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Discussione: Terries

  1. #71
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    Predefinito Re: Terryes

    "tordo" mi piace. ben si attaglia.

  2. #72
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    Predefinito Re: Terryes

    Citazione Originariamente Scritto da dimecan Visualizza Messaggio
    "tordo" mi piace. ben si attaglia.

    ma anche merlo non è male

  3. #73
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    Predefinito Re: Terryes

    Citazione Originariamente Scritto da dimecan Visualizza Messaggio
    "tordo" mi piace. ben si attaglia.
    Riferito ai polentoni forse è meglio "tardo".
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #74
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    Predefinito Re: Terryes

    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  5. #75
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    Predefinito Re: Terryes

    ALLA CORTE DEGLI SCANDALI - I NOSTRI GIUDICI COSTITUZIONALI PAGATI IL TRIPLO DI QUELLI AMERICANI - ONIDA: “MEZZO MILIONE L’ANNO? STIPENDIO CONGRUO”
    Il cimitero degli elefanti del diritto italiano è la corte più cara al mondo - Lo studio di un professore della Bocconi: “E non si contano i benefit: è pagato persino il telefono di casa, oltre a auto blu che costano 750 euro al giorno, foresterie ecc. Pensioni degli ex: 5,8 mln l’anno” - Onida, ex giudice e candidato Pd: “Stipendio giusto, per garantire l’autonomia”…
    1. ONIDA A RADIO24: "GLI STIPENDI DEI GIUDICI SONO CONGRUI" - L'EX GIUDICE COSTITUZIONALE GIUSTIFICA LA RETRIBUZIONE RECORD DELLA CORTE: "UN MEMBRO NON PUÒ PERCEPIRE ALTRI SOLDI"
    Valerio Onida, giudice costituzionale dal 1996 al 2005, intervistato su Radio24, alla trasmissione "24 Mattino", parla degli stipendi dei giudici della Corte Costituzionale. Precisamente 549 mila 407 euro per il presidente, mentre quello di un componente del collegio si abbassa di circa centomila euro (457 mila 839 euro). Nei giorni scorsi Libero aveva pubblicato un'inchiesta proprio sugli stipendi e su tanti benefit dei giudici della Consulta denunciando l'enormità della cifra.
    Ma secondo "il saggio" Onida tale "retribuzione è congrua": Spiega: "La legge costituzionale 153 dice che non può essere inferiore a quella del più alto magistrato della giurisdizione ordinaria". Cosa che agli occhi degli italiani risulta a dir poco assurda, come fa notare il conduttore della trasmissione Alessandro Milan. Per l'ex giudice costituzionale lo stipendio previsto è giusto e precisa: "Noi non possiamo cumulare nient'altro, quindi per garantire l'autonomia del giudice è giusto che guadagni in modo da essere indipendente e non a rischio corruzione".
    2. LA CORTE COSTITUZIONALE: UNO SCANDALO NASCOSTO
    Roberto Perotti per Lavoce.info | Economia, Finanza, Politica, Lavoro
    Forse il più grande scandalo della pubblica amministrazione in Italia è anche uno dei più nascosti: la Corte Costituzionale. Per ovvie ragioni, pochi hanno il coraggio di parlarne (1). Ma i bilanci parlano da soli: sentiamo cosa dicono (premessa: per motivi ignoti, la Corte Costituzionale pubblica su Internet solo i bilanci di previsione, anche per gli anni passati).
    Cominciamo dalle retribuzioni (Tabella 1). La retribuzione lorda del presidente della Corte è di 549.407 euro annui, quella dei giudici di 457.839 euro (2). La retribuzione media lorda dei 12 giudici britannici è di 217.000 euro, meno della metà. Il Canada è simile: 234.000 euro per il presidente, 217.000 per i giudici. Negli USA siamo a circa un terzo della retribuzione italiana: 173.000 euro per il presidente e 166.000 per i giudici.
    * Media dei 12 giudici. Fonti: vd. nota (3).
    ..... E HANNO IL TELEFONO DOMESTICO PAGATO DALLO STATO
    Ma la differenza fra la remunerazione dei giudici italiani e i colleghi stranieri è fortemente sottostimata. Il dato italiano non include svariati benefits in natura. Le auto blu, in primis, su cui vedi sotto. Inoltre i costi dei singoli viaggi ferroviari, aerei o su taxi effettuati per ragioni inerenti alla carica; ogni auto abbinata ad ogni giudice ha una tessera viacard e il telepass; i giudici dispongono di un cellulare e di un pc portatile e i costi dell'utenza telefonica domestica sono a carico della Corte (salvo rinuncia del singolo giudice); i giudici dispongono inoltre di una foresteria, composta di uno o due locali con annessi servizio igienico e angolo cottura, nel Palazzo della Consulta o nell'immobile di via della Cordonata. (4)
    LA NOSTRA CORTE COSTA IL TRIPLO DI QUELLA BRITANNICA
    Ma vediamo un confronto più completo sui costi totali della Corte Costituzionale in Italia e in Gran Bretagna, riferite al 2012.
    Tabella 2: Spesa totale escluse pensioni, 2012
    *Include oneri, non include pensioni. Dati in migliaia di Euro.
    Fonte: vd. nota (5)
    Escludendo le pensioni, su cui non ho i dati per la Gran Bretagna, la corte italiana (15 giudici) costa oltre tre volte quella inglese (12 giudici).
    PENSIONE MEDIA DI GIUDICI E SUPERSTITI: 200.000 EURO
    Ma quanto costano le pensioni alla Corte Costituzionale italiana?
    Tabella 3: Le pensioni alla Corte Costituzionale, 2013
    Fonti: vd. nota (6)
    Per il 2013 la Corte Costituzionale prevede di pagare a ex giudici della CC e loro superstiti 5,8 milioni di pensioni. Al momento vi sono 20 ex giudici percettori di pensione e 9 superstiti. La pensione media è dunque esattamente di 200.000 euro all'anno. C'è da sorprendersi che la Consulta abbia bloccato il seppur minimo taglio alle pensioni d' oro proposto dal governo Monti?
    La spesa totale per pensioni di ex dipendenti e superstiti sarà di 13,5 milioni. Vi sono 120 ex dipendenti e 78 superstiti percettori di pensioni; la pensione media del personale in quiescenza è dunque di 68.200 Euro.
    OGNI GIORNO, OGNI GIUDICE COSTA 750 EURO DI SOLE AUTO BLU
    Esattamente: per ogni giudice, ogni giorno lavorativo si spendono in media 750 euro per le sole auto blu. Vediamo come si arriva a questa cifra. I giudici in carica hanno diritto un' auto blu e due autisti; i giudici in pensione ad un' auto blu per il primo anno di pensione (fino al settembre 2011 era per tutta la vita). La spesa totale per "Noleggio, assicurazione e parcheggio autovetture" + "Carburante per autovetture" + "Manutenzione, riparazione e accessori per autovetture" nel 2013 sarà di 758.000 euro.
    Ma questo senza calcolare la spesa per gli autisti. Assumendo prudenzialmente un costo per lo Stato di 50.000 Euro per autista, e (come confermatomi dalla Corte) due autisti per giudice, arriviamo a un totale di circa 2,25 milioni, esattamente 150.000 Euro all' anno per giudice. Calcolando 200 giorni lavorativi all' anno per giudice, questo significa 750 euro al giorno per giudice di sola spesa per autovetture. Probabilmente, costerebbe meno far viaggiare i giudici in elicottero, magari chiedendo loro la gentilezza di fare un po' di helicopter-pooling.
    (1) Tra le eccezioni: Primo de Nicola: "Alla corte dei privilegi", L' Espresso, 30 Aprile 2008
    (2) Comunicazione email della segreteria della Corte Costituzionale all'autore.
    (3) Dati convertiti in euro usando i tassi di cambio a parità di potere d' acquisto per il 2012. Fonti:
    Italia: comunicazione personale dall' Ufficio Stampa della Corte Costituzionale, e Bilancio della Corte Costituzionale del 2012 (per il valore medio);
    GB: Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A e 6.C);
    Canada: Judges Act;
    USA: Federal Judicial Center
    (4) Comunicazione email dell' Ufficio Stampa della Corte all' autore. Per i giudici britannici abbiamo una stima delle spese di trasporto totali: 31.122 euro, cioè 2.677 a testa all' anno. Più 4.443 euro (370 a giudice) per altre spese. Questo dato si riferisce al 2010, ultimo anno disponibile. Si veda qui.
    (5) Fonti:
    Italia: Bilancio della Corte Costituzionale del 2012
    GB: Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A , 7, 8 e 10);
    (6) Fonte: Bilancio della Corte Costituzionale del 2013



