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Discussione: I Profeti

  1. #191
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    In Origine Postato da MrBojangles
    <<l’Unità>>, 25 ottobre 1956



    (ma, se po'?... )
    Se po'..se po'.. loro pònno.

  2. #192
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    In Origine Postato da T34
    Se po'..se po'.. loro pònno.
    E pònno pure annassene a....

  3. #193
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    " Sui fatti di Ungheria

    di Palmiro Togliatti [RINASCITA - 10 ottobre 1956]

    Molto gravi, estremamente gravi, i fatti di questi giorni in Ungheria.
    Errore estremamente grave sarebbe, da parte nostra, il non
    riconoscerlo. Deriva da essi la necessità di un giudizio critico attento,serio, severo. Deriva però anche un’altra necessità, ed è che ilmilitante del nostro movimento, e più in generale, il combattente per la democrazia [quella del gulag - nota di pfb], per il socialismo e per il comunismo, non si lasci né
    sorprendere, né ingannare e sopraffare dalla ondata reazionaria,
    anticomunista, antisocialista e antisovietica, che cerca, nella
    confusione degli avvenimenti di trascinare l’opinione pubblica dietro di sé. Per un giudizio critico completo ci mancano ancora troppi elementi. Quello che a noi sembra certo, per il momento, è che tanto in Polonia quanto in Ungheria ci si trova di fronte a un
    incomprensibile ritardo dei dirigenti del partito e del Paese nel
    comprendere la necessità di attuare quei mutamenti e prendere quelle misure che la situazione esigeva, di correggere errori di sostanza, che investivano la linea seguita nella marcia verso il socialismo. In Polonia si è corso il rischio di perdere il controllo della situazione ; in Ungheria lo si è, palesemente, perduto e il punto di arrivo, nel momento in cui scriviamo non sappiamo ancora quale sarà. Ma perché si è ritardato ? La ricerca
    è complessa. I dirigenti di tutto il movimento comunista furono senza dubbio presi alla sprovvista, non [ ] dalla linea politica del XX Congresso del PCUS rispondente alla situazione che sta davanti a noi, ma dal grave peso della rivelazione degli errori fatti da Stalin. Non si comprese subito che queste rivelazioni e al giusta che ne veniva derivata, dovevano essere il punto di partenza di una elaborazione altrettanto critica e di una nuova creazione politica che scoprissero con coraggio gli errori compiuti nei paesi dove i comunisti sono al potere e con energia ne iniziassero la correzione . Di questo invece vi era prima di tutto bisogno, per far fronte alla nuova situazione che sta davanti a noi, e che non è più quella di un vasto campo assediato e spinto dal nemico quasi sull’orlo di una guerra, ma è quella di un sistema di Stati socialisti che debbono svilupparsi liberamente, con un
    nuovo ritmo di vita interiore [e morte esteriore? ndr] , in un rinnovato sistema di rapporti esterni ma sulla base di una ferma solidarietà e di una valida cooperazione tra di loro. Di qui il ritardo che non vi è stato là dove un forte partito, come quello cinese, per esempio, già si era posto e aveva giustamente risolti questi problemi ma vi è stato altrove, dove mentre si indugiava nelle mezze misure, si aveva però libero sfogo dei sentimenti e dei risentimenti senza giungere ad una soluzione politica ad essi adeguata, e anche per questo motivo la situazione e il malcontento diventavano certamente più gravi di quanto
    corrispondesse al peso degli errori e dei difetti che si dovevano e si debbono correggere. Questo secondo elemento i sembra sia
    intervenuto in modo particolarmente grave in Ungheria, creando unasituazione non solo contraddittoria, ma persino incomprensibile. Non si può da una parte tenere determinati uomini a capo del Paese e del partito, dall’altra parte condurre una permanente, assillante agitazione che li accusa di tutti i mali. E l’agitazione è stata continua e per giunta è stata tale che distruggeva tutto il passato e tutto il presente, senza peraltro elaborare in modo critico e serio nessun problema né offrire
    subito un terreno concreto di azione. In questo modo si mobilitavano ed esasperavano i sentimenti, senza che intanto nulla di efficace venisse fatto per dare ad essi una soddisfazione, all’infuori di atti destinati ad accrescere ancor di più la esasperazione. Si è così contribuito in modo irresponsabile, da una parte e dall’altra, a creare le condizioni di uno sfacelo. Come concretamente, si sia inserita nella situazione la sommossa armata, non sappiamo ancora in modo del tutto esatto. Ma la sommossa è cosa ben diversa da qualsiasi dibattito e da qualsiasi confusione, e soprattutto una sommossa, a quanto
