiede che Bruno investa il presidente della Camera Bertinotti della questione. Bruno promette di approfondire la questione con gli uffici della Camera. Consolo chiede di rinviare il voto a dopo il 23 maggio, quando la Cassazione discuterà il ricorso di Previti per “errore di fatto”. Alla fine, ed è la prima volta dopo molti mesi, la giunta decide qualcosa. Non la decadenza di Previti, ma la data in cui si voterà in merito: nella settimana che inizia il 17 aprile. Cioè quella di Pasqua. Il 17 Nespoli diede garanzie sul fatto che Previti rientri in Parlamento subito dopo il servizio sociale e invoca una bella riforma della materia. Pecorella chiede altri chiarimenti. Sembra il momento di votare, ma Bruno si ricorda che deve riunire urgentemente l’ufficio di presidenza. E poi Barbieri chiede di parlare di nuovo. Ma ovviamente è assente e si rinvia. L’ultima replica di Burchiellaro è rinviata a maggio, anche perché la giunta ritiene molto più urgente occuparsi di altri due deputati in odor di decadenza. Il 4 maggio Previti compie un anno d imandato parlamentare abusivo. L’Udeur diserta la giunta e minaccia di ritirarsene per le beghe politiche di Mastella col resto della maggioranza. La seduta decisiva del giorno 8 slitta a fine mese: il Parlamento chiude dal 20 al 27 per le elezioni amministrative. Il 23 maggio la Cassazione respinge il ricorso di Previti contro la sentenza Imi-Sir in quanto palesemente “inammissibile”. I suoi legali, per tutta risposta, annunciano una richiesta di revisione del processo a Brescia.Intanto,quando non si rieduca in comunità, Previti è libero di muoversi come meglio crede – a bordo delle sue numerose automobili con autista (una Mercedes, una Range Rover e una Nissan) – dalle 7 alle 23 nella provincia di Roma.
Salvo qualche permesso premio per ritemprarsi nella villa all’Argentario, dove un tempo veleggiava sul mitico “Barbarossa” nelle acque dell’allusiva Cala Galera. Nel tempo libero, a parte qualche partitella al circolo Canottieri Lazio e “la ginnastica agli attrezzi di cui si è dotato in casa”, frequenta il suo studio in via Cicerone. Il 29 maggio la giunta approva (17 sì dal centrosinistra, 8 no dal centrodestra) la proposta Burchiellaro per la contestazione dell’elezione di Previti. Ma non è finita: ora dovranno passare 20 giorni per convocare Previti e il suo avvocato in udienza pubblica. Poi la giunta dovrà di nuovo votare per decidere se trasmettere all’aula la proposta di decadenza. Ma i 20 giorni diventano 40. Siamo al 9 luglio. Previti interviene un’altra volta in giunta per dichiararsi vittima di “una vergognosa persecuzione giudiziaria”. Cita “Sansonetti che, da autentico garantista, ha scritto che la mia condanna è avvenuta senza prove”.
“La nobiltà d’animo”
Poi parla il suo avvocato, il dalemiano Pellegrino: il processo Imi-Sir fu “condizionato all’origine” dalle idee politiche di giudici “parziali” (si presume di sinistra, cioè della stessa parte di Pellegrino), dunque “non si tratta di difendere la persona Previti, ma lo status di parlamentare. Barabba fu assolto, il Nazareno fu condannato. E Socrate fu costretto a bere la cicuta”.
Alla fine la giunta si pronuncia per la decadenza di Previti con 16 voti a favore (Unione, assente l’Udeur) e 11 contrari (Cdl, assenti Nespoli e Pezzella di An). Ma non è ancora finita. Manca il voto dell’aula. Il 31 luglio la Camera è finalmente convocata per votare sulla decadenza. Previti gioca d’anticipo e abbandona il campo prima di esserne espulso: fa leggere una lettera di dimissioni dal capogruppo Vito (che ne elogia la “nobiltà d’ani- mo”), chiedendo che l’aula si pronunci con voto palese. Lo scopo è chiaro: evitare l’onta di vedersi dichiarare decaduto per effetto di una condanna definitiva. Il che, manda a dire, sarebbe “un atto di sottomissione del Parlamento al potere non sovrano, ma sovrastante dell’autorità giudiziaria, riconoscendole un primato rispetto al Parlamento del tutto estraneo alla nostra Costituzione”. Ma, per il voto palese su una questione come questa, occorre l’accordo di tutti i gruppi parlamentari: invece uno si sfila, Marco Boato del gruppo misto. Dunque si procede a volto scoperto. Tutti i gruppi, compresa Forza Italia ed esclusi soltanto il Pri di La Malfa e la Nuova Dc di Rotondi, si pronunciano per il sì. Alle ore 167 le dimissioni vengono accolte, in un silenzio tombale, con 462 sì, 66 no e 4 astenuti (su 530 deputati presenti). Fini, in aula durante la discussione, esce platealmente prima dello scrutinio, seguito da 16 deputati del suo gruppo. Berlusconi non si fa proprio vedere, così come altri 12 forzisti e 8 dell’Udc. I quattro astenuti sono Laurini e Vitali di Forza Italia, Dionisi dell’Udc e Affronti dell’Udeur.
