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Re: vi critico
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donerdarko
Ucci Do sostiene (con Scola) che l'affidarsi è l'esperienza naturale della fede. E in questo affidarsi vi è ragionevolezza. Per questo non dovrebbe esserci distanza tra fede e ragione (intreccio che dovrebbe palesarsi nella metafora della madre con il proprio bambino).
A me sembrano discorsi da oratorio senza capo né coda.
Io dico che questa non è Fede.
Cosa sarebbe quindi?
Che tipo di caratteristiche precipue avrebbe quel processo per cui si accoglie la realta' o l'idea di essa dentro di noi se non l'affidarsi con la ragione?
E in cosa si differenzia quell'affidarsi con l'introdurre la fede?
Nel momento in cui non si chiede la legittimazione propedeutica alla scientificita' della scelta, quali differenze sostanziali intravedi con il processo che sottende l'esperienza dell'affidarsi a Dio (attraverso la rivelazione) o l'esperienza immanente della Verita' al nostro interno, che trascende il nostro Io e la nostra identificazione materica e materialistica?
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Re: vi critico
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Ucci Do
I ragionamenti e la cultura di chi?
Se non si crede nell'Assoluto non bisognerebbe sempre porsi in relazione con altri ragionamenti ed altre culture?
La ragione mi dice che il portare ai fini ultimi (o alle ultime conseguenze se non si crede ai fini) questa concezione avvicina al nichilismo...lo tocca infettandosi irrimediabilmente (salvo un intervento piu' alto).
Hai ragione, dovevo scriver per maggior precisione le culture di riferimento. Non credo si arrivi al nichilismo per la banale ragione che l'essere umano vuole sopravvivere, ed è questa la spinta che lo porta ad elaborare strategie sociali e regole per vivere meglio e più a lungo, questa è la base bilogica dell'etica.
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Re: vi critico
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Originariamente Scritto da
Ucci Do
Cosa sarebbe quindi?
Che tipo di caratteristiche precipue avrebbe quel processo per cui si accoglie la realta' o l'idea di essa dentro di noi se non l'affidarsi con la ragione?
E in cosa si differenzia quell'affidarsi con l'introdurre la fede?
Nel momento in cui non si chiede la legittimazione propedeutica alla scientificita' della scelta, quali differenze sostanziali intravedi con il processo che sottende l'esperienza dell'affidarsi a Dio (attraverso la rivelazione) o l'esperienza immanente della Verita' al nostro interno, che trascende il nostro Io e la nostra identificazione materica e materialistica?
Credere non è la "realtà". L'esperienza di Dio deve accadere spontaneamente al di fuori delle cerimonie e delle quadrature ideologiche, altrimenti è solo il riflesso condizionato di queste. La realtà non la "accogliamo", dal momento che viviamo nella memoria, che costituisce un'immagine della realtà, nei ricordi, e ci impedisce di percepire qualcosa di vivo. La mente, la ragione che nomina tutto, crea una barriera che impedisce di vedere la realtà. L'uomo di chiesa, la cui fede è poca cosa, potrà anche consolarsi della ragionevolezza delle sue seghe mentali, non per questo sarà un uomo libero o meno schiavo delle abitudini, delle ripetizioni, di parole e frasi che fanno addormentare.
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Re: vi critico
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Originariamente Scritto da
donerdarko
La mente, la ragione che nomina tutto, crea una barriera che impedisce di vedere la realtà.
Dico ciò partendo dal presupposto che la c.d. mente sia in gran parte il prodotto dell'ambiente famigliare e culturale, che si ricrea e si sostiene con sensazioni e identificazioni di vario genere.
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Re: vi critico
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Originariamente Scritto da
Ucci Do
Che tipo di caratteristiche precipue avrebbe quel processo per cui si accoglie la realta' o l'idea di essa dentro di noi se non l'affidarsi con la ragione?