    organizzata che ha una sua ben elaborata tattica, obiettivi precisi e non finisce quando nell’ambito del regime esistente, sono attuate misure tali che garantiscono nel modo più ampio un indirizzo politico del tutto nuovo. Alla sommossa armata, che mette a ferro e fuoco la città non si può rispondere se non con le armi, perché è evidente che se ad essa non viene posto fine, è tutta la nuova Ungheria che crolla.
    Per questo è un assurdo politico, giunti a questo punto, volersi porre al di sopra della mischia, imprecare o limitarsi a versare lacrime. La confusione creatasi era tale che hanno aderito alla sommossa lavoratori non controrivoluzionari. L’invito rivolto alle truppe sovietiche, segno della debolezza dei dirigenti del Paese, hacomplicato le cose. Tutto questo è molto doloroso, tutto questo
    doveva e forse poteva evitarsi ma quando il combattimento è aperto e chi ha preso le armi non cede, bisogna batterlo. Spettava e spetta alla parte che difende il potere socialista costituito, cioè alla parte governativa, compiere i passi anche politici necessari a dividere i nemici aperti, le forze controrivoluzionarie dichiarate, dai lavoratori lasciatisi trascinare su un terreno che non può essere il loro e quindi atti a salvare la situazione. A noi spetta soltanto non perdere il senso della realtà politica e di classe. Sappiamo che l’Ungheria, come tutti i
    paesi socialisti, è oggetto da anni di un continuo, martellante
    intervento. La parola d’ordine e la promessa della liberazione dal
    socialismo sono state strombazzate dai governi imperialistici come
    uno dei cardini della loro politica. E le ha accompagnate una
    agitazione incessante, condotta con tutti i mezzi possibili, verso un paese dove le vecchie classi reazionarie conservano le loro radici e le loro speranze. Il successo della sommossa non avrebbe potuto portare ad altro che alla soddisfazione di queste speranze, cioè a una restaurazione reazionaria. Non contano le parole, e contano poco anche le intenzioni dei lavoratori trascinati alle armi dalla confusione generale. Anche nel 1919 le truppe dell’Intesa che schiacciarono la Repubblica sovietica ungherese avevano scritto sulla bandiera libertà e democrazia. Poi si vide come andarono le cose. La prima esigenza per noi, dunque, a parte i giudizi che preciseremo o correggeremo sulla base della conoscenza completa dei fatti, è di non lasciarci trascinare, sotto qualsiasi pretesto, dalla corrente rumorosa e sfacciata che nelle forme oggi più adatte a sfruttare la commozione suscitata in
    tutti dalla tragicità degli eventi, esprime soltanto la vecchia politica
    imperialistica della <<liberazione>> dal potere popolare e dal
    socialismo. Nei paesi socialisti si sono commessi errori anche gravi ; vi sono difetti da correggere occupando posizioni nuove seguendo nuove linee politiche e nuovi metodi di amministrazione. Non poniamo alcuna riserva a questa necessità, che deve essere rapidamente soddisfatta. Tra i primi lo abbiamo compreso, enunciato, sostenuto con la più grande chiarezza. Ma tra questo, tra ciò che noi affermiamo, e la sostituzione alla critica non solo dell’insulto incomposto, ma di giudizi precipitosi o grotteschi, per cui i regimi popolari e socialisti diventano qualcosa di simile al fascismo e qualcosa di simile a un paese imperialista l’Unione Sovietica, ci passa la differenza che passa tra la notte e il giorno. Un comunista non farà mai la minima concessione a posizioni siffatte. I regimi popolari e socialisti non si distinguono soltanto perché diversa è in essi la struttura economica, e quindi sociale, ma per quello che hanno realizzato in campo economico, nel campo politico e nel campo sociale, e che hanno realizzato con l’aiuto della Unione Sovietica. Si tratta di paesi che gli imperialisti - e non solo durante la guerra fredda, ma anche ora - hanno cercato e cercano di sconvolgere e strozzare, che solo nell’Unione Sovietica hanno trovato comprensione e un appoggio materiale tale che sul bilancio stesso dell’Unione Sovietica ha pesato in modo assai grave. E’ il XX Congresso che ha indicato la necessità delle critiche e delle correzioni. I compagni sovietici non possono che essere d’accordo con esse, né tocca a loro, del resto, attuarle in paesi diversi dal loro. Se vi si opponessero, sbaglierebbero e noi lo diremmo loro apertamente, perché pensiamo che un nuovo sviluppo autonomo dei paesi socialisti non può che rafforzare questi paesi e quindi andare a vantaggio di tutto il mondo socialista, unione Sovietica compresa. Questa è la nostra posizione che non concede nulla ai nemici del socialismo, che non deve mai attenuare la vigilanza contro i nemici di classe e quando sono in corso avvenimenti drammatici come quelli d’Ungheria, ci consiglia di non perdere la testa, di guardare alla sostanza delle cose, di non lasciarci dominare da reazioni unilaterali e sentimentali, né trascinarci in uno
    schieramento che non è il nostro
    .
    "