    BURO-PAZZIA - PER SALVARE LE SOLITE POLTRONE, I DIRETTORI NON SONO PIÙ INQUADRABILI COME "DIRIGENTI"
    I decreti attuativi alle norme sull'incompatibilità provocano un corto-circuito che destabilizza molti incarichi di alti burocrati? - Niente paura: arriva una bella circolare delle Finanze che regolarizza tutto e stabilisce che i direttori delle agenzie fiscali "non dirigono"...
    Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera"
    Tela di Penelope. Niente meglio della metafora omerica descrive un certo sistema con il quale vengono fatte le leggi in Italia, dove c'è sempre qualcuno che di notte smonta quello che viene fatto di giorno. Tipico esempio è una norma sulle incompatibilità dei politici e degli amministratori pubblici contenuta in uno dei tanti decreti attuativi della legge anticorruzione che prende il nome dell'ex Guardasigilli Paola Severino.
    Questo provvedimento fissa in dettaglio tutti i casi in cui è vietato sovrapporre certi incarichi. Per esempio, chi sta al governo nazionale non può amministrare enti e società a controllo pubblico: fosse stata in vigore tre anni fa questa norma, non avremmo avuto un sottosegretario (l'ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito) vicepresidente di Fincantieri.
    Allo stesso modo, a chi ricopre incarichi governativi a livello locale è inibita l'amministrazione di società locali. Ancora, chi guida una società pubblica non può fare consulenze per la stessa società. Idem per i dirigenti del servizio sanitario, con incompatibilità che arrivano fino alle parentele di secondo grado. Ma c'è di più: i dirigenti della pubblica amministrazione sono incompatibili sia con incarichi di natura politica sia con quelli nelle società controllate dal loro ministero e negli «organi di indirizzo» delle stesse amministrazioni. Più chiaro di così...
    Tutte queste norme hanno visto la luce l'8 aprile del 2013, mentre la politica italiana era in piena fibrillazione dopo le elezioni di febbraio che nessuno aveva vinto. Evidentemente non si badò con attenzione al fatto che l'applicazione automatica di quel provvedimento avrebbe potuto causare una piccola strage nel governo di Mario Monti, che d'altra parte era ormai al capolinea. Passato lo sbandamento, qualcuno deve aver realizzato che comunque il Palazzo sarebbe stato attraversato da un terremoto. E si decise di correre ai ripari.
    Ecco allora spuntare in piena estate, durante la discussione in Parlamento del decreto legge cosiddetto «del fare», un emendamento che manda la palla in tribuna. Testuale: «In sede di prima applicazione del decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39, gli incarichi conferiti e i contratti stipulati prima della data di entrata in vigore del medesimo decreto (il 19 aprile, ndr) non hanno effetto come causa di incompatibilità fino alla scadenza già stabilita per i medesimi incarichi e contratti». I divieti, insomma, varranno soltanto a partire dal prossimo giro. A scanso di ulteriori equivoci, anche il ministero dell'Economia stabilì di passare le norme sulla incompatibilità ai raggi X. Lo scopo, cercare di capire chi avrebbero davvero potuto colpire.
    Nel Paese dove le leggi fatte dal Parlamento non si applicano ma si interpretano era dunque inevitabile, dopo un decreto legislativo nel quale si definisce con precisione certosina il perimetro del provvedimento, che arrivasse anche una circolare firmata dal capo dell'Ufficio legislativo delle Finanze. Data: 24 ottobre 2013, a un anno di distanza dalla legge Severino e sei mesi dal successivo decreto.
    Ma che cosa c'è scritto? Semplicissimo. Che non solo i direttori delle agenzie fiscali, ma anche i loro vice, sono pienamente compatibili con l'incarico di presidente o componente dei comitati di gestione delle stesse agenzie. E ciò non perché quei comitati non siano «organi di indirizzo», né in virtù della sanatoria temporanea introdotta la scorsa estate per i contratti in essere. Bensì per un'altra ragione: «Le funzioni del direttore non sembrano inquadrabili fra gli incarichi dirigenziali ma piuttosto fra gli incarichi amministrativi di vertice», al pari di «quelli svolti dai vice direttori».
    E siccome la legge parla di «incarichi dirigenziali», loro non ne sono minimamente sfiorati. Riassumiamo. Con una circolare interpretativa di un decreto applicativo di una legge il ministero delle Finanze mette al riparo da possibili incompatibilità alcuni alti dirigenti che fanno capo allo stesso ministero. Non è meraviglioso?

    CARCERE DI LECCE: 22 SECONDINI, 15 IMPIEGATI E ZERO DETENUTI. DA 5 ANNI IN ATTESA DI NOTIZIE DAL MINISTERO, AL COSTO DI 5 MILIONI DI EURO L’ANNO
    Il carcere senza detenuti e con 30 dipendenti
    Si spreca anche in carcere. Accade a Lecce, dove il carcere minorile è vuoto: zero detenuti. Ma nonostante la mancanza dei carcerati, la struttura è ancora in piedi, perfettamente attiva, con i relativi costi di gestione. A partire dai dipendenti, 28 persone a libro paga per non fare nulla, con una spesa annua pari a 5 milioni di euro.
    Come spesso accade in questi casi nessuno si prende la responsabilità dello spreco e i dirigenti dell’istituto di Lecce dicono soltanto che sono in attesa di notizie, e ordini, dal ministero di Giustizia.
    CARCERE DI LECCE: 22 SECONDINI, 15 IMPIEGATI E ZERO DETENUTI. DA 5 ANNI IN ATTESA DI NOTIZIE DAL MINISTERO, AL COSTO DI 5 MILIONI DI EURO L?ANNO, Politica Ultime Notizie