La ragione soggettiva è quella cosa che desidera di continuarsi nel tempo quando le condizioni sono favorevoli, ma che diventa dissidente e ribelle quando le condizioni diventano difficili (e l'accoglienza va a farsi benedire se manca il pane). Come in un circolo vizioso, la ragione crea gli oggetti dell'esperienza (compresi l'io, il sé, l'anima, dio) e sperimenterà quelle cose li che garantiscono virtualmente o di fatto il suo stesso perpetuarsi (addirittura nell'al di là)
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Re: vi critico
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Originariamente Scritto da
Aladar
Hai ragione, dovevo scriver per maggior precisione le culture di riferimento. Non credo si arrivi al nichilismo per la banale ragione che l'essere umano vuole sopravvivere, ed è questa la spinta che lo porta ad elaborare strategie sociali e regole per vivere meglio e più a lungo, questa è la base bilogica dell'etica.
Concordo, la continuazione per me è un elemento prioritario dell'ordine naturale.
In quest'ottica, ad esempio, bisognerebbe inquadrare i rapporti omosessuali.
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Re: vi critico
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Ucci Do
Concordo, la continuazione per me è un elemento prioritario dell'ordine naturale.
In quest'ottica, ad esempio, bisognerebbe inquadrare i rapporti omosessuali.
Esatto e quelli tra persone sterili... ma andremmo OT...
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Re: vi critico
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Originariamente Scritto da
Ucci Do
Concordo, la continuazione per me è un elemento prioritario dell'ordine naturale.
In quest'ottica, ad esempio, bisognerebbe inquadrare i rapporti omosessuali.
Per cortesia, non inseriamo altri elementi di discussione, perché altrimenti non andiamo da nessuna parte.
L'omosessualità non c'entra nulla con la continuazione della specie, tanto che gli omosessuali si prestano alla procreazione perché sentono comunque l'esigenza naturale di avere dei figli.
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Re: vi critico
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Originariamente Scritto da
Aladar
Per cortesia, non inseriamo altri elementi di discussione, perché altrimenti non andiamo da nessuna parte.
L'omosessualità non c'entra nulla con la continuazione della specie, tanto che gli omosessuali si prestano alla procreazione perché sentono comunque l'esigenza naturale di avere dei figli.
ok ricevuto
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Re: vi critico
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donerdarko
Credere non è la "realtà". L'esperienza di Dio deve accadere spontaneamente al di fuori delle cerimonie e delle quadrature ideologiche, altrimenti è solo il riflesso condizionato di queste. La realtà non la "accogliamo", dal momento che viviamo nella memoria, che costituisce un'immagine della realtà, nei ricordi, e ci impedisce di percepire qualcosa di vivo. La mente, la ragione che nomina tutto, crea una barriera che impedisce di vedere la realtà. L'uomo di chiesa, la cui fede è poca cosa, potrà anche consolarsi della ragionevolezza delle sue seghe mentali, non per questo sarà un uomo libero o meno schiavo delle abitudini, delle ripetizioni, di parole e frasi che fanno addormentare.
Suggerisco di non partire dall'oggetto della fede - se ad esempio esso sia ancorato ad una Rivelazione e ad una Tradizione o sconti solo suggestioni spirituali "sottili" e "fluide" - ma di concentrarci sul processo dell'affidarsi.
Come detto il ragionamento è piu' a monte, non vuole essere apologetico nei confronti della gerarchia ecclesiatica ma solo atto a sostenere, senza necessariamente introdurre la Scolastica e Agostino, la profonda commistione tra fede e ragione che si ritrovano, entrambe, ni processi naturali di qualsiasi uomo.
Dici che "credere non è la realtà" e che la realtà non la accogliamo perchè viviamo nella memoria.
Bene, allora ti domando: quale memoria avevamo e che tipo di processo, diverso da quello dell'accogliere dentro di noi, abbiamo messo in atto quando, da bambini piccoli abbiamo avuto coscienza di noi stessi?