Alla fine solo Di Pietro e Diliberto, fra i capipartito, esultano perché “finalmente giustizia è fatta”, mentre il resto dell’Unione tace imbarazzato. La Cdl si scatena, almeno a parole. Berlusconi grida all’“accanimento” ed esalta il “gesto nobile” dell’amico Cesare. La prima intervista da ex, Previti la regala a Libero . E fa i nomi di coloro che hanno causato la sua cacciata. Non gli esponenti dell’Unione, ma alcuni giornalisti e comici: “Questa gente voleva solo che me andassi perché dovevano dare soddisfazione ai vari Travaglio, Santoro, alle Iene, al blog di Beppe Grillo. Non si rendono conto che io ho solo fatto un piacere al Parlamento, che votando la mia decadenza si sarebbe squalificato da solo”. Andrea Romano, già direttore della rivista dalemiana Italiani europei e ora approdato all’Einaudi (Mondadori, Berlusconi), deplora sulla Stampa il vero scandalo del caso Previti. E cioè “la rapidità con cui Previti è stato accompagnato alla porta dalla Camera, rischiando proprio sul finale di apparirci simpatico”. Diventerà il braccio destro di Montezemolo e poi di Monti, of course.
(M.T. su il Fatto Quotidiano di oggi)


Riprendiamo: settima parte.
Il teste Omega racconta.
L'avviso di garanzia a Berlusconi è la spallata finale alle trame già in atto da tempo all'interno della sua coalizione e del suo governo. Ma quello che arriva in pochi mesi rende sempre più incandescente il clima. Lo spettro di Berlusconi si chiama Stefania Ariosto. Lui la conosce bene. Ci è andato insieme a cena, in vacanza, alle feste perché è la fidanzata di Vittorio Dotti, uno degli avvocati Fininvest elevato al rango di deputato e presidente del gruppo parlamentare di Forza italia. Lei racconta il sistema di potere e di corruzione del mondo berlusconiano. Soprattutto la pratica che se qualcosa non si può ottenere facilmente da un giudice, lo si compra. "Feci quello che ritenevo giusto, rispondere alle domande che i magistrati mi ponevano", commenta oggi l'Ariosto: "Ma solo tempo dopo, visto il modo in cui sono stata trattata, mi sono accorta che non ero stata io a tradire. Il vero traditore si chiama Dotti: ha tradito Berlusconi come suo avvocato e suo parlamentare e ha tradito me che ero la sua donna. Comunque, ancora oggi rifarei quello che ho fatto".
I racconti del "teste Omega" hanno prodotto i processi Sme-toghe sporche, Lodo Mondadori e Imi-Sir. Contengono non solo le testimonianze dell'Ariosto, ma una valanga di documenti contabili e bancari che per la procura provano gli episodi di corruzione addebitati a Berlusconi (da altri processi il Cavaliere è uscito grazie a un'assoluzione o grazie alla prescrizione del reato) e a Previti. Ma le udienze vanno avanti a fatica, tra eccezioni e cavilli.
Commenta l'avvocato D'Aiello: "Per anni, un legale serio, che ha rispetto di se stesso, è sempre stato un filtro tra le aspettative del cliente e i discorsi giuridicamente possibili. Oggi vedo avvocati che fanno i portavoce dei loro clienti e che in aula dibattono del sesso degli angeli, snaturando la propria funzione".
Questo accade oggi, a 10 anni dal 17 febbraio 1992, ogni volta che c'è udienza.
La tensione sale. E le lancette dell'orologio della storia girano all'indietro. Sembra quasi di essere tornati a quel 30 maggio, quando i primi dossier arrivarono in Parlamento. E riaffiora il desiderio che, per risolvere i conflitti su Mani pulite, si debba ripristinare il vecchio ombrello protettivo dei politici: l'autorizzazione a procedere.