    Quando la Lanzillotta a pranzo mi giustificava la rapina al Nord
    La vicepresidente del Senato di Scelta Civica sosteneva tranquillamente che il gigantesco residuo fiscale delle regioni produttive torna sul posto, perché "i meridionali acquistano i prodotti settentrionali". Ecco il livello di (in)cultura economica della classe dirigente italica
    di Marco Bassani
    Lo confesso: non credevo proprio che esistesse ormai alcun tentativo di giustificazione o spiegazione di sorta. Nei primi anni del dopoguerra esistevano ancora insigni meridionalisti che vedevano nella mano pubblica e nei trasferimenti di risorse la via per l’ingresso del Mezzogiorno nella modernità. Si pubblicavano riviste (“Nord e Sud”) che scrivevano articoli dotti, distinguendo il grano dal loglio e discettando di aiuti produttivi o improduttivi, giusti o sbagliati rispetto allo scopo. Che era sempre quello del decollo industriale delle regioni del Sud. Da molti decenni mi sembra che questo fervore redistributivo si sia impantanato, almeno dal punto di vista intellettuale. Impennatosi enormemente come carico fiscale sui contribuenti lombardi e del loro “aiutantato” settentrionale, veneti ed emiliani in primo luogo, ha però perso qualunque giustificazione e si trascina stancamente senza più paladini. Come quei riti stanchi di quelle religioni che han perso l’afflato. In breve, nessuno crede che possa essere utile, tutti sanno che è ingiusto, i più sospettano sia dannoso, ma il Sud viene inondato di danaro sottratto ad altre popolazioni. L’idea dell’industrializzazione “dall’alto” del Sud non è stata una delle migliori trovate del secolo ventesimo e le migliaia di cattedrali abbandonate nel deserto sono un monito e un durevole mausoleo alla presunzione dei governi onnipotenti. Se la collettivizzazione di Stalin degli anni Trenta ha avuto costi enormi per i sovietici in termini di vite umane, si potrebbe sostenere che dal punto di vista delle risorse materiali bruciate sull’altare di decisioni prese dalle classi dirigenti, il Sud Italia non abbia rivali al mondo.
    Insomma, nella mia ingenuità ero convinto che il quadretto fosse a tutti noto e che, al di là di un generico “devono pure campare”, nessuno avesse approntato negli ultimi anni novelle (nel senso sia di favole, sia di ultime) giustificazioni della rapina fiscale ai danni della Lombardia. Qualche settimana fa, me ne andavo bel bello ad un pranzo di gente importante, totalmente ignaro del fatto che avrei incontrato la nuova spiegazione corrente del trasferimento di risorse al Sud. Il tema di discussione era – manco a dirlo – la crisi di questo Paese e il gentil sesso monopolizzava il dibattito. Dopo un paio di litanie sulla decadenza in particolare di Milano (innegabile) da parte di gentildonne romane mi venne da controbattere che se non sparisse il 25% della ricchezza prodotta dal territorio milanese forse questa decadenza potrebbe essere arginata. A questa affermazione Linda Lanzillotta, donna garbata e simpatica, rispose con una frase non polemica e a suo avviso incontrovertibile: “Vabbè, che c’entra, quelli sono soldi che ritornano perché poi i meridionali acquistano i prodotti del Nord”.
    Giustino Fortunato, Pasquale Saraceno, Francesco Compagna, Rosario Villari e i volti ingialliti di tutti i meridionalisti che avevo letto mi sono balzati davanti in un secondo, come si dice che accada con la vita nell’ultimo istante. La Lanzillotta – che certo befana non è – era stata la mia epifania. Da anni cercavo una spiegazione logica, razionale, non piagnona e tipica del meridionalismo d’accatto della spoliazione della Lombardia. Eccola, nitida, tersa, chiara come un giorno di maggio. La Lombardia lascia sul campo oltre un quinto della ricchezza prodotta per puro calcolo utilitaristico. Non si tratta delle decisioni e delle vessazioni di un ceto ormai neanche politico, ma solo parassitario, burocratico e amministrativo, ma della lungimirante politica industriale dei lombardi. Anzi, è il ben noto “egoismo del Nord” che spinge la redistribuzione territoriale. Perché i nostri concittadini meridionali con le tasche piene (o comunque meno vuote di quanto sarebbero) corrono ad acquistare prodotti lombardi e così il danaro ritorna sui conti correnti dai quali è stato sottratto. Una partita di giro, un trucchetto contabile che farebbe girare l’intera economia. Deve essere il segreto del turbocapitalismo di cui parlano gli ultimi epigoni della rivoluzione culturale maoista.
    In realtà, succede anche a me che la mattina quando esco di casa la portinaia mi passi una busta con un po’ di soldi. “È da parte dei commercianti di Milano, che li rivorrebbero in parte indietro, infatti oggi lei prenderà tre caffè, un panino, una birra un giornale, ecco 15 euro”. Non fa una grinza. Altro esercizio mentale comico, sulla stessa falsariga. Una massaia catanzarese si aggira al supermercato. Rigira fra le mani su un barattolo della Kraft e poi della Nestlé, poi li riappoggia nello scaffale e mormora fra sé e sé, “ma scherziamo, cosa ci danno gli americani e gli svizzeri? Andiamo a cercare un bel prodotto del Nord, così mostriamo la nostra gratitudine”. Ed esce con il carrello pieno di gorgonzola e kinder bueno.
    Ci sarebbe veramente da ridere se questa giustificazione, ultima e definitiva, della più selvaggia redistribuzione territoriale della storia non provenisse dai più alti quartieri della classe dirigente (della burocrazia statale, a dire il vero) di questo Paese. Linda Lanzillotta è stata anche ministro per gli affari regionali nel secondo governo Prodi. E sarebbero proprio gli “affari” (che per qualche regione non lo sono per nulla) centrali di questo ben bizzarro Paese.



    Quello che colpisce è la totale assenza di cultura economica che sorregge una spiegazione di questo tipo. Solo una persona laureata in lettere, che ha passato l’esistenza nell’alta burocrazia statale può credere che la tassazione che scompare da un territorio possa ricomparire come ricchezza privata (per essere subito ritassata, naturalmente) sotto altre forme. Credevo che il fabulismo italiano producesse narrazioni mirabolanti su debito pubblico, tassazione, welfare, istruzione, ma che fosse un po’ carente di fantasia nel campo della rapina fiscale. Così non è. La mitopoiesi italiana è sempre all’opera e quando i martiri di Belfiore e la mamma dei Fratelli Cervi appaiono un po’ sbiaditi ecco che il racconto si arricchisce di nuovi capitoli fantasmagorici. Siamo una nazione, tutti ci aiutiamo, i percettori di tasse, in realtà, arricchiscono i produttori di tasse … L’Italia è un’immensa maschera che impedisce la comprensione dell’esistente. Lo era prima che esistesse, lo è stata durante il suo apogeo fascista e lo è sommamente nel corso del suo inabissamento.
    Quando la Lanzillotta a pranzo mi giustificava la rapina al Nord | L'intraprendente


  6. #76
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    Predefinito Re: Terryes

