.......CORSO MONOGRAFICO.......
Presso l'Universita' degli Studi della Tuscia di VITERBO
Prof. Maurizio Ridolfi
I semestre
Corso monografico
Repubbliche e repubblicanesimo nell'Europa del Novecento
Il corso, in primo luogo, vuole evidenziare la complessa traduzione dei principali modelli repubblicani di governo - americano e francese - nell'Europa del Novecento; una tendenza incentivata soprattutto dopo la Grande guerra e la dissoluzione degli imperi (tedesco, austro-ungarico, russo, turco). Attraverso un approccio comparativo, spaziando tra l'Europa centro-orientale e l'Europa mediterranea, nel novero delle nuove Repubbliche anche quella italiana, nata nel 1946, potrà acquisire una più chiara connotazione politica e culturale.
In Europa si sono ridestate le passioni del repubblicanesimo, una cultura politica che in Italia vanta una tradizione originale: da Cicerone a Machiavelli, fino a comprendere Giuseppe Mazzini e Piero Calamandrei. La tradizione repubblicana rinvia non solo alla forma politico-istituzionale di governo ma anche alla natura dell'"amor di patria" e della cittadinanza democratica: è questo il filo conduttore del corso. Basti pensare ai temi che l'orizzonte del patriottismo repubblicano evoca: le istanze autonomistiche e federalistiche, la retorica, i simboli, i rituali pubblici, i monumenti, la toponomastica, i linguaggi della memoria e delle rappresentazioni narrative (politiche, ma anche letterarie).
L'articolazione del corso prevede la formazione di due gruppi seminariali, con l'analisi di fonti e testi attraverso cui evidenziare le diverse forme di religioni civili repubblicana presenti nell'Europa del Novecento. Un gruppo, coordinato dalla dott.ssa Cinzia Pellegrini, presterà attenzione all'Europa centro-orientale, in particolare alla storia della Repubblica cecoslovacca tra modello della Repubblica tedesca di Weimar (nel primo dopoguerra) e esemplificazione tra le più significative (nel secondo dopoguerra) delle "democrazie popolari" comuniste. Un secondo gruppo, coordinato dalla dott. ssa Luisa Selvaggini, si occuperà della tradizione repubblicana nel mondo iberico (la Spagna e il Portogallo), in relazione soprattutto al modello francese.
Testi per preparare l'esame
E' richiesta la preparazione dei seguenti testi :
- ALEXIS DE TOCQUEVILLE, La Democrazia in America, una delle edizioni tascabili in commercio (brani scelti indicati nell'ambito del corso)
- ANTONIO BECHELLONI, Metamorfosi di un modello repubblicano. Francia 1944-1993, Unicopli 1995
- M. RIDOLFI-N. TRANFAGLIA, 1946. Nasce la Repubblica, Laterza 1996
A scelta
Lo studente deve scegliere uno dei testi seguenti:
- MAURIZIO VIROLI, Repubblicanesimo, Laterza 2000
- GIAN ENRICO RUSCONI, Patria e repubblica, Il Mulino 1997
Chi svolgerà l'esercitazione seminariale, potrà non portare il previsto libro a scelta.
*Ai fini della valutazione, per chi non avesse già sostenuto l'esame di Storia dell'Europa o di Storia contemporanea, è richiesta la conoscenza dei lineamenti generali della storia contemporanea. Si consiglia il testo di G. Sabbatucci- V. Vidotto, Manuale di storia, vol. III. L'età contemporanea, Laterza.