    Saluti liberali

  4. #194
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    In Origine Postato da Pieffebi
    " Sui fatti di Ungheria

    di Palmiro Togliatti [RINASCITA - 10 ottobre 1956]
    [i]
    [...]
    Saluti liberali
    Guai a chi tocca la P2
    di Corrado Stajano

    Hanno ben ragione le giornaliste e le scrittrici del gruppo di Controparola che hanno firmato un appello di solidarietà a Tina Anselmi insultata con astio antico nella voce a lei dedicata del dizionario «Italiane» edito dalla presidenza del Consiglio e dal ministro per le Pari Opportunità. E hanno ben ragione le partigiane dell’Anpi che hanno duramente criticato le scelte di molti dei 247 ritratti femminili. «A queste donne tutti noi dobbiamo dire comunque grazie», scrive il ministro Stefania Prestigiacomo nella presentazione dei tre volumi. Anche a Rachele Mussolini, alla Petacci e a Luisa Ferida, l’attrice amante di Osvaldo Valenti, l’attore che faceva parte della banda Koch? Con sadico gusto assisteva anch’essa agli interrogatori dei torturati nella villa Triste di via Paolo Uccello a Milano. Mentre gli arrestati subivano atroci torture giocava davanti a loro con un cane lupo, lo faceva rizzare sulle zampe e gli dava per premio delle fette di prosciutto.
    L’hanno raccontato le vittime sopravvissute e uno di loro, Mino Micheli, un partigiano socialista, nel ricordare quel passato, scoppiò a piangere durante le riprese di un documentario televisivo della Rai, «La repubblica di Salò», 1973.
    Ma è Tina Anselmi, in questo dizionario, il vero test del tempo presente. Vincenzo Vasile ha già analizzato su l’Unità quelle paginette scritte da Pialuisa Bianco. La quale usa tutto il suo odio mascherato per tentare di ferire e di distruggere Tina Anselmi, donna coraggiosa, seria, intelligente.
    «Ragazzina della Resistenza», scrive. Che per lei dev’essere un sommo insulto. (Fu una giovanissima staffetta della Brigata autonoma Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario della libertà del Veneto). «Partigiana ciellenistica e consociativa». (Non sa che cosa fu la lotta partigiana. Le pratiche consociative arrivano decenni dopo. Anche il linguaggio è sbagliato).
    Ma è sulla P2 - Tina Anselmi è stata dal 1981 al 1984, tra l’ottava e la nona legislatura, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 - che la scrivente distilla tutto il suo rozzo fiele. Tina Anselmi, nella sua vita politica, non si è occupata soltanto della loggia. Un dizionario dovrebbe essere completo e onesto. Il ministro Prestigiacomo avrà senz’altro letto il saggio di Virginia Wolf sull’arte della biografia. Tina Anselmi ha dedicato tutta la vita ai destini delle donne: nella scuola - laureata in lettere ha insegnato nelle scuole elementari - nel sindacato, nel movimento femminile della Dc, in Parlamento, deputato per sei legislature, ministro della Sanità, ministro del Lavoro, si deve a lei la legge sulle pari opportunità.
    Ma quel che conta, per chi scrive la sua voce nel dizionario è soltanto la P2. La colpa incancellabile. I governanti sconnessi della destra che condonano e amnistiano ogni cosa, soprattutto se stessi, e hanno il vizio della dimenticanza, non scordano invece i nodi fondamentali del malaffare nazionale. La P2 è uno di questi. Tina Anselmi, secondo la scrivente, è «la Giovanna d’Arco che avrebbe dovuto trafiggere i mostri degli anni Ottanta». Tina Anselmi è un’espressione del «cattocomunismo», un’altra ossessione. Ecco come la biografia conclude il suo testo: «Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi’s List (che finezza!, ndr) infatti cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi».
    Dove sono finite le «coordinate del rigore scientifico» reclamizzate dal ministro? Sarà utile rinverdire qualche notizia sulla P2. Gli allora giudizi istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone arrivano alle liste di Gelli indagando sulla mafia, sull’assassinio ordinato da Sindona dell’avvocato Giorgio Ambrosoli a Milano, la notte dell’11 luglio 1979 e sulle minacce ricevute da Enrico Cuccia. Sindona, quell’estate, è arrivato nascostamente in Sicilia da New York e si dice vittima di un sequestro. Indagando su quel finto sequestro, Colombo e Turone scoprono un medico, Joseph Miceli Crimi, che ammette di aver ferito Sindona a una gamba dopo avergli praticato l’anestesia locale (per dar credito al finto sequestro). Nell’ottobre 1980 confessa di avere incontrato Gelli più volte durante quell’estate. Il 17 marzo 1980 avviene la famosa perquisizione in quattro posti differenti. Alla Giole, la ditta di Gelli ad Arezzo, i finanzieri di Milano scoprono le carte.
    Svelano l’esistenza di un’associazione segreta in cui sono coinvolti tre ministri della Repubblica, il capo di stato maggiore della Difesa, i capi dei servizi segreti, 24 generali e ammiragli, 5 generali della Finanza, compreso il comandante, parlamentari (esclusi i comunisti, i radicali, il Pdup), imprenditori, il direttore del Corriere della Sera, il direttore del Tg1, banchieri, 18 magistrati. Non è il governo Forlani, che si dimetterà, a rendere pubbliche le liste, ma Francesco De Martino, presidente della commissione d’inchiesta sul caso Sindona.
    È l’immondezzaio della Repubblica. La P2 ha gestito il caso Sindona con la mafia; è proprietaria del Banco Ambrosiano e controlla il Corriere della Sera; ha rapporti con la banda della Magliana e con i poteri criminali; è responsabile, tramite suoi affiliati, di gravi depistaggi sulla strage di Bologna del 1980 e sulla strage di Peteano. Ha usato influenza sul caso Moro, massicciamente presente nel comitato di crisi del Viminale. Scrive (ahimé) Tina Anselmi nella sua relazione sulla loggia: «Ha costituito motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico».
    Davvero la Anselmi’s List cacciò «streghe e acchiappò fantasmi?» Davvero «stroncò Licio Gelli e i suoi amici?» Gelli sta benissimo nella sua villa di Arezzo. I suoi amici sono al governo. Il presidente del Consiglio Berlusconi aveva la tessera n. 1816 ed era affiliato alla P2 dal 26 gennaio 1978; il suo assistente Fabrizio Cicchitto aveva la tessera n. 2232 e si era affiliato un po’ più tardi, il 12 dicembre 1980. Le cose vanno a gonfie vele, come risulta da una recente intervista del maestro venerabile a la Repubblica. Riceve i postulanti tre volte alla settimana, a Pistoia, a Montecatini, a Roma. È soddisfatto. Il suo Piano di rinascita democratica ha fatto e fa da linea programmatica al governo.


    L'Unità: 2005

  5. #195
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    E' vero l'Unità pubblica nel 2005 spazzatura vergognosa, come nel 1956. Nulla di nuovo sotto il sole!!!

    " Lettera di Togliatti al C.C. del PCUS

    30 ottobre 1956

    Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante
    all'interno del movimento operaio italiano, e anche nel nostro partito.
    Il distacco di Nenni da noi, che pure, a seguito delle nostre iniziative, aveva mostrato una tendenza a ridursi, si è ora bruscamente acuito. La posizione di Nenni sugli avvenimenti polacchi coincide con quella dei socialdemocratici. Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l'intera responsabilità per ciò che è accaduto in Ungheria risiede nell'abbandono dei metodi stalinisti. All'altro estremo vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell'insurrezione di Budapest e che
    affermano che l'insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l'intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nostro leader del partito. Essi si basano su una dichiarazione di Di Vittorio che non corrispondeva alla linea del partito e che non era stata da noi approvata. Noi conduciamo al lotta contro queste due posizioni opposte e il partito non rinuncerà a combatterla. Tuttavia vi assicuro che gli avvenimenti ungheresi si sono sviluppati in modo tale da rendere molto difficile la nostra azione di chiarimento all'interno del partito e per ottenere l'unità attorno alla sua direzione. Nel momento in cui noi definimmo la rivolta come controrivoluzionaria ci trovammo di fronte ad una posizione diversa del partito e del governo ungheresi e adesso è lo stesso governo ungherese che esalta l'insurrezione. Ciò mi sembra errato. La mia opinione è che il governo ungherese - rimanga oppure no alla sua guida Imre Nagy - si muoverà irreversibilmente verso una direzione reazionaria. Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione
    o siete più ottimisti. Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro
    partito si sono diffuse preoccupazioni che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l'unità della direzione collegiale del
    vostro partito, quella che è stata definita dal XX Congresso. Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l'intero nostro movimento.
    "


    Saluti liberali

  6. #196
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    In Origine Postato da Pieffebi
    E' vero l'Unità pubblica nel 2005 spazzatura vergognosa, come nel 1956. Nulla di nuovo sotto il sole!!!

