
Originariamente Scritto da
Traiano
Articolo da internazionale di questa settimana. Sempre la solita storia, come se non lo sapessimo. Gli italiani non vogliono fare certi lavori , quindi... e poi c'è chi ci guadagna con sti "migranti"
Tom Kington, The Observer, Regno Unito
Domenico Lucano, sindaco di Riace, dal 1998 ha deciso di accogliere i rifugiati che arrivano sui barconi. Offrendo una soluzione concreta e aiutando la rinascita del paese calabrese
In un antico palazzo della Calabria, il sindaco batte il pugno sul tavolo: “Dobbiamo dimostrare che questa sciagura ci ha toccato tutti”, dice Domenico Lucano, “ma non
dobbiamo solo piangere, non basta”.
E dopo queste parole comincia a organizzare una veglia al lume di candela per le centinaia di migranti che sono morti nell’ultimo mese nel tentativo di raggiungere Lampedusa. Come primo cittadino di Riace, in Calabria, Lucano cerca da una decina di anni di fare qualcosa di concreto per aiutare le persone che rischiano la vita sui barconi per raggiungere l’Italia e chiedere asilo. Quando l'UE deciderà di aprire gli occhi sull’ondata di rifugiati in arrivo da Eritrea, Somalia, Siria, Afghanistan e Iraq, dovrà studiare anche il programma di assistenza messo in piedi dal sindaco di Riace.
Lucano, un ex insegnante che sembra più giovane dei suoi 54 anni, esce sul balcone del palazzo appollaiato sui tortuosi vicoli di Riace. Ha trasformato il paese in un
centro di accoglienza per gli immigrati, offrendo corsi di italiano ai bambini, dando lavoro ai genitori e distribuendo gettoni che possono essere usati per comprare da mangiare nei negozi. “In quella casa ci abita una famiglia egiziana, in quell’altra una famiglia eritrea”, spiega con orgoglio indicando i tetti del paese, che adesso ospita 180 rifugiati.
Tutto è cominciato nel 1998, quando duecento curdi che fuggivano dal conflitto con i turchi sbarcarono su una spiaggia vicino a Riace. Invece di aspettare che venissero spediti in uno dei tremendi centri di detenzione, Lucano gli offrì delle case che erano rimaste abbandonate a causa del calo
demografico. “I miei genitori mi hanno insegnato a dare sempre il benvenuto agli stranieri”, racconta. Con l’arrivo di nuovi migranti, la scuola del paese ha evitato la
chiusura grazie all’iscrizione dei loro figli.
Quest’anno all’asilo ci sono alunni di otto nazionalità. “L’integrazione avviene spontaneamente e i bambini stranieri sono svegli,imparano prima degli italiani”, dice Anna Niciforo, una delle insegnanti.
All’uscita della scuola, alcuni bambini africani, diretti a casa con gli zainetti in spalla, salutano gli anziani del paese seduti a fare due chiacchiere davanti al negozio del
barbiere.“Riace rischiava di scomparire perché durante il boom economico molti si sono trasferiti al nord per cercare lavoro”, dice Lucano. “In una cittadina vicina a Torino ci sono più abitanti originari di Riace di quanti ce ne siano qui”. Il sindaco descrive gli italiani che lavorano con lui come dei “potenziali emigranti che non sono partiti”, perché hanno cominciato a lavorare al programma di accoglienza.
Il centro che li accoglie è un miscuglio di etnie. Mentre parla, entra un prete copto egiziano dalla barba grigia a distribuire il pane fatto in casa prima di andare in chiesa a celebrare la messa ortodossa per gli africani cristiani. Una delle interpreti del centro è l’etiope Lemlem Tesfahun, 31 anni, che ricorda quando Lucano la portò a Riace dieci anni fa facendola uscire da un centro di detenzione calabrese. “Era come una prigione. Non sapevo dove mi trovavo e piangevo tutti i giorni chiedendo che mi lasciassero andare via”, racconta. Oggi, con i finanziamenti locali, sono nati laboratori artigiani dove gli immigrati possono guadagnarsi da vivere imparando i mestieri che nella zona stanno scomparendo. Nella vetreria vicino al negozio di ceramiche una donna afgana fuggita dai taliban sta facendo una vetrata, mentre dall’altra parte della strada Tayo Amoo, una nigeriana di 34 anni, sta imparando a ricamare sotto la guida di una donna del paese. Amoo, che in Nigeria era una giornalista, racconta di essere stata in una prigione nigeriana per un breve periodo con l’accusa di aver insultato l’islam e di essere fuggita in Italia nel 2010. Da un anno ha ottenuto l’asilo politico e ora sta imparando a cucire, mentre la figlia di 15 mesi gioca accanto a lei. Daniel Yaboah, del Ghana, guadagna ottocento euro al mese e si occupa degli asini usati nei vicoli per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Mentre Lucano aspetta di sapere se lo stato italiano gli manderà qualcuno dei 155 sopravvissuti del barcone affondato al largo di Lampedusa il 3 ottobre, e mentre l’Italia piange per l’altro naufragio dell’11 ottobre a 60 miglia dalla stessa isola, è appena arrivato un gruppo di eritrei sopravvissuti al drammatico sbarco del 30 settembre di fronte alla spiaggia di Sampieri, in provincia di Ragusa, dove sono annegate 13 persone. “Qui ci hanno dato tutto”, dice Fasil Hadid, 46 anni, che ha ancora un occhio livido per il pugno che gli ha sferrato uno degli scafisti perché non voleva salire sulla barca sovraccarica in partenza dalla Libia.
Adesso, dopo aver lasciato moglie e figli in Eritrea e dopo aver pagato 7.400 dollari per il viaggio attraverso il deserto e il passaggio in Italia, dice di voler lavorare.
Inversione di tendenza
Gli sforzi di Lucano non sono apprezzati da tutti. Nel 2009 la ’ndrangheta ha sparato contro le vetrine di un ristorante che ospitava il sindaco e ha avvelenato due dei suoi cani. L’anno scorso, un errore burocratico ha bloccato temporaneamente i finanziamenti al programma gestito dalla protezione civile e per un periodo i negozianti hanno rifiutato i gettoni. Quando le madri non hanno avuto più latte per i loro bambini, gli immigrati hanno bloccato la strada con i cassonetti rovesciati e Lucano ha minacciato lo sciopero della fame. Alla scadenza del permesso di soggiorno molti rifugiati scelgono di lasciare Riace. “Non ci sono molte opportunità in Italia, devo andare in Olanda per continuare i miei studi di veterinaria”, dice l’eritreo Awtsana Issak Kahsay, 29 anni, arrivato con la stessa barca di Hadid.
Gli abitanti del paese ammettono che la gentilezza nei confronti dei migranti è in parte dovuta ai fondi dello stato e ai posti di lavoro che creano nei servizi sociali. “Qui molti sono disoccupati, perciò questa iniziativa significa lavoro”, dice Monica Audino, impiegata di un’agenzia che aiuta i nuovi
arrivati a compilare le domande di asilo e a trovare un alloggio. Ma nonostante gli ostacoli che incontra, l’esperimento di Riace segna un’importante inversione di tendenza rispetto alla tradizionale paura degli stranieri che avevano i calabresi dopo secoli di attacchi dei pirati.
Bahram Acar, uno dei curdi arrivati con i primi barconi nel 1998, racconta di aver ricevuto assistenza. Ora fa il muratore, ha formato una famiglia e ottenuto la cittadinanza italiana. Dopo quindici anni è ancora a Riace e aiuta i nuovi arrivati. E' cominciato tutto con noi. Mi hanno aiutato e adesso io aiuto loro”, dice.