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tratto dal sito web:
http://www.unitus.it/lingue/docenti/...2/vecchio_ord/
tratto da IL GIORNALE DI BRESCIA 31 agosto 2002
La frase machiavellica che Machiavelli non pronunciò
«Il fine giustifica i mezzi»: la prova lampante del fraintendimento del pensiero dello statista
Maria Mataluno
A guardarlo attentamente, così come lo presenta Santi di Tito in un famoso ritratto, è difficile credere che Niccolò Machiavelli fosse quel diabolico consigliere di tiranni dipinto da una secolare tradizione. Occhi sfuggenti e malinconici, fronte ampia, labbra sottili che accennano un indecifrabile sorriso: il grande fiorentino sembra rivolgerci uno sguardo di complicità, una richiesta di comprensione che quasi ci spinge a dare ragione a Ugo Foscolo, il quale sostenne che l’autore del Principe non intendeva elargire consigli immorali ai governanti, ma anzi mettere in guardia gli uomini liberi dai pericoli dell’assolutismo, nascondendo dietro il significato letterale delle sue agghiaccianti sentenze sulla natura umana una denuncia accorata dei mali del suo tempo. Uno studioso francese ha definito il Rinascimento l’epoca di Machiavelli, identificando questo intellettuale del Cinquecento col clima d’intrighi, guerre fratricide, complotti e tradimenti che per secoli furono considerati l’essenza del Rinascimento, l’altra faccia di una medaglia il cui recto era rappresentato dal crollo del feudalesimo e dal risveglio delle arti e delle scienze. Un’atmosfera che Machiavelli avrebbe incarnato perfettamente; soprattutto dopo che qualcuno - non si sa se siano stati i Gesuiti che misero all’indice il Principe per la sua vena anticlericale o i protestanti che all’opposto lo considerarono uno strumento della Controriforma - gli ebbe messo in bocca una frase che Machiavelli non si sognò mai né di scrivere né di pronunciare: «Il fine giustifica i mezzi». Un’affermazione che è stata piegata a giustificare le peggiori barbarie. Eppure, ripercorrendo la sua vita, appare evidente che non ci fu uomo meno «machiavellico» di Machiavelli. È vero, egli consigliò al principe l’inganno e l’ipocrisia come mezzi per uscire sempre vincente dai rapporti con gli altri Stati: ma le cronache dell’epoca dimostrano come nella sua attività diplomatica svolta quand’era segretario della Repubblica fiorentina si dimostrasse tutt’altro che scaltro, più incline a farsi ingannare piuttosto che a mettere nel sacco il prossimo. La maggior parte delle qualità che ser Niccolò ammirava di più - e che vedeva incarnate in Cesare Borgia, il figlio ribelle e spregiudicato di papa Alessandro VI - gli mancavano: si dichiarava anticlericale, ma educò i propri figli nella morale cristiana e sul letto di morte ricevette i Sacramenti; tradì la moglie come tutti i gentiluomini del Cinquecento, ma fu anche un marito e un padre premuroso e comprensivo; affermò che gli uomini pensano solo al proprio interesse, ma non sfruttò mai la sua posizione politica per arricchirsi e alla fine del suo mandato era povero come quando aveva cominciato a viaggiare per l’Italia e l’Europa curando gli interessi di uno Stato che non gli fu mai abbastanza grato da affidargli incarichi veramente importanti. Niente, insomma, nella vita di Machiavelli coincide con l’immagine che di lui ci è stata tramandata: un po’ volpe un po’ leone, servo devoto di una ragion di Stato alla quale non esitava a sacrificare umanità e senso del dovere. E dire che la sorte gli riservò non poche brutte sorprese, che avrebbero ben giustificato il suo cinismo: come quando nel 1512 i Medici rientrarono a Firenze e lui, che per quattordici anni aveva servito la Repubblica fiorentina, fu esiliato. Si ritirò allora nella sua tenuta di San Casciano, adattandosi a condurre una vita appartata, fatta di lunghe passeggiate nei campi, di serate trascorse con i contadini del luogo e soprattutto di meditazioni nella sua biblioteca, in un costante colloquio con quei classici nei quali cercava una luce capace di rischiarare il presente. Ma la bufera non era ancora passata: nel 1513 si sparse la voce di una congiura contro i Medici capeggiata da due giovani repubblicani, Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi. E poiché il suo nome figurava in una lista finita in mano alla polizia, l’ex-segretario fu arrestato, torturato e imprigionato. Fu rilasciato solo grazie