    SCASSA INTEGRAZIONE - PER BOCCIA IL 25% DELLE CIG E’ EROGATO SULLA BASE DI REQUISITI FALSI (PER ‘’IL MATTINO’’ E’ IL 50%) - MA CHI FA PULIZIA PERDE VOTI
    Il presidente della commissione Bilancio avverte: un quarto dei cassintegrati non ha i requisiti di legge - “Il Mattino” raddoppia la quota - La cassa integrazione nel 2013 è costata 5,3 miliardi - Nel 2008 non si era superato il miliardo - Ma a fare pulizia si perderebbero voti…
    Gabriele Villa per "il Giornale"
    Mancano i soldi. Il governo, gira che ti rigira, ha deciso di sfilarli dalle solite tasche dei soliti italiani che pagano già tutto e più di tutto. Però. Però c'è una bugia, grande come il Parlamento, che merita di venir denunciata. Una bugia che si chiama cassa integrazione. L'hanno smascherata con una inchiesta i colleghi del quotidiano Il Mattino di Napoli. E che cosa hanno scoperto?
    Hanno scoperto, una volta di più che i soldi pubblici (già, quelli che mancano o mancherebbero secondo le acute analisi dei politici) in realtà per la cassa integrazione ci sono. E vengono puntualmente sprecati. A conti fatti, a conclusione del 2013, questo strumento, istituito per tamponare un'emergenza temporanea di aziende in crisi e dei lavoratori senza stipendio, sarà costato oltre 5,3 miliardi di euro.
    E, per arrivare a fine anno, continuando a dispensare elargizioni, piangono le Regioni, servirebbero almeno 800 milioni di euro. Una progressione incontrollata, se si considera che, soltanto cinque anni fa, nel 2008, non si era andati al di sopra del miliardo. Una cifra ancora più significativa se raffrontata all'abolizione dell'Imu che da sola vale 3,8 miliardi.
    Detto questo arriviamo al pubblico sbugiardamento. Non è che non ci sono i soldi e che la crisi divora il divorabile, la verità vera è ben diversa: la verità vera è che un cassintegrato su quattro è falso. E questa vera verità l'ha detta, tra le virgolette di una dichiarazione ufficiale, Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, deputato piddino e molto vicino, peraltro, al presidente del Consiglio, Enrico Letta.
    Peccato che in Parlamento nessuno abbia dato credito e peso alle parole di Boccia, che sembrerebbero avere più di un fondamento, perché almeno il cinquanta per cento della cassa integrazione è ottenuto, oggi come oggi in Italia, in assenza dei requisiti di legge, quindi è un colossale falso, che puzza di truffa. E risponde ad una mera logica di assistenzialismo, in omaggio e in ossequio, allo strapotere del sindacato.
    Un esempio sufficientemente eloquente? Un caso che, proprio in Campania, brilla su tutti, quello degli ex Ixfin, che da sette anni ricevono i sussidi erogati dalla cassa integrazione senza che sia stato fatto anche un solo, timido tentativo, in tutto questo tempo, di trovare una reale ricollocazione di parte o di tutti i dipendenti.
    Comodo quindi, troppo comodo, lasciare le cose come stanno e lasciare che il denaro pubblico della cassa integrazione venga sprecato. Sarebbe per un politico, che con la politica ci campa, una manovra impopolare muoversi, per una volta, controcorrente e chiedere conto di questa montagna di soldi pubblici sprecati solo per tenere a galla situazioni e fabbriche che hanno perso da tempo capacità concorrenziale e produttiva.


    Ciechi per il fisco, beccati alla guida di un'auto a Molfetta: denunciati
    Invalidi totali, avevano ricevuto indebitamente circa 140mila euro
    Non vedenti totali, con tanto di pensione d'invalidità civile e indennità di accompagnamento. Eppure in grado di guidare l'auto. Lo hanno scoperto i militari della Guardia di Finanza, che hanno smascherato due fratelli cinquantenni di Molfetta, nel Barese. Affetti entrambi da forme di retinopatia, negli anni sono riusciti a ottenere dall'Inps prima una invalidità civile parziale e poi totale con accompagnamento. Senza averne diritto.
    Ciechi per il fisco, beccati alla guida di un'auto a Molfetta: denunciati - Tgcom24

    ECCO COME CREANO CLIENTELE PARASSITARIE....
    Ministero del Lavoro apre un bando per 3mila stage: ci provano in 19mila
    Si tratta di laureati tra i 25 e i 35 anni che hanno fatto domanda su "Clic lavoro" per partecipare ai tirocini previsti dal progetto "Neet"
    Hanno tra i 25 e i 35 anni gli oltre 19mila laureati che hanno fatto domanda su Clic lavoro per partecipare ai 3mila tirocini previsti dal progetto "Neet" del ministero del Lavoro. Sono migliaia di giovani, tutti alla ricerca di lavoro e di una via per trovarlo. I tirocini, per quali sono stati stanziati 10 milioni di euro, durano sei mesi: coloro che saranno scelti riceveranno un rimborso di 500 euro mensili.
    Le aziende che si sono rese disponibili sono 8.393 aziende mentre le domande per la partecipazione al progetto sono 19.361. Il ministero del Lavoro in una nota spiega che il bando è rivolto principalmente alle quattro regioni dell'Obiettivo convergenza (Puglia, Campania, Sicilia e Calabria), mentre una percentuale di circa il 10% è destinato a "tirocini in mobilità" da svolgersi nelle altre regioni.
    ''La risposta al bando, che prevede 3mila tirocini con un impegno di spesa di 10 milioni di euro - scrive il ministero - stata nettamente superiore alle aspettative. In totale ci sono state 210mila candidature a tirocini da parte dei giovani, a dimostrazione di una chiara flessibilità nei criteri di ricerca di occupazione: molti giovani, infatti, hanno espresso più domande''.
    ''L'iniziativa - conclude il ministero - è un altro passo importante per rispondere all'emergenza dell'occupazione giovanile, insieme all'avvio degli incentivi per le assunzioni di giovani e alle altre iniziative previste dal "pacchetto lavoro" adottato a fine giugno. Il progetto rappresenta una verifica di questo approccio, anche in vista dell'utilizzazione degli oltre 170 milioni di euro stanziati per decine di migliaia di tirocini formativi nelle regioni del Mezzogiorno''.
    Ministero del Lavoro apre un bando per 3mila stage: ci provano in 19mila - Tgcom24

  7. #77
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    Predefinito Re: Terryes

    Concorsone, lo spettro dell'annullamento
    L'ultima parola spetterà alla magistratura, ma il Campidoglio oggi dovrebbe ufficializzare l'annullamento del maxi concorso del Comune di Roma a causa di irregolarità grossolane che non avrebbero permesso l'anonimato dei candidati. La commissione che sta analizzando le anomalie che hanno riguardato le prove d'esame, compresa l'avvocatura e i responsabili del personale del Capidoglio, nelle ultime ore hanno ultimato gli accertamenti, e oggi dovrebbero rendere pubblica la loro decisione.
    «Se da questo lavoro di verifica emergerà la conferma di quanto preannunciato venerdì, trasferiremo tutto alla Procura della Repubblica», ha chiosato il vicesindaco con delega al personale Luigi Nieri. Uno dei compiti della magistratura sarà quello di verificare l'operato della Praxi, la società che ha coordinato il concorsone e che ha avuto un ruolo nella selezione del personale anche nell'Atac durante la vicenda 'Parentopoli'.
    Oggi, in concomitanza con l'esito della verifica, si svolgerà in piazza Santi Apostoli, non lontano dal Campidoglio, la 'protesta delle buste' organizzata dai candidati alle prove, migliaia di persone. Quelle buste che potrebbero essere state trasparenti e quindi strumento di inghippi. Ma innumerevoli potrebbero essere i ricorsi in caso di azzeramento del concorso. Secondo il segretario della Uil Fpl di Roma Sandro Bernardini «è paradossale che alcuni dirigenti nominati per effettuare i controlli sulla regolarità o meno abbiano fatto parte delle commissioni dei concorsi incriminati: i controllori corrispondono ai controllati».
    Concorsone, lo spettro della sospensione oggi la decisione del Campidoglio e in piazza la “protesta delle buste” - Il Messaggero