    " Lettera di Togliatti al C.C. del PCUS

    30 ottobre 1956

    [...]
    Saluti liberali
    La prima fase della Loggia P2: dal 1965 al 1974

    Quando si passi ad esaminare il ruolo ricoperto da Gelli nella massoneria e la portata
    dell'influenza da lui esercitata nell'ambito dell'istituzione, e fuori di essa valendosi della sua
    posizione massonica, il dato al quale occorre in primo luogo dare adeguato rilievo è quello relativo
    alla data relativamente recente della sua militanza massonica. Il Gelli infatti, personaggio che
    domina la scena massonica dalla fine degli anni sessanta sino all'inizio degli anni ottanta, entra in
    massoneria solo nel 1965 e apparentemente non senza contrasti, poiché la sua domanda di
    ammissione viene fermata per un anno prima di essere messa in votazione. Ma già l'anno
    successivo il Gran Maestro aggiunto, Roberto Ascarelli, segnala Licio Gelli al Gran Maestro,
    Giordano Gamberini, raccomandandolo come elemento in grado di portare un contributo
    notevole all'istituzione, in termini di proselitismo di persone qualificate. E’ così che il Gelli, ancora
    fermo al primo grado della gerarchia (apprendista), viene prima cooptato dalla originaria Loggia
    Romagnosi alla Loggia riservata Hod che fa capo allo stesso Ascarelli - con un provvedimento di
    avocazione del fascicolo personale preso direttamente dal Gran Maestro Gamberini - per essere
    quindi nominato nel 1971 segretario organizzativo della Loggia Propaganda che diventa
    «Raggruppamento Gelli-P2».
    Se il procedimento di cooptazione è, come prima rilevato, tipico della organizzazione massonica,
    bisogna pertanto constatare che esso funziona, nel caso di Gelli, in modo particolarmente
    accelerato, poiché successivamente al primo trasferimento ricordato, già di per sé anomalo, il Gelli
    appare già nel 1969 investito di delicate mansioni che concernono questioni di massimo rilievo per
    l'intera comunità massonica nazionale. Pur senza infatti rivestire alcuna carica ufficiale nel vertice
    di Palazzo Giustiniani, il Gelli nel 1969 ha l'incarico, secondo un documento in possesso della
    Commissione, di operare per la unificazione delle varie comunità massoniche, secondo l'indirizzo
    ecumenico proprio della gran maestranza di Gamberini, che operava sia per la riunificazione con
    la comunione di Piazza del Gesù, sia per far cadere le preclusioni esistenti con il mondo cattolico.
    Licio Gelli quindi, a pochi anni dal suo ingresso in massoneria, appare ricoprire un ruolo di
    rilievo, d'intesa con il vertice dell'Istituzione ed in modo del tutto personale, sia per la portata
    delle questioni affidate alla sua gestione, sia per la posizione affatto speciale che gli viene
    attribuita.
    La posizione di preminenza assunta con rapida ascesa da Licio Gelli nella comunione di Palazzo
    Giustiniani non è in realtà spiegabile se non attraverso l'analisi dei rapporti che questi riuscì ad
    intrattenere con i dirigenti dell'organizzazione ed in particolare con i Gran Maestri, a cominciare
    dal Gamberini, che patrocinò l'ascesa iniziale di Gelli, in sintonia con il Gran Maestro aggiunto
    Roberto Ascarelli. Terminata la Gran Maestranza del Gamberini nel 1970, a questi succedeva,
    all'insegna della continuità, il medico fiorentino Lino Salvini, il quale provvedeva a ritagliare al
    predecessore un proprio spazio di influenza, affidandogli l'incarico retribuito di sovrintendere alle
    pubblicazioni della comunione, nonché quello di tenere i rapporti con le massonerie estere e,
    secondo vari testimoni, con la CIA. Di fatto quindi il Gamberini veniva ad assumere il ruolo di
    plenipotenziario per i contatti internazionali del Grande Oriente conservando nell'istituzione una
    posizione di personale prestigio e influenza, che gli avrebbe consentito di traversare indenne, a
    differenza del suo successore Salvini, le vicende burrascose e le aspre polemiche, spesso poco
    «fraterne», che contrassegnano la vita della comunità negli anni settanta. Sarà comunque il
    Gamberini, all'uopo retribuito dal Gelli, a presenziare, nella sua qualità di Gran Maestro, alle
    iniziazioni che si tenevano presso l'Hotel Excelsior ed è ancora il Gamberini che - secondo un
    documento in possesso della Commissione (debitamente periziato) - provvede a redigere la
    minuta della lettera con la quale il Salvini eleva nel 1975 il Gelli alla dignità di Maestro Venerabile;
    un documento, questo, che getta una luce invero rivelatrice sulla natura dei rapporti che
    correvano tra Gelli e la Gran Maestranza, quale ne fosse il titolare, palesando una continuità di
    indirizzo per la quale è legittimo chiedersi quali radicate motivazioni essa avesse e quali ambienti
    ne fossero la reale fonte ispiratrice. Non meno stretti sono peraltro i rapporti di Gelli con il Gran Maestro Salvini che egli dichiarava, agli inizi degli anni settanta, di poter distruggere in qualsiasi
    momento. A testimonianza del legame non certo limpido tra i due personaggi vale a tal fine
    ricordare l'attacco che il Gelli, manovrando dietro le quinte, fece portare da Martino Giuffrida al
    Gran Maestro nel corso della Gran Loggia di Roma (1975). L'operazione sostanziata da una serie
    di. precise accuse sul piano della correttezza e moralità personali, venne fatta cadere solo dopo un
    incontro riservato tra il Gelli ed il Salvini, intervenuto a seguito della mediazione
    dell'onnipresente Gamberini. Quanto infine ai rapporti con il successore del Salvini, generale
    Battelli, basti qui ricordare i documenti - in possesso della Commissione - che riportano le
    dichiarazioni scritte di testimoni, secondo le quali il Battelli ed il suo Gran Segretario, Spartaco
    Mennini, erano finanziati dal Gelli per le spese di campagna elettorale, oltre che regolarmente
    retribuiti.
    In questa cornice di rapporti, che si svolgono sotto il segno della prevaricazione e della
    compromissione reciproche, vanno inquadrate la carriera massonica di Licio Gelli e lo sviluppo
    della Loggia Propaganda Due, l'una e l'altra strettamente connesse, poiché vedremo che non solo
    la presenza e l'opera di Licio Gelli nella massoneria si risolvono sostanzialmente nella sua gestione
    della Loggia P2, ma altresì che l'organizzazione e la consistenza di questa seguono di pari passo la
    storia personale del suo Venerabile Maestro e le vicende che lo vedono protagonista, al di dentro
    come al di fuori della istituzione. La costante relazione tra il personaggio e l'organismo a lui
    affidato, che viene alla fine a risolversi in una sostanziale identificazione, costituisce non solo,
    come vedremo, un valido strumento ìnterpretativo ma si pone altresì come fonte di preziose
    considerazioni in sede conclusiva.
    Il punto di partenza di questa duplice vicenda, dopo i prodromi descritti, va fissato con l'inizio
    della Gran Maestranza di Lino Salvini (1970), il quale, tre mesi dopo la sua elezione, delegava al
    Gelli «la gestione» della Loggia P2, conferendogli altresì la facoltà di iniziare nuovi iscritti.
    Provvedimento questo del tutto inusitato nell'istituzione massonica, essendo il potere di