all’intercessione di alcuni amici influenti; e tornò alla quiete dell’Albergaccio, dove lo aspettavano la moglie Adele e i suoi amati libri. Lì, in una casa che aveva fama di essere abitata dal diavolo - i suoi detrattori insinuarono che le sue opere fossero state scritte sotto dettatura del demonio - nacque Il Principe, un’opera scritta in quindici mesi di veglie notturne e con la quale egli sperava di riguadagnare la fiducia dei Medici. L’unica via di uscita dalla «gravità» dei tempi era, secondo Machiavelli, un principe illuminato, capace di creare uno Stato così forte da poter resistere alle mire espansionistiche dei vicini. A questo scopo il comportamento del principe doveva ispirarsi unicamente alle leggi della politica, ben distinte da quelle della morale e della religione. Un principe non deve preoccuparsi di essere giusto, buono, leale, perché la bontà può causare la sua «ruina», mentre l’inganno, la disonestà, il non tener fede alla parola data e persino l’assassinio sono mezzi necessari per il raggiungimento del bene comune. Poiché gli uomini sono per natura «ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno», anche il principe deve saper essere malvagio quando le esigenze dello Stato lo richiedano. Parole che sconcertano per la loro durezza, ma al tempo stesso affascinano per il loro mistero: Machiavelli credeva davvero in ciò che scriveva o il suo era un messaggio in codice destinato ai giovani idealisti che, come Boscoli e Capponi, volevano cambiare il mondo? Non bisogna dimenticare, infatti, che il principato di cui descrive le leggi doveva essere solo una fase di transizione, al termine della quale si sarebbe giunti a quella che per lui rimaneva la migliore forma di governo possibile: la Repubblica. Comunque stessero le cose, Machiavelli, attribuendo alla politica un campo d’azione autonomo dalla morale, impresse una svolta epocale al pensiero politico, tanto da essere considerato il padre del liberalismo moderno e un teorico ante litteram dello Stato borghese. Uno Stato laico e repubblicano, dove i diritti dei singoli coincidono con quelli di tutti. Una lezione che sarebbe «diabolico» non seguire.
IL TIRRENO 25 settembre 2002
Libro sui partiti
dell'antica Roma
PONTREMOLI. Sabato prossimo alle ore 16,30 nels alone del Quattrocento del Comune di POntrmeoli, il prof. Giuseppe Benelli presenterà il libro di Antonierra Dosi, «Gruppi e partiti politici di età repubblicana» (Ed. Quasar).
Il volume della Dosi, che è stata docente all'Università di Atene e direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Alessandria d'Egitto, si inserisce nella collana «Vita e costumi dei Romani antichi», promossa dal Museo della civiltà romana.
Al mondo romano l'autrice ha dedicato la sua intensa attività di ricerca e questo libro sulle vicende politiche della Roma repubblicana coinvolge il lettore nelle lotte del tempo e fa comprendere cosa fossero i partiti politici di allora.
IL SOLE 24 OR 28 Novembre 1999
A fine secolo si riscopre la repubblica
Maurizio Viroli, "Repubblicanesimo", Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000
Chi scriverà la storia intellettuale di questa fine secolo "non potrà fare a meno di notare un rinnovato interesse degli studiosi per il repubblicanesimo, ovvero quella lunga e variegata tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica": così si apre il recente saggio di Maurizio Viroli (Repubblicanesimo, Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000).
Viroli si riferisce essenzialmente alle ricerche di un gruppo di studiosi che insegnano nelle università anglosassoni come Quentin Skinner (Liberty before Liberalism, Cambridge University Press, 1998), Philippe Pettit (Repubblicanism: A Theory of Freedom and Govemment, Oxford University Press, 1998) e altri, fra cui lui stesso, docente di Teoria politica a Princeton, i quali sostengono che, negli autori classici romani come Cicerone, nell'esperienza dei liberi comuni medioevali italiani e in autori come Machiavelli, si ritrova una nozione di libertà diversa da quella propria del liberalismo settecentesco e ottocentesco di derivazione essenzialmente individualistica. Essi aggiungono che la concezione della libertà dei repubblicani non solo precede temporalmente quella che possiamo chiamare la libertà dei liberali ma ha, rispetto a quest'ultima, una maggiore ricchezza di contenuti.