    LAVORE-RAI - ASSUNZIONI COL TRUCCO A SAXA RUBRA
    Il segretario Usigrai, Vittorio Di Trapani, in commissione di Vigilanza finisce alla sbarra e confessa: assunti 35 giornalisti dalla scuola di Giornalismo di Perugia (violando la legge, che vieta i contratti di lavoro dalle scuole aziendali) - Ma perché proprio 35? "Perché erano 35!”…
    Saxa Rub(r)a per Dagospia
    Un'estate intera e tutto l'inverno a fare la stessa domanda: quali sono stati i criteri di selezione? Come sono stati scelti questi 35 giornalisti tra tutti gli ex allievi della scuola di Perugia? Si sono dannati l'anima i 175 giornalisti professionisti che, raggruppati sotto la sigla "Come loro", ormai da mesi tampinano Rai, Usigrai (sindacato giornalisti Rai), Ordine e Fnsi per avere lumi su queste benedette 35 assunzioni.
    Breve riepilogo: la Rai in estate sigla un accordo con i sindacati in cui al doloroso piano esodi fa seguire un concorso per interni (già avvenuto e finito in polemica), un concorso per esterni (di cui ancora non si sa nulla) e infine 35 chiamate dalle scuole di giornalismo "secondo prassi aziendale". Le 35 chiamate in effetti arrivano, ma dirette solo a giornalisti formati a Perugia (prassi aziendale, appunto).
    Gli ex allievi delle altre scuole (i famosi "Come loro") si arrabbiano un pochettino e tirano in ballo tutti, ma proprio tutti per avere trasparenza. Chiedi e richiedi, contatta e tira per la giacchetta alla fine l'hanno vinta, ma per modo di dire. Pochi giorni fa, infatti, la sconcertante notizia durante l'audizione dell'Usigrai in vigilanza Rai.
    Il presidente Roberto Fico, sollecitato da "Come loro" chiede al Segretario Vittorio Di Trapani: "Allora, c'è un bacino al quale decidiamo di attingere, bene, sono gli ex allievi della scuola di Perugia. Erano 35 in tutto o magari erano 50?". Balbettante la risposta: "No, non c'era un bacino di 50 dal quale ne sono stati attinti 35, ma erano 35". 35 in tutto!!
    Scoppia il caos sul web. Ma come? RAI ed Usigrai parlano di urgenza, di piano esodi che è stato più doloroso del previsto e ha lasciato a secco le redazioni, di rischio di non andare in onda, di "per questo abbiamo dovuto ricorrere in emergenza al bacino di Perugia" e poi? Si scopre che erano 35 sin dall'inizio.
    I sindacati hanno firmato un accordo in cui sin da luglio si parlava di 35 assunzioni (badate bene, non 40, 80 o 20, ma proprio 35) e vien fuori che proprio 35 erano i ragazzi del bacino di Perugia? Ai posteri l'ardua sentenza si direbbe. Ma questi posteri sono incavolati neri e non sembrano aver intenzione di lasciar correre.
    Quadro indirizzi dell'Ordine dei giornalisti alla mano minacciano a gran voce: bene, avete voluto prenderne 35 su 35 dalla scuola finanziata dalla RAI? Noi pretendiamo che l'Ordine dia la definizione di scuola aziendale, la applichi a Perugia, che evidentemente è una scuola aziendale, e le tolga il praticantato.
    Sì perché all'art.2 del suddetto Quadro si legge che l'Ordine non riconosce (ossia non può dare il praticantato, fondamentale per arrivare all'esame di stato da professionisti) le scuole aziendali. E quale, se non una scuola finanziata da un'azienda che poi attinge in via prioritaria da lì, può essere considerata tale? A rigor di logica non fa una piega, anche perché lo stesso Segretario Usigrai di Trapani, nel soffertissimo outing in Vigilanza Rai confessa: "io provengo dalla scuola di giornalismo di Perugia. Se non avessi avuto quell'opportunità probabilmente oggi non lavorerei in Rai". Sbalorditivo. Come a dire che se non frequenti Perugia le possibilità di entrare in RAI si riducono notevolmente. Magari chi ha fatto un'altra scuola riuscirà a sgusciar dentro quando e solo se, esaurito il bacino Perugia, si farà un concorso.




    L’APE GIGGINA - CON IL RECORD DI 18 DELEGHE, LUIGI DE MAGISTRIS PIÙ CHE UN SINDACO È UN PODESTÀ
    Man mano che gli assessori si dimettono lui accentra tutto nelle sue mani - Diciotto deleghe, infatti, se l’era già prese il sindaco di Bari Michele Emiliano - E fioccano i soprannomi…
    Gian Antonio Stella per "Sette"
    «Giggino qua / Giggino là / Giggino su / Giggino su...». Secondo il Corriere del Mezzogiorno, che ha fatto i conti, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris batte tutti ma proprio tutti i record di, chiamiamolo così, centralismo democratico. Si è preso o ripreso dopo le dimissioni di questo o quell'assessore la bellezza di 18 deleghe. Tanto da guadagnarsi sulle pagine partenopee del Corriere un titolo che si richiama sportivamente a Fausto Coppi o più malignamente al Capoccione: «Un uomo solo al comando».
    Va detto che proprio solo in assoluto non è. Diciotto deleghe, infatti, se l'era già prese il sindaco di Bari Michele Emiliano, lui pure ex magistrato come il collega napoletano e lui pure non esente, diciamo così, da qualche tentazione di protagonismo
    «Ma come fa?», si è chiesto l'autore dell'articolo Paolo Cuozzo. «Siamo di fronte ad un sindaco o ad un superassessore? Il primo cittadino napoletano, infatti, oramai da mesi svolge contemporaneamente il ruolo di sindaco, di assessore alla Mobilità con delega alla Metropolitana e a tutte le società di trasporto pubblico (Anm, Metronapoli, Napolipark), e di assessore alla Sicurezza e alla Polizia Municipale.
    E non solo. Perché da qualche settimana l'ex pm è anche assessore ad interim allo Sport e alla sanità, viste le dimissioni di Pina Tommasielli. Insomma, al Comune fa tutto lui, il sindaco, dove gestisce anche i fondi europei, la delega agli eventi internazionali, vedi il Forum delle Culture...».
    Non bastasse, stando al sito web ufficiale del Comune, «riesce perfino a tenere i rapporti con le Municipalità (sono ben 10) e con il Consiglio comunale. Ma come farà? E gli altri assessori cosa fanno? Il superdinamismo del sindaco fa a cazzotti col fatto che in giunta ci siano assessori che di deleghe ne hanno appena una: vedi Alessandra Clemente, che ha quella ai Giovani; oppure Nino Daniele, che gestisce Cultura, turismo e biblioteche. Lui no.
    Lui non si risparmia. Lui, il sindaco, fa di tutto. Compreso tenere i rapporti con Aurelio De Laurentiis, quindi col Calcio Napoli - perché quelli non intende proprio affidarli a nessuno - soprattutto per quanto attiene al futuro dello stadio San Paolo».
    Va da sé che i napoletani, che in questo gioco sono maestri insuperabili, hanno appiccicato al loro incontenibile "viceré"[che hanno eletto loro....] un nuovo nomignolo. I primi li aveva già elencati Aldo Grasso: «"Giggino 'a manetta" (da magistrato incarcerava), "Giggino 'o skipper" (omaggio all'America's Cup), "Giggino 'o scassatore" (rottamatore), "Giggino 'o floppe" (sta per flop), "Giggino 'a promessa" (alla bulimia verbale non sempre sono corrisposti i fatti), "Giggino 'ncoppa a gaffe" ("Napoli è più sicura di Bruxelles", per dirne una)» fino alla sintesi: «Giggino 'o narcisindaco». La collezione, grazie alla difficoltà del nostro a fidarsi degli altri, finalmente si arricchisce: «Giggino 'o factotum».