    iniziazione, a norma degli statuti, esclusivamente riservato al Gran Maestro e ai Maestri
    Venerabili, o in caso di loro impedimento, a chi già aveva ricoperto tali cariche.
    Nel settembre dell'anno successivo il Salvini provvedeva quindi a nominare Licio Gelli «segretario
    organizzativo della Loggia P2», incaricandolo di «voler predisporre uno studio per la ristrutturazione della
    stessa»; ed a tal proposito è interessante rilevare che, pochi mesi dopo (19 novembre 1971), Salvini
    si esprime, in una lettera a Gelli, nei termini seguenti: «prima che le cose entrino in funzione, avremo
    un faticoso lavoro di assestamento per i residui della passata gestione».
    I dati esposti si prestano ad alcune osservazioni di rilievo non secondario. E’ d'uopo innanzi tutto
    osservare che la carica di segretario organizzativo non è compresa in alcun modo tra quelle
    componenti il «Consiglio delle luci» (dirigenti della loggia) ed è appositamente escogitata da
    Salvini per attribuire un incarico fiduciario e personale a Licio Gelli nell'ambito dell'organismo
    che, da quel momento, assume connotati di spiccata personalizzazione anche nella
    denominazione, che diviene quella di «Raggruppamento Gelli - P2».
    Assistiamo, in buona sostanza, con le iniziative esposte al concreto inserimento di Gelli nella
    Loggia P2; ed è interessante notare come esso si accompagni ad una prima ristrutturazione
    dell'organizzazione, realizzata al di fuori dell'ortodossia statutaria. E’ questo il primo esempio
    concreto, secondo il rilievo esposto in premessa, del peculiare incardinamento di Licio Gelli nella
    Loggia Propaganda e della circostanza che esso si accompagna immediatamente ad un intervento
    che incide non marginalmente nelle strutture e nella natura stessa della Loggia.
    Va in proposito sottolineato come questa operazione contrassegni la Gran Maestranza del Salvini
    sin dal suo primo esordio; ed appare significativo come lo spiccato interesse del nuovo Gran
    Maestro verso i «fratelli coperti» non si esaurisca con l'adozione dei provvedimenti studiati,
    poiché, nel 1971, il Gran Maestro firma la bolla di fondazione di un'altra organizzazione coperta, la
    Loggia P1, che nelle intenzioni del Salvini doveva essere ancor più segreta ed elitaria: di essa
    infatti avrebbero potuto far parte solo coloro che nell'amministrazione dello Stato avessero
    raggiunto il grado quinto. Criterio, questo, di proselitismo sufficientemente rivelatore della reale natura di questi organismi. Non è dato allo stato attuale della documentazione esprimere un
    avviso definitivo sull'esistenza di questa organizzazione, ma quello che più conta è rilevare che nel
    mentre Salvini dava avvio ad un processo di sostanziale spossessamento da parte del Grande
    Oriente della Loggia Propaganda, tentava di costituire o meglio ricostituire nell'ambito della
    comunione una struttura analoga a quella che aveva ceduto in delega a Licio Gelli.
    Il senso dell'operazione appare ancor più chiaro quando si pensi che pochi mesi dopo il
    provvedimento concernente la Loggia Propaganda Uno il Salvini aveva, durante una seduta
    della Giunta esecutiva del Grande Oriente, esternato le sue crescenti preoccupazioni per quanto
    stava accadendo nella Loggia P2, per il gran numero di generali e colonnelli affidati ad un
    uomo come Licio Gelli, che, a detta del Gran Maestro, stava preparando un colpo di Stato.
    A completare il quadro descritto va ricordato che sempre nel luglio del 1971 Gelli aveva affermato,
    di fronte a Benedetti e Gamberini, di avere «la possibilità di girare l'interruttore e di rovinarlo»
    (Salvini) - vedremo in seguito la conseguenza di questo episodio - e va infine rilevato che Gelli
    pervenne ad entrare nel progetto salviniano della Loggia P1, facendosi in essa riconoscere
    l'incarico di Primo Sorvegliante.
    Il complesso dei dati offerti all'attenzione e le vicende che attraverso essi si dipanano consentono
    al relatore di fornire un quadro abbastanza preciso dei rapporti che sin dall'inizio si instaurano tra
    Licio Gelli e Lino Salvini e, tramite questi, tra Licio Gelli e il Grande Oriente. Grazie al successore
    di Giordano Gamberini, Gelli compie infatti un sostanziale secondo passo in avanti nella
    comunione giustinianca, che gli consente questa volta, dopo i primi progressi iniziali dianzi
    esaminati, di entrare direttamente in armi nel cuore più riposto dell'istituzione, la Loggia
    Propaganda, dando avvio ad un processo di appropriazione personale della sua più tutelata ed
    efficiente struttura di intervento nel «mondo profano».
    In realtà il carteggio Ascarelli-Gamberini ci mostra che Gelli non solo aveva avallato il proprio
    ingresso in massoneria ed il suo successivo passaggio alla Loggia P2 dimostrandosi in grado di
    avvicinare e reclutare «gente qualificata»1, ma altresì di avere sin dall'inizio piani precisi di ampia
    portata in materia di organizzazione delle strutture massoniche. La rapida ascesa, agevolata dal
    Gamberini, porta Gelli, nel giro di pochi anni e attraverso posizioni di rilievo strategico, a
    pervenire al centro della comunione di Palazzo Giustiniani e vede come esito conclusivo di questa
    prima fase il provvedimento ricordato con il quale il Salvini delega al Gelli la funzione di
    «rappresentarmi presso i Fratelli che ti ho affidato, prendere contatto con essi, esigere le quote di capitazione,
    coordinare i lavori, iniziare i profani ai quali è stato rilasciato regolare brevetto».
    Una delega di poteri di così vasta portata illumina meglio di ogni altra considerazione la posizione
    affatto speciale che Licio Gelli viene ad occupare nella massoneria, per consapevole volontà dei
    massimi responsabili della comunione, i quali, attraverso successivi provvedimenti, consegnano la
    Loggia Propaganda ad un elemento che dimostra sin dagli esordi di avere idee ben precise
    sull'impiego al quale si può pervenire di uno strumento di tal fatta.
    La Loggia Propaganda è in questa prima fase un organismo contrassegnato da una connotazione
    di accentuata riservatezza che confina (se non probabilmente rientra) con una situazione di vera e
    propria segretezza. Licio Gelli non solo procede ad accentuare tali caratteristiche - come si evince
    dalla circolare 20 settembre 1972 nella quale viene data notizia che «con l'elaborazione degli
    schedari in codice, è stata ultimata l'organizzazione della nuova impostazione, adeguandola alle
    più recenti esigenze» - ma soprattutto dà all'organizzazione un nuovo impulso di attività. Così nel
    medesimo testo è dato leggere: «Nonostante il nostro Statuto non preveda riunioni, a seguito di
    sollecitazioni pervenute è stato disposto un calendario di incontri fra elementi appartenenti allo stesso
    settore di attività».
    Un'azione questa di vasto respiro che il Gelli porta avanti in piena intesa con la Gran Maestranza
    del Grande Oriente, come ci dimostra a sua volta la circolare2 con la quale Lino Salvini comunica
    agli iscritti: «Sono lieto di informarti che la P2 è stata adeguatamente ristrutturata in base alle esigenze del
    1 Lettera dell’11 agosto 1966.
    2 Circolare in data 11 dicembre 1972.