La libertà dei liberali - scrive Viroli - è essenzialmente intesa come non interferenza da parte di altri nelle scelte dell'individuo. La sua formulazione più netta si trova nel celebre saggio di Isaiah Berlin, Two Concepts of Liberty (trad. it. in Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano 1989) che la definisce come libertà negativa e a questo proposito scrive: "Normalmente posso essere definito libero nella misura in cui nessun uomo, né alcun gruppo di te uomini interferisca con la mia attività"; e ancora: "Più ampia è l'area della non-interferenza maggiore è la mia libertà". Berlin aggiunge, citando Hobbes e Bentham: "Questo è ciò che i filosofi classici inglesi intendevano nell'usare questa parola".
Rispetto alla libertà intesa come non interferenza, la nozione della libertà degli scrittori repubblicani - sostiene Viroli - è molto più ampia. Essi la intendono come "assenza di dominazione (o di dipendenza), intesa come la condizione dell'individuo che non dipende dalla volontà arbitraria di altri individui o di istituzioni che possono opprimerlo impunemente, se lo vogliono" (pagina 19). A questo proposito Viroli cita un bel passo di Montesqieu nell'Esprit des Lois laddove questi scrive: "La libertà politica consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza; e perché questa libertà esista bisogna che il Governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino".
Si tratta di distinzioni molto sottili rilevanti senz'altro per una ricostruzione della storia delle idee politiche. Ma, nell'aspirazione di Viroli e degli altri studiosi cui egli fa riferimento, vi è qualcosa di più: l'ideale della libertà repubblicana costituisce essenzialmente un programma politico e offre un'indicazione sulle cose da fare per realizzarlo. Il punto principale riguarda la funzione dello Stato e delle leggi. La concezione liberale ottocentesca tende a considerare le leggi e l'azione dello Stato come un'interferenza nella sfera di libertà del cittadino, Per questo i teorici liberali, come Ropke o come Hayek, guardano con diffidenza a qualsiasi programma legislativo in quanto potenzialmente tale da ridurre la sfera della libertà individuale.
Per i repubblicani invece la legislazione ò essere condizione per la realizzazione della libertà. Essi sono disposti a considerare "le leggi come il più sicuro baluardo della libertà" e sono disposti "a sopportare anche severe interferenze per ridurre il peso del potere arbitrario e della dominazione" (pagina 49). Naturalmente, non basta che una legge sia adottata da una maggioranza - come richiede il principio democratico - per ritenere che quella legge sia giusta; è necessario che la legge abbia caratteri di generalità e di non discrezionalità.
La riscoperta del repubblicanesimo come dottrina distinta dal liberalismo è molto interessante. Probabilmente questa distinzione era quella che Mazzini, in una serie di articoli pubblicati in Inghilterra fra il 1846 e il 1847 recentemente ripubblicati a cura del professor Salvo Mastellone (Pensieri sulla democrazia in Europa, Feltrinelli, Milano 1997), traccia definendo l'ideale democratico come qualcosa di essenzialmente diverso sia dal liberalismo che dal socialismo e criticando "la dottrina dei diritti individuali terrorizzata dall'idea di governo", così come il socialismo edificato "sul concetto di eguaglianza assoluta con tendenze tiranniche".
Il libro di Viroli è dunque un libro importante, anche se i problemi che esso pone sono comunque molto complessi: basta pensare alla legislazione in materia di redistribuzione dei redditi per comprendere che non è facile contemperare l'ideale della non interferenza con quella della non dipendenza. In realtà Viroli si rende ben conto della difficoltà di ricavare dall'impostazione astratta che gli propone un insieme di proposte valide per fissare le regole di una società che realizzi in pieno l'ideale della libertà repubblicana. In un passo che richiederebbe forse un'ulteriore analisi egli scrive che "il linguaggio politico repubblicano ... è un linguaggio retorico piuttosto che filosofico; non cerca il vero, ma l'utile (il bene comune); non ha bisogno di fondamenti astratti, ma di saggezza" (pagina 47). Vale però certamente la pena di fermarsi con attenzione su questi argomenti ed è bene che nel dibattito italiano possano entrare le questioni che questo libro solleva.
di Giorgio La Malfa