  8. #78
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    Predefinito Re: Terryes

    Non rompete le balle ai dipendenti di “Roma Capitale”
    di TONTOLO
    S.P.Q.R. Sono Pigri Questi Romani. Vabbé… Alberto Fortis li avrebbe apostrofati diversamente. Comunque sia, va di culo se lavorano. Ma attenzione, non rompetegli troppo le balle, perché il solo fatto che siano obbligati a tenere aperti al pubblico gli sportelli per quattro ore alla settimana è un’impresa titanica.
    E “si prega di non essere insistenti – scrivono – altrimenti saremo costretti a prendervi a parolacce”. Bonjour finesse, li mortacci tua… e state bboni. Perchè vorrete mica disturbare l’impiegato, er capoccia, dell’ufficio Gestione Verde Urbano di “Roma Capitale” mentre riflette, in compagnia di altri colleghi, davanti alla macchinetta del caffè. Oppure proprio mentre va a fare la spesa o mentre timbra il cartellino per qualcun altro.
    Come scriveva quella buon’anima Luigi Barzini Junior “a Roma tutto è pubblico, non esistono segreti, ognuno parla, le cose vengono talora ostentate in modo addirittura vistoso, eppure non si capisce niente”. Ma che ce volete fa’… “Roma è tutta un vespasiano”! E lo diceva il Marchese del Grillo… mica un grullo!
    Non rompete le balle ai dipendenti di ?Roma Capitale? | L'Indipendenza



    Truffavano la Ue incassando finanziamenti per opere fantasma
    (AGI)
    Roma, 19 nov.- Una truffa ai danni dell'Unione europea per oltre 9 milioni di euro di cui 6 milioni gia' erogati sotto forma di finanziamenti e 3 bloccati prima del pagamento, e' stata scoperta dalla Guardia di Finanza in collaborazione con con l'O.L.A.F. (Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode) per la tutela degli interessi finanziari dell'Unione Europea.
    Sequestrate quote societarie, conti correnti ed immobili, tra cui un lussuoso appartamento ad una societa' romana.L'operazione, denominata "Pioggia nel deserto" ha consentito di accertare che la societa' italiana aveva beneficiato di finanziamenti, per la realizzazione di una serie di progetti di sviluppo nel continente africano (Mali, Benin, Congo-Brazzaville, Repubblica Centro-Africana) e volti, prioritariamente, a migliorare il sistema infrastrutturale ed ingegneristico tramite la costruzione di strade ed ospedali.
    Il rappresentante legale della societa' e' stato denunciato. I finanzieri hanno scoperto che alcuni degli esperti maggiormente qualificati, prevalentemente ingegneri indicati nell'offerta tecnica, erano completamente ignari del progetto o, comunque, non vi avevano mai realmente partecipato. Inoltre, alcune delle partnership indicate nelle domande risultavano create ad hoc, con lo scopo di documentare all'Unione Europea il conseguimento dei parametri minimi (economici tecnici e finanziari) per poter accedere ai finanziamenti previsti dai vari bandi di gara. In questo modo, la societa' otteneva punteggi altrimenti non spettanti. E' stata accertata la percezione di contributi per oltre 6 milioni di euro, impedendone un erogazione integrativa di circa 3 milioni di euro. Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, ha disposto il sequestro di quote societarie, conti correnti bancari ed immobili, tra cui un lussuoso appartamento nel quartiere Parioli di Roma, fino alla concorrenza dell'importo dei finanziamenti ottenuti, pari ad oltre sei milioni di euro. (AGI) .

    Curriculum vitae di Maria Carmela Rozza
    Maria Carmela Rozza, nata in Sicilia nel 1960, vive a Milano dal 1983 dove ha lavorato come infermiera presso l’Ospedale San Giuseppe e poi presso l’Asl di Milano.
    Si è mantenuta agli studi lavorando come colf e come badante, diplomandosi alla Scuola Magistrale e poi alla Scuola di Infermiere Professionali.
    Dal 1989 è entrata nella Cgil occupandosi di Sanità, Enti Locali e Trasporti e nel 1999 ha assunto il ruolo di Segretario del SUNIA – Sindaco Unitario Nazionale Inquilini Assegnatari -
    Nel 2006 entra nel Consiglio del Comune di Milano e nel 2011 diventa Capogruppo del PD, interessandosi principalmente di periferie, sicurezza e quartieri popolari. Si è sempre impegnata nel sociale e nell’aiuto e sostegno dei cittadini nei momenti di difficoltà.
    ------------------------------------------------------------
    Certo che è conveniente impegnarsi nel sosci-ale!
    Maria Carmela Rozza adesso è assessore ai lavori pubblici del Comune di Malano, ops, scusate di Milano (non di Caronno Pertusella o di Calolziocorte....).
    Competenze e deleghe:
    - Definizione delle politiche per la programmazione delle opere pubbliche
    - Progettazione e realizzazione opere pubbliche e grandi opere
    - Gestione dei Grandi Eventi sulla scorta della delega conferita
    - Rapporti con le Zone sulla scorta della delega conferita