  7. #197
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  8. #198
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    In Origine Postato da Pieffebi
    E' vero l'Unità pubblica nel 2005 spazzatura vergognosa, come nel 1956. Nulla di nuovo sotto il sole!!!

    " Lettera di Togliatti al C.C. del PCUS

    30 ottobre 1956

    Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante
    all'interno del movimento operaio italiano, e anche nel nostro partito.
    Il distacco di Nenni da noi, che pure, a seguito delle nostre iniziative, aveva mostrato una tendenza a ridursi, si è ora bruscamente acuito. La posizione di Nenni sugli avvenimenti polacchi coincide con quella dei socialdemocratici. Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l'intera responsabilità per ciò che è accaduto in Ungheria risiede nell'abbandono dei metodi stalinisti. All'altro estremo vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell'insurrezione di Budapest e che
    affermano che l'insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l'intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nostro leader del partito. Essi si basano su una dichiarazione di Di Vittorio che non corrispondeva alla linea del partito e che non era stata da noi approvata. Noi conduciamo al lotta contro queste due posizioni opposte e il partito non rinuncerà a combatterla. Tuttavia vi assicuro che gli avvenimenti ungheresi si sono sviluppati in modo tale da rendere molto difficile la nostra azione di chiarimento all'interno del partito e per ottenere l'unità attorno alla sua direzione. Nel momento in cui noi definimmo la rivolta come controrivoluzionaria ci trovammo di fronte ad una posizione diversa del partito e del governo ungheresi e adesso è lo stesso governo ungherese che esalta l'insurrezione. Ciò mi sembra errato. La mia opinione è che il governo ungherese - rimanga oppure no alla sua guida Imre Nagy - si muoverà irreversibilmente verso una direzione reazionaria. Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione
    o siete più ottimisti. Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro
    partito si sono diffuse preoccupazioni che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l'unità della direzione collegiale del
    vostro partito, quella che è stata definita dal XX Congresso. Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l'intero nostro movimento.
    "


    Saluti liberali

    Nagy, che finirà "giustiziato" con il parere favorevole di Togliatti, fu indicato come "nemico del popolo" (reazionario) ai carnefici sovietici dal "padre costituente" italiano, "onorevole" Palmiro Togliatti (a cui sono tutt'oggi dedicate vie, piazze e .....sezioni di partiti dell'Unione prodinottista...), con la su riportata lettera, alla quale, significativamente il PCUS rispose così............


    " Risposta del Comitato Centrale del PCUS

    31 ottobre 1956

    Concordiamo con lei nell’interpretazione della situazione ungherese e nel giudizio secondo cui il governo [formalmente comunista!!! nota di pfb] ungherese sta imboccando una via reazionaria. Secondo le nostre informazioni Nagy fa il doppio gioco, e si trova sempre più sotto l’influenza delle forze reazionarie. Per ora non intendiamo agire apertamente contro Nagy, ma non ci rassegniamo alla svolta reazionaria. Sono infondate le sue amichevoli preoccupazioni relative all’eventualità che nel nostro partito possa indebolirsi l’unità della direzione collettiva. Con piena convinzione possiamo assicurarLe che anche in mezzo agli intricati rapporti internazionali la nostra direzione collettiva interpreta unitariamente la situazione e prende unanimemente la decisione necessaria. "

    Shalom

  9. #199
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    In Origine Postato da Pieffebi

  10. #200
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    In Origine Postato da Pieffebi
    Nagy, che finirà "giustiziato" con il parere favorevole di Togliatti, fu indicato come "nemico del popolo" (reazionario) ai carnefici sovietici dal "padre costituente" italiano, "onorevole" Palmiro Togliatti (a cui sono tutt'oggi dedicate vie, piazze e .....sezioni di partiti dell'Unione prodinottista...), con la su riportata lettera, alla quale, significativamente il PCUS rispose così............


    " Risposta del Comitato Centrale del PCUS

    31 ottobre 1956

    [...]

    Shalom
    La seconda fase della Loggia P2: dal 1974 al 1981.

    Gli anni che corrono dal 1975 al 1981 segnano il periodo cruciale nella storia della Loggia P2 per le
    vicende che essa attraversa sia all'interno della massoneria che al di fuori di essa. Per la
    comprensione di tali avvenimenti vanno premesse alcune considerazioni di ordine generale senza
    le quali risulta difficile la lettura dell'ampia documentazione in possesso della Commissione.
    Si deve in primo luogo ricordare che è proprio in questi anni che va posto il culmine di
    espansione della loggia; sono questi anni nei quali, sia in termini quantitativi che in termini
    qualitativi, l'attività di proselitismo del Gelli perviene a dimensioni che trascendono di gran lunga
    la portata ridotta della antica Loggia Propaganda, tradizionalmente conosciuta dal Grande
    Oriente. Salvo quanto in seguito si dirà sulla reale consistenza della associazione, il numero degli
    affiliati arriva a rappresentare comunque una quota oscillante tra il 10 e il 20 per cento dell'intero
    organico degli iscritti attivi al Grande Oriente. Ben si intende quindi come questo fenomeno
    trascenda ampiamente la ristretta cerchia di «casi di coscienza» che, secondo l'espressione del
    Gamberini, giustificava la creazione di una loggia riservata. Ancor più rilevanti sono i risultati ai
    quali si perviene sotto il profilo qualitativo delle adesioni, tra le quali si annoverano figure
    eminenti in campo nazionale nei settori della pubblica amministrazione, sia civile che militare,
    dell'economia, dell'editoria ed infine del mondo politico.
    Altra considerazione, dalla quale non si può prescindere, è quella relativa al graduale venire a
    conoscenza presso l'opinione pubblica dell'esistenza del personaggio Gelli e della sua
    organizzazione, che vengono posti all'attenzione, con connotati non rassicuranti, da parte di
    organi di stampa qualificati, i quali, pur nella approssimatività delle informazioni, sottolineano la
    pericolosità del fenomeno ed il suo collegamento con attività illecite, di criminalità sia comune che
    politica.
    Non va infine scordato che sono questi gli anni contrassegnati da una fase politica di estremo
    interesse che segue ai risultati elettorali del 1976 e dal nuovo ruolo che, in conseguenza di essi,
    assume il partito comunista nel quadro politico nazionale: è quindi entro queste coordinate di
    riferimento, sia interne che esterne alla massoneria, che vanno studiati lo sviluppo e l'assetto della
    Loggia P2 e le vicende di Licio Gelli.
    Il punto di partenza è costituito dalla Gran Loggia di Napoli del dicembre 1974 quando i Maestri
    Venerabili del Grande Oriente votano quasi all'unanimità la «demolizione» della Loggia
    Propaganda. In esecuzione di tale deliberato il Gran Maestro Salvini decreta (30 dicembre 1974) la
    abrogazione dei «regolamenti particolari governanti attualmente la Risp. Loggia P2 e le deleghe e norme
    organizzative ed amministrative da essi derivanti». Il Salvini chiedeva altresì ai fratelli coperti se
    intendessero mantenere tale posizione, rivelando in tal modo che la vera finalità dell'operazione
    era quella di mantenere in vita la Loggia P2, espellendone peraltro Licio Gelli.
    Interviene in tale momento la vicenda della Gran Loggia all'Hotel Hilton, sopra ricordata, con gli
    attacchi portati al Salvini e poi ritirati e il nuovo accordo Gelli-Salvini, garantito dal Gamberini; sta
    di fatto che subito dopo tali eventi, in data 12 maggio 1975, il Salvini decreta la ricostituzione della
    Loggia P2, stabilendo, tra l'altro, che essa «non apparterrà per il momento, a nessun Collegio
    Circoscrizionale dei Maestri Venerabili e sarà ispezionata dal Gran Maestro o da un suo Delegato». La
    nuova Loggia P2 ha un piè di lista ufficiale dal quale si rileva che di esso fanno parte sette fratelli:
    pochi giorni dopo il Salvini, con procedura del tutto anomala, eleva il Gelli alla carica di Maestro
    Venerabile della ricostituita loggia. Le minute, sia del decreto di ricostituzione, sia della lettera di
    nomina, come già accennato, firmati dal Salvini, sono di pugno del sempre presente Gamberini,
    nume tutelare della vita massonica di Licio Gelli.
    Al tirar delle somme si constata quindi che questa prima fase si apre con la presa di posizione di
    Maestri Venerabili che votano la eliminazione dal corpo massonico della Loggia Propaganda per
    chiudersi con una sua ristrutturazione il cui effetto sostanziale è quello di rendere ancora più
    riservata l'organizzazione che ha adesso un pié di lista ufficiale, mentre come precisa il Gelli scrivendo al Gran Maestro «rimane inteso che detta loggia avrà giurisdizione nazionale ed i fratelli, per la
    loro personale situazione, non dovranno essere immessi nella anagrafe del Grande Oriente».
    A questa prima ristrutturazione doveva seguirne nel giro di un anno una ancor più radicale.
    Accadeva infatti nel frattempo che il Gelli e la Loggia Propaganda venivano a trovarsi al centro di
    campagne di stampa di ampia risonanza che mettevano gli ambienti della loggia in contatto con
    eventi di malavita, quali i sequestri di persona, e con ambienti dichiaratamente di destra. Si
    vedano al proposito sia le disavventure giudiziarie dell'avvocato Minghelli, compreso nel citato
    piè di lista ufficiale, arrestato per riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri, sia gli articoli
    apparsi su l'Unità e su altri quotidiani che ponevano in relazione Gelli e Saccucci e la lettera di
    smentita che Gelli invia al quotidiano nel maggio del 1976, dopo essersi fatto rilasciare da Italio
    Carobbi un terzo certificato di benemerenza partigiana. Gelli e la sua loggia costituiscono sempre
    più un peso non facilmente tollerabile per una organizzazione come il Grande Oriente, mentre nel
    contempo possono ormai dirsi ben lontani i tempi dell'assoluta ignoranza e disattenzione presso
    l'opinione pubblica nei confronti della massoneria e nelle sue vicende organizzative interne. E’ lo
    stesso Gelli a chiedere allora l'inusitato provvedimento, non contemplato dagli statuti e dalla
    pratica massonica, della sospensione dei lavori della Loggia P2: la domanda viene accolta (26
    luglio 1976) con la concessione della «sospensione dei lavori a tempo indeterminato». Ma la
    cautela della Gran Maestranza del Grande Oriente va oltre provvedendo ad una più radicale,
    sterilizzazione amministrativa della ingombrante figura del Gelli al quale viene comminata la
    sospensione dall'attività massonica per tre anni.