    Molfetta, maxitruffa sul nuovo porto
    Due arresti, indagato il senatore Azzollini
    Un funzionario pubblico e un imprenditore sono finiti ai domiciliari per una truffa da 150 milioni per l'appalto assegnato nel 2007 e mai realizzato
    Trani, 7 ott. - (Adnkronos/Ign) - Due persone sono state arrestate e oltre 60 risultano indagate nell'ambito di un'inchiesta, condotta dalla procura di Trani, su una maxitruffa di circa 150 milioni di euro legata alla costruzione del nuovo porto commerciale di Molfetta (Bari).
    Ai domiciliari, su ordine del gip del Tribunale di Trani, sono finiti l'ex dirigente comunale Vincenzo Balducci e il procuratore speciale della Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) e direttore di cantiere, Giorgio Calderoni. Le ipotesi di accusa, per entrambi, di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, abuso d'ufficio, reati contro la fede pubblica, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali. Sessantadue in tutto le persone iscritte nel registro degli indagati, tra cui l'ex sindaco di Molfetta, il senatore Pdl Antonio Azzollini, attualmente presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama.
    L'inchiesta, avviata nel 2010 ha preso le mosse da una segnalazione dell'Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture di Roma, secondo la quale c'erano presunte irregolarità relative all'appalto d'opera con cui venivano ipotizzate alcune limitazioni della concorrenza nel bando di gara predisposto dalla stazione appaltante (il Comune di Molfetta).
    Le indagini hanno accertato come il fiume di denaro pubblico arrivato al comune di Molfetta e destinato alla costruzione del nuovo porto, sia stato invece utilizzato in parte per altro "grazie a una serie di atti illegittimi ed illeciti, di interferenze amministrative e di condotte fraudolente''. Il costo dell’opera è stato quantificato (tutto compreso) in 72 milioni di euro. A fronte di ciò, però, l'impegno complessivo pubblico (dapprima regionale, poi statale) è stato previsto per un totale di 147 milioni a seguito di varie leggi di finanziamento della stessa a partire dal 2001 e di ulteriori leggi di rifinanziamento a partire dal 2008. Sono stati incassati dal Comune 83 milioni. La somma sinora complessivamente e materialmente spesa per il porto è stata, invece, di circa 42 milioni. L'opera peraltro non è stata realizzata e non ci sono speranze che possa concludersi nei termini previsti, considerata la presenza massiccia di ordigni residuati bellici nei fondali marini interessati dai lavori.


  9. #79
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    Predefinito Re: Terryes

    Succede anche questo.
    Capossela, musica per nuovi rivoltosi - - Life Style

    C'è gente infima e senza dignità, che andrebbe bastonata a morte, capace di sfruttare le disgrazie altrui per avere successo e soldi.
    Vermi.
    Terroni.
    Schifosi.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #80
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    Predefinito Re: Terryes

    Governo incredibile, ancora soldi per il terremoto dell’Irpinia. 100mila€ a un commissario inutile
    Un Governo che ci regala sempre novità. Pessime. Finanziamenti inutili in vista, come al solito
    Incredibile nel decreto stabilità: prorogato di un anno il commissario alla gestione del sisma campano del 1980. Per giustificare la spesa (100 mila euro) gli viene affidata la cura di una strada. Che però non viene costruita.
    Christian De Mattia
    11 anni dopo esser stato nominato per un solo triennio nuovo privilegio per tal D’Ambrosio, commissario per il terremoto, più intoccabile perfino dei presidenti del Consiglio. 36 mila euro più piccolo rimborso spese assegnato a D’Ambrosio per l’incarico straordinario sono diventati 100 mila euro.
    Per giustificare l’inutile spesa l’hanno fatto commissario ad acta per la costruzione della bretella stradale Lioni-Grottaminarda, che dovrebbe unire gli omonimi svincoli della Napoli-Bari e della Salerno-Reggio Calabria con un finanziamento complessivo di 420 milioni di euro.
    Inserita nella legge obiettivo, questa strada in pochi anni è già diventata leggendaria: nel luglio 2008 avevano annunciato ai quattro venti il via ai lavori. E naturalmente non se ne è fatto nulla. Hanno nominato D’Ambrosio commissario ad acta. Per nulla.
    Governo incredibile, ancora soldi per il terremoto dell'Irpinia. 100mila? a commissario inutile

    Roma salvata per decreto. Non licenziabili i dipendenti pubblici
    di MARIETTO CERNEAZ
    Siamo alle solite, non passa anno (non passa sindaco) che Roma non abbia bisogno di soldi per coprire i buchi di bilancio creati da amministrazioni di incapaci, clientelari e parassitarie. Nella legge di stabilità (la vecchia Finanziaria) anche in questo giro di giostra c’è un emendamento pro-capitale, il “decreto salva-Roma”, che anche sui licenziamenti nelle municipalizzate (dove s’è scatenata la parentopoli ultima) i sindacati avranno il potere di veto, per legge. In pratica, vietato licenziare i dipendenti delle aziende comunali. Un emendamento-beffa, firmato Forza Italia (i liberali de noantri) e approvato anche grazie ai voti del centrosinistra.
    E’ il Corriere della Sera, a puntare il dito contro Aracri, ex assessore ai Trasporti in Regione Lazio col governatore Storace e da molti indicato come referente politico del Fast, il sindacato autonomo dell’Atac, la parassitaria azienda comunale dei trasporti romani. Perchè, vi chiederete? Semplice, ci sono milioni di voti in ballo, quelli degli amici degli amici, delle clientele intoccabili di questo paese sempre più inefficiente e in crisi, ma affamato dei denari dei contribuenti. Si legge sul quotidiano milanese: “Parlano i numeri: a Roma i dipendenti comunali sono 25mila, quelli delle municipalizzate sono 37mila. Pazienza se solo l’Atac ha accumulato negli ultimi 10 anni un passivo di 1,6 miliardi di euro e se il debito del Campidoglio (per cui si è dovuto muovere il governo) abbia raggiunto gli 864 milioni di euro. Qua si parla di 62mila impiegati pubblici. E visto che tengono famiglia, magari anche il doppio, se non il triplo, di voti”. Una cloaca maxima.
    L’approvazione del decreto “salva Roma”, inoltre, contiene nuove tasse (e-cig e tasse sui vulcani), mancette a destra e a manca e la famigerata norma sulle slot-machine. Come sempre, in Italia tutto fa finta di cambiare, ma in realtà non cambia mai nulla.



    LA ZAVORRA DELLO STIVALE - CROCETTA SALE A ROMA A MENDICARE ALTRI SOLDI PER LE SUE DISASTRATE CASSE: MA L’ITALIA PUÒ ACCOLLARSI ANCORA QUEL POZZO DI SPRECHI CHE È LA SICILIA?
    Da decenni non c’è un governatore della Regione che non abbia giurato di risanare i conti eppure la Sicilia sperpera soldi pubblici senza sosta - E poi si sale a Roma a piangere con il premier di turno: lo ha fatto Cuffaro e prima di lui Lombardo e prima di loro Rino Nicolosi…
    Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera"
    «A mmia?!?» Rosario Crocetta, precipitatosi a batter cassa a Palazzo Chigi per strappare un «aiutino» di Letta a tappare l'emergenza finanziaria, dice che non riesce a capire perché, dopo anni di complice lassismo, il commissario di governo ha bocciato proprio il bilancio suo: «Ma se sono i miei predecessori ad aver fatto quel buco!». Fatto sta che, bianca, azzurra o rosé, non c'è verso che la Regione siciliana trovi un suo equilibrio.
    Che l'isola sia stata amministrata per decenni in modo indecente («e ancora lo è», accusano i nemici del governatore) è dura da contestare. Basti leggere un'Ansa: «Il procuratore generale della Corte dei conti in Sicilia, Giuseppe Petrocelli, nella requisitoria per il giudizio di parificazione del rendiconto della Regione, ha sostenuto che nell' isola "c'è un concentrato di malgoverno nel quale emerge l'esplosione delle spese a scopo clientelare o demagogico"». Ce l'aveva con le «regalie di ogni tipo destinate pressoché esclusivamente a essere utilizzate come meccanismo di formazione e perpetuazione del consenso». Era il giugno 1990. Quasi un quarto di secolo fa.
    Da allora, non c'è presidente scelto prima con una pastetta fra i partiti o più tardi votato direttamente dagli elettori che non abbia giurato d'avere cominciato a risanare i conti. Lo ha fatto da sinistra Angelo Capodicasa: «Pur non essendo condivisibili i toni allarmistici la situazione desta serie preoccupazioni e occorre adottare subito politiche di bilancio, correttivi legislativi e atteggiamenti di governo che siano in grado di riportare sotto controllo la spesa e individuare obiettivi di risanamento per la crescita».
    L'ha fatto da destra Totò Cuffaro: «Pur proseguendo sulla strada del risanamento e del contenimento della spesa pubblica, questo governo ha dimostrato di saper operare delle scelte importanti per il rilancio dell'economia...» L'ha fatto da posizioni autonomiste Raffaele Lombardo: «Da diverse settimane stiamo operando nel senso di un risanamento dei conti, che dovrà portarci a tagliare sprechi, non solo nel settore della sanità e del personale...»
    Eppure, non c'è stata finanziaria che non sia stata bacchettata dalla Corte dei conti. Anno dopo anno. Si pensi che nel 1998 il procuratore generale, Luigi Maria Ribaudo, denunciò che la Sicilia in mezzo secolo di autonomia speciale aveva «disperso in modo scriteriato e assurdo le risorse disponibili» senza saper «utilizzare gli eccezionali vantaggi che derivano da ciò che gli assegna la Carta costituzionale».
    Eppure il suo monito fu preso talmente sul serio che l'anno dopo, come denunciò lui stesso, sul libro paga della Regione, tra dipendenti diretti e precari a vario titolo, il numero era salito a «centomila persone». Un numero che nel 2010, invece che calare, sarebbe stato calcolato in 144.148.
    Una deriva senza fine. Tanto che nel 2008, quando già era esplosa la polemica sui costi della politica compreso il clientelismo, la stessa Corte denunciò che la finanza regionale fosse «in notevole deterioramento» con l'indebitamento «cresciuto dell'83%».
    In un contesto come questo lo sapevano tutti che un giorno o l'altro i nodi erano destinati a venire al pettine. Che non era possibile avere 1.874 dirigenti in più, in rapporto ai sottoposti, rispetto alla media del resto d'Italia.
    Che le frodi comunitarie scavavano in Europa un solco profondo, colmo di diffidenze, nei confronti dell'isola. Che non poteva durare in eterno il giochetto di assumere «clientes» senza concorso perché tanto erano «provvisori» per poi passare alla stabilizzazione di migliaia e migliaia di precari alla volta. Lo sapevano tutti. Eppure ancora nel 2009 saltarono fuori regali di Natale stupefacenti, come fossero anni di vacche grasse: trecento gemelli da polsino e orecchini d'oro da 358 euro al pezzo, «1.500 teste in ceramica dei discendenti dei Borbone» da 115 euro l'uno e una montagna di cravatte di gran firma e altro ancora.
    E tutti a chiedersi: ma come fanno, a far figurare i conti in ordine? E ogni anno, con un gioco di prestigio, finivano tra le entrate enormi quantità di crediti che parevano lì lì per essere riscossi. Centinaia di palazzi e terreni e beni immobiliari pronti a essere venduti e mai venduti. Previsioni di incassi così incredibili da essere ridicoli, come la riscossione di denari dai cacciatori «derivanti dallo smaltimento delle carcasse degli animali». Macché, per anni è passato sempre tutto.
    E quando proprio i conti non tornavano (non potevano tornare se la Regione nel rapporto entrate-uscite era secondo la Cgia di Mestre sotto di 1.750 euro pro capite contro un residuo fiscale di 5.775 euro medio dei lombardi e 4.232 degli emiliani) il presidente partiva e andava a battere cassa a Roma. Lo ha fatto Cuffaro e prima di lui Lombardo e prima di loro Rino Nicolosi. Il quale nel 1988, dopo l'uccisione dell'ex sindaco Giuseppe Insalaco, come raccontano Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria nel libro «La zavorra», salì a Roma dall'allora presidente Giovanni Goria.
    Questi, ricorda un funzionario, «chiese a Nicolosi cosa si potesse fare per arrestare il dilagare della violenza mafiosa in Sicilia. Il presidente lo scrutò, ci pensò un po' su e poi cominciò il suo ragionamento: per fermare la mafia bisogna migliorare l'efficienza della burocrazia siciliana. E per fare questo bisogna assumere più persone negli uffici della Regione e dei Comuni».



    La violenza terronica ha colpito un nostro fratello di sangue celtico....

    Irlanda, italiano massacra coinquilino a coltellate durante partita a scacchi e confessa: «Ho mangiato il suo cuore»
    Un italiano di 34 anni, originario di Palermo, è sotto arrestato a Dublino con l'accusa di aver accoltellato a morte Tom Ò'Gorman, 39 anni, mentre i due nella notte fra sabato e domenica stavano facendo una partita di scacchi.
    «Orribile. Una scena inimmaginabile».
    Così viene descritto quanto gli agenti di polizia si sono trovati davanti una volta arrivati intorno alle due del mattino di ieri in una villetta della periferia residenziale di Dublino. Avevano risposto ad una chiamata. Sul posto un uomo, il volto e i vestiti macchiati di sangue. È Saverio Bellante, 34enne di Palermo, che ha subito confessato: «Sono colpevole». Ammette di aver ucciso il suo padrone di casa Tom O'Gorman di 39 anni dopo una discussione durante una partita di scacchi. I dettagli sono talmente macabri ed agghiaccianti che la Polizia non vuole rivelarli del tutto.
    Qualcosa comincia ad emergere in mattinata sui siti web della stampa irlandese: L'Irish Independent riferisce che la vittima è stata pugnalata più volte con un coltello da cucina. Il corpo dilaniato. L'uomo che ha confessato l'omicidio - scrive ancora il giornale - avrebbe anche detto alla polizia di aver «mangiato il cuore» della sua vittima. Dalla autopsia risulta tuttavia che l'organo fosse intatto ma che invece dal corpo di O' Gorman mancasse un polmone. La conferma sull'identità dell'uomo giunge dal tribunale di Dublino dove Bellante è già comparso in giornata: confessa, ancora, e dice che si difenderà da solo durante il processo. È stato incriminato per omicidio, senza la possibilità di cauzione.
    Resta però lo sgomento, anche fra gli agenti di polizia: a quelli che sono giunti sul luogo del delitto è stata fornita assistenza psicologica, talmente era cruenta e impressionante la scena del crimine. Una fonte ha detto al Sun: «È uno degli episodi di violenza più orribili nella storia irlandese».
    Dell'Irlanda Bellante aveva fatto il suo paese di adozione: lavorava a Dublino dal 2011 presso l'azienda farmaceutica Allergan come assistente della clientela. Ma non ha mai interrotto i contatti con gli amici siciliani, con i quali scambiava informazioni, saluti e ricordi attraverso il suo profilo Facebook. «Mi mancano le partite di calcetto» scriveva, esprimendo nostalgia anche per i piatti tipici siciliani.
    Italiano massacra coinquilino a coltellate e confessa: «Ho mangiato il suo cuore» - Il Messaggero

 

 
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