    Nell'autunno del 1976 viene infatti incardinato un procedimento massonico a carico di Gelli e di
    vari altri personaggi per i fatti relativi alla Gran Loggia di Roma tenuta un anno e mezzo prima.
    Questa vicenda giudiziaria massonica merita una attenzione particolare, infatti è doveroso
    ricordare che i processi massonici a carico di Gelli erano due: oltre a quello già citato, era stato
    instaurato presso il Tribunale del Collegio Circoscrizionale Lazio-Abruzzo un processo massonico
    per le ormai pubblicamente note e sospettate collusioni tra Loggia P2, eversione nera e anonima
    sequestri. L'azione del Grande Oriente in tale congiuntura fu quella di avocare presso la Corte
    centrale - superando le vive resistenze dell'organo periferico che gli atti ampiamente documentano
    - questo processo di ben più grave contenuto e di unificarlo a quello relativo alle offese al Gran
    Maestro; a questo contesto procedimentale vennero altresì annessi i processi relativi ai cosiddetti
    «massoni democratici», anche in questo caso espropriandone il Collegio Circoscrizionale, dopo
    una contrastata ulteriore procedura di avocazione.
    Il risultato finale di questa complessa operazione fu il seguente:
    a) il primo processo a carico di Gelli, relativo a sole vicende massoniche, si concluse con la
    censura solenne per le offese al Gran Maestro;
    b) l'altro processo, relativo a situazioni di grave rilievo esterno, scomparve, perché di esso non vi
    è traccia nella sentenza;
    c) il processo a carico del gruppo dei «massoni democratici», anch'esso avocato, si concluse con
    l'espulsione dall'Ordine di Siniscalchi, Bricchi, eccetera.
    Il senso dell'operazione appare chiaro quando si consideri che il processo che portò alla censura di
    Gelli fu incardinato dopo più di un anno dall'episodio che ne costituiva il presupposto –
    concludendosi poi nel giro di due soli mesi - evidentemente all'esclusivo scopo di creare in sede
    centrale il presupposto processuale per le avocazioni del grave e più compromettente processo a
    carico di Gelli, instaurato in sede circoscrizionale, e del processo, sempre in tale sede avviato, a
    carico dei cosiddetti «massoni democratici».
    L'esito della sentenza conferma l'interpretazione proposta, quando si consideri che Gelli venne
    subito dopo graziato dal Salvini, con un provvedimento interno al quale non venne peraltro data
    pubblicità alcuna.
    Non si può non sottolineare a tale proposito che questa sottile strategia giudiziaria è imputabile in
    modo esclusivo alla sede centrale del Grande Oriente e che fu attuata solo superando le vivaci resistenze della sede circoscrizionale, con palesi violazioni degli statuti massonici. Ma il risultato
    ancor più rilevante è che la sospensione del Gelli comportava, come abbiamo detto, la sospensione
    per tre anni, poneva cioè una certa distanza di sicurezza tra il Venerabile ed il Grande Oriente, ma
    solo nell'apparenza delle cose perché noi sappiamo che nella sostanza l'intreccio Salvini-Gelli-
    Gamberini continuava come sempre ad operare, pur tra i noti contrasti, nella stessa immutata
    direzione di sostegno e di incentivazione dell'operazione piduista. A stretto rigore di ortodossia
    statutaria si dovrebbe comunque fermare la storia massonica della Loggia P2 al termine del 1976.
    E’ a tale artificiosa situazione procedurale che evidentemente si fa riferimento quando si afferma
    che la Loggia Propaganda 2 altro non è che un gruppo privato del Gelli da questi organizzato
    all'insaputa del Grande Oriente, attivata valendosi abusivamente delle insegne di questo: tale
    assunto sarebbe comunque valido limitatamente al periodo di sospensione citato, che decorre dal
    luglio 1976, ma in realtà anche in tale più circoscritta accezione questa tesi non può essere
    accettata.
    Ostano infatti a tale interpretazione alcune circostanze che risultano provate da atti in possesso
    della Commissione.
    1) In primo luogo il 20 marzo 1979 il Gelli scrive al nuovo Gran Maestro, Ennio Battelli, quanto
    segue: «In relazione a quanto concordato in data 14 febbraio 1975 con il Tuo illustre predecessore, mi pregio
    confermare che i nominativi al VERTICE del R.S.A.A.1 non appariranno "nel piè di lista" del R.L.
    Propaganda 2 (P2) all'ORIENTE di ROMA.
    Resta ben inteso che della R.L. continuerà ad avere giurisdizione nazionale ed i Fratelli non potranno essere
    immessi nell'anagrafe del G.O., mentre le capitazioni saranno da me pagate».
    Si noti in tale documento il richiamo alla lettera del 14 febbraio 1975 sopra citata, che denota una
    continuità mai interrotta di rapporti tra il Grande Oriente e la Loggia P2 e denuncia in maniera
    inequivocabile la natura fittizia e strumentale del piè di lista ufficiale.
    2) Altrettanto esplicito è il significato della seguente lettera inviata da Lino Salvini a Licio Gelli in
    data 15 aprile 1977: «Ti delego ai rapporti con i FFr. inaffiliati, ossia a quei FFr. che non risultano iscritti
    ai ruoli, né delle Logge come membri attivi né del Grande Oriente come membri non affiliati.
    Sono dunque i FFr., nella tradizione massonica italiana chiamati Massoni a memoria, quelli di cui dovrai
    curare i contatti, ai fini di perfezionarne la vocazione e la preparazione massonica.
    Per effetto dì tale delega, risponderai soltanto a me per quanto farai a tale scopo, promuovendo e sollecitando
    quelle realtà che Tu stesso reputerai di interesse e di utilità per la Massoneria.
    Sono sicuro che Tu svolgerai questo importante ruolo con l'animo intrepido che hai rivelato di fronte ai
    proditori attacchi dei traditori della Istituzione».
    3) In terzo luogo è provato che sia il Salvini che il Battelli non cessarono di consegnare al Gelli
    tessere in bianco per procedere ad iniziazioni in assoluta autonomia.
    4) Queste iniziazioni erano per lo più celebrate dal Gamberini nella sua qualità di passato Gran
    Maestro, la quale, d'altronde, lo abilitava a partecipare ai lavori della giunta direttiva del Grande
    Oriente.
    5) Nel 1980 il Gelli invia al Grande Oriente la somma di lire 4 milioni quale versamento delle
    quote degli iscritti per il triennio precedente.
    6) Si aggiunga infine a tali elementi, la normativa predisposta nell'autunno del 1981, con la quale si
    fissavano da parte del Grande Oriente le modalità per il reinserimento degli iscritti alla Loggia P2
    nel circuito ordinario della vita massonica.
    1 Rito Scozzese Antico ed Accettato.